Primarie sì, primarie no. L’Italia dei cachi

Cinque ragioni per cui non darei per scontata la consultazione del centrosinistra di ottobre.


Dino Amenduni @doonie

@valigiablu – riproduzione consigliata
8 giugno 2012: Pier Luigi Bersani annuncia le tanto attese Primarie del centrosinistra. “Aperte e di coalizione, ma solo alla fine di un percorso di ascolto e apertura verso il Paese. Un «patto per la ricostruzione» rivolto a progressisti, riformisti, moderati, mondo delle associazioni, società civile (compresi dunque tutti i movimenti che potrebbero presentare proprie liste). Su questa piattaforma programmatica si definiranno, alla fine, le alleanze. E se qualcuno vorrà candidarsi a sua volta alla premiership si terranno primarie di coalizione”

C’è anche la data: 14 ottobre 2012. Una data non casuale. Il 14 ottobre del 2007, esattamente cinque anni prima, Walter Veltroni stravinceva le Primarie del centrosinistra (tre milioni e mezzo di elettori totali, due milioni e settecentomila per il vincitore) con il 75% dei voti.

Nel frattempo anche a destra si discute di Primarie. Annunciate, riannunciate, evocate, date per certe. E soprattutto, già sperimentate in alcuni casi alle Amministrative 2012. Quindi, non più un tabù.

Tutto chiaro? Tutto confermato? Pare di sì. Però:

1. I leader delle due forze politiche più rappresentate in Parlamento, Pd e Pdl, appaiono entrambi obbligati a un processo di validazione popolare della loro leadership. Non basta essere segretari dei loro partiti. A Bersani non basta aver vinto le Primarie del PD tre anni fa, ad Alfano non basta essere leader del PDL da neanche un anno. Entrambi, stando alle dichiarazioni ufficiali, dovrebbero passare dalle Primarie per vincere. Ma sia Bersani che Alfano godono di una specie di golden share incrociata. Considerando Lega e Idv all’opposizione, e dunque pronti a far cadere il Governo Monti in qualsiasi momento, Bersani e Alfano potrebbero far pressione per andare alle elezioni anticipate sia per chiudere definitivamente la porta a processi di consultazione interna (e dunque blindando la candidatura, a meno che PD e PDL non decidano di implodere a poche settimane dalle elezioni), sia per impedire all’altra parte politica di organizzarsi. Questa tentazione/opportunità è molto forte soprattutto per Alfano, che ha i numeri per far cadere Monti al Senato come alla Camera. Se il centrodestra dovesse ritenere che le Primarie del centrosinistra possono presentare un candidato più forte di Bersani, potrebbero far cadere il Governo semplicemente per impedire a quel candidato di partecipare alle Primarie e poi vincere la competizione. Insomma, il Pd ha convocato le Primarie ma il Pdl potrebbe essere decisivo per la loro mancata attuazione. 

2. Si fa sempre in tempo per iniziare, ma non ho mai visto una campagna elettorale iniziare a luglio. E iniziare a luglio vuol dire iniziare domani. Ma oggi non abbiamo né i candidati, né la data, né le regole. Iniziare ad agosto sarà dura prima di tutto per il ceto politico, storicamente abituato ad almeno quattro settimane di blocco totale dei lavori parlamentari. Dunque si inizierà a settembre. Se si inizia a settembre si fa una campagna elettorale nazionale di 45 giorni. Una campagna così breve è troppo svantaggiosa per chi, come i candidati che non siano Bersani, non può contare su strutture organizzative già consolidate e radicate sul territorio. Qualcuno, non a caso, inizia a parlare di Primarie a dicembre. A questo balletto di date, nomi e opzioni bisogna aggiungere la campagna per le Primarie dei parlamentari, annunciata anch’essa da Bersani e anch’essa all’interno di questo generale clima di incertezza e di scarsità di tempo a disposizione per organizzare la consultazione e sfidarsi sul terreno del consenso. 

3. Nel campo del centrosinistra abbiamo un candidato certo (Pier Luigi Bersani) e due candidati potenziali (Matteo Renzi e Nichi Vendola). Bersani è l’unico candidato non amministratore in carica in questa terna e le maggioranze con cui Renzi e Vendola governano dipendono, in entrambi i casi, dal Partito Democratico. Siamo sicuri che una candidatura di un amministratore uscente non rappresenti l’automatica sfiducia della propria maggioranza per “motivi di incompatibilità politica”? (“Non si può fare contemporaneamente l’amministratore eletto dai cittadini e il candidato Premier“, sarebbe la frase con cui si giustificherebbe un eventuale crisi delle amministrazioni locali)

4. Che valore ha lo statuto del PD in questa consultazione? Lo Statuto è stato il documento a cui le ali più critiche del Partito si sono sistematicamente appellate per chiedere un ricambio della classe dirigente in Parlamento. “Massimo tre mandati” era il vincolo a cui legare i principali leader del PD in nome del rispetto delle regole condivise dagli stessi leader nel processo di fondazione del Partito. Ma lo Statuto dice anche che il segretario nazionale del PD è l’unico candidato Premier che il partito può esprimere. Si andrà verso un’interpretazione ortodossa dello Statuto, di una norma transitoria per Renzi o di una moratoria totale delle regole, con tutti i rischi che ciò comporta in fase di composizione delle liste per il Parlamento?

5. Ma le Primarie sono ancora lo strumento considerato ideale per scegliere il leader? E soprattutto, sono uno strumento “definitivo”, che consolida il centrosinistra e che porta gli sconfitti ad appoggiare i vincitori? I recenti casi di Napoli (Primarie annullate, il candidato sindaco vincente faceva parte dell’arco di centrosinistra ma non si è candidato alle Primarie, poi si è candidato contro il candidato del Pd, è arrivato al ballottaggio, ha vinto e oggi governa senza il Pd) e di Palermo (candidato sindaco vincente appoggia la candidata sconfitta alle Primarie, poi esce dal patto di maggioranza, si candida contro il vincitore delle Primarie, arriva al ballottaggio proprio contro il vincitore delle Primarie e vince le elezioni) ci dicono che non si può essere certi di nulla e che chiunque dovesse ritenere le Primarie attuali uno strumento inadatto avrebbe buone ragioni per chiedere una riforma delle regole, una riforma dai tempi di realizzazione incerti e che, come spesso accade per la vita politica italiana, porterebbe a un rumoroso nulla di fatto. E poi Grillo non fa le Primarie, ma questo sembra essere del tutto irrilevante sulla crescita dei consensi del Movimento5Stelle. 




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