Blue Whale: la leggenda urbana, gli errori delle Iene e come i media dovrebbero parlare di suicidio

[Tempo di lettura stimato: 24 minuti]

di Claudia Torrisi e Andrea Zitelli

Dopo il servizio delle Iene, il caso Blue Whale – la sfida che spingerebbe gli adolescenti al suicidio – è al centro di discussioni pubbliche e dell’attenzione mediatica. In questo post abbiamo ricostruito come nasce la storia che si configura come una vera e propria leggenda urbana. A oggi non ci sono evidenze di casi di suicidio legati a questa sfida. Analizzando il servizio andato in onda su Italia 1 ne evidenziamo errori, imprecisioni e debolezze giornalistiche. Nell’ultima parte dell’articolo proponiamo un approfondimento su come i media dovrebbero e non dovrebbero parlare di suicidio, soprattutto per evitare l’effetto di emulazione.

Come nasce la storia della “Blue Whale Challenge”
Blue Whale sui media italiani
Il servizio de Le Iene e “l'allarme Blue Whale”
Cosa è successo dopo la puntata de Le Iene
Il reale pericolo del caso "Blue Whale": creare una psicosi
I suicidi sui media e l'effetto Werther
Come i media dovrebbero parlare di suicidio

Come nasce la storia della “Blue Whale Challenge”

L’articolo pubblicato di Novaya Gazeta su VK e “i gruppi della morte”

A maggio del 2016, il sito online russo d’informazione indipendente Novaya Gazeta pubblica un lungo articolo dal titolo “I gruppi della morte” a firma della giornalista Galina Mursalieva.

Nel pezzo si legge che all’interno del più grande social media russo VKontakte (VK) – fondato nel 2006 e con più di 350 milioni di utenti – ci sono migliaia di gruppi in cui gli adolescenti iscritti sono portati "sistematicamente e costantemente” tramite precise istruzioni e prove verso il suicidio, da “alcune persone adulte” (“ma chi sono?” si chiede la giornalista, “Fanatici spirituali, maniaci, satanisti, fascisti?”) che sfruttano il linguaggio, gli interessi e gli hobby dei giovani e la psicologia. Mursalieva ritiene che la maggior parte dei 130 suicidi tra il novembre del 2015 e l’aprile del 2016 in diverse città russe siano da collegare a questi gruppi online. La cosa preoccupante, continua la giornalista, è che i genitori non si sarebbero accorti di nessun cambiamento nel comportamento dei propri figli prima del suicidio.

L’inchiesta di Novaya Gazeta si basa principalmente sulla testimonianze di alcune madri di adolescenti suicidatisi a breve distanza l’uno dall’altro. “Irina” (i nomi sono stati cambiati dalla giornalista) racconta così che la figlia Eli di 12 anni si è tolta la vita buttandosi da un palazzo. La madre parla di comuni problemi adolescenziali della figlia, come quelli sentimentali, per poi ripercorrere i comportamenti della ragazzina prima del suicidio, legati secondo lei alla partecipazione a questi gruppi online. Eli, afferma la madre, era iscritta a un gruppo «РАЗБУДИ МЕНЯ В 4:20» (cioè “Svegliami alle 4:20”, poi chiuso. Ma nell’articolo se ne citano anche altri come #balena, o anche #f57, #f58, codici che avrebbero un qualche significato preciso), dove i ragazzi si svegliavano a quella precisa ora della notte per chattare con altri su VK.

[Prima della sua morte] cominciò a disegnare molte farfalle e balene. Mi piacevano i suoi disegni, erano bellissimi, mi resero orgogliosa del suo talento. Non mi sono mai allarmata per un secondo. Come avrei potuto sapere che questi [gruppi online] avevano trasformato questi disegni in simboli: le farfalle vivono solo per un giorno, mentre le balene si abbandonano sulla terraferma, suicidandosi?

Irina afferma che dopo la tragedia ha iniziato a investigare da sola sulla morte della figlia, aprendo anche un account fake su VK e leggendo tutte le chat. La donna racconta come mesi prima di suicidarsi, Eli avesse scritto alcuni messaggi intorno alla sua morte, inviando poi anche una foto di tagli su un arto che però, si legge nell’articolo, non era chiaro se si trattava “di una mano o di una foto scaricata da Internet”.

La giornalista cita poi il caso di Rina Palenkova, una ragazzina russa suicidatasi il 23 novembre del 2015 e divenuta una specie di “icona” in questi gruppi online e di cui si era parlato molto anche sui media russi. Rina alcuni giorni prima del suo gesto, spiega Roberto Rocco che su BlogBustsers ha ricostruito la genealogia mediatica di Blue Whale, “aveva postato un selfie su VK con la didascalia ‘Addio’, diventato poi un meme. In breve tempo intorno alla ragazza è nato un culto, fatto anche di compravendita di immagini e contenuti a lei legati, inclusa una foto del corpo". Secondo Galina Mursalieva l’attenzione su questa vicenda in particolare nei “gruppi della morte” non è nata a caso, perché, afferma la giornalista, studiandone le dinamiche si può vedere come “la ‘promozione’ della morte di questa ragazzina sia stata completamente pianificata”.

La giornalista russa individua anche uno degli amministratori di questi gruppi su VK. Si tratta di “Filipp Lis”, attivo nella promozione di molti altri gruppi simili. L’articolo però non indaga su chi si cela dietro l’identità di questi amministratori.

L’inchiesta pubblicata su Novaya Gazeta si conclude con un invito ai genitori a “stare attenti” su come si comportano i propri figli: controllare se dormono alle 4:20 di notte, cosa si disegnano sulle loro mani, tenere d’occhio le pagine che visitano su VK, guardare insieme a loro i video che visionano online e chiedergli di poter ascoltare le canzoni che sentono nelle loro cuffie.

