1992: l’anno che ha cambiato l’Italia

Ci sono anni che si impongono nella memoria storica ed entrano nel patrimonio linguistico di un popolo. Ci sono anni come il 1992 che, per la loro vicinanza, si impongono nella memoria personale prima che in quella storica.


Ci sono anni che si impongono nella memoria storica ed entrano nel patrimonio linguistico di un popolo. Ancora oggi si dice “è successo un ‘48”, con riferimento al 1848, l’anno in cui l’Europa conobbe i moti rivoluzionari.

Ci sono anni come il 1992 che, per la loro vicinanza, si impongono nella memoria personale prima che in quella storica. Ci entrano con violenza efferata e improvvisa, e da lì non si schiodano, nel bene o nel male. Oppure vi rimangono, ma confusi, deformati dall’orrore per quella violenza che accentra ogni ricordo, impedendo di cogliere a fondo la portata degli avvenimenti.

Come si intuisce dal titolo, il libro Novantadue. L’anno che cambiò l’Italia (Castelvecchi) è dedicato all’anno in cui la mafia usò l’esplosivo per uccidere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, esigendo un tributo aggiuntivo di uomini e donne. Diciassette autori si avvicendano sotto la supervisione di Marcello Ravveduto, che spiega:

La nostra non è una ricostruzione fatta da esperti o accademici. È un’opera di Public History. Un resoconto interdisciplinare degli eventi che predilige il lavoro di gruppo. Un testo rivolto a un pubblico eterogeneo, interessato tanto alla Storia quanto alla memoria, che si oppone alla condanna all’oblio, sperimentando la via di un’etica dell’età contemporanea. Il racconto individuale è una narrazione del passato che si fa Storia nel presente.

Se il paziente 2012 è in condizioni critiche, dunque, guardare indietro a vent’anni prima è una possibile terapia. La pluralità di approcci agevola così l’emergere di sintomi di diversa natura, sottovalutabili da uno sguardo senza allenamento specifico.

Leggendo si (ri)scoprono molti tesori da sottrarre all’oblio, tesori preziosi anche quando terribili; preziosi perché veri. Grande spazio è dato a Falcone e Borsellino e a quell’ecosistema di lotta antimafia che guardava con ammirazione ai due magistrati. C’è la Palermo antimafia raccontata da Giovanni Abbagnato, viva nelle strade, nelle piazze e nelle associazioni, non solo nelle procure. È la Palermo dei lenzuoli bianchi esposti, contrapposta a quella dei lenzuoli imbrattati di sangue stesi sulle vittime di agguati mafiosi. Una città in grado di far sfilare oltre centomila persone “durante lo sciopero generale del 27 giugno 1992, indetto dai sindacati, in cui al tema del lavoro si legava quello della liberazione del contesto politico-istituzionale dagli inquinamenti mafiosi”. Ci sono le testimonianze, raccolte da Laura Galesi, delle Donne di scorta, in cui a parlare è soprattutto la voce di Carla (nome necessariamente di fantasia) collega e amica di Emanuela Loi, prima donna agente di scorta e prima donna a cadere in servizio per mano della mafia. E merita di essere menzionata anche la storia di Rita Atria (raccontata da Serena Giunta), che si ribellò alla cultura mafiosa per diventare collaboratrice di giustizia, e che si suicidò dopo l’attentato di via D’Amelio, lasciando scritto in un foglio: “Adesso non c’è più chi mi protegge. Sono avvilita. Non ce la faccio più”.

Mentre Francesco Piccinini, in Non è dato sapere, si occupa dei due attentati a Falcone e Borsellino, soffermandosi sui molti, troppi misteri a riguardo e sull’ombra della trattativa Stato-mafia. Si rimane con più di un punto interrogativo nel leggere quanto riporta alla fine:

