Monti e la ‘generazione perduta’

Si discute in questi giorni dell’intervista di Sette al Presidente del Consiglio Monti. Si è parlato di Mina, della citazione da De Gasperi, della paura per gli scioperi o dei gusti retrò di Monti, ma sembra sia stato sottovalutato il passo dell’intervista dove il premier parla di “generazione perduta”.


Si discute in questi giorni dell’intervista di Sette al Presidente del Consiglio Monti. Si è parlato di Mina, della citazione da De Gasperi, della paura per gli scioperi o dei gusti retrò di Monti.

Mi pare si sia sottovalutato il passo dell’intervista dove Monti parla della cosiddetta “generazione perduta”:

Che messaggio si sente di dare a quei 30-40enni italiani che sono in grande difficoltà, a coloro che sono stati definiti la “generazione perduta” in termini di mancato inserimento nel mondo del lavoro?

Le risposte corrette l’Italia avrebbe dovuto darle dieci, venti anni fa, gestendo in modo diverso la politica economica, pensando di più al futuro e un po’ meno all’immediato presente. Alcide De Gasperi diceva che il politico pensa alle prossime elezioni, mentre l’uomo di Stato pensa alle prossime generazioni. Lo sottoscrivo. Quindi la verità, purtroppo non bella da dire, è che messaggi di speranza – nel senso della trasformazione e del miglioramento del sistema – possono essere dati ai giovani che verranno tra qualche anno. Ma esiste un aspetto di “generazione perduta”, purtroppo. Si può cercare di ridurre al minimo i danni, di trovare formule compensative di appoggio, ma più che attenuare il fenomeno con parole buone, credo che chi in qualche modo partecipa alle decisioni pubbliche debba guardare alla crudezza di questo fenomeno e dire: facciamo il possibile per limitare i danni alla “generazione perduta”, ma soprattutto impegniamoci seriamente a non ripetere gli errori del passato, a non crearne altre, di “generazioni perdute”.

La dichiarazione è una bomba. Monti dice in sostanza: «Gentili italiani tra i 30 e i 40 anni siete fottuti, se va bene possiamo pensare a quelli che verranno dopo di voi, come diceva più o meno De Gasperi». È una dichiarazione per cui uno dovrebbe chiedersi cosa si possa salvare di un paese che deve sacrificare una generazione (però forse va in porto lo scudo anti-spread, eh!). Per cui pensare a tutte quelle tra i 30 e 40 anni che conosciamo, domandandosi per ciascuna di loro «ce la farà?».Ora io non sono giornalista: ho 34 anni, quindi ho da poco scoperto che per il mio futuro al massimo si potranno limitare i danni. Non voglio perciò insegnare il mestiere a nessuno; sarei anche leggermente scosso, al momento. Vorrei però capire perché il giornalista abbia dato per scontata l’esistenza di una «generazione perduta», informandone in modo così vago il lettore. «Sono stati definiti»… da chi? Sulla base di quali dati e argomenti? E se la politica ha latitato, invece di generazione perduta non sarebbe il caso di parlare di generazione sacrificata o ignorata? Non sarebbe il caso di parlare di politica perduta? Se gli ospedali non funzionano si parla di cattiva sanità, non si intervista senza battere ciglio il Ministro della Salute sui “pazienti perduti” che non potranno essere curati. Farlo significherebbe rendersi complici della cattiva sanità.

Una domanda di rilancio a Monti l’avrei fatta, inoltre. Qualcosa come «Se è una “generazione perduta”, quando lei o i suoi ministri parlate di “sfigati”, di “posti fissi monotoni”, di giovani che devono capire che il “posto di lavoro non è un diritto”, in realtà li state distraendo dal problema?». O «non pensa che De Gasperi parlasse di “prossime generazioni” riferendosi ai 30-40enni di allora? Detta in altri termini: lei si considera un politico, uno statista, o nessuno dei due?».

Invece il giornalista commenta così, concludendo l’intervista:

Un messaggio, quello del premier Monti, carico di valenze politiche forti.

Io vorrei che un giornalista provasse a dirmi quali sono queste «valenze politiche», e perché le reputa «forti», invece di dichiararle in modo astratto. Vorrei affrontasse il problema, invece di dare nomi e aggettivi alla comoda distanza tra sé e il problema. Perché se si limita a esprimere la distanza, le ipotesi sono tre: 1) il giornalista ha più di quarant’anni e se ne frega; 2) ha tra i 30 e i 40 anni, ma pensa che a lui non toccherà, perché protetto; 3) pensa che in politica sia normale sacrificare una generazione, un po’ come quando nei tempi antichi si facevano sacrifici agli Dei – nel qual caso però il giornalista dovrebbe sapere che nei quei tempi si sacrificavano soprattutto capi di bestiame.

Ho infine una domanda per quei giornalisti che si soffermano sui gusti del Presidente del Consiglio, o che in altre occasioni hanno preferito che so, parlare di cravatte o di golfini, o proporre sondaggi sulla polemica del giorno. Siete consapevoli che, su temi quali politica, economia e lavoro, scegliere il punto di vista frivolo significa abdicare alla propria funzione per rendersi a vario titolo complici – nel bene o nel male – di qualunque cosa verrà nei mesi e negli anni a venire?

Autore
Maestrino saccente. @matteoplatone



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