Le critiche e il dibattito in Russia intorno all’articolo

L’inchiesta di Galina Mursalieva ha avuto un grande impatto nell’opinione pubblica russa (è stata creata anche una pagina su Wikipedia). Russia Today (RT), il giorno dopo la pubblicazione su Novaya Gazeta, rilanciando il contenuto, ha scritto che tutti i gruppi su VK contenenti post sul suicidio sarebbero stati chiusi e che l’organo della federazione russa, il Roskomnadzor (servizio federale per la supervisione nella sfera della connessione e comunicazione di massa), insieme al Rospotrebnadzor (il servizio per la tutela dei diritti e del benessere umano dei consumatori), stava controllando le informazioni contenute nell’articolo.

Ma ci sono state anche diverse critiche su quanto pubblicato dal sito d’informazione, continua RT:

L'articolo ha provocato molte discussioni in Russia, sia nei media tradizionali che nei social media. È stato criticato da giornalisti e da esperti specializzati in suicidi di adolescenti. I critici affermano che il racconto era parziale nei confronti dei gruppi pubblici accusati di gravi misfatti e che l'autrice non aveva fornito alcuna prova che tali pagine fossero collegate ai suicidi degli adolescenti. I suicidi nell’età adolescenziale sono un problema serio, ma gli studi li legano alle difficoltà familiari, al bullismo, alla mancanza di sostegno psicologico per affrontare problemi e altri fattori.

Il sito d’informazione online Meduza, ad esempio, ha pubblicato il 17 maggio un articolo in cui presenta diverse considerazioni critiche sul pezzo di Mursalieva. Innanzitutto, scrive Meduza, stabilire in modo affidabile un nesso causale tra la partecipazione a questi gruppi online su VK e il suicidio è impossibile. Inoltre, continua il giornale, nella ricerca scientifica, tra i motivi che spingono al suicidio non compare “Internet” in sé: “ci sono studi secondo cui i social media possono influenzare il comportamento suicida della persona. Mentre gli esperti prevedono che i social possono avere un impatto solo su coloro che sono già a rischio”. In secondo luogo, l’articolo di Novaya Gazeta specifica che 130 adolescenti si sarebbero suicidati tra novembre del 2015 e aprile del 2016, ma non contestualizza il dato all’interno della realtà russa non facendo capire la portata del problema nel paese:

In Russia, il tasso dei suicidi tra gli adolescenti è davvero molto elevato. Secondo l'Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), questo dato è più di tre volte superiore alla media mondiale. Il Rospotrebnadzor ha riferito che nel 2013 la Russia era al primo posto in Europa per il numero di suicidi in questa fascia di età (secondo la commissione d'inchiesta, solo nel 2013 ci furono 461 suicidi di minorenni). La stessa agenzia ha anche osservato che "negli ultimi anni il numero di suicidi dei bambini e tentativi di suicidio è aumentato del 35-37%" (il periodo nel quale c'è stato un aumento non viene specificato).

Scrive poi Meduza che non è la prima volta che Mursalieva su Novaya Gazeta si occupa di adolescenti, “pericoli di Internet” e suicidi: qui e qui due suoi articoli del 2007 e qui un altro di due anni dopo. In base all’interpretazione di alcuni fatti raccontati nell’inchiesta e visto che da anni la giornalista scrive su queste tematiche, c’è il rischio che alcuni dati e circostanze siano state selezionate e interpretate erroneamente: “la tendenza umana porta a cercare e selezionare le informazioni che confermano il proprio punto di vista. [Un fenomeno] noto nelle scienze cognitive come ‘bias di conferma’”.

L’inchiesta è criticata anche per la troppa emotività del racconto a discapito dei fatti e per il fatto che non siano stati intervistati esperti, con la conseguente mancanza di un tentativo di comprendere i meccanismi del suicidio adolescenziale. Le fonti a cui viene data parola sono invece i genitori dei bambini uccisi e quindi soggetti emotivamente coinvolti nella vicenda. Inoltre, la giornalista non ha contattato gli amministratori di quelle pagine per porgli domande circa i materiali pubblicato nei gruppi e cercare di capirne il motivo.

Parlano gli amministratori dei “gruppi della morte”

È invece il sito russo d’informazione Lenta.ru, il 17 maggio 2016 con una propria indagine, che contatta alcuni dei fondatori di quei gruppi online, tra cui anche “Filipp Lis” citato da Mursalieva. Il lungo pezzo di Lenta.ru mostra innanzitutto che dietro queste pagine (create verso la metà del 2015) non c’erano “persone adulte”, ma giovani russi. Inoltre, le motivazioni esposte dagli amministratori rispetto a quello che avveniva in quei gruppi – discussioni sul suicidio, pubblicazioni di immagini di autolesionismo (alcune false), farfalle e balene e l’uso dell’immagine di Rina Palenkova – sono varie.

Alcuni raccontano che il loro reale scopo era l’opposto di quello raccontato su Novaya Gazeta, cioè individuare gli adolescenti che si sentivano soli e abbandonati e aiutarli a non suicidarsi. Per altri l'obiettivo era avere più iscritti possibili per gli inserzionisti e quindi guadagnare. Secondo quanto emerge dall'inchiesta di Lenta.ru, questo sarebbe stato anche lo scopo di “Filipp Lis”, tra gli amministratori del gruppo #f57, che incuriosiva gli adolescenti pubblicando post, immagini e video macabri (anche uno falso del suo stesso suicidio) e alimentando un alone di mistero tramite l’uso di simbologie. Promuovendo il suo gruppo sulla scia del caso di Rina (ndr Palenkova), fatta passare come la prima vittima della setta di “F57” e puntando su un tema trendy, Lis ha così creato il mito di una “setta” orrenda, scrive Russia Beyond The Headlines. Il ragazzo ha poi successivamente detto che tutto quello che era successo era un gioco finito male che alcuni ragazzini avevano preso sul serio. Altri amministratori, riporta sempre Lenta.ru, hanno però lasciato intendere che Lis abbia esortato gli iscritti al suicidio e che per questo si siano attivati per contrastare questa modalità di gestione.

