Bruno Saetta
“We are
focused on privacy. We care the most about privacy. We’re the
light”, questo ciò che il Ceo di Facebook,
Mark Zuckerberg, qualche tempo fa ha sostenuto riferendosi alla sua creatura,
intendendo così differenziarla dagli altri servizi online, meno trasparenti e
rispettosi della privacy degli utenti.
Un recente articolo
di Ars Technica, poi commentato da Fabio
Chiusi e tanti altri, riapre purtroppo la pagina degli orrori in materia di
privacy che hanno accompagnato Facebook fin dalla nascita, riferendo di alcune
foto rimaste visibili per anni nonostante fossero state regolarmente cancellate
dagli utenti. In realtà Facebook non rimuove i dati in caso di richiesta di
cancellazione, ma li segna come eliminati, in modo che non siano più
condivisibili; purtroppo rimangono comunque presenti sui server, per cui
l’immagine resta accessibile se si ha a disposizione un link diretto.
Facebook si è giustificato sostenendo
che le foto, pur rimosse, possono rimanere in forma di backup sui server per un
certo periodo dopo la cancellazione (indicando 45 giorni come termine massimo),
ma non sarebbero comunque accessibili ai terzi. Affermazione che, secondo
l'articolo, non corrisponderebbe alla realtà.
Questo è solo uno degli aspetti di una vicenda molto più
ampia, per la quale occorre fare un passo indietro.
Siamo nel settembre del 2011, quando lo studente austriaco
Max Schrems decide di verificare cosa esattamente conosce di lui il social
network in blu, e quindi invia una richiesta di ostensione dei suoi dati
personali detenuti da Facebook, così come previsto dalla normativa europea in
materia di privacy. La legislazione europea, e quindi quelle nazionali, prevede
tra i diritti degli utenti quello di conoscere quali dati personali una azienda
conserva.
La procedura per Facebook è divenuta un po’ complessa,
specialmente perché dopo la vicenda Schrems il social network ha rimosso il
modulo online per inoltrare la richiesta. Comunque Max Schrems ha aperto un
sito dove dà conto della sua storia e fornisce tutte le informazioni
utili per ottenere copia dei dati personali detenuti dal sito di
Zuckerberger, nel caso vogliate verificare.
Max appare piuttosto sorpreso quando si vede recapitare,
sotto forma di cd, oltre 1200 pagine in formato A4 contenenti ciò che Facebook
aveva conservato su di lui per soli tre anni di frequentazione online. Un po’
troppo per un sito che assicura di conservare i dati non oltre i 90 giorni!
Inoltre, secondo Max parte di quei dati erano stati anche cancellati, ma erano
comunque presenti nel rapporto di Facebook, e quindi sui server del sito. Ecco
perché si decide a presentare al Garante per la protezione dei dati personali
dell’Irlanda, il paese dove ha sede Facebook in Europa, ben 22 ricorsi per
violazione della privacy.
Il punto è che Facebook effettua una profilazione degli
utenti tracciando i loro comportamenti online, le loro abitudini, le
condivisioni, i messaggi, ed anche i luoghi visitati se l’accesso avviene
tramite smartphone con gps. E, per completare il quadro, esiste una procedura
di riconoscimento facciale che dovrebbe servire per identificare univocamente
gli utenti impedendo possibili hackeraggi di account, ma, appunto, consente il
riconoscimento univoco della persona alla quale Facebook potrà collegare il
profilo realizzato tramite il tracciamento delle abitudini degli internauti.
Lo scopo, infatti, di aziende come Facebook, molto
apprezzate perché fornirebbero servizi “gratuiti” agli utenti, non è certo
filantropico, quanto piuttosto quello di realizzare profitti, dove il profitto
deriva proprio dall’advertising personalizzato, cioè dagli annunci confezionati
su misura per l’utente grazie alla enorme massa di dati che il social network
tratta, business che ha permesso a Facebook di guadagnare circa 2 miliardi di dollari
nel solo 2011 e raggiungere la ragguardevole valutazione di circa 100 miliardi,
con la quale di qui a qualche mese sbarcherà in borsa.
Per fortuna le denunce del giovane studente austriaco non
sono rimaste inascoltate, anzi hanno avuto un’eco piuttosto inaspettata quando
della vicenda ne ha parlato addirittura il
commissario europeo Viviane Reding, la quale ne ha approfittato per illustrare
le novità
in materia di protezione dei dati personali che la Commissione europea sta
preparando per questo stesso 2012.
Purtroppo sulla proposta di riforma europea in materia di
privacy si sono addensate minacciose
opposizioni da parte delle autorità americane perché - sostengono - una
stretta sulle norme in materia di privacy porterebbe a conseguenze negative per
il commercio internazionale. Dicono la Reding e il commissario all’Agenda
digitale Neelie Kroes, che la nuova normativa si applicherà, infatti, anche
alle aziende con sede fuori Europa, purché trattino dati di utenti europei, e
quindi i giganti americani del web dovranno garantire un livello di protezione
dei dati pari a quello che offrono le aziende europee, pena pesanti sanzioni.
Secondo Jan Philipp Albrecht, politico tedesco e membro del
Parlamento europeo, le società americane hanno un grande interesse a non vedere
alcuna modifica alla attuale situazione in materia di privacy in Europa,
poiché, grazie al lassismo degli Stati Uniti in materia di protezione dei dati,
esse generano elevati profitti proprio a scapito della privacy dei cittadini
della UE.
La vicenda del giovane Max viene addirittura citata nella documentazione
ufficiale della Commissione europea in merito alla già detta riforma per la
privacy, nel documento “How
will the data protection reform affect social networks?”. Per evitare in
futuro situazioni analoghe, la Commissione prospetta appunto norme che
garantiranno maggior tutela ai dati degli utenti, innanzitutto stabilendo il
principio “privacy by default”, che
vuol dire che i dati devono essere privati per impostazione predefinita a meno
che gli utenti non scelgano di condividerli, così accogliendo il principio
dell’opt in. In realtà tale principio è fortemente avversato dalle aziende, che
preferiscono il diverso, e meno tutelante per gli utenti, opt out, il quale
consente all’azienda di rendere i dati degli utenti pubblici al momento della
immissione a meno che l’utente non scelga diversamente.
La differenza è notevole, perché se un dato è pubblico al
momento dell’immissione non è detto che l’utente abbia contezza della
situazione e forse non si accorge nemmeno di aver condiviso con tutti quella
foto che voleva mostrare solo a pochi intimi. In fondo, quanti leggono quel
link in fondo alla pagina che dice “privacy”?
Tornando nuovamente alla vicenda dello studente austriaco,
assurta a paradigma della lotta degli utenti contro lo strapotere delle
multinazionali, di rilievo è il rapporto
finale del Garante per la privacy irlandese, che, dopo due mesi di
osservazione, ha predisposto alcune raccomandazioni alle quali Facebook dovrà
adeguarsi: consegnare copia dei dati personali agli oltre 40.000 utenti che li
hanno richiesti; restringere l’uso dei social plugin, in particolare i bottoni
Like non devono più essere utilizzati al fine del tracciamento della
navigazione degli utenti e le ultime cifre degli Ip ottenuti dai Like devono
essere cancellate; non deve utilizzare immagini degli utenti a fini di
promozione di prodotti in assenza del consenso dell’utente; deve permettere la
cancellazione definitiva dei propri dati, mentre prima conservava
permanentemente i dati cancellati; non deve più essere possibile aggiungere un
utente ad un gruppo senza il suo consenso; i profili inattivi devono essere
eliminati se l’utente non accede per un certo periodo di tempo; le ricerche
degli utenti devono essere cancellate dopo 6 mesi; i dati relativi ai click
sugli annunci devono essere cancellati dopo 2 anni; i dati degli utenti che non
hanno completato la registrazione sul sito devono essere cancellati;
l’attivazione del riconoscimento facciale è illegale, occorre che gli utenti
debbano esprimere il consenso.
Ed infine, sembra quasi banale ma evidentemente non lo era:
Facebook deve verificare che la sua policy in materia di privacy sia conforme
alle leggi vigenti.
Una asettica elencazione che però dà perfettamente conto di
quanta leggerezza sia insita nelle procedure che riguardano i dati personali
degli utenti, e quante violazioni di norme siano possibili.
Ma non erano “focused on privacy”? Certo, ma il buon Mark ha anche ammesso che hanno
commesso un sacco di errori (I'm the first
to admit that we've made a bunch of mistakes), mentre annunciava l’accordo con la FTT
americana proprio in materia di privacy, accordo essenziale per poter sbarcare
in borsa. In fondo, con tutti i miliardi che Zuckerberger raccoglierà con la
quotazione, non vi viene voglia di perdonarlo per i suoi… “errori”?