Turchia, l’attacco di Erdogan all’informazione. E la storia di chi resiste


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Aggiornamento 9 luglio 2018: Venerdì scorso il tribunale di Istanbul ha emesso una sentenza di colpevolezza per sei giornalisti del quotidiano Zaman, chiuso e sequestrato dal Governo nel 2016, che sono stati dichiarati colpevoli di terrorismo e considerati "membri di un'organizzazione armata".

"Il verdetto contro i giornalisti del Zaman è l'ennesimo esempio del comportamento vendicativo delle autorità turche", ha dichiarato il Committee to Protect Journalists (CPJ), che denuncia "l'uso sistematico delle leggi anti-terrorismo per perseguire i giornalisti".

Ali Bulaç, Şahin Alpay e Ahmet Turan Alkan sono stati condannati a 8 anni e 9 mesi di reclusione; Mümtaz'er Türköne e Mustafa Ünal sono stati condannati a 10 anni; e İbrahim Karayeğen a 9 anni. A processo anche i giornalisti İhsan Dağı, Lale Sarıibrahimoğlu, Mehmet Özdemir, Nuriye Ural e Orhan Kemal Cengiz, che sono stati assolti da tutte le accuse.

Tutti gli imputati sono stati assolti dall'accusa di "tentativo di eliminare l'ordine costituzionale", per cui è prevista anche la pena di morte.

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Aggiornamento 26 aprile 2018: Tredici giornalisti del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, in prigione dopo il fallito tentativo di colpo di stato nei confronti del governo guidato da Recep Erdogan del luglio 2016, sono stati condannati da un tribunale turco. Altri tre sotto processo sono stati assolti, scrive BBC. Tra loro, i più importanti commentatori del paese, come il caporedattore Murat Sabuncu, il vignettista Musa Kart e l'editorialista Kadri Gursel. Il presidente del giornale, Akin Atalay è stato condannato a sette anni di prigione, dopo aver già scontato 500 giorni. I 13 giornalisti condannati resteranno liberi fino alla sentenza del processo di appello.

«Nessuna sanzione potrà impedirci di fare giornalismo. Se necessario, andremo di nuovo in prigione, ma continueremo a fare un giornalismo onesto e onorevole», ha dichiarato Sabuncu dopo essere stato condannato a sette anni e sei mesi. Il caporedattore di Cumhuriyet ha aggiunto che la punizione non è stata data solo a lui «ma alla Turchia e alla libertà di stampa in Turchia», poiché le autorità hanno cercato di scoraggiare gli altri dal fare il vero giornalismo.

Le autorità turche hanno accusato lo staff di Cumhuriyet di essere a supporto di gruppi etichettati come organizzazioni terroristiche, tra cui il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), il Fronte di Liberazione Rivoluzionario Popolare di estrema sinistra e il religioso Fetullah Gulen (in esilio autoimposto negli Usa, le cui autorità hanno rifiutato l’estradizione), che Ankara accusa di aver architettato il fallito colpo di stato. A marzo, 25 giornalisti sono stati incarcerati per presunti collegamenti con Gulen.

Fondata nel 1924, Cumhuriyet aveva mantenuto strenuamente la sua voce indipendente in un ambiente mediatico sempre più controllato dallo Stato. In un editoriale in prima pagina prima dell'udienza del 25 aprile, il giornale ha scritto: "Basta con questa crudeltà". Dopo il verdetto, sul sito web del quotidiano si leggeva: "Sarai disonorato davanti alla storia", mentre un tweet sottolineava che “il giornalismo non è un crimine”.

Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) ha condannato la decisione del tribunale e chiesto la liberazione immediata di tutti coloro che sono stati riconosciuti colpevoli. «Le autorità turche devono smettere di equiparare il giornalismo al terrorismo e rilasciare le decine di giornalisti incarcerati per aver fatto il loro lavoro», aveva affermato lo scorso marzo la coordinatrice del programma CPJ Europa e Asia centrale, Nina Ognianova.

