Trump continua a minacciare la Groenlandia: cosa può e deve fare l’Europa
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L’8 dicembre 2025 il Comitato congiunto Groenlandia-Stati Uniti, riunitosi a Nuuk, capitale dell’isola artica, ha ribadito con una dichiarazione il comune «impegno a una relazione forte e lungimirante, basata sul rispetto reciproco e su interessi comuni e cooperazione pratica». Alla riunione ha partecipato pure la Danimarca, dato che la Groenlandia è una terra autonoma con un proprio autogoverno (il Naalakkersuisut) nell’ambito del Regno di Danimarca, di cui fanno parte anche le isole Fær Øer e la Danimarca propriamente detta. Su LinkedIn si possono vedere diversi scatti della riunione, inclusa la “foto di famiglia” tra la neve, con funzionari groenlandesi, statunitensi e danesi che sorridono; fra i like anche quelli di molti danesi.
Oggi quella dichiarazione appare invecchiata male. E la colpa è soltanto dell’amministrazione Trump, che tra gli ultimi giorni di dicembre e la prima settimana di gennaio ha sconvolto l’opinione pubblica globale, e le cancellerie di mezzo mondo, con la sua operazione illegale in Venezuela contro il dittatore Nicolás Maduro e con le sue improvvide dichiarazioni contro la sovranità, i confini e l’integrità territoriale del Regno di Danimarca, storico alleato degli Stati Uniti nonché attivo membro della NATO.
Katie Miller, consorte di Stephen Miller (White House Deputy Chief of Staff e influentissimo esponente dell’estrema destra statunitense), ha pubblicato su X un post con una mappa della Groenlandia colorata dalla bandiera a stelle e strisce, e la dicitura SOON, presto.
SOON pic.twitter.com/XU6VmZxph3
— Katie Miller (@KatieMiller) January 3, 2026
Il presidente statunitense Donald Trump, per il quale la nazione «ha assolutamente bisogno della Groenlandia», ha dichiarato che l’isola serve agli Stati Uniti per ragioni di «protezione nazionale»; il suo inviato speciale per la Groenlandia Jeff Landry, governatore di uno stato – la Louisiana – legato a doppio filo all’industria petrolifera, è stato altrettanto franco: per lui è un onore servire (a titolo onorario) «per rendere la Groenlandia parte degli Stati Uniti».
Miller, che secondo Bloomberg avrebbe «carta bianca per concretizzare la sua visione di America», e che a detta di Newt Gingrich godrebbe di un’influenza paragonabile a quella di un membro del gabinetto presidenziale, in un’intervista è stato ancora più netto e sprezzante: «viviamo in un mondo governato dalla forza, e dal potere». A parere di Miller (che è anche homeland security advisor) nessuno oserebbe combattere la superpotenza statunitense «per il futuro della Groenlandia», che «ovviamente dovrebbe far parte degli Stati Uniti».
Per il vicepresidente J. D. Vance «la Danimarca non ha tenuto il passo né ha dedicato le risorse necessarie per […] proteggere il popolo della Groenlandia da numerose incursioni molto aggressive da parte della Russia, della Cina e di altre nazioni».
La risposta dei groenlandesi e dei danesi è stata dura, almeno per gli standard diplomatici del Regno di Danimarca. La solidarietà nordica non si è fatta attendere. Copenaghen ha ricevuto il forte sostegno di tutti i ministri degli esteri dei paesi nordici: «Le questioni che riguardano la Danimarca e la Groenlandia devono essere decise esclusivamente dalla Danimