Va In Onda l’odio. Senza più alcuna vergogna o contrapposizione


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C'è la sensazione netta che qualcosa stia per succedere. Che qualcosa si sia spezzato, nel tessuto sociale. Irrimediabilmente.

Salvini gira le televisioni senza sosta, e a ogni giro il suo vocabolario si fa più ricco di puri e semplici insulti, senza che nessuno fiati. Ora su La7 ha appena finito di apostrofare Chaouki del Pd come un “amico dei musulmani”. Era un insulto, naturalmente, ma solo Francesca Barra ha provato a farlo notare: per Paragone, il vero padrone di casa, tutto a posto. Tutto “normale”, come l'Italia che Salvini vorrebbe simile, nella sua “normalità”, ai modelli Assad, Gheddafi, Orban, Kim Jong-un e Putin – senza che di nuovo nessuno fiati.“Se questi sono i moderati, figuriamoci gli altri”, ha detto poi, mentre mi veniva alla mente un tweet di un paio di giorni prima in cui chiedeva, con una domanda retorica fatta apposta per aizzare l'odio e l'intolleranza dei follower: “L'Islam 'moderato' e tollerante, secondo voi esiste?”.

Ma a parte le parole, il linguaggio, le virgolette, sono gli occhi, la dinamica del viso, l'arroganza nella voce a dire interamente “sì, questo è razzismo”. E tutto conferma. Sono i comportamenti nelle persone, a essere diversi rispetto a solo qualche mese fa. Oggi sono più simili a Salvini, a quel volto di cane da guardia affamato, che deve difendere il territorio su cui ha pisciato perché lo sente in pericolo, minacciato dalla marea umana alle porte, dai valori cristiani obliati dalle moschee e dai veli, dalle donne pubblicamente sottomesse (si può, ma solo in privato), dal “buonismo” e dal “pensiero unico” della sinistra, dipinta come un bastione insormontabile di mondialismo e “accoglienza”, quando invece è di cinismo che sta morendo il (nostro) mondo.

Non è la Lega e chi la vota. Il problema non è nemmeno che è sempre più esplicito nel suo discorso che una categoria umana, i musulmani, si può sfruttare come bersaglio politico, o comunque per ottenere consenso politico – in sostanza, che nel suo “ragionare” si annidi il cuore del razzismo. È che il paese sembra chiederlo a gran voce, come fosse un respiro collettivo liberatorio dopo anni, decenni di parole a mezza bocca, di braccia tese ma di nascosto, di odio per il diverso, ma tutto sommato privato, “folkloristico”, da stadio.

Ora quel briciolo di vergogna sembra essere scomparso insieme alle ceneri della credibilità dell'Europa, l'istituzione nata con la pace, simbolo della pace, e che come tale tra le crepe lascia intravedere i segnali di una guerra lunga, incerta, e che potremmo perdere anche vincendo.

Prima di tutto, perché si ignora il nemico: il fondamentalismo islamico? Il terrorismo globale? Il neonazismo che risorge ovunque? Le democrazie che non si comportano più come tali? Le istituzioni sovranazionali che non muovono un dito mentre migliaia, milioni di possibili futuri delusi dell'Occidente muoiono, o per scampare alla morte si consegnano nelle braccia dei fondamentalisti? E cosa significa “terrorismo”? È più “terrorista” il “suprematista” bianco che ha sterminato nove fedeli a Charleston o il “lupo solitario” che ispirandosi a ISIS compie un attentato in Tunisia? È più terrorista il singolo “suprematista” o l'intera comunità circondata di drappi sudisti e rimpianti per lo schiavismo? Ed è più “terrorista” il dieci percento di immigrati che in Italia non condanna il Califfato o il chissà quanto percento di italiani che non si sente rappresentato nemmeno da Salvini o dai leader riconoscibili della destra politica perché troppo “moderati”?

Esistono, questa sarebbe la domanda da porre in un talk show, movimenti di estrema destra “moderata”? Perché qui si comincia a vivere col sospetto che ci sia un razzismo “soft”, accettabile, oltre al razzismo e basta. Un po' come il cesarismo “soft” di Renzi: la tentazione autoritaria dal volto buono, contro quella di Berlusconi, che invece aveva il volto cattivo. Era una bugia allora, è una bugia quest'ultima – ma terribilmente più grave. Perché nella velleità autoritaria di un Renzi non c'era il germe di un dominio politico che prende esplicitamente a modello non democrazie: c'erano, piuttosto, cattivi modelli di democrazia – da Blair allo stesso Obama. In Renzi non c'era un'identificazione così netta di una classe sociale con un male a prescindere, se non in quella – rimasta nei fatti materia di comunicazione politica e poco altro – dei critici con i “gufi”, e dei pensatori in dissenso con “parrucconi” e simili. Certo, l'anti-intellettualismo è brutto, un segno di scarso senso democratico, ma è comunque diverso dal condannare un uomo, non solo un uomo politico, per la sua fede, come ha fatto Salvini ieri sera. Preoccupa però che questa involuzione – l'ennesima – del dibattito politico, degenerato in puro e semplice sfogo delle frustrazioni dell'opinione pubblica, non trovi minimamente riflesso nei toni e nelle preoccupazioni della stampa, dei commentatori, dei semplici cittadini.

Certo, una parte del paese è allertata. Ma se si pensa all'insurrezione democratica scatenata dai giornali e dalle televisioni durante la crescita del movimento di Grillo, la tenue opposizione incontrata da Salvini in questi mesi di ascesa iperpresenzialista non può che far riflettere. E, dopo aver riflettuto, disperare. Perché rivela una certa assuefazione al male che rappresenta; un averlo messo in conto, nel gioco democratico, più di una minaccia sistemica – anche se di tutt'altro tipo, perché pacifica – come quella rappresentata dall'idea di democrazia digitale diretta dei Cinque Stelle.

Insomma, la democrazia in crisi sembra essere convinta di poter reggere meglio il colpo di ciò che l'ha distrutta in passato – l'odio – rispetto a ciò che potrebbe distruggerla in futuro. È un calcolo senza visione, stupido. E infatti l'odio avanza, il futuro pure, e nel mentre il presente non fa che lanciare grida di dolore, inascoltate, il cui unico fine sembra aggrapparsi a un passato che, a furia di invocarlo, rischia davvero di tornare.

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