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Aggiornamento 4 aprile 2018: La Dogan Media Company, uno dei principali gruppi di media turchi, proprietaria del giornale Hürriyet e della CNN Turk, ha venduto i suoi prodotti multimediali alla Demironen Holding, un conglomerato turco pro-governativo con interessi principalmente nei settori dell’energia, dell’edilizia, del turismo e dei media, riporta il New York Times. In passato il governo aveva accusato la compagnia di essere prevenuta nei suoi confronti. Nel 2009 la società era stata multata per 2,5 miliardi di dollari per le tasse non pagate, una decisione vista come una punizione da parte del governo turco per le sue critiche all’allora primo ministro (e ora presidente) Recep Tayyip Erdogan. Dopo la multa, Dogan fu costretto a vendere due giornali del gruppo a Demironen.

Questa cessione è stata interpretata come un’ulteriore limitazione dell’indipendenza dei media turchi, in un paese dove, secondo l'Associazione dei giornalisti turchi, 154 giornalisti erano in prigione a gennaio.

"Con questa enorme acquisizione, tra cui Hurriyet, l'industria dei mass media turca passa sotto il diretto controllo politico del presidente Erdogan", ha affermato in un tweet a commento della cessione Kadri Gursel, un giornalista veterano, turco.

In un editoriale pubblicato il 3 aprile su Hürriyet, il “difensore civico” (ombudsman) del giornale, Faruk Bildirici, ha scritto che il quotidiano, da sempre simbolo di indipendenza, obiettività, pluralismo, sostenitore dei diritti individuali, in questo momento di cambiamento dovrà “mantenere e persino migliorare la sua reputazione tramite l’indipendenza editoriale e il giornalismo critico”, lasciando inalterati “i suoi meccanismi di verifica interna per evitare errori e proteggere la sua trasparenza”.

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Aggiornamento 19 febbraio 2018: Venerdì scorso, l'Alta Corte Penale di Istanbul ha condannato al carcere a vita, senza possibilità di rilascio anticipato, sei persone accusate di aver partecipato al fallito colpo di stato del 2016. Tra questi, quattro giornalisti: Ahmet Altan, giornalista e scrittore, ex direttore del giornale Taraf daily, chiuso dalle autorità; suo fratello, Mehmet Altan, giornalista e professore; Nazli Ilıcak, una delle prime giornaliste a essere arrestate all'indomani del tentato golpe; e Fevzi Yazıcı, capo della sezione grafica del giornale Zaman.

Assieme a loro sono stati condannati anche Yakup Simşek, che lavorava nel dipartimento pubblicitario del Zaman, e Sükrü Tuğrul Ozşengül, un ex istruttore dell'accademia di polizia accusato sulla base di alcuni tweet nei quali prevedeva che ci sarebbe potuto essere un colpo di stato.

Ahmet Altan, Mehmet Altan e Nazli Ilıcak (via Index for Censorship)

Con almeno 73 giornalisti dietro le sbarre, la Turchia è il paese con più giornalisti incarcerati al mondo, seguito dalla Cina e dall'Egitto, secondo i dati del Committee to Protect Journalists.

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Aggiornamento 14 aprile 2017: Un’agenzia di stampa turca scrive che per presunti legami con il tentativo fallito colpo di Stato della scorsa estate in Turchia, i pubblici ministeri hanno chiesto l’ergastolo per 16 giornalisti, tra cui Nazli Ilicak e Ahmet Altan (e suo fratello Mehmet Altan, un professore di economia), riporta l'Associated Press.

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Aggiornamento 4 novembre 2016: Tredici parlamentari del partito filo-curdo Hdp (Partito dei Popoli) sono stati arrestati tra i 3 e il 4 novembre nelle città di Diyakabir, Ankara e Istanbul per la loro riluttanza a testimoniare su reati legati alla “propaganda terroristica”. Tra loro, i due leader del partito, Figen Yuksedag e Suleyman Demirtas, il capogruppo del partito nel parlamento turco, Idris Baluken e Sirri Surreya Onder, in passato punto di contatto con il leader del PKK, Abdullah Ocalan. Nella mattina del 4 novembre, a Diyarbakir, città a maggioranza curda, è esplosa un’autobomba che ha ucciso 8 persone e ne ha ferite un centinaio, ha dichiarato il primo ministro turco Binali Yildrim.

Gli arresti, hanno spiegato gli avvocati difensori, si inseriscono nell’ondata di repressione in seguito al fallito colpo di stato dello scorso 15 luglio. L’Hdp è il terzo partito turco (con 59 parlamentari sui 550 totali) – dopo l’Akp (al governo) e il partito repubblicano (Chp), anch’esso all’opposizione – e cerca di promuovere la causa della minoranza curda in Turchia e difendere i diritti dei curdi, così come quelli di donne, omosessuali e lavoratori. Il partito è stato spesso accusato dalle autorità turche di essere una copertura del PKK e di non aver mai preso le distanze da esso. Erdogan, scrive il Guardian, ha lanciato ripetuti attacchi personali al leader dell’Hdp, Demirtas, ritenuto l'unico politico in Turchia in grado di rivaleggiare con il suo carisma.

Dopo gli arresti, iniziati a mezzanotte, è diventato difficoltoso l’accesso a Twitter e Whatsapp. Come ha spiegato un esperto di un gruppo di monitoraggio di internet in Turchia, l’accesso alle due applicazioni è stato rallentato fino a renderle inutilizzabili.

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Aggiornamento 22 agosto 2016: I giornalisti del quotidiano Ozgur Gundem, rilasciati successivamente all'arresto del 17 agosto, scrivono sul sito del loro giornale di essere stati vittima di maltrattamenti e percosse da parte delle forze dell'ordine durante il periodo di custodia. Il quotidiano, che continua a pubblicare nonostante l'ordine di chiusura emesso dalla corte, ha dedicato una pagina alla loro testimonianza. "Ci hanno picchiato tutti mentre avevamo le mani legate dietro la schiena. Mi hanno colpito con la culatta di una pistola", scrive Sinan Balik. "Sono stato oggetto di percosse e insulti per 36 ore prima di essere messo nella cella di custodia", racconta Ender Ondes. "Mi hanno spinto giù dalle scale con le mani legate dietro la schiena", testimonia Burcu Ozkara.

"La resistenza continua", titola l'editoriale del giornale, uscito come allegato del settimanale socialista Atılım. I giornalisti sono intenzionati a presentare una denuncia penale per il trattamento subito.

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Nelle ultime tre settimane il presidente turco Recep Erdogan ha ordinato la chiusura, o il sequestro, di almeno 131 media con l'accusa di collaborazionismo con il fallito golpe militare del 15 luglio.

La risposta autoritaria del governo contro la stampa d'opposizione, però, non è che la continuazione dell'atteggiamento ostile verso gli organi di informazione a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, secondo Mahir Zeynalov, giornalista azero espulso dalla Turchia due anni fa con l’accusa di “incitamento all’odio”. Il golpe avrebbe semplicemente accelerato questo processo in un'escalation senza precedenti, che solo nell'ultimo mese ha portato a:

  • Chiusura di 16 tv, 23 radio, 45 quotidiani, 15 riviste e 29 case editrici.
  • Mandato di arresto per 89 giornalisti.
  • Sospensione di 370 giornalisti della tv pubblica.
  • Revoca della licenza a oltre 20 stazioni radio e televisive da parte del Consiglio supremo della radio e televisione turco (RTÜK).
  • Chiusura di 20 siti di notizie da parte dell'autorità per le telecomunicazioni (TIB).

In un suo intervento pubblicato sulla Columbia Journalism Review, Zeynalov, che è stato reporter del Today’s Zaman, quotidiano dell’opposizione sgomberato e sequestrato dal governo a marzo, ha dichiarato che “il golpe ha dato a Edorgan un’opportunità”, e che adesso “la sua popolarità ha raggiunto livelli storici”.

In seguito all’arresto, a fine luglio, dei 42 giornalisti accusati di complicità terroristica con i golpisti, Zeynalov è diventato un punto di riferimento per la stampa internazionale per aver twittato i volti e i nomi di alcuni dei colleghi attualmente sotto detenzione.

Il suo profilo Twitter si è trasformato in un bollettino quotidiano sugli arresti e le epurazioni compiute dal governo. Abbiamo raccolto questi brevi ritratti con Twitter Moment:


Nei tweet di Mahir Zeynalov troviamo una testimonianza dolorosa e importante: i nomi, i volti e le storie dei colleghi detenuti restituiscono a quei numeri, di per sé preoccupanti, una dimensione umana che da osservatori esterni non dobbiamo trascurare.

C'è Nazli Ilicak, 72 anni, veterana del giornalismo turco e convinta sostenitrice della democrazia liberale. Bulent Mumay, un grande lavoratore che si è fatto molti nemici tra gli uomini di fiducia di Erdogan per via del suo giornalismo d'alto livello. Bunyamin Koseli, ex coinquilino di Zeynalov, una mente brillante, un grande reporter investigativo. Arda Akin, conosciuto per i suoi articoli che disturbavano profondamente il governo. Busra Erdal, giornalista giudiziaria, venerata e vituperata, che negli anni si è fatta molti nemici per non aver mai smesso di scrivere. Cemal Kalyoncu, che non sapeva fare altro nella vita se non il suo lavoro: investigare, scrivere, editare, "arrestato perché non si è inchinato davanti al potere". Ali Akkus, uno dei migliori caporedattori che ha la Turchia, che non ha avuto paura di pubblicare inchieste sulla corruzione. Abdullah Kilic, che ironicamente deve il suo prestigio all'aver coperto e investigato il golpe militare del 1960, oggi è accusato di collaborazionismo golpista. Ufuk Sanli, lettore vorace, eccellente reporter economico. Emre Soncan: "se volevi sapere qualcosa sui militari, lui era il giornalista che dovevi leggere". Mumtazer Turkone, torturato in carcere dopo il colpo di Stato del 1980, difensore dei diritti civili. Sahin Alpay, che Zeynalov descrive così: "Non conosco nessuno che abbia combattuto più di lui per la democrazia turca. Un campione dei diritti".

E la lista continua: Hasim Soylemez, Bayram Kaya, Yakup Cetin, Cihan Acar, Mehmet Gundem, Ahmet T. Alkan, Ali Bulac, Hilmi Yavuz, Yakup Saglam, Ahmet Memis, Nuriye Akman, Faruk Akkan, Mumtaz'er Turkone, Fevzi Yazici, Aysenur Parildak, Serpil Berk, Sertac Kayar, Hasan Akbas, Firat Topal, Kemal Gulen, a cui bisogna aggiungere almeno altri 50 giornalisti non citati direttamente da Mahir Zeynalov.

Il clima di sospetto che avvolge il paese rende praticamente impossibile una corretta informazione da parte degli organi di stampa. La notizia più recente è la chiusura del quotidiano Ozgur Gundem, accusato di "propaganda terrorista", e l'arresto di 24 dei suoi giornalisti. Un duro colpo alla pluralità dell'informazione.

Nonostante la retata della polizia e l'ordine di chiusura inflitto dai giudici, il giornale è uscito lo stesso il giorno dopo con uno speciale di quattro pagine e un editoriale intitolato "Non ci inchineremo" al potere. L'ultima pagina è dedicata ai 24 reporter arrestati.

Una ribellione alla decisione del governo, un gesto non solo simbolico per riaffermare un principio sacrosanto per ogni democrazia, quello della libertà di parola. Venerdì sera la redazione si è incontrata davanti agli uffici chiusi del Ozgur Gundem per una riunione editoriale.

La stretta autoritaria non riguarda solo i giornalisti. Più di 60.000 impiegati pubblici sono stati arrestati o sospesi dai loro incarichi nelle ultime settimane: soldati, agenti delle forze dell’ordine, giudici e procuratori, ma anche insegnati e ricercatori universitari. Una reazione sproporzionata con gravi conseguenze per quanto riguarda i diritti umani, avverte Amnesty International, che ha denunciato il ricorso sistematico delle forze dell’ordine alla tortura e allo stupro.

Questa settimana il governo ha annunciato il rilascio immediato di 38.000 detenuti per fare spazio agli oltre 20.000 ‘golpisti’ arrestati finora. "Chiunque può essere il prossimo".

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