Le risposta alle critiche da parte di Novaya Gazeta e l’avvio di un’indagine della polizia

Il 18 maggio 2016, il vicedirettore di Novaya Gazeta, Sergej Sokolov, risponde alle critiche ricevute e alle domande dei lettori.

Il giornalista ribatte su varie questioni, come lo stile di scrittura dell’articolo e il procedimento di indagine e di lavoro dietro l’inchiesta. Sokolov precisa anche che il numero dei 130 casi di suicidi tra novembre del 2015 e aprile del 2016 citati nell’articolo non viene da una fonte definita ufficiale, ma da quei genitori che delusi dall’indagine – senza riscontri e poi archiviata – delle forze dell’ordine sulla morte dei propri figli, hanno deciso di fare rete e indagare loro stessi. Inoltre, il vice capo redattore afferma che hanno tentato prima della pubblicazione dell’articolo di contattare gli amministratori di quei gruppi ma non hanno avuto risposta.

Due giorni dopo, però, Sokolov viene sospeso dal suo ruolo all’interno del giornale per aver utilizzato “metodi inaccettabili” nella ricerca di fonti per un seguito dell’articolo su Blue Whale. Lo stesso giorno il Centro investigativo a San Pietroburgo avvia un’indagine riguardo l’incitamento al suicidio attraverso il social VK.  

L’arresto di Philipp Budeykin, alias “Philip Liss” e la sua vicenda giudiziaria

Dopo diversi mesi dall’avvio dell’indagine, lo scorso 18 novembre, Meduza dà la notizia dell’arresto di Philipp Budeykin, vero nome di “Philip Liss”, un ragazzo russo di 21 anni, amministratore di diversi dei gruppi chiusi incriminati su VK, con l’accusa di aver incoraggiato adolescenti al suicidio. Secondo gli investigatori i ragazzini suicidatisi in diverse aree della Russia sarebbero 15.

Budeykin, durante varie interviste o dichiarazioni rilasciate ai media prima del suo fermo, ha cambiato più volte la sua versione. In un primo momento, scrive Meduza, Lis come altri amministratori ha parlato di un meccanismo creato per divertimento, ma in seguito lo ha negato. Ha poi spiegato che la sua motivazione era quella di "pulire il mondo dei rifiuti organici", ma il 23 maggio 2016 ha ritrattato ancora le sue parole. Poi, pochi giorni prima di essere arrestato, l'11 novembre, Budeykin ha cambiato nuovamente la sua posizione: in un'intervista rilasciata al giornale St. Peterburg.ru ha dichiarato che con le sue azioni incoraggiava gli adolescenti al suicidio, ha contestato il dato (130) dei suicidi forniti da Novaya Gazeta, affermando che sarebbero in realtà circa 15, e ha detto di soffrire di un disturbo bipolare e che quello che fa è legato alla sua infanzia difficile.  

Il 1 febbraio del 2017, poi, l’agenzia russa di informazione legale, RAPSY, scrive che al termine di un esame psichiatrico Budeykin è stato ritenuto mentalmente sano. Inoltre il Tribunale ha esteso la sua detenzione fino al al 15 maggio. Lo stesso mese, il suo avvocato, Rostislav Gubenko, in un’intervista, ha detto che della quindicina di casi di suicidi collegati al suo cliente, solo uno era rimasto nell’inchiesta.

Infine, sempre RAPSY, l’11 maggio scorso, ha pubblicato la notizia che il ragazzo si è dichiarato colpevole di istigazione al suicidio. I giudici hanno inoltre esteso la sua detenzione fino al 28 agosto prossimo.

Il ritorno d’interesse su “Blue Whale” in Russia (e non solo) e l’inchiesta di Radio Free Europe/Radio Liberty

Lo scorso febbraio, Meduza scrive che in Russia (ma anche in Kirghizistan, Kazakistan e Ucraina), dopo mesi di calma, le statistiche su Google hanno mostrato un’impennata di ricerche su Blue Whale. Una spiegazione precisa sembra comunque non esserci, continua il giornale.

Pochi giorni dopo, Radio Free Europe/Radio Liberty pubblica una propria inchiesta a firma di Sergei Khazov-Cassia su “Blue Whale”. Il giornalista chiarisce subito che “nessun singolo suicidio in Russia o in Asia Centrale è stato definitivamente legato” ad essa, nonostante i titoli dei media in questi paesi sull’allarme "Blue Whale" siano diventati quasi quotidiani.

Inoltre, viene raccontato come tramite un account fake siano state contattate online alcune persone che si definivano “curatori” (cioè coloro che dettano le regole che un adolescente dovrà seguire per partecipare alla “sfida” che avrebbe come conclusione la morte di quest’ultimo). Dopo i primi contatti e in alcuni casi prime richieste di prove (come disegnare una balena sul proprio corpo, farsi piccoli tagli, ecc) questi cosiddetti “curatori” però non hanno più risposto.

Khazov-Cassia scrive anche che molti partecipanti a “Blue Whale” dicono di essere minacciati dai “curatori” quando cercano di smettere di seguire le loro regole. Ma finora, spiega ancora il giornalista, non sono stati segnalati incidenti di qualsiasi tipo “nel mondo non-virtuale” e racconta la vicenda di “Ivan” che all’annuncio al proprio “curatore” di voler smettere ha ricevuto un messaggio minaccioso di risposta: “Non puoi nasconderti da noi”. Tuttavia, “Ivan” ha bloccato lo stesso quell’account “e la questione finì lì”.

