“Una forza di umanità”: cosa abbiamo imparato in Ucraina con il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta
9 min lettura“Niente può sostituire la presenza”, dice Marianella Sclavi, classe 1943, etnografa, attivista, ex docente universitaria in Italia e all’estero di Gestione Creativa dei Conflitti, nonché autrice di numerosi saggi. L’ascolto pronunciare queste parole mentre viaggiamo verso Cracovia, di ritorno dalla quattordicesima missione in Ucraina del MEAN (Movimento Europeo di Azione Nonviolenta).
Sono le 11 del mattino e siamo da poco entrati in Polonia. È il 5 ottobre. Siamo stanchi. Stiamo viaggiando da ieri. Abbiamo lasciato Kharkiv – seconda città per grandezza dell’Ucraina, posizionata a nord-est, a 40 km dal confine russo e dal fronte – verso l’una del pomeriggio del 4 ottobre. Ora nelle orecchie abbiamo le esplosioni sulla città e il fuoco della contraerea che ci ha svegliato alle 5 e mezza del mattino, su un treno fermo nella stazione di Leopoli, immobilizzato come chi, per la paura, si finge morto. Missili, bombe a grappolo, droni.
Scopriremo poi che l’attacco, uno dei peggiori dall’inizio della guerra – e anche uno dei più vicini al confine Ovest, tanto da far alzare in volo gli F35 polacchi – ha fatto ancora vittime civili. Una famiglia di quattro persone, tra cui una ragazza di 15 anni, Anastasia Hrytsiv. Giornali e TV italiane si sono gettati sulla notizia con accanimento famelico. Non la notizia della famiglia uccisa. Piuttosto quella dello scampato pericolo per i 110 volontari che stavano rientrando dalla loro missione. Alcuni si sono distinti per l’assurdità dei titoli. Il Foglio, per esempio, ha scritto: “110 attivisti bombardati da Putin in Ucraina”. Non è vero. Non eravamo noi l’obiettivo. Abbiamo rischiato, d’accordo. Probabilmente siamo ancora qui perché la contraerea ucraina ha fatto il suo dovere. Ma non eravamo noi l’obiettivo. Ci siamo trovati in mezzo per caso. E allora perché titolare in quel modo?
Il Giubileo della Speranza in Ucraina
Tutta questa vicenda dei 110 pacifisti del MEAN “sfiorati” dai missili russi su Leopoli ha dato grande risalto mediatico al movimento, ma ha anche messo in ombra le cose che contano davvero. Il MEAN non va in Ucraina a fare turismo di guerra, ci va per tessere relazioni di amicizia e costruire esperienze di pace. E senza la pretesa di insegnare nulla, piuttosto mettendosi in ascolto di quello che la società civile ucraina esprime e chiede, con la coscienza che da questo, menti e cuori intorpiditi da scontatezze culturali come le nostre, possono imparare molto. Non si può allora ridurre la portata di un evento che ha richiesto quasi un anno di preparazione allo spavento, per quanto grande, che ha colto gli attivisti sulla strada del ritorno. Certo, anche quello ha avuto la sua importanza perché, come scrive Anna Spena su Vita:
È passata un’altra notte di guerra, l’ennesima in Ucraina, e questa volta un ampio gruppo di persone italiane ha capito – in modo molto fisico, condividendo quell’esperienza – che forma ha l’ombra della paura che aleggia sui corpi degli ucraini.
Ma cosa ha spinto 110 persone pacifiche (centodieci perché, per motivi di sicurezza, non potevamo essere di più), dal profilo culturale piuttosto vario, eterogenee nella visione del mondo, distribuite in certa misura tra credenti e non credenti, comprese in un range di età che va dai 18 agli 86 anni, a imbarcarsi in un’avventura che appare assurda, che ha richiesto una fatica enorme, un viaggio lunghissimo, che ha sballottato corpi più o meno giovani prima su un aereo, e poi per 1.400 chilometri su pullman e treni, con lo scopo dichiarato di celebrare il “Giubileo della Speranza in Ucraina”?

I Corpi Civili di Pace Europei
Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Il MEAN è stato fondato all’indomani dell’invasione russa dalla già citata Marianella Sclavi, da Marco Bentivogli, ex capo dei metalmeccanici della CISL, da Angelo Moretti, Presidente della Rete di Economia Sociale Internazionale Res-Int e della Rete di Economia civile “Sale della Terra”, e dal compianto Riccardo Bonacina, inventore del Terzo Settore in Italia (così lo ha ricordato Matteo Renzi in Parlamento, nel giorno della sua scomparsa, l’11 dicembre 2024), nonché fondatore della rivista Vita, e figlio spirituale di don Luigi Giussani. Un gruppo davvero eterogeneo al quale si è unito presto Paolo Bergamaschi, consigliere alla Commissione Esteri del Parlamento Europeo, esponente del movimento eco-pacifista internazionale, testimone oculare di Euromaidan e per un certo tempo anche collaboratore di Anna Politkovskaja, la giornalista russa assassinata il 7 ottobre del 2006, nel giorno del compleanno di Vladimir Putin.
Questo gruppo di persone davvero molto variegato, composto da atei convinti e credenti altrettanto convinti, ha trovato coesione intorno alle idee di Alex Langer, che già negli anni Novanta del secolo scorso lanciò l’idea di istituire i Corpi Civili di Pace Europei. Una piccola utopia concreta, come l’ha definita Micromega, che tenta di “creare le condizioni affinché gli abitanti delle zone di crisi e in pericolo di escalation dei conflitti possano diventare i protagonisti di un processo di rigenerazione sociale, economica, civile del loro territorio e di gestione creativa delle divergenze”. Il senso delle missioni del MEAN in Ucraina è tutto qui. Vogliamo portare solidarietà e aiuti dove la vita è offesa, vogliamo portare, con i nostri corpi, una pace “disarmata e disarmante”, per usare le parole di Leone XIV, ma anche vicinanza, progettualità, e l’idea tutta langeriana che se ci si muove dal basso, se le persone si svegliano dal torpore e reagiscono e iniziano a produrre fatti concreti di amicizia tra i popoli, allora la speranza è possibile.
Ciò che unisce, non ciò che divide
Intitolare la quattordicesima missione del MEAN in Ucraina al Giubileo della Speranza istituito da Francesco è sembrato quanto mai opportuno. Milioni di persone vengono a Roma da tutto il mondo, nel 2025, e allora perché non pensare di andare a farne uno là, di Giubileo, a Kyiv e a Kharkiv, dove donne, uomini, vecchi e bambini soffrono per i continui attacchi e hanno pochissime possibilità di venire in Italia? Tanto più che il significato profondo di questa parola è larghissimo ed ecumenico. In uso presso le tribù semitiche del VI secolo a.C., con Giubileo si intendeva un anno speciale, in genere ricorrente ogni sette, durante il quale la terra avrebbe riposato per rigenerarsi e portare più frutti gli anni successivi, e le contese sarebbero state risolte, il maltolto restituito, i peccati perdonati e le guerre interrotte.
Con questo spirito, i 110 attivisti del MEAN si sono recati in Ucraina dall’1 al 5 ottobre e, insieme alle comunità locali, hanno organizzato momenti di convivenza molto intensi, nei quali il sentimento giubilare, se così vogliamo chiamarlo, ha avuto modo di esprimersi secondo diverse sfaccettature. Non sono mancati i momenti dedicati alla fede, è chiaro. Nelle tante missioni precedenti sono stati numerosi gli incontri di preghiera interreligiosa che hanno visto uniti cattolici, protestanti, ortodossi, musulmani ed ebrei. In quest’ultima occasione, le funzioni giubilari sono state celebrate, oltre che da un paio di sacerdoti presenti tra i 110 attivisti partiti dall’Italia, da mons. Visvaldas Kulbokas, nunzio apostolico del Vaticano in Ucraina, dal vescovo di Kyiv Vitalii Kryvytskyi, dal vescovo cattolico di Kharkiv-Zaporizhzhia Pavlo Honcharuk e dal vescovo Vasyl, esarca del rito greco-cattolico della stessa regione.
Un Giubileo non solo religioso
Nonostante i continui allarmi – le sirene antiaeree suonavano spesso – siamo riusciti a portare a termine l’intero programma. A Kyiv si sono incontrati i rappresentanti di diverse realtà che si occupano di giustizia riparativa. Hanno parlato Filippo Vanoncini dell’associazione Natan, Alyona Horova, presidente dell’Istituto per la pace e la comprensione, Ruslana Havrylyuk del Centro di Mediazione della Bucovina e una rappresentante dell’Associazione per la Lotta alla Corruzione. A Kharkiv, i momenti religiosi sono stati affiancati da un momento artistico di altissimo livello, che ha visto il coinvolgimento personale di Michelangelo Pistoletto, un gigante dell’arte contemporanea, che ha messo a disposizione il concept della sua opera dedicata alla pace e alla fratellanza tra i popoli, intitolata Terzo Paradiso. Gli studenti dell’Università Beketov di Kharkiv hanno potuto reinterpretare e riprodurre l’opera ognuno secondo la propria sensibilità e ascoltando le parole che l’artista, in un videomessaggio toccante, ha inviato loro.

Altri momenti molto significativi, in queste giornate densissime, hanno visto l’incontro tra una delegazione di sindaci italiani e i rappresentanti del Consiglio Regionale; alcuni esponenti del mondo imprenditoriale dell’oblast di Kharkiv, tra cui il presidente del Consiglio della Comunità Imprenditoriale Oleksandr Tymofiyiv, hanno voluto raccontare, a una delegazione dei 110 attivisti, delle loro fabbriche distrutte dai bombardamenti; c’è stato anche un meeting sportivo, presieduto dal vice presidente del Comitato Olimpico Nazionale dell’Ucraina Viktor Khrystoyev; e venerdì sera, uno splendido concerto d’organo presso la Filarmonica di Kharkiv, che non era più stata aperta al pubblico dall’inizio della guerra. Sabato mattina, prima di prendere il treno per rientrare, il bellissimo incontro tra gli scout dell’Agesci e del Masci con le associazioni scoutistiche ucraine, tra cui il Plast, che ha 10 mila aderenti. Le persone da ringraziare, per questa grande organizzazione, sarebbero tantissime. Non c’è spazio per farlo, ma almeno una la vogliamo ricordare: Sergiy Chernov, consigliere dell’Oblast di Kharkiv e presidente del Congresso dell’autogoverno ucraino, una ONG nata dopo l’invasione con l’obiettivo di lavorare all’integrazione europea e allo sviluppo democratico del paese.

I momenti più toccanti
Il momento delle bombe, sebbene così drammatico, non ha cancellato nulla della ricchezza, della bellezza e dei sorrisi che i 110 attivisti del MEAN hanno vissuto nei giorni del Giubileo in Ucraina. Voglio ricordare ancora due o tre cose che mi hanno toccato profondamente. Innanzitutto le parole del nunzio apostolico Visvaldas davanti al memorial di piazza Maidan a Kyiv:
La guerra non si risolve con mezzi politici né tanto meno con i mezzi militari. Ci vuole un’idea. E voi, uomini e donne che venite dall’Italia, non siete una realtà tra tante. Siete una forza di umanità. (...) Fin dall’inizio ho sostenuto questa vostra iniziativa di un Giubileo della Speranza perché è un modo di fare pellegrinaggio umano e di prendere nelle nostre mani le redini della storia. Siamo in un posto simbolico. Preghiamo non soltanto per gli ucraini caduti ma anche per i soldati russi e per tutte le vittime di tutte le guerre.
Un altro ricordo importante è legato alla visita al cimitero di guerra di Kharkiv. A ognuno di noi è stato dato un garofano da lasciare su una tomba di nostra scelta. Nelle foto commemorative, tutti ragazzi giovani. Tutti belli. Davanti a questo spettacolo tragico e malinconico un ragazzo italiano del MEAN, di appena diciotto anni, ha detto: “Oggi la mia visione del mondo è cambiata per sempre”. Straziante, poi, è stata la visione di un papà e una mamma che, seduti su una panchina di fianco a una tomba, piangevano il loro figlio appena ventunenne.
Voglio ricordare anche le parole con cui Igor Biletsky, rettore dell’Università Beketov, ha accolto la delegazione che ha partecipato al momento artistico organizzato insieme alla Fondazione Pistoletto:
Ho sempre avuto simpatia per il pacifismo come idea, anche perché ho fatto il servizio militare e non c’è pacifista più convinto di chi ha fatto la guerra. Mentre mi preparavo a ricevervi cercavo di capire come mai persone dalla bella e soleggiata Italia vengono in un paese in guerra e per di più in una zona vicina al fronte, rischiando realmente e abbracciandoci in questo pericolo. Quindi mi domandavo perché lo fate, ma dentro di me avevo già la risposta. Quando ho iniziato a parlare con Marcello Raimondi (portavoce MEAN, ndr) della possibilità di questo incontro, sono stato molto concreto: la guerra è il male assoluto perché distrugge tutto, le case naturalmente, ma anche le speranze, le anime, l’empatia, distrugge tutto ciò che tocca, anche le idee delle persone più belle. Però c’è una cosa più brutta della guerra, ed è l’indifferenza. E quando voi siete arrivati qua, ci avete ricordato che c’è un mondo che non è indifferente, la vostra empatia spezza quel malvagio incanto della guerra e la vostra azione di resistenza non violenta ridona a noi la speranza di riuscire a combattere contro il male.
Infine, una parola sul concerto d’organo che ci ha proposto prima Bach, e poi musiche moderne e contemporanee, bellissime, di compositori ucraini. Il direttore della Filarmonica di Kharkiv Yuri Yanko ha presentato un organista d’eccezione: Stanislav Kalinin, un grande virtuoso che, a guerra finita, sarebbe bello poter ascoltare nelle sale di tutto il mondo. Ma il momento di più alta commozione è stato quando, al vertice delle note, trasportati da una musica che esprime le profondità dell’essere umano meglio di qualsiasi parola, una delle attiviste del MEAN fin dalla fondazione, Tetyana Shyshnyak, ucraina russofona del Donetsk che adesso vive in Italia, ha fatto notare alla platea che in sala, un po’ nascosto nelle ultime file, c’era il marito della presentatrice. Ancora in tuta mimetica, l’uomo era da poco arrivato dal fronte, per qualche giorno di permesso. L’applauso è scattato istantaneo e clamoroso. Là c’è chi rischia la vita per impedire all’invasore di entrare e fare a pezzi la sua città. Qui in Italia c’è chi, assente non solo dagli scenari di guerra ma dalla propria stessa vita, ancora non lo capisce. Ha ragione Marianella Sclavi: “Niente può sostituire la presenza”.
(Immagine anteprima di Piero Vitti)








Franco
Ringrazio per la visita . Sono sicuro che vi siate resi conto della bontà d'animo della gente d'Ucraina e della loro assoluta devozione verso Nostro Signore Dio . Di certp potrete testimoniare che da queste parti il "nazismo" non esiste e non esisterà mai. Grazie ancora e se verrete nuovamente qui , ve ne sarò grato :