Le sentenze forse non restituiranno mai giustizia. Forse i responsabili della trattativa non finiranno mai dietro le sbarre. Allora è giusto affidare alle parole di Totò Riina la spiegazione di ciò che è successo. Lo dice in due incontri avvenuti nel 2008 e nel 2009. Lo spiega con le parole di un mafioso e la puntualità di un politico. Nella sua cella di Opera, Riina incontra un parlamentare, è arrabbiato ma sereno, non sa chi sia quella persona che ha dinanzi a sé, gli hanno anticipato che si tratta di un politico: «Ma lei è un politico?», chiede: «Sono un europarlamentare, perché è un problema?»; «No se non è del partito di Berlusconi no»; «Perché?»; «Perché lui ci ha tradito». È lui, il capo dei capi, l’uomo che ha ucciso Falcone e Borsellino a confermare, in prima persona, che l’ex-Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi l’ha tradito. Le parole di Riina sono una sentenza che non viene eseguita. Perché? Forse perché solo un anno dopo, nello stesso carcere, dinanzi alla stessa persona, il capo della Cupola ritorna sui suoi passi e alla domanda: «Si ricorda di me, di quello che mi ha detto l’ultima volta?», risponde: «Ormai è passato, ormai è tutto apposto».

Ma il 1992 è stato anche l’anno di Tangentopoli, e di una classe politica che è stata spazzata via solo in apparenza, a giudicare dalla continuità dei faccendieri abituati a muoversi lontani dai riflettori (come Luigi Bisignani), o dalla parabola politico-giudiziaria delineata dalla Lega Nord, che in quegli anni si proponeva come forza avversa al centralismo di “Roma ladrona”. Ed è stato l’anno in cui l’opinione pubblica ha fatto i conti con una strage devastante nei numeri, ma molto poco appariscente, come lo scandalo del sangue infetto, affrontato da Ciro Pellegrino in L’altro sangue: “alcune associazioni di vittime quantificano in 60-80mila unità le persone che hanno contratto malattie. A queste si aggiungono circa 2.600 morti e oltre quattromila ammalati dal 1980”.

Completano il quadro i contributi che esplorano i mass media e tutto ciò che riguarda i modi di narrare quel periodo (o i modi di narrare del periodo). Come lo studio di Anna Bisogno, dedicato alle fiction su Falcone e Borsellino: la libertà d’invenzione, in casi del genere, rischia di camminare con troppa disinvoltura lungo il filo che la separa dal revisionismo e della mistificazione. Contro questo rischio marcare il confine è un’operazione culturalmente fondamentale per preservare la memoria dei fatti.

Che cosa resta allora, a distanza di venti anni dal 1992, guardando indietro alle speranze soffocate, alla violenza stragista, alla transizione traumatica tra le cosiddette Prima e Seconda Repubblica? La risposta può essere affidata al saggio conclusivo di Carmen Pellegrino, che cura anche la preziosa cronologia:

… il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica non ha prodotto lo strappo, lo scarto, l’effetto debordante che pure sembrava dovesse prodursi. La linea di continuità tra il prima e il dopo è rimasta sostanzialmente solida. Ne è una prova il mancato ricambio della classe politica. Gran parte dei politici della Prima Repubblica (le seconde, le terze file dei partiti) è transitata intatta nella Seconda Repubblica, nonostante il tracollo dei partiti di appartenenza. Alla rottura del sistema politico non è corrisposta la promozione di uomini nuovi. Il perché è presto detto: non sono cambiati gli ambiti entro cui la classe politica viene selezionata. […] È chiaro che le possibilità del cittadino di venire a conoscenza di ciò che è nel suo interesse sapere, già seriamente compromesse in passato, si sono drasticamente ridotte, come erose, via via che lo Stato si ritrae dalle sue funzioni. Sappiamo, per esempio, di avere a disposizione solo una rete, benché fitta, di connessioni fattuali e indiziarie, che dicono molto ma non provano niente. Sappiamo che, mentre sul piano teorico tutto è ampiamente spiegabile, persino intuibile, le difficoltà diventano insormontabili quando si entra nello specifico delle circostanze, dei nomi, delle connessioni dirette, spendibili anche in sede processuale.

Il 1992 dunque, ha cambiato l’Italia in senso gattopardiano (“se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”). Viviamo nello stesso edificio di venti anni fa, reso fatiscente, oltre che dagli anni trascorsi, dai mutamenti macroeconomici e da nuovi assetti legislativi – come il Trattato di Lisbona, o l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione -. Ma l’occupazione principale dei residenti è scannarsi su problemi secondari, come disporre mobili che, in molti casi, non si è in grado di riparare o costruire, oppure il delirare su improbabili traslochi di massa. Occupazioni che nulla hanno a che spartire con i problemi strutturali dell’edificio, e che al massimo incarnano una veemente distrazione.

Autore
Maestrino saccente. @matteoplatone



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