Infine, Radio Free Europe inquadra il problema e il contesto dei suicidi adolescenziali in questi paesi: “Secondo il governo russo, 720 minori si sono suicidati nel 2016. Le autorità dicono che le cause principali sono l’amore non corrisposto, i problemi familiari e le questioni di salute mentale. La mancanza di opportunità, l'alcolismo diffuso e l'abuso di droga sono citati come fattori che contribuiscono ai suicidi. Solo lo 0,6% dei casi ha una qualche connessione a Internet o ai social media”. Sulla questione viene data la parola a diversi psicologi e operatori sociali che sottolineano come sia lecito preoccuparsi per i gruppi online legati a pratiche che possono risultare morbose e oppressive come “Blue Whale” perché se vengono coinvolti minori che hanno già problemi particolari, la situazione potrebbe peggiorare. La psicologa Marina Slinkova afferma inoltre che «se tutto va bene nella vita di un adolescente e improvvisamente viene coinvolto in questi gruppi, non credo che possano essere condizionati fino a tanto». Mentre, continua Slinkova, se questi giovani si sentono completamenti soli e non hanno nessuno con cui parlare e confrontarsi, possono trovare una qualche forma di supporto in questi gruppi.

Tra febbraio e marzo del 2017 la notizia della “Blue Whale Challenge” in Russia arriva anche in quotidiani e siti d’informazione di lingua inglese, come The SUN, Mirror e Daily Mail. Il 27 febbraio, Snopes, sito specializzato nel fact-checking, ricostruisce la la vicenda classificandola come non verificata.

Ai primi di marzo, poi, il sito russo Life.ru pubblica un articolo in cui dice che l’interesse per "Blue Whale" si è "diffuso" anche in altri paesi europei, stando a quanto detto da politici, polizia ed esperti locali e alle ricerche fatte su Google. Nello stesso mese su Reddit un utente chiede quali siano esattamente le 50 sfide di “Blue Whale”. Come risposta riceve due liste simili tra loro, entrambe tradotte da siti russi. Anche sull’autenticità di queste precise regole però sembra non esserci certezza. Davide Bennato, docente di Sociologia dei media digitali all’Università di Catania, su Agenda Digitale.eu, elaborando un’analisi delle ramificazioni delle due conversazioni principali su Reddit, il 22 maggio scorso è arrivato alla conclusione che almeno finora:

Gli stessi redditor ritengono in prevalenza che sia una bufala o al limite uno scherzo di cattivo gusto o un fenomeno di trolling, mentre altri si riservano di ulteriori approfondimenti. Sta di fatto che non ci sono prove che i 50 passi da compiere facciano parte di un qualsivoglia gioco della morte rituale.

Blue Whale sui media italiani

Il primo giornale italiano a riprendere l'inchiesta di Novaya Gazeta è La Stampa. Nell'articolo di Anna Zafesova del 3 giugno 2016 - “Istigazioni “social” al suicidio, panico in Russia per le chat della morte. Ma è solo un brutto scherzo” - si racconta «un'epidemia di suicidi infantili» in corso in Russia, «con 130 morti dal novembre 2015».

Dopo aver ricostruito l'indagine di Novaya Gazeta, però, l'articolo sostanzialmente sgonfia il caso: l'allarme viene ridimensionato a «un gioco, una moda, un tormentone». Secondo La Stampa, alla fine, «pare che il fenomeno dei 'gruppi della morte' sia solo virtuale», e le storie dei pochi ragazzi che l’hanno fatta finita davvero «vicende adolescenziali con tutti gli ingredienti classici, amore infranto, ragazzine che si sentivano brutte e si erano messe a dieta, problemi di socializzazione, dove le 'balene' al massimo sono state l’ultima goccia di una tragedia per nulla virtuale». Le 130 morti in sei mesi denunciate dal giornale russo, infine, «probabilmente non sono mai avvenute».

Il 18 febbraio del 2017 è Repubblica a occuparsi delle «chat suicide». Un articolo della corrispondente Rosalba Castelletti (passato per lo più inosservato) racconta di otto «gruppi della morte» su VKontakte «che, secondo gli inquirenti di San Pietroburgo, avrebbero istigato al suicidio almeno 15 teenager in 10 diverse regioni russe tra il dicembre 2013 e il maggio 2016. Numeri più bassi rispetto a quelli denunciati dall'inchiesta della Novaja Gazeta, ma pur sempre preoccupanti». Secondo Repubblica, però, «l'ombra delle chat online si è allungata anche sulle morti volontarie di teenager fuori dai confini della Federazione: in Ucraina, Bielorussia, Azerbaijan, Kazakhstan e, da ultimo, in Kirgizistan»; mentre i gruppi privati che istigherebbero i ragazzi al suicidio continuano a proliferare su VKontakte e su Instagram.

A marzo si parla di Blue Whale su diverse testate tra cui Il Messaggero, Libero, Quotidiano.net e Il Giornale. Tutti gli articoli hanno più o meno lo stesso titolo: “Blue Whale: il gioco che ha già portato al suicidio 130 adolescenti”. Il sito Bufale un tanto al chilo pubblica un post di debunking della notizia, che «arriva dalla Russia, ma fa giri larghi per venire riportata prima in UK dalle solite testate fuffa come Daily Mail, Sun e Mirror, per poi venire ripresa (sempre senza il minimo senso critico) dalle agenzie italiane che la fanno arrivare fresca fresca su alcune testate nazionali, anche nelle loro versioni cartacee».

Il servizio de Le Iene e “l'allarme Blue Whale”

Il “caso Blue Whale” in Italia scoppia però realmente il 14 maggio scorso con il servizio della trasmissione Le Iene Suicidarsi per gioco”, realizzato da Matteo Viviani, nel quale per la prima volta viene ventilata la possibilità che il fenomeno interessi il nostro paese.

Il filmato parte da Livorno, dove «il 4 febbraio 2017, tra le 7:30 e le 8:30 del mattino», un ragazzino di 15 anni si è lanciato dal ventiseiesimo piano del «palazzo più alto di tutta la città». Il suicidio però, stando alle cronache, risale al 6 marzo.

