Dopo il Venezuela, la Groenlandia: l’era del dominio di Trump e l’Europa al bivio
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In questi giorni si susseguono le dichiarazioni dei leader europei sull’intervento militare illegale secondo il diritto internazionale e da un certo punto di vista anche della Costituzione americana dell’amministrazione Trump in Venezuela.
È chiaro a tutti che quelle dichiarazioni non fermeranno la dottrina Trump.
Di fatto gli Usa hanno rapito il presidente Maduro, un dittatore brutale e oppressivo, accusandolo di essere a capo di un'organizzazione criminale dedita al narcotraffico, e hanno annunciato che guideranno loro il paese in accordo con la vice-presidente dell’attuale governo venezuelano. Una decisione che non ha niente a che vedere con la sicurezza americana nè, contrariamente a chi in queste ore festeggia per la liberazione del popolo venezuelano, con un eventuale cambio di regime in nome della democrazia. Ma è una operazione basata sull’idea di dominare una parte del mondo per i propri interessi, soprattutto quelli personali di Trump e della sua cerchia. Il presidente americano lo ha detto chiaramente rispondendo a una domanda specifica di una giornalista che il suo principale interesse è la gestione del petrolio. D'altra parte non ha avvisato il Congresso, ma ha condiviso la decisione di attaccare con i boss delle principali aziende petrolifere statunitensi. Così dice.
A due giorni dal rapimento di Maduro, è chiaro che Trump si comporta come “un boss mafioso che cerca di espandere il proprio territorio, convinto che eliminando un boss rivale possa poi intimidire i suoi ex capi-decina e costringerli a cedergli una parte dei loro affari”. D’altra parte se Trump avesse voluto davvero un cambio di regime in nome della democrazia, avrebbe subito appoggiato l’opposizione che nel 2024 ha vinto le elezioni, rubate poi da Maduro. E invece Edmundo Gonzàles e María Corina Machado hanno ricevuto il benservito da Trump. Su Machado, vincitrice del premio Nobel per la pace 2025, ha avuto parole di aperto disprezzo: “Non ha il consenso del suo popolo, non è rispettata”. Un articolo del Washington Post addirittura riporta la testimonianza di fonti interne alla Casa Bianca secondo cui il grave peccato di Machado è stato proprio accettare il premio Nobel: avrebbe dovuto rifiutarlo, dicendo che a meritarlo avrebbe dovuto essere Trump. In un'intervista a Fox News, Machado si è detta in queste ore anche disposta a cedere il premio Nobel. Per dire quando la realtà supera la satira. In ogni caso in Venezuela la repressione continua e i giornalisti vengono arrestati, anche se Maduro è sotto processo a New York.
L’elenco delle ragioni dichiarate da Trump che lo hanno portato a intervenire militarmente in Venezuela è lungo e inquietante: fermare il traffico di droga, impadronirsi del petrolio, salvare la democrazia, riaffermare il dominio americano e punire il Venezuela per aver inviato migranti negli Stati Uniti. Con le stesse motivazioni, potrebbe giustificare un intervento simile in altri paesi. “In effetti, - scrive Will Saletan su The Bulwark - Trump ha indicato esplicitamente altri paesi ai quali si applicherebbero gli stessi argomenti , e ne ha segnalati almeno due come possibili prossimi obiettivi. È un’agenda di conquista emisferica che riporterebbe gli Stati Uniti all’Ottocento”. Durante la conferenza stampa, ha infatti confermato le minacce al presidente colombiano («Produce cocaina. La mandano negli Stati Uniti. Quindi sì, deve guardarsi le spalle») e rispondendo a una domanda su Cuba ha detto che la situazione è molto simile al Venezuela. Il segretario Marco Rubio, figlio di immigrati cubani, ha aggiunto: «Se vivessi all’Avana e facessi parte del governo, sarei preoccupato, almeno un po’». Ma le minacce non finiscono qui.
Durante un'intervista a Fox & Friends, Trump ha sottolineato che in Messico bisognerà fare qualcosa, che il flusso di droga illegale negli Stati Uniti non proveniva solo dal Venezuela e dal Messico, ma «anche dal Canada» e che l’incapacità del Canada di controllare il traffico di droga «costituisce una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti».
