Democrazia, mercati e governo tecnico

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Napoleone, dopo il colpo di Stato che diede il via al Consolato (tre dittatori sono meglio di uno) prese una decisione molto interessante: si affidò a un plebiscito affinché venisse ratificata la nuova costituzione, ratificando la dittatura su base popolare. Questo perché, nell’Europa uscita dalla Rivoluzione Francese, l’idea di un sovrano assoluto, benché illuminato, era difficile da digerire. Il potere non poteva fondarsi semplicemente su se stesso, o avere un’investitura autorevole dall’alto, per esempio da parte delle istituzione religiose pronte a mettere il bollino “DIO”. Così Napoleone, dopo aver preso il potere contando sull’appoggio di gente come l'ex giacobino Ducos e Sieyès, quello di Che cos’è il Terzo Stato? (mica uno qualunque), fondò sulla “volontà popolare” ciò che aveva deciso cospirando.
Qual è la lezione, volendo trarne una, a parte che a Sieyès, alla fine, del Terzo Stato non importava poi così tanto? Lo spiega Ignazio Silone ne La scuola dei dittatori, quando invita a non far coincidere «governo della maggioranza del popolo» e «democrazia»: «Il numero, senza la coscienza, è zavorra servibile a tutti gli usi». Una lezione che in questi ultimi venti anni circa abbiamo imparato sulla nostra pelle e, da ultimo, nelle nostre tasche, quando il numero acritico è diventato la giustificazione di tutto. «Siamo la maggioranza» è stato forse il leit-motiv più pressante, l’argomento buono per zittire il dissenso, arrivando spesso ad esiti paradossali. Emblematica è questa intervista a Brunetta, dove il ministro si richiama, senza contraddittorio e senza che si palesi il ridicolo dell’affermazione, a 60 milioni di italiani: 

«Mi rifiuto di pensare che il sindacato oggi in Italia voglia ancora difendere quel milione di fannulloni, a fronte di 60 milioni di cittadini che vogliono vedere premiato il merito e puniti i furbi.» 
Ma i governi degli ultimi anni, se sono stati maggioranza, lo sono stati in Parlamento, e non rispetto al totale dei cittadini: l’argomento «siamo la maggioranza / «lo vuole la maggioranza» dunque non solo è falso, ma è anche antidemocratico, tanto più che il porcellum affida un cospicuo bonus di seggi parlamentari al partito che prende più voti. Vorrebbe dire che chi non vota, ad esempio chi è minorenne (o chi è straniero), è fuori dal diritto di essere rappresentato e tutelato politicamente. È falso anche perché, inoltre, e ai tempi della rivoluzione francese lo si sapeva meglio, i diritti sono della persona, e non del gruppo, né sono una concessione. Tanto è vero che la Costituzione italiana non «concede» i diritti, ma li «riconosce». Per cui anche se il mio partito ha preso lo 0,1% dei voti, ho gli stessi diritti di chi ha votato un partito che ha vinto le elezioni. L’aver dimenticato in larga parte questa semplice lezione è probabilmente uno dei più grandi danni che il popolo italiano si è inflitto durante il berlusconismo (e che, temo, continuerà a infliggersi), danno che si può riassumere nella falsa idea esistono categorie di persone che, in quanto minoranza, hanno meno diritti, rispetto alla maggioranza; o anche esistono categorie di persone che è giusto abbiano meno diritti
È nella separazione tra poteri (compreso il quarto potere) e nella capacità di questi poteri di bilanciarsi tra loro che una democrazia tiene vivi i propri anticorpi e le proprie capacità di sopravvivere. Ed è sciocco pensare che, finché non siano aboliti questi poteri, la democrazia sia salva: esautorarli, svuotarli di contenuto e renderli una semplice facciata è molto più agevole e meno traumatico per l’opinione pubblica. Era questo lo spirito che, ad esempio, animava il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli. Nel piano lo scopo era arrivare al golpe senza rovesciare con violenza il sistema, occupando invece le istituzioni e i centri di potere ritenuti necessari affinché il sistema funzionasse in un modo deciso per via cospirativa, senza il confronto con l’opinione pubblica, che andava addomesticata grazie al controllo capillare dei media. Era un piano che, come presupposto, aveva il piazzamento dei “migliori” che fossero “fidati” nei posti chiave del sistema: 
«Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell'operazione è la costituzione di un club (di natura rotariana per l'etereogenità dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori, imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati nonchè pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di 30 o 40 unità. 
Gli uomini che ne fanno parte debbono essere omogenei per modo di sentire, disinteresse, onestà e rigore morale, tali cioè da costituire un vero e proprio comitato di garanti rispetto ai politici che si assumeranno l'onere dell'attuazione del piano e nei confronti delle forze amiche nazionali e straniere che lo vorranno appoggiare. Importante è stabilire subito un collegamento valido con lamassoneria internazionale.» 
Va sottolineato quanto sia stridente da una parte l’uso dell’aggettivo «democratica», dall’altro l’elitarismo espresso dal piano. Ma è caratteristico dei regimi l’uso di parole in contrasto con la realtà, o profondamente ambigue. 
I cosiddetti governi tecnici vanno dunque a toccare un aspetto, negli equilibri tra istituzioni, molto delicato ma non l’intero edificio. È una semplificazione dire “siccome non è espressione di un voto, non è democratico”; il voto è un aspetto della democrazia ma non la democrazia, come detto.
Ma va sgombrato il campo da un’altra semplificazione, forse ancora più pericolosa: nessun governo è “tecnico” senza essere “politico”, per cui l’espressione andrebbe evitata, perché il rischio è di veicolare l'idea che "tecnica" e "politica" siano due sfere separate, o persino opposte (cosa irreale, perché questo governo tecnico dovrà ottenere la fiducia in Parlamento). Alimentando questa separazione, si veicola nell’espressione una pretesa di neutralità e oggettività nelle scelte che tale governo andrà a prendere che, essendo frutto di tecnica, non possono essere sbagliate; ne consegue che essere in disaccordo con queste scelte “tecniche” rappresenta un controsenso, e non l’esercizio del diritto di pensiero e parola, o che sia parte necessaria del confronto politico. Inoltre si veicola, indirettamente, l’idea che la politica tradizionale non sia una “tecnica”, ma qualcos’altro, ed essendo la politica tradizionale l’espressione di un voto, si veicola l’idea che votando non si è in grado di esprimere un governo capace di essere oggettivo, e dunque positivo. Dunque si veicola l’idea che il popolo sia cattivo e che il voto sia l’espressione della cattiveria del popolo. Questo tipo di retorica sdogana lessicalmente una cultura che va in direzione opposta alla democrazia. Riprendendo la frase di Silone, il rischio è che, di «super Mario» in «super Mario», si veicoli il messaggio che, in fondo, si possa fare a meno della «zavorra» del numero e dei mediocri senza coscienza: tanto ci pensano i super esperti, in attesa che si arrivi finalmente alla «megliocrazia». 
Del resto in questo periodo i numeri che si indicano acriticamente come determinanti non sono più i numeri di elettori o le percentuali di consenso: sono i numeri della borsa, è lo spread.
Si parla di “mercati” senza mai specificare che cosa siano, senza mai citare nomi di gruppi finanziari, come se fossero entità astratte e intoccabili. “Bisogna placare i mercati”, si scrive e si dice, così come in tempi antichi si sarebbe detto “bisogna placare gli dèi”. Si parla di «legge di stabilità» come se la stabilità fosse una qualità posseduta dalla legge, e non un obiettivo; sarebbe come chiamare una legge che istituisce la pena di morte per l’evasione fiscale legge delle tasse pagate.
