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Indignati, protesta informata? Ecco cosa si rischia a “non pagare il debito”

Può essere utile analizzare quali sarebbero le conseguenze di quello che è rapidamente divenuto il nuovo mantra di una protesta che si è rapidamente incanalata su un binario morto, considerando le proposte “operative” che da essa provengono: “il vostro debito non lo paghiamo”, ergo “viva il default”, meglio se “pilotato” o “selettivo”, che non è dato sapere che diavolo sia.

Immaginate un paese che non è (ancora) tecnicamente insolvente. Un paese, cioè, che è prossimo ad avere un avanzo primario, cioè la differenza tra entrate e spese, escludendo quelle per interessi su debito.

Improvvisamente, un bel mattino d'autunno, questo paese decide che non è interessato a cercare di capire come potrebbe crescere di più, per produrre quelle risorse necessarie non solo a ripagare o rinnovare i debiti, ma anche a redistribuire la ricchezza, attraverso un sistema di welfare nuovo, inclusivo e onnicomprensivo. Questo paese, un bel mattino d'autunno, si sveglia indignato, anzi incazzato nero, e decide che quel debito non s'ha da ripagare. Muoia Sansone con tutti i filistei. Noi non siamo la Grecia (ed è vero, non ancora, almeno), quindi non scenderemo lungo il sentiero infernale di manovre e contromanovre che ci uccideranno. Giochiamo d'anticipo, ripudiamo il debito!

Ottimo, e come facciamo? Beh, è semplice, dice l'Indignato Capo, colui che ha rapidamente scalato il cursus honorum del Movimento, giungendo a furor di popolo a guidare il paese. E quindi, come prima iniziativa, ecco la chiusura “temporanea” delle banche. Nessuno può prelevare alcunché.

Il Gran Consiglio degli Indignati decide che il default deve essere “selettivo”, cioè occorre premiare le famiglie e punire banche e “speculatori”. Per fare ciò, le famiglie non subiranno decurtazioni sui titoli di stato di cui sono in possesso, mentre banche e fondi comuni d'investimento, che sono dei volgari “speculatori”, avranno un taglio del 50 per cento del valore nominale dei titoli di cui sono in possesso. Per un increscioso disguido, nella categoria degli speculatori vengono inseriti anche i fondi pensione.Le banche, che avevano investito fino al 30 per cento dei propri attivi in titoli di stato si trovano improvvisamente con bilanci falcidiati, e decidono di reagire nell'unico modo possibile: chiedono ai debitori di restituire i prestiti ricevuti. Famiglie con mutui, imprese che devono finanziare investimenti e capitale circolante. Sfortunatamente, i debitori non dispongono di fondi per il rimborso, e vengono dichiarati falliti.

Le banche, tuttavia, non possono accontentarsi di dichiarazioni di insolvenza, in attesa che i tribunali consentano loro di tornare in possesso di case ed impianti che avevano finanziato, e quindi chiudono gli sportelli. Il panico si diffonde rapidamente tra la popolazione, anche perché i fallimenti a catena di imprese hanno fatto crollare il gettito fiscale, e lo stato, che si trovava con un bilancio primario in pareggio, ora scopre di avere una voragine nei conti pubblici. Che fare?
L'Indignato Capo compare in televisione, a reti unificate, accusando del disastro le Forze del Male: lo yacht Britannia, il Club Bilderberg, la cricca che comprò casa all'insaputa di Scajola. Come che sia, in alcune zone del paese scoppiano moti di piazza, anche dopo annunci di “ritardi” nel pagamento di pensioni e stipendi, e si formano gruppi scissionistici, subito ribattezzati “Indignati con gli Indignati”.
Il Gran Consiglio degli Indignati si riunisce in tutta fretta, e a tarda serata arriva l'annuncio: dobbiamo stampare i soldi per pagare stipendi e pensioni, ma con l'euro non è possibile. Quindi usciamo dall'euro, e da domani inizierà la stampa della Nuova Lira. E mentre tutti i creditori internazionali del paese (primi fra tutti le banche francesi e tedesche) avviano azioni legali per vedere riconosciuti i loro diritti ed ottenere il rimborso in euro dei titoli di stato da essi sottoscritti, la nuova moneta debutta sui mercati internazionali svalutandosi contro euro del 50 per cento. Comprare petrolio e materie prime diventa costosissimo, i venditori internazionali non accettano pagamenti in Nuove Lire e vogliono solo euro, che la Nuova Banca d'Italia Okkupata è costretta a reperire cedendo in garanzia il proprio oro. I prezzi cominciano a salire vertiginosamente, mentre in tutto il paese si susseguono scioperi per chiedere aumenti retributivi che tengano il passo con la feroce inflazione che sta prendendo piede, e le aziende muoiono come mosche. In alcune parti del paese cominciano a svilupparsi alcune forme di baratto, e la Nuova Lira viene rapidamente abbandonata.
Il Gran Consiglio degli Indignati è nel caos: “eppure ci avevano garantito che sarebbe filato tutto liscio, avevamo gli esempi di Islanda e Argentina”, dice un affranto Indignato Capo. “Si, ma le cose non sono così semplici”, replica un Indignato Consigliere, “l'Islanda è un piccolo paese che ha rifiutato di far pagare ai propri cittadini i debiti fatti all'estero da una banca privata del proprio paese, e l'Argentina aveva pur sempre una propria moneta, il peso, da usare al momento dello sganciamento dal dollaro, e non ha dovuto creare una moneta ex novo. E comunque, l'Argentina resta un paese con oltre il 30 per cento della popolazione sotto la soglia di povertà, anche dopo quasi un decennio di crescita robusta dopo il default”. Sgomento dell'Indignato Capo, mentre fuori dalla finestra si ode il frastuono di manifestazioni popolari contro il Consiglio degli Indignati. “La vostra lira non la vogliamo”, scandiscono i manifestanti.
Improvvisamente, suona la sveglia. E' mattino, un cupo e umido mattino d'autunno. E' stato tutto un incubo, ma i giornali restano pieni di titoli sulla crisi del debito sovrano italiano. Forse è meglio cercare di capire cosa occorre fare per avviare questa benedetta crescita e non cercare scorciatoie disastrose chiamate “default selettivo” o “controllato”.
Mario Seminerio - Phastidio.net (@phastidio)

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