Spagna: crisi del bipartitismo. Podemos al 20%: “La vecchia politica è finita”

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Domenica gli spagnoli hanno votato per eleggere un Governo, ma sono andati a dormire senza sapere chi sarà il nuovo presidente. Il risultato delle elezioni inaugura un periodo di incertezza politica e di negoziazioni alla ricerca di una maggioranza stabile.

Il bipartitismo spagnolo, che per decenni aveva garantito un’alternanza perfetta tra i due grandi partiti ideologici di destra e di sinistra, lascia spazio a un sistema più frammentato nel quale sarà necessario stringere accordi per governare.

Quali sono i risultati delle urne

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In linea con le previsioni, il Partito Popular (PP) di Mariano Rajoy ha vinto le elezioni generali con il 28,7% dei voti, ma non è riuscito a raggiungere la maggioranza assoluta nel Congresso (176 deputati). Dalle elezioni del 2011 a oggi ha infatti perso 63 deputati, passando da 186 a 123. È stato votato da 7,2 milioni di elettori, 3 milioni e mezzo di voti in meno rispetto alla scorsa legislatura. È uno dei peggiori risultati della sua storia, però mantiene la maggioranza assoluta al Senato. Retroscena: Mariano Rajoy potrebbe decidere di farsi da parte e cedere il passo a un leader più forte. Il nome più quotato per sostituirlo alla guida del partito (e quindi di un possibile Governo) è quello di Soraya Sáenz de Santamaría, attuale vice presidente e volto principale della campagna elettorale.

Pure il Partito Socialista (PSOE), secondo partito più votato, registra il suo record negativo in termini assoluti. Prende il 22% e riesce a portare solo 90 deputati in Parlamento. Il PSOE di Pedro Sánchez perde 20 deputati e 1 milione e mezzo di voti. Il crollo dei due grandi partiti nati dalla Transizione segna di per sé un cambiamento epocale nel sistema politico spagnolo.

Podemos rimonta rispetto ai sondaggi degli ultimi mesi che lo davano come quarta forza politica e ottiene un 20,6% di voti che gli vale 69 deputati al Congresso. È la terza forza politica più votata, prima tra le ‘new entry’. L’impressione, però, è che il sorpasso a Ciudadanos non sia sufficiente per realizzare il “cambiamento possibile” auspicato da Pablo Iglesias (che mesi fa aveva promesso che si sarebbe ritirato se il suo partito non avesse vinto le elezioni). Il candidato ha così commentato i risultati nella conferenza stampa di questa mattina: "Gli spagnoli hanno votato un cambiamento del sistema. La vecchia politica è finita". Ha lanciato un monito chiaro ai socialisti: "Che non contino su di noi per consegnare il Governo al Partido Popular, né con voti a favore, né con astensioni", e ha ribadito l'urgenza di un referendum catalano sulla questione dell'indipendentismo: "Il referendum in Catalogna è imprescindibile per costruire un nuovo compromesso storico".

La grande sorpresa (o delusione) della notte è Ciudadanos. Dopo mesi di campagna elettorale su tutti i fronti, sondaggi favorevoli, interviste ed editoriali che spingevano il partito verso il secondo posto, la formazione di Albert Rivera ottiene appena il 13,9% e porta in parlamento 40 dei suoi. Avevano ragione coloro che parlavano di “bolla mediatica”? A quanto pare sì, ma nonostante il magro risultato le scelte che farà Ciudadanos saranno decisive per la formazione di un nuovo governo, qualunque esso sia.

Il partito di sinistra radicale Izquierda Unida, che si era presentato in coalizione sotto il nome di Unidad Popular, crolla al 3,6% e ottiene solamente 2 posti in Parlamento. C'è chi scommetteva sulla sua scomparsa.

Chi invece sparisce dalla scena è Unión Progreso y Democracia (UPyD), formazione centrista che perde oltre il 90% dei suoi voti.

Governo “di minoranza” o larghe intese?

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In un momento così incerto può succedere di tutto. Qui di seguito alcune delle ipotesi più accreditate nelle ultime ore.

Nei prossimi giorni in Spagna si parlerà molto di “stabilità di governo”, di “grande coalizione”, di “coalizione dei perdenti”, di “questione catalana” e - come avevamo previsto - Albert Rivera si trova nella posizione di passare al vaglio ogni ipotesi d'accordo. Per questo motivo, il “flop” di Ciudadanos va preso con le pinze: i suoi 40 deputati hanno un grande potere nelle loro mani.