D’altra parte anche Argentina, Bolivia, Ecuador e Iran potrebbero finire nel mirino di Trump perché anche questi paesi, come il Venezuela, hanno nazionalizzato la loro produzione petrolifera nell’ultimo secolo, dando luogo a contenziosi e risentimenti di lunga data con le compagnie petrolifere statunitensi.
Il cavallo di Troia contro l’Unione Europea: la Groenlandia
Durante la conferenza stampa subito dopo l'operazione "Absolute Resolve" in Venezuela, leggendo un discorso preparato, Trump ha affermato: "In base alla nostra nuova Strategia per la sicurezza nazionale, il predominio americano nell'emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione".
In queste ore il presidente americano e suoi alti rappresentanti stanno minacciando apertamente un alleato NATO.
È importantissima e necessaria la nota congiunta di diversi paesi europei, inclusa l’Italia, in cui si ribadisce che "il Regno di Danimarca - inclusa la Groenlandia - fa parte della NATO" e che "la sicurezza nell'Artico deve essere ottenuta collettivamente, insieme agli alleati della NATO", compresi gli Stati Uniti, rispettando i principi della Carta delle Nazioni Unite, tra cui la sovranità, l'integrità territoriale e l'inviolabilità dei confini che “sono principi universali, e non smetteremo di difenderli", e sottolineando che "spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere sulle questioni che le riguardano".
Bisogna però accettare che, come per le dichiarazioni sul Venezuela, con molta probabilità anche qui Trump non sa cosa farsene di questi comunicati ufficiali.
Non c’è logica, razionalità o disponibilità al dialogo rispetto a una delle maggiori potenze nucleari che ha deciso, e lo ha messo nero su bianco nel documento di Strategia sulla sicurezza nazionale, che ha diritto al suo emisfero (sì, ricorda nemmeno tanto vagamente lo “spazio vitale” hitleriano), riesumando la dottrina Monroe, da cui gli Stati Uniti hanno fatto discendere il diritto di intervenire nell’emisfero occidentale e ribattezzata, per l’occasione, Donroe.
La Groenlandia, dice Trump, gli serve e se la prenderà. Non sono parole che vanno sottovalutate né sono gestibili con la diplomazia, sperando che le intenzioni dietro quelle dichiarazioni possano rientrare. Sono parole che vanno prese alla lettera.
In un talk show politico, il senatore repubblicato Ted Cruz, ha spiegato nemmeno tanto velatamente che o la Groenlandia cede o loro appoggeranno un movimento indipendentista che non vede l’ora di accettare la gentile offerta USA, perché diventare americani è il più grande regalo che si possa ricevere sul pianeta terra.
È però comprensibile la difficoltà europea di attaccare a testa bassa gli Usa, soprattutto in questo momento così delicato per gli accordi sull’Ucraina che coinvolgerebbe proprio l’America sulle garanzie di sicurezza.
In ogni caso se si hanno ancora dubbi sulla reale portata di quelle dichiarazioni, basta ascoltare questo passaggio dell’intervista di Stephen Miller alla CNN, in cui afferma che la Groenlandia dovrebbe far parte degli Stati Uniti D’America. Pressato dal giornalista se esclude o meno un intervento militare, il vice capo di gabinetto della Casa Bianca e consigliere per la sicurezza interna ha detto: ”Nessuno combatterà militarmente contro gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia”. Non solo non ha escluso un intervento militare, ma ha rincarato la dose mettendo in discussione la sovranità della Danimarca sull’isola: “Qual è il fondamento della loro rivendicazione territoriale? Su quale base la Groenlandia sarebbe una colonia della Danimarca? Gli Stati Uniti sono la potenza della NATO. Per consentire agli Stati Uniti di mettere in sicurezza la regione artica, proteggere e difendere la NATO e i suoi interessi, è evidente che la Groenlandia dovrebbe far parte degli Stati Uniti”.
Se gli Stati Uniti dovessero usare la forza militare contro il territorio di un alleato sarebbe la fine dell’ordine di sicurezza nato nel secondo dopoguerra, farebbe collassare la NATO dall’interno, come ha affermato la stessa premier danese Mette Frederiksen, e, come ha scritto l’analista e ricercatrice Olga Lautan, consegnerebbe alla Russia la più grande vittoria geopolitica che non è mai riuscita a ottenere sul campo di battaglia.
Dalla Germania alla Francia i leader europei ribadiscono che la Groenlandia appartiene al suo popolo, riaffermano il proprio sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale della Danimarca, sottolineando chiaramente che i confini non possono essere cambiati con la forza. Sono dichiarazioni che fanno capire che le minacce di Trump sono ormai trattate in Europa come una sfida ai principi fondamentali del diritto internazionale, non come una disputa bilaterale.
Preoccupazione, che come fa notare Olga Lautan, non è emersa dall’oggi al domani. Questa estate, la Danimarca ha convocato diplomatici statunitensi dopo la notizia che alcune persone legate a Trump erano coinvolte in operazioni di influenza clandestine in Groenlandia. Queste attività comprendevano l’individuazione di figure politicamente vicine alle posizioni americane, la compilazione di una lista di voci critiche e la raccolta di materiale destinato a dipingere la Danimarca come sfruttatrice o illegittima nei media statunitensi. “Il modello ricalca tattiche da tempo utilizzate nelle operazioni di influenza russe, in cui le divisioni interne vengono deliberatamente amplificate per indebolire la coesione, minare la fiducia e ammorbidire le resistenze in vista di operazioni successive”.
Effettivamente la Russia aveva individuato la Groenlandia come una vulnerabilità già anni fa. Nel 2019, in una lettera falsa al senatore statunitense Tom Cotton, il ministero degli esteri della Groenlandia chiedeva sostegno finanziario per un referendum sull’indipendenza groenlandese. Il governo della Groenlandia confermò subito che la lettera era falsa e che la fonte molto probabilmente era russa. “L’intelligence danese valutò che l’obiettivo di Mosca fosse seminare confusione, inasprire le tensioni tra Copenaghen e Washington e normalizzare l’idea di una riconfigurazione territoriale senza il consenso delle popolazioni coinvolte”.
All’epoca l’episodio fu liquidato come un tentativo di ingerenza. “Col senno di poi, - scrive Lautan - appare come il primo riconoscimento da parte di Mosca del fatto che la Groenlandia - strategicamente collocata nell’Artico, ricca di risorse e legata alla NATO tramite la Danimarca - rappresentasse un punto di pressione sfruttabile. La Russia non ha inventato l’interesse di Trump per la Groenlandia, ma lo ha individuato per tempo, ne ha testato le possibilità di amplificazione e ha cercato di immetterlo nel dibattito politico statunitense attraverso canali politici delle élite. Ciò che un tempo era un’operazione di influenza è ora diventato politica”.
Gli Stati Uniti mantengono già un ampio accesso strategico in Groenlandia attraverso la base spaziale di Pituffik, un’installazione cruciale per l’allerta missilistica e la sorveglianza spaziale, il che rende evidente che l’annessione non è necessaria per la sicurezza statunitense. Ciò che viene rivendicato è la leva politica, non la difesa.
In un mondo tucidideo, ha scritto il commentatore politico di Euractiv, Simon Nixon, in cui i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono, le possibilità dell’Europa di rientrare tra i forti, e aggiungo io rimanere un saldo baluardo per i sistemi democratici, dipenderanno dalla sua capacità di costruire coalizioni di volenterosi, in patria e all’estero, su commercio, difesa e riforme economiche. L’Unione Europea ha dimostrato di non aver ancora perso la capacità di innovare nelle crisi. Lo abbiamo visto di fronte agli ostacoli posti da paesi vicini al Cremlino come Ungheria e Slovacchia sul sostegno all’Ucraina. Quella capacità sarà indispensabile nei prossimi mesi e anni. Non abbiamo tanto tempo davanti a noi: ci aspettano a breve le elezioni di midterm in America, e dobbiamo sperare in una débâcle per Trump, e abbiamo un’altra manciata di anni prima delle prossime elezioni in paesi cruciali come Regno Unito, Germania e Francia col rischio di finire nelle mani di una estrema destra su cui Trump e i suoi uomini hanno già detto di puntare per distruggere il progetto dell'Unione Europea e avere una serie di nazioni vassalle alleate (con buona pace del sovranismo che quegli stessi partiti rappresenterebbero).
Articolo in anteprima via orizzontipolitici.it







