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La lettera sul comunismo inviata agli studenti dimostra che il Ministro dell’Istruzione Valditara non sa “pensare storicamente”

20 Novembre 2022 7 min lettura

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La lettera sul comunismo inviata agli studenti dimostra che il Ministro dell’Istruzione Valditara non sa “pensare storicamente”

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di Valentina Colombi*

Le iniziative del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, a poche settimane dall’inizio del suo mandato sono già sufficienti per cogliere una precisa strategia culturale, con netti fondamenti ideologici.

Il 9 novembre il ministro ha diramato una lettera indirizzata alle studentesse e agli studenti di tutte le scuole della Repubblica, nella quale ha voluto spiegare le ragioni per le quali, per iniziativa del nuovo governo, quella data è assurta a scadenza del nostro “calendario civile”. Una scelta che non si inscrive nella scia di quanto stabilito dalle Nazioni Unite, che hanno fissato in quella data la “Giornata mondiale contro il fascismo e l’antisemitismo” – in ricordo della “notte dei cristalli”, che vide scatenarsi, tra il 9 e il 10 novembre 1938, la violenza antisemita nel Reich nazista –, ma che prende una strada completamente diversa, con la proclamazione di una “giornata della libertà” con la celebrazione della “giornata della libertà” (istituita dal Parlamento italiano nel 2005) volta a ricordare un altro evento storico di natura molto differente e con implicazioni altrettanto differenti sul piano politico e civile rispetto alla Kristallnacht: la caduta del muro di Berlino, iniziata con le prime picconate il 9 novembre 1989. 

La lettera del ministro Valditara invita le studentesse e gli studenti a riflettere su questo momento storico, e di farlo accogliendone, in sostanza, una lettura nettamente critica. Una lettura critica che riguarda non solo e non tanto il modello sovietico che in quell’occasione avvia il suo definitivo sgretolamento, ma proprio l’intera vicenda storica del comunismo, in quanto visione del mondo e credo politico; della quale il ministro offre come “data” una definizione chiaramente personale e quantomeno discutibile, quella cioè – sono parole sue – di un’«utopia rivoluzionaria» che ha l’obiettivo di «sradic[are] l’umanità dai suoi limiti storici» e di «proiett[arla] verso un futuro di uguaglianza, libertà, felicità assolute e perfette». Il comunismo, dunque, come un’ideologia del tutto scollegata dalla realtà, che vuole forzare un’umanità imperfetta dentro un inarrivabile ideale di perfezione.

A rilevare l’assoluta parzialità e anche la disonestà intellettuale di questa lettura sono insorti in molti, non soltanto tra gli avversari politici ma anche tra coloro che hanno a cuore la conoscenza del passato e la sua disseminazione nello spazio pubblico. Fra gli storici che hanno reagito all’iniziativa del ministro, Enzo Traverso ha parlato, in un’intervista rilasciata a «Il manifesto», del testo della lettera di Valditara come dell’«espressione di una cultura cresciuta in un clima di anticomunismo ufficiale», rilevando come un tale clima abbia potuto crearsi nel totale vuoto di riflessione sull’esperienza del comunismo e della sua eredità politica che ha segnato il centro-sinistra dopo fine della prima Repubblica.

Quello sul comunismo, sulla sua storia, sui suoi fallimenti è un dibattito complesso, che continua a impegnare storici, filosofi e politologi, e non è certo ripercorribile nello spazio di questo breve articolo. Per smontare la lettura di Valditara, come quella di molti anticomunisti semplificatoria e distorsiva, occorre, come ricorda ancora Traverso nella sua intervista, un «lavoro tenace [...] di contro-informazione e contro-culturale».

E allora la lettera del 9 novembre ci può offrire l’occasione per un piccolo contributo a questo lavoro, ragionando non solo e non tanto sui suoi contenuti, quanto sull’operazione culturale di cui è espressione. Il caso del 9 novembre è infatti emblematico di una strategia comunicativa che si avvale dell’utilizzo del calendario civile per creare una narrazione ideologicamente orientata, in modo da fare dell’anticomunismo uno dei cardini del nostro patto di comunità.

Sul valore e sul ruolo del “calendario civile” nel panorama politico contemporaneo rimando a questo articolo di Alessandro Portelli, che traccia un utile profilo storico di questo oggetto culturale. Quello che ci interessa qui è però riprendere un efficace lemma utilizzato qualche anno fa da David Bidussa, impegnato a riflettere sulle implicazioni della “Giornata della memoria”: quello cioè di politica della storia.

Per “politica della storia” Bidussa non intende, come si potrebbe pensare, l’uso politico della storia: intende proprio la riflessione che la politica – e cioè, in democrazia, sia il nucleo decisionale che si occupa di dare una direzione alla vita pubblica di un paese, sia la comunità dei cittadini politicamente attivi – produce rispetto al ruolo del passato nello spazio pubblico; una riflessione che dovrebbe naturalmente, sempre in democrazia, dare spazio alla ricerca dei fili che legano il passato ai valori sui quali si incardina la convivenza civile. 

L’elaborazione di un calendario civile è forse l’espressione principale di una “politica della storia” così intesa: ma naturalmente non dobbiamo pensare a un’elaborazione monodirezionale dall’alto. Di nuovo Alessandro Portelli, questa volta nell’introduzione alla proposta di calendario civile «per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani» da lui coordinata e pubblicata da Donzelli nel 2017, ci offre spunti di riflessione: in una democrazia, «il calendario civile non ricostituisce la comunità come entità mistica e indifferenziata ma come luogo di differenze»; e dunque non assume soltanto date istituzionali (come può essere il 2 giugno per la nostra Repubblica), ma accoglie anche le varie istanze che provengono dalla società, e anche dalle minoranze che rivendicano diritto di esistenza nello spazio pubblico, sempre che i loro valori siano compatibili con quelli della convivenza civile democratica.

Ecco perché l’unica minoranza a cui il calendario civile democratico non dà voce è quella (neo)fascista: perché il fascismo è l’antitesi della democrazia. Ora, un governo che esprime una maggioranza che si riconosce e si coagula attorno all’eredità valoriale del fascismo, come può superare questa impasse? Innanzitutto trovando una nuova antitesi alla democrazia: ed è questo il ruolo che è assegnato al comunismo.

In questa operazione, la prospettiva culturale di fondo non è quella di una politica democratica della storia, ma di un uso pubblico – ideologico – della storia. Uno degli aspetti più delicati e subdoli di questa prospettiva è che infatti, a uno sguardo superficiale, può sembrare che il nuovo corso sia una semplice manifestazione di sana alternanza democratica: fino a ieri era la vostra ideologia antifascista a prevalere, oggi è la nostra anticomunista. Ma si tratta di uno specchietto per le allodole, perché di fatto la prospettiva antifascista è l’unica in grado di impostare una politica della storia, fondata storicamente e non ideologicamente. E questo perché storicamente l’antifascismo non è una delle possibili declinazioni della democrazia, è la sostanza stessa della democrazia. Impostare il problema come se l’antifascismo fosse accessorio è già una conseguenza dell’incapacità di pensare “storicamente” i termini della questione.

Nell’incapacità di storicizzare, emerge la logica della guerra tra memorie contrapposte, che tanto terreno ha sottratto alla Resistenza negli ultimi decenni – come ha descritto magistralmente Chiara Colombini nel suo Anche i partigiani però… – e si fa strada la convinzione che sia legittimo utilizzare il calendario memoriale come una clava ideologica per espellere dallo spazio pubblico gli avversari politici, per fare propaganda, per propalare valori che però hanno il problema di non essere semplicemente rappresentativi di una minoranza, ma di essere legati a doppio filo alla negazione della democrazia.

Il ministro Valditara non sa “pensare storicamente” e non gli interessa neppure. Se avesse a cuore la rappresentazione della realtà storica, non potrebbe non accorgersi di quanto la sua ricostruzione sia fallace e omissiva. Storicizzare, nel caso specifico del 9 novembre 1989, vorrebbe dire riconoscere che quella data chiude una parabola che si era aperta con il 1917, non prima; che pone fine a un’esperienza politica di portata globale, ma nella quale non può essere esaurito l’intero senso della storia del comunismo nel mondo. Che è disonesto parlare della carica rivoluzionaria, egualitaria, liberatrice del comunismo – e del socialismo – come se contenesse in sé già in origine le ragioni ineludibili non soltanto del suo fallimento, ma persino delle barbarie che in suo nome sono state compiute. Facciamo un gioco, efficace per quanto anche un po’ provocatorio: sostituiamo, nella lettera di Valditara, il concetto di cristianesimo a quello di comunismo, adattando i particolari e omettendo i riferimenti al contesto storico. Il senso logico si preserva, la descrizione di alcune cose storicamente vere anche: nei contesti dove ha prevalso, dove cioè si è legato al potere politico in modo saldo ed esclusivo, anche in nome del cristianesimo sono state perpetrate azioni orribili; ma nessuno sarebbe così folle da pensare che il cristianesimo sia un «tragico equivoco», dal quale sono scaturiti soltanto potere, sangue e morte, sebbene la storia del cristianesimo contenga nel suo lontano passato tutte e tre queste macchie.

Un giorno forse Valditara, studiando la storia sui libri fatti bene, scoprirà che a generare tutte le cose terribili che sono accadute nel regime comunista non è stato il comunismo, è stato il Novecento. È stato cioè un clima storico che ha eletto la violenza a modalità legittima di soluzione delle controversie politiche; che ha fatto dello Stato – e della nazione, della “comunità immaginata” che della sovranità è titolare – il metro e la misura di ogni valore e senso di giustizia, al di sopra della (e anche contro la) libera autodeterminazione degli individui; che ha così dato luogo a concetti come quelli di “Stato etico” e di “totalitarismo”, guarda caso plasmati a immagine e somiglianza non dell’ideologia comunista, ma di quella fascista, che promuove la legge del più forte a paradigma di regolazione di ogni convivenza “civile”.

Sono ormai anni che la comunità degli storici invita a perseguire una nuova consapevolezza nella metabolizzazione del passato nello spazio pubblico, all’insegna dello slogan “più storia, meno memoria”: più capacità di storicizzare, meno guerra tra memorie contrapposte. Il corso che in Italia hanno inaugurato le ultime elezioni politiche non sembra aver preso una direzione confortante.

*Valentina Colombi è una storica. Si occupa di storia delle istituzioni educative, dei giovani e delle dinamiche generazionali tra Otto e Novecento. Dal 2014 lavora come consulente free-lance nel campo della progettazione culturale e didattica. È coautrice del manuale di storia per le scuole superiori Trame del tempo (Laterza 2022).

Aggiornamenti

Aggiornamento 20 novembre 2022: Abbiamo aggiornato l’articolo inserendo la data di istituzione della “giornata della libertà” nel 2005.

Immagine in anteprima: ANSA via La Voce del Trentino

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