La Spagna è una democrazia parlamentare abituata a funzionare come se fosse un sistema presidenzialista. È la prima volta che i politici spagnoli si trovano a dover gestire una situazione “all’italiana”, come l’hanno definita ieri i giornali. E come se non bastasse, l’unica maggioranza assoluta possibile è anche la più scongiurata da sempre: PP + PSOE.

Ci ritroviamo quindi di fronte a due possibili scenari: un “governo di minoranza”, come lo chiamano in Spagna (che potrebbe essere di centro-destra, o di centro-sinistra), oppure una “grande coalizione” per garantire la stabilità.

Mettiamo un attimo da parte la “grande coalizione”, di cui parleremo più avanti, e affrontiamo invece l’eventualità che il Congresso conceda la fiducia a un presidente che non possiede la maggioranza assoluta.

Il processo di formazione del Governo, regolato dall’articolo 99 della Costituzione e spiegato in questo post (leggetelo attentamente), prevede la possibilità di eleggere il presidente del Governo con una maggioranza semplice nella seconda votazione del Congresso.

Governo PP con l'astensione del PSOE e di Ciudadanos – DIFFICILE

I deputati di Ciudadanos potrebbero decidere di votare la fiducia a un nuovo governo del PP (anche se due giorni fa hanno dichiarato che si sarebbero astenuti). I numeri ci dicono, però, che il loro aiuto non sarebbe comunque sufficiente per il PP, che deve superare i voti contrari del PSOE, di Podemos e presumibilmente del resto del Congresso (polarizzato a sinistra). Questo scenario può realizzarsi solamente se anche il PSOE decidesse di astenersi. Altrimenti, il presidente non sarà eletto e il Re dovrà proporre un nuovo nome alla Camera.

Governo PSOE + Podemos – IMPROBABILE

La seconda candidatura presentata del Re (dopo aver consultato nuovamente tutti i partiti) potrebbe essere quella di Pedro Sánchez. Una grande coalizione della sinistra, però, non riuscirebbe a superare il veto del PP e di Ciudadanos, che ha promesso di votare contro qualsiasi alleanza della quale faccia parte Podemos, per via della posizione di Pablo Iglesias favorevole a un referendum indipendentista in Catalogna (mentre Ciudadanos nasce proprio come movimento catalano contrario all’indipendentismo).

Governo PSOE + Ciudadanos – IMPROBABILE

D’altra parte, una coalizione PSOE + Ciudadanos si scontrerebbe con il muro di voti contrari del PP e di Podemos. E Albert Rivera ha ripetuto in diverse occasioni che “spetta governare a chi vince le elezioni” e che lui non farebbe mai parte di una “coalizione di perdenti”.

Governo PSOE + PP – IMPROBABILE, MA...

Vi avevamo promesso che avremmo parlato anche della “grande coalizione”. Nel suo discorso post elettorale Mariano Rajoy ha ringraziato i militanti del partito, ha chiesto scusa per gli anni difficili del suo primo Governo, ma ha difeso le sue scelte "necessarie per la Spagna". Dopo questa excusatio non petita ha dichiarato di essere disposto a tutto pur di formare un governo stabile per garantire il bene per la Spagna. Tradotto: sono disposto ad allearmi con il mio nemico storico pur di governare.

Le larghe intese, però, sarebbero nefaste per il PSOE in termini di credibilità. Fino a pochi mesi fa solamente i simpatizzanti di Podemos davano credito a questa possibilità (e ogni volta che parlavano di “PPSOE” erano tacciati di populismo). Eppure nei prossimi giorni il “PPSOE” sarà sulla bocca di tutti.

In uno scenario come questo, Ciudadanos potrebbe svolgere il ruolo di mediatore. Sarebbe un’eccellente opportunità per Albert Rivera che, senza rinunciare alle sue promesse (“no a Podemos”, “no a una coalizione di perdenti”, “sì al governo di chi ha vinto le elezioni”), potrebbe stare all'opposizione e impersonare il ruolo dello statista della "seconda transizione", offrendo un accordo programmatico in nome della stabilità e centrando il suo obiettivo di neutralizzare Podemos.

Questa ipotesi troverebbe anche un'ulteriore giustificazione nelle riforme costituzionali. Il Senato, dove il PP ha la maggioranza assoluta, sarà indispensabile se i partito vogliono cambiare la Legge Elettorale.

Se tutte le negoziazioni dovessero invece fallire, il Re potrebbe provare a formare un Governo tecnico affidandolo a un 'outsider' (ha la facoltà di proporre come presidente qualsiasi persona che abbia un passaporto spagnolo, che sia maggiore d'età e che non sia interdetto dai pubblici uffici). L'ultimo atto del Re davanti all'impotenza di formare un Governo sarebbe quello di sciogliere le camere e convocare nuove elezioni in primavera.

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