All’opposto, la tendenza diffusa è di parlarne senza riuscire ad evitare la palude del cospirazionismo, sottraendo ancora una volta il racconto dei fatti all’onere della prova, trasformando indizi in elementi funzionali a una teoria che si vuole portare avanti ancora prima di aver osservato con precisione e metodo fenomeni dati aprioristicamente per compresi, o argomentati perlopiù sulla base di allusioni, domande cui per primi non si può rispondere, ma che obbediscono all’impostazione del “se non puoi dimostrare che è falso, allora non ho bisogno di dimostrarti che è vero”. 
Dunque sono le azioni intraprese da chi ricopre incarichi istituzionali, e il ruolo di controllo esercitato o no dai media, a decidere in questa fase che tipo di “politica”.
E sicuramente alcuni fattori critici vanno evidenziati: 
  1. La natura ibrida dell’attuale Repubblica. Il Parlamento è eletto su base maggioritaria, non più proporzionale; il Capo del Governo è, per una prassi che si è andata consolidando dopo il referendum Segni, è indicato dalla coalizione, e nominato dal Presidente della Repubblica. Ma la Costituzione assegna al Presidente della Repubblica una sostanziale autonomia nel nominare il Presidente del Consiglio. Questo divario non è mai stato risolto sul piano normativo, ma finora è stato vissuto attraverso una cultura leaderistica, con Craxi prima e Berlusconi poi. Basti vedere, al di fuori del PDL, il numero di partiti che recano il nome del proprio segretario nel simbolo; mentre nel PD molte correnti portano il nome del capo corrente. Questa tendenza è drasticamente aggravata dall’attuale legge elettorale, che premia i più fedeli al capo. Dunque ciò che è scritto nella Costituzione è molto diverso da quanto espresso culturalmente negli ultimi venti anni. 
  2. L’Italia è un paese commissariato. Qualunque analisi politica deve tenerne conto, perché altrimenti basata su contesti irreali. L’atto in cui si è palesato in modo incontrovertibile questo commissariamento è la lettera di agosto di Draghi e Trichet, che dà, piaccia o no (io sono tra i no) delle direttive politiche ben precise. 
  3. Mario Monti non è un tecnico, è un politico. Il Presidente Napolitano gli ha conferito la carica di senatore a vita proprio per evidenziare questo punto. Monti non è un’entità neutrale, né qualcuno estraneo alla politica nazionale italiana. Intanto è stato nominato commissario europeo dal primo governo Berlusconi e, successivamente, dal governo D’Alema: è stato nominato da quella classe politica contro cui si scaglia aprioristicamente la retorica dell’ “anticasta”. Inoltre, come si può leggere in questo articolo del Corriere, Monti considerava il Berlusconi del ’94 alfiere di una rivoluzione liberale. Insomma è una persona che ha idee politiche ben precise. 
  4. Mai come ora il ruolo di chiunque sia impegnato, per professione o passione, nell’informazione è cruciale. Proprio perché indebolita o limitata la portata della nostra sovranità, la diffusione di un pensiero alla «non si può fare altrimenti» agevola il deragliamento al di fuori dei binari della democrazia, perché limita la possibilità di esprimere anche solo linguisticamente il dissenso, e perché correo, nel clima di acriticità, di qualunque errore possa commettere il prossimo esecutivo. «Dire: sono d’accordo perché» è un conto. Dire «sono d’accordo perché si può fare solo così» taglia fuori dal confronto politico chi non è d’accordo, perché lo pone aprioristicamente nella posizione di chi parla da una posizione irreale.

A riguardo di quest’ultimo punto, trovo utile citare per l’ultima volta Silone, perché la sua definizione di dittatura tiene insieme tanto il piano istituzionale quanto il comportamento dei singoli cittadini di fronte alle istituzioni: 

«Una dittatura è un regime in cui, invece di pensare, gli uomini citano. Essi citano tutti lo stesso libro che fa testo».
Mettersi d’accordo sull’unico testo da citare, o sceglierne un po’ più di uno, sarebbe perciò un surrogato di democrazia.
Matteo Pascoletti
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