L'inviato de Le Iene afferma che «dietro questo gesto assurdo si nasconde qualcosa di ancora più mostruoso che non è facile da capire» e che ha origine in Russia, dove «negli ultimi anni centinaia di adolescenti si sono suicidati. E tutti quanti – nessuno escluso – hanno deciso di farlo, buttandosi giù da un palazzo. E la cosa più inquietante è che mentre si buttavano di sotto, si sono fatti filmare». Di seguito vengono mostrati diversi video amatoriali caricati su LiveLeak.com di persone che si lanciano da edifici, e Viviani spiega che l'hanno fatto «per seguire le regole di un macabro gioco», un «raccapricciante e folle rituale psicologico pensato per diffondersi in rete e strutturato per indurre la mente dei ragazzini a una sorta di depressione» e convincerli «che l'unico modo per potersene liberare è la morte».

I filmati mostrati da Le Iene sono stati successivamente analizzati dal blogger Andrea Rossi sulla pagina Facebook Alici come prima. Dalle descrizioni in calce ai video originali in realtà viene fuori non solo che alcuni non si riferiscono affatto a suicidi di ragazzini, ma che altri non sono stati nemmeno girati in Russia (bensì in Ucraina e addirittura in Cina). Uno, infine, sarebbe palesemente un fake, come emerge da alcuni tagli grossolani e dai commenti. Viviani poi, in un'intervista al Fatto Quotidiano in cui difende il suo servizio, ha ammesso di non aver verificato i video di suicidi trasmessi durante la puntata: «Me li ha girati una tv russa su una chiavetta e ammetto la leggerezza nel non aver fatto tutte le verifiche (...)».

Durante il servizio vengono intervistate in Russia le madri di Diana Kuznetsova e Angelina Davydova, suicidatesi entrambe nel 2016 lanciandosi da un palazzo. Le due ragazzine sono descritte «con una vita felice e normalissima». La madre di Diana racconta che la figlia si è buttata dal tetto di un condominio di nove piani e che «i suoi compagni di scuola lo sapevano, ma non hanno detto niente». Anche la mamma di Angelina conferma che «tutti i bambini sapevano cosa stava per succedere» e spiega che per loro «era una sfida per salire al 'terzo livello' del gioco. Mia figlia così per loro era diventata la numero uno, un membro, una leader».

L'inviato de Le Iene precisa che le due donne non possono essersi rese conto di nulla perché i ragazzini devono fare finta di niente, «in modo che agli occhi dei genitori tutto continui a sembrare normale». A gestire questo 'gioco', aggiunge, ci sono degli amministratori che si fanno chiamare 'curatori' e reclutano gli adolescenti che «anche solo per curiosità si avvicinano a questo gioco» attraverso VK.

Viene intervistato Sergej Pestov, padre di una vittima e fondatore del Centro per la salvezza dei bambini dai crimini online. È l'ultima delle tre testimonianze su cui si basa l'intero servizio. L'uomo racconta di aver raccolto dei dati secondo cui in Russia Blue Whale ha fatto 157 vittime. A supporto di questi numeri, Viviani mostra come nel paese la «tensione su questa storia» sia reale, con «intere puntate di trasmissioni nazionali» che ospitano psicologi, personaggi pubblici e familiari. Sono dati che però fino a questo momento non hanno trovato alcun reale riscontro. Anche perché, come abbiamo detto, né in Russia, né in Asia centrale sono stati fatti collegamenti definitivi tra suicidi adolescenziali e Blue Whale.

Dopo una panoramica su alcune regole del gioco, Viviani dice che ai ragazzi viene inviato del materiale «allo scopo di portarli lentamente verso una sorta di depressione. Video satanici, riprese di omicidi ma soprattutto tanti suicidi, di ogni tipo e genere» e musica deprimente. La madre di Angelina racconta che dopo il funerale è entrata nel profilo social della figlia e tra i messaggi ha trovato questa frase: «Angelina Davydova si è buttata, brava! Ci è riuscita, proprio come Rina Polyncova». In realtà anche la questione delle 50 regole non è stata ancora verificata, come è emerso dall’analisi fatta da Davide Bennato sulle conversazioni su Reddit sul tema.

A questo punto Viviani si ricollega alla storia del suicidio del 15enne di Livorno, dicendo che «questi omicidi sarebbero arrivati anche qui in Italia» - nonostante ammetta che non ci siano evidenze al momento.

Un mese dopo la morte del ragazzino, alla redazione de Le Iene arriva una mail:

«Salve Iene, volevo segnalare il primo caso in Italia di suicidio di un 15enne che dovuto a un gioco che arriva dalla Russia, che si chiama Blue Whale. Non è sicuro che sia legato a questo gioco ma è molto probabile. Indagate!!»

L'inviato Mediaset spiega di essere riuscito ad agganciare via chat un ragazzino che «a quanto ci dice conosceva bene il 15enne suicida. E in una delle conversazioni ci scrive “era un ragazzo d'oro e nessuno si sarebbe mai immaginato che stava giocando a quel gioco”».

Viviani incontra l'adolescente assieme al padre. Il ragazzino racconta che il 15enne «sabato è arrivato a scuola normalmente. Alla prima ora ha chiesto di andare in bagno, quando è tornato diceva che gli faceva male la pancia. Gli ho alzato la maglietta per vedere cos'aveva e infatti aveva un taglio». Di seguito il ragazzino spiega cosa lo ha insospettito e portato a pensare a un collegamento con Blue Whale: si alzava di notte per andare a correre, guardava film dell’orrore tutta la sera.

Viviani racconta che le telecamere del palazzo avrebbero registrato un video del ragazzino che si filmava nel momento in cui lui si buttava. Quindi collega anche questo suicidio al gioco, parlando di «tutor che nella vita hanno un unico macabro scopo: uccidere il maggior numero di ragazzini possibile». In realtà, il cellulare del ragazzino è stato ritrovato dalla polizia completamente rotto, ed è stato quindi impossibile visionare eventuali filmati. Quanto alle ragioni del suicidio, gli inquirenti hanno smentito collegamenti con Blue Whale: «Si tratta di un dramma privato, legato a motivi esclusivamente familiari per quanto ci consta non ci sono elementi che comprovino simili ricostruzioni».

Dopo il servizio del 14 maggio, diversi siti accusano Le Iene di aver rilanciato una notizia falsa e sensazionalizzata. Per difendersi, nella puntata successiva del 21 maggio, il programma Mediaset manda in onda un'intervista di Viviani a Elisabetta Mancini, primo dirigente polizia di Stato, della direzione Anticrimine.

Mancini spiega che dopo il video de Le Iene sono arrivate segnalazioni che «ci indicano che alcuni adolescenti sono stati irretiti da questo che non voglio chiamare gioco».

Alla domanda di Viviani su cosa dire a chi sostiene che Blue Whale sia una bufala, la dirigente della polizia risponde che «il vero pericolo è pensare che il pericolo non esista. La serietà con cui Le Iene hanno affrontato questo argomento e la serietà con cui anche noi come polizia stiamo affrontando questo problema, credo che non legittimi nessuno a prendere la cosa con leggerezza».

In realtà come abbiamo mostrato nella nostra analisi dettagliata del servizio, la versione delle Iene presenta molte debolezze dal punto di vista giornalistico, diverse imprecisioni ed è esclusivamente basata sulla testimonianza dei genitori senza offrire nessuna evidenza e nessuna prova di un collegamento tra questi suicidi e Blue Whale. Nel servizio è stata inserita poi la tragica storia del ragazzo di Livorno, che non ha niente a che vedere con la sfida, a detta degli stessi inquirenti.

Anche Chi l'ha visto? dedica un servizio all'allarme Blue Whale

Durante la puntata del 24 maggio di Chi l'ha visto? (qui dal minuto 1:18:00) la conduttrice Federica Sciarelli annuncia uno spazio dedicato alla “Blue Whale”, dicendo che il capo della polizia postale «ha lanciato l'allarme, ha praticamente detto che ragazzi e ragazzine sono in pericolo perché è un fenomeno che è arrivato sicuramente anche qui in Italia».

Nel servizio realizzato da Emily De Cesare viene spiegato che «attraverso i social network, ragazzini tra i 9 e i 17 anni iniziano a partecipare a quello che viene definito un gioco: una serie di prove da affrontare in 50 giorni. Lo scopo finale è la propria eliminazione in nome di un processo di purificazione». Il filmato ricostruisce la nascita del gioco in Russia nel 2016, avvertendo che "Blue Whale" si è «diffuso in altri paesi: Brasile, Francia, Gran Bretagna, fino ad arrivare da noi».

Viene citato il caso di una ragazzina di tredici anni di Pescara, «salvata grazie all'allarme lanciato da alcuni suoi amici che l'hanno vista sofferente accasciarsi al suolo. Era in uno stato di depressione profonda e ha confidato alle amiche di aver partecipato alla Blue Whale». Su quest'episodio, conclude il servizio, il tribunale dei minori dell'Aquila ha aperto un fascicolo contro ignoti per istigazione al suicidio.

Sciarelli chiede a Elisabetta Narciso, dirigente polizia postale d'Abruzzo, se sia corretto dire che la tredicenne sia stata agganciata da "Blue Whale". «È esatto dire che la ragazzina è stata salvata, sono ancora in corso le indagini. Stiamo cercando di capire in che modo la ragazzina abbia raggiunto questo gioco e in che modo possa essere stata indotta e istigata a tenere determinati comportamenti», spiega Narciso, che però precisa che «tutto nasce pochissimi giorni fa, dopo che sono stati accesi i riflettori su questo fenomeno». Da quel momento, infatti, «è iniziata la curiosità di tantissimi ragazzi che cercano di capire di che cosa si tratti. Al di là di questo, in questa provincia sono stati riscontrati tre casi su cui abbiamo focalizzato attenzione, dove c'erano evidenti segni anche di autolesionismo».

La dirigente aggiunge che in un caso «la stessa vittima ha chiesto a qualcuno di aiutarla a giocare mettendo sul proprio profilo #bluwhale, #f57, #curatorfindme. In qualche circostanza c'è stata un'offerta da parte di qualcuno. Il nostro lavoro è chiarire se esiste un curatore o un tutor e identificarlo».

Cosa è successo dopo la puntata de Le Iene

Dalla messa in onda del servizio de Le Iene, nella settimana tra il 14 e il 20 maggio, c’è un picco di ricerche su Google su “Blue Whale”, e poi tra il 21 e il 27 dello stesso mese. Precedentemente – se si fa eccezione per gli articoli pubblicati a marzo, ma comunque si parla di piccoli numeri – la frequenza di ricerche è praticamente nulla.

Picco di ricerche su Google dopo la trasmissione delle Iene, fonte Google Trends

La stessa dinamica si verifica anche sui social network. Dalla seconda metà di maggio su Twitter nascono diversi account che si presentano come “curatori”:

@blue_whale_IT  ; @Blue_Whale_C ; @B_Whale_Curator ; @heudjandms ;
@BolognesiGaia

Seguendo l'hashtag #curatorfindme, uno di quelli che dovrebbe servire a farsi agganciare dal “tutor”, si nota come fino al 15 maggio (il giorno dopo la messa in onda del servizio de Le Iene e dell'esplosione del caso) non ci siano praticamente tweet provenienti da profili italiani. Da quella data in poi, invece, ne compaiono diversi, inviati per lo più da account creati la seconda metà di maggio e appartenenti a presunti ragazzini che chiedono di “giocare” a “Blue Whale”.

https://twitter.com/Nennella3

https://twitter.com/Nicol_Antonelli

https://twitter.com/fede70161789

Molti di questi profili, pur presentandosi con nome e cognome, sono fake – o per lo meno utilizzano foto palesemente false. Si tratta di immagini reperite su Internet o prese da altri social network. In alcuni casi sono foto di adolescenti decedute. Un account, ad esempio, usa l'immagine di Eleonora Bottaro, la 18enne padovana malata di leucemia e morta lo scorso 28 agosto per aver rifiutato la chemioterapia.

Un altro, invece, ha la foto di Valeria Vanni, 15enne morta nel sonno in provincia di Pisa nel 2014.

Ad ogni modo, molti utenti segnalano il proliferare sia di hashtag legati a “Blue Whale”

Sia di account falsi.

Tanto che sembra che questi fantomatici “curatori” siano praticamente impossibili da trovare.

Seppur una traccia reale e verificata di "Blue Whale" in Italia non sia stata ancora confermata, l'”allarme” si diffonde da Nord a Sud. Lo scorso 18 aprile il Giornale scriveva che nel nostro paese non si erano registrati casi. Dopo il servizio delle Iene a metà maggio e la viralità della vicenda, le segnalazioni di possibili casi di adolescenti coinvolti in Blue Whale e rilanciate dai media (in alcuni casi anche con titoli acchiappaclick come denunciato da Paolo Attivissimo) sono esplose.

Al 30 maggio, afferma la polizia postale ne sono state segnalate 120 in tutta Italia. Elvira D’Amato, direttrice del Centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia on-line della Polizia postale e delle comunicazioni, afferma che «finora abbiamo identificato più o meno la metà delle persone, le abbiamo contattate e abbiamo avuto per fortuna esito negativo». «Quando siamo arrivati alle possibili vittime – continua D’Amato –, i ragazzi hanno raccontato di essere entrati nel meccanismo per gioco, per scherzo, per curiosità, magari per destare attenzione». La dirigente di polizia spiega ancora che «in questa vicenda c’è molto disagio giovanile che è venuto alla ribalta: ragazzi che già praticavano atti di autolesionismo e che ne parlano come trend da emulare, altri che si scaricano i 50 passaggi, provano a metterli in atto da soli, ma si fermano spaventati. Molti casi vanno comunque approfonditi, indagando anche sui contatti tra i ragazzi, per scongiurare ogni possibile rischio». Per quanto riguarda la presenza di possibili "persone che possano indurre i minorenni ad atti di autolesionismo e al suicidio attraverso l’uso di canali social e app", le forze dell'ordine hanno comunicato che «rispetto alla Russia (...) in Italia al momento non è stato individuato alcun “tutor” che dà ordini ai ragazzi».

La polizia postale ha comunque pubblicato un documento con dei consigli pratici per i genitori. Gli interventi messi in atto hanno il fine di «individuare la presenza di eventuali soggetti che si dedicano a indurre minorenni ad atti di autolesionismo e al suicidio attraverso l’uso di canali social e app ovvero di intercettare fenomeni di emulazione nei quali pericolosamente possono incorrere i più giovani in Rete in preda alle mode del momento o guidati da un’improvvida fragilità magari condivisa con un gruppo di coetanei».

Il reale pericolo del caso "Blue Whale": creare una psicosi

In un'intervista al Corriere della Sera del 29 maggio, Maura Manca, psicoterapeuta e presidente dell'Osservatorio nazionale sull'adolescenza, spiega che negli ultimi giorni la questione Blue Whale è esplosa «nel senso che che più o meno tutti ne sanno qualcosa, ne parlano, vanno a cercarlo perché vogliono vedere se esiste. Tutto questo crea allarme e confusione. Il 95% dei ragazzini che incontriamo, e mi creda ne vediamo tantissimi, ci pongono la questione del Blue Whale». Secondo la psicoterapeuta, se da un lato c'è qualche caso sospetto, dall'altro «il guaio di questi giorni è che adesso ogni forma di autolesionismo viene etichettata come Blue Whale e non va bene. Anche perché due adolescenti su dieci sono autolesionisti e vogliono mostrarsi perché cercano attenzione. Così ci sono migliaia di profili con foto di autolesionismo e quindi migliaia di allarmi falsi sul Blue Whale. Sta diventando una psicosi».

Un'indagine condotta dalla Società Italiana di Pediatria (SIP) su un campione di 10.000 ragazzi italiani tra i 14 e i 18 anni, ha rilevato che l'80% ha sofferto almeno una volta di forti disagi emotivi, e il 15% ha praticato atti di autolesionismo per cercare sollievo. Condotte che, sottolinea Annarita Milone, Dirigente Neuropsichiatra Infantile all'IRCCS Stella Maris di Pisa, tendono «rapidamente a dilagare in contesti scolastici e in gruppi adolescenziali, a causa di fenomeni di imitazione di gruppo. Sono particolarmente frequenti in minori caratterizzati da fragilità emotiva e tratti depressivi e devono essere un segnale da accogliere rapidamente per permettere l’attivazione, in sede specialistica, di approfondimenti diagnostici e interventi terapeutici».

Il rischio dell'”allarme Blue Whale”, secondo quanto dichiarato dalla dottoressa Manca al Corriere, è duplice: «Da una parte rischiamo che fra le tante segnalazioni che ci arrivano ci perdiamo proprio quelle reali e dall'altra c'è il pericolo che questa ondata di informazioni, non sempre diffuse in modo corretto, stimolino la curiosità di chi sarebbe rimasto fuori da tutto questo».

Come spiega in un post su NetFamilyNews Anna Collier, fondatrice di The Net Safety Collaborative (TNSC), il caso Blue Whale è un «tale pantano che è difficile persino per coloro che hanno indagato dire dove si fermi la disinformazione e inizi la cattiva informazione, le falsità non intenzionali. Diffondere falsa informazione e paura è particolarmente ingiusto nei confronti dei più giovani, perché hanno poca voce in capitolo rispetto agli adulti male informati che decidono per loro. E i giovani possono identificarsi ed essere influenzati da storie di questo tipo, che parlano dei loro simili, siano queste false o meno – che è l'esatto opposto di quello che consigliano di fare gli esperti ai media quando si parla di suicidio».

Il punto non è più l'esistenza o meno del gioco, ma quello che la bomba mediatica ha portato con sé. Ciò che non va minimizzato «in nessun modo è il potenziale dannoso di informazioni false diffuse a livello globale, soprattutto per i giovani privi di resilienza, prospettiva e supporto», aggiunge Collier, che cita Georgi Apostolov, responsabile del Centro per la Sicurezza di Internet della Bulgaria, secondo cui Blue Whale «è un falso, ma può comunque essere pericoloso per i bambini emotivamente più vulnerabili».

I suicidi sui media e l'effetto Werther

L’effetto Werther è la tendenza dei giovani all'imitazione del suicidio narrato dai mass media. Il termine è stato coniato nel 1974 dal sociologo David Phillips, e prende il nome dal romanzo di Johann Wolfgan Goethe I dolori del giovane Werther, in cui il protagonista si toglie la vita perché innamorato di una donna che sposa un altro uomo. Dopo la pubblicazione del libro, si dice che ci siano stati diversi episodi di emulazione in Europa.

L'analisi di Phillips è stata la prima a mostrare la correlazione tra l'aumento dei suicidi e un precedente riportato dai media: più a lungo il suicidio iniziale rimane sulle prime pagine, più alto è il numero di quelli successivi. Il caso scuola è rappresentato, secondo il sociologo, dalla morte di Marilyn Monroe: il suicidio dell'attrice, che ha avuto una grossissima copertura mediatica al tempo, è stato messo in correlazione con oltre 300 atti emulativi, ben sopra la media attesa per gli anni tra il 1948 e il 1967.

Il fenomeno, in letteratura scientifica definito anche Copycat suicide, è stato oggetto di diversi studi negli anni, che hanno dimostrato come una particolare copertura dei media su un caso di suicidio possa effettivamente incoraggiare altre persone in condizione di vulnerabilità a commettere lo stesso gesto. E questo è vero a maggior ragione per gli adolescenti. Secondo una ricerca condotta da Madelyn Gould del New York State Psychiatric Institute e pubblicata su The Lancet Psychiatry Journal nel 2014, più la copertura di un suicidio di un giovane adulto è sensazionalistica, dettagliata e posizionata in prima pagina o in home page, più il caso sarà significativamente seguito da successive morti auto inflitte. Un altro studio sempre della dottoressa Gould, tra l'altro, mostra come la presenza di copycat suicide sia fino a quattro volte maggiore tra i giovani adulti rispetto a ogni altro gruppo di età.

Come i media dovrebbero parlare di suicidio

Per la verità esistono specifiche linee guida cui i media dovrebbero attenersi quando si parla di suicidio. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato uno studio, Preventing suicide: a resource for media professional, in cui si richiama il mondo dell'informazione a un “giornalismo responsabile”.

I punti contenuti nel documento sono:

  • Cogliere l'occasione per educare il pubblico sul tema del suicidio.
  • Evitare un linguaggio che sensazionalizzi o normalizzi il suicidio, o lo presenti come una soluzione ai problemi.
  • Evitare un posizionamento di primo piano o un'eccessiva ripetizione per le storie di suicidio.
  • Evitare la descrizione esplicita delle modalità usate in un suicidio – anche se solo tentato.
  • Evitare di fornire informazioni dettagliate sul luogo.
  • Fare attenzione nel titolare le notizie.
  • Avere cautela nell'utilizzo di fotografie o filmati.
  • Fare particolare attenzione nel raccontare suicidi di personaggi famosi.
  • Mostrare la dovuta considerazione per le persone in lutto dopo un suicidio.
  • Fornire informazioni su dove cercare aiuto.
  • Riconoscere che gli stessi professionisti dei media possono essere colpiti da storie di suicidio.

Secondo l'OMS, insomma, esiste un obbligo per i media «di usare cautela nel parlare di suicidio, e di trovare un equilibrio tra imperativi come il 'diritto di sapere' del pubblico e il rischio di provocare dei danni».

In Italia alcune regole si trovano nella Carta di Treviso, che impegna i giornalisti italiani a seguire norme deontologiche nei confronti dei minori. Nel documento è previsto esplicitamente che «nel caso di comportamenti lesivi o autolesivi, suicidi, gesti inconsulti, fughe da casa, microcriminalità, ecc., posti in essere da minorenni, fermo restando il diritto di cronaca e l'individuazione delle responsabilità, occorre non enfatizzare quei particolari che possano provocare effetti di suggestione o emulazione».

Al fatto che queste regole siano state sostanzialmente disattese, nel caso "Blue Whale" si aggiunge che a essere sensazionalizzata e rilanciata è stata una notizia non verificata, costruendo e alimentando l'allarme. Per la professoressa Sonia Livingstone della London School of Economics, intervistata da Wired UK: 

L'importanza dell'alfabetizzazione mediatica per identificare e respingere la notizia falsa è di vitale importanza per tutti, ma lo è in particolare per quei genitori le cui ansie riguardo la sicurezza dei figli li rendono prede troppo facili di clickbait creati per intrappolarli. Le responsabilità dei giornalisti di controllare i fatti e le fonti non è mai stata così grande, come mostra chiaramente l'allarme Blue Whale.

Aggiornamento 4 giugno 2017, ore 20:17: Riguardo le motivazioni fornite a Lenta.ru dagli amministratori sullo scopo dei gruppi online su VK, abbiamo modificato la parte su quelle di "Filipp Lis". In una precedente versione avevamo scritto che il ragazzo aveva detto che il suo obiettivo era guadagnare, mentre questo non emerge da una sua dichiarazione ma dall'inchiesta del sito russo.

Aggiornamento 5 giugno, ore 18:20: abbiamo aggiunto il comunicato della Polizia Postale sui risultati raggiunti finora nelle indagini riguardo la presenza di "curatori" in Italia.

Aggiornamento 8 giugno, ore 10:10: abbiamo aggiunto l'intervista che Viviani de Le Iene ha rilasciato a Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano.

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