#Brindisi: la fretta di (stra)parlare

A che servono le nostre parole sui social media? A informare, a condividere o è un cedimento alla nostra ansia da silenzio?


Dino Amenduni - @doonie
@valigiablu – riproduzione consigliata

La strage di Brindisi ha mosso gli animi di tutti. La morte di una ragazza di 16 anni, l’attacco a una scuola, l’assenza di un movente certo, la facilità di assemblare gli indizi e i dettagli secondo il proprio personale convincimento ha rappresentato una combinazione potentissima dal punto di vista emotivo.>In queste circostanze Internet e i social media sono allo stesso tempo un buon termometro dei sentimenti del Paese e allo stesso tempo hanno la capacità di plasmare in tempo reale quei sentimenti. Sebbene gli inquirenti siano ancora impegnati nel ribadire che ‘tutte le ipotesi sono aperte’, invitando dunque alla più totale prudenza, in moltissimi non hanno resistito alla tentazione di esprimere la propria opinione.Abbiamo letto e stiamo leggendo di tutto. La mafia, la Sacra Corona Unita, il complotto, il terrorismo, il gesto di un folle. Ognuno ha la sua personale ricostruzione e spesso la condivide sul proprio profilo Facebook, sul suo account Twitter, con grande e inspiegabile sicurezza.

Poco importa se non ci sono ancora prove definitive. E soprattutto, chi parla sembra di non ricordarsi che le azioni di comunicazione sui social media sono pubbliche, che chi parla si assume la responsabilità di ciò che dice, che online ognuno di noi è portatore di una sua credibilità, di una sua attendibilità e che questa credibilità e attendibilità possono essere un prezioso riferimento per chi cerca le notizie. Quanto più credibile e attendibile è il mittente, quanto meno si dovrebbe parlare in assenza di certezze. È il ‘prezzo’ da pagare se si è influenti online: quanto più è credibile e attendibile una fonte online, tanto più seguito avranno le sue parole, e poco importa se quelle parole saranno vere o false, lucide o irrazionali, verificate o no.

Chi si è dimenticato di questo in queste ore non ha reso un buon servizio, né a se stesso né soprattutto a chi si è fidato di lui, alla propria comunità di followers, che siano poche decine o diverse centinaia di migliaia.

Essere scossi ed emozionati è fisiologico ed è persino sano. Cercare notizie, conferme, un senso a una tragedia apparentemente così incomprensibile è un sentimento umano del tutto condivisibile e comprensibile. Per queste ragioni bisognava rispettare quel sentimento pesando le parole e facendone buon uso.

Così, purtroppo, non è stato. Bastava porsi una sola domanda prima di digitare ‘Invio’: “a cosa serve quello che sto dicendo?”. A questa domanda ne è collegata una seconda: “ciò che sto scrivendo serve più a me o a chi mi legge?”. In circostanze come queste, quando i social media non sono un semplice luogo di relazione e condivisione, ma sono prima di tutto il luogo dell’informazione, bisognerebbe porsi questa domanda prima di comunicare pubblicamente, e non bisognerebbe dimenticarsi mai che anche un profilo privato su Facebook è un luogo pubblico, se ci sono persone che ti leggono e condividono sul proprio profilo (o su Twitter, o su un blog, o parlando con i propri amici e conoscenti ‘offline’) ciò che tu stai scrivendo.

C’è però un altro elemento di riflessione, un altro sentimento che qualcuno ha provato (io, di sicuro): lo scontro tra la necessità di restare in silenzio, la voglia di aspettare certezze, il timore reverenziale per l’enormità della storia con cui ci siamo dovuti confrontare, e l’istinto oramai automatico a condividere, a scrivere, a parlare.

Il silenzio, sui social media, è assordante. È quasi inaccettabile. Se un utilizzatore regolare di Facebook o Twitter interrompe il suo flusso di comunicazione per qualche giorno, spesso anche solo per qualche ora, i suoi interlocutori se ne accorgono. Questo è vero sempre ed è ancor più vero in circostanze come queste, dove la ricerca di certezze passa non solo per i media tradizionali ma anche per ciò che gli altri dicono, pensano, cercano.

Questo elemento di pressione psicologica nei confronti dei ‘silenziosi’ non può essere ignorato nell’analisi della comunicazione di queste ore. Sherry Turkle, una delle più attente studiose dell’evoluzione dei comportamenti sociali online, ha analizzato puntualmente questa nuova componente della nostra antropologia nel suo recente libro “Insieme ma soli” (qui una sua Ted conference sull’argomento).

Secondo Turkle, la percezione della nostra identità online sta subendo una profonda modificazione. “Share therefore I am”, condivido dunque sono, è il paradigma dei nostri tempi. Per questo, l’assenza di connettività può creare ansia perché impedisce l’espressione della propria identità. Parimenti, la fatica della rinuncia ad esprimere un proprio parere può essere stato decisivo nel capire per quale motivo questo weekend, che doveva essere il weekend del silenzio, è stato invece il momento in cui quasi nessuno è riuscito a rinunciare a dire la propria.

La comunicazione online cambia forme e modelli ogni giorno: parlare di regole è sempre limitante, se non addirittura arrogante. A ognuno di noi, però, spetta una valutazione serena e lucida dell’utilità delle proprie azioni di comunicazione e la consapevolezza del proprio ruolo nelle reti sociali. Essere (opinion) leader è spesso una sensazione gratificante ed esserlo ha altrettanto spesso un ruolo positivo perché aiuta e allarga la riflessione di chi segue quei leader. Questo ruolo positivo diventa però negativo se si parla senza criterio, e questo fa male sia a chi parla (perché si perde la credibilità che ha portato un opinion leader a essere tale), sia, soprattutto, a chi ascolta.




  • Gianni

    Non credo sia così. Chi cerca informazione dovrebbe rivolgersi non certo a me ma a chi dovrebbe saperne più di me: giornalisti e cronisti, testate giornalistiche e TV innanzitutto.
    In un social network chi legge non può e non deve dimenticare che c’è una condivisione di punti di vista e stati d’animo prima ancora di notizie. Certo, le notizie non mancano, ma sempre “filtrate” da un sentire del tutto personale che può “inficiare” la notizia in se.
    Piuttosto, dovrebbero essere gli operatori dell’informazione a evitare di diventare una mera raccolta di ciò che si trova su web: loro dovrebbero essere deputati alla VERIFICA dell’informazione, loro devono stare attenti a ciò che dicono e che scrivono dovendo DEONTOLOGICAMENTE preoccuparsi di fornire ai lettori tutto ciò che serve per costruire non solo la conoscenza dei fatti, ma la loro interpretazione. Che in alcuni casi potrebbe anche essere corretta o del tutto capovolta dal primo “sentire personale” alla luce dei FATTI.

  • Alessia

    Mi sono accorta anche io della quantità di opinioni espressa sia su facebook che su twitter, se prima si commentava qualsiasi cosa al bar, all’edicola o dal barbiere, ora si è passati ai social network. Però quando ne parlavo con il barista la mia frase nasceva e moriva lì, mentre sui social network rimbalza a velocità impressionanti. Io stessa ho letto di tutto e di più, soprattutto su twitter. Per fortuna riesco a filtrare abbastanza bene ogni commento, fino a quando le indagini non forniranno un’accusa certa e sicura le altre sono solo supposizioni, alcune anche abbastanza campate in aria secondo me (come il terrorismo islamico oppure i servizi segreti deviati).

  • Alessandro

    Secondo me i social network sono uno strumento potentissimo, per questo andrebbero usati con cautela. In casi come quello di Brindisi sono utilissimi per diffondere notizie in tempo reale, notizie fruibili da chi non può guardare un tg o leggere un quotidiano. Il problema, semmai, è che oggi tutti vogliamo essere protagonisti, a tutti i costi e prima degli altri: a seconda di quello che vediamo, diventiamo avvocati, magistrati, inquirenti, giornalisti e così via. Vogliamo averla sempre noi, la soluzione a tutto. E questo ci fa sentire quella “pressione psicologica” di cui scrive Dino nel suo articolo. E’ giusto e legittimo esprimere la propria opinione su quello che accade, bello o brutto che sia, ma è altrettanto giusto ricordarsi che anche i social network hanno un loro codice etico, un codice non scritto che noi utenti dobbiamo sempre rispettare. Rovinarli con le nostre manie di protagonismo li rende meno utili. Dovremmo ricordarci sempre di basarci su fatti concreti e che rimane sempre una traccia di quello che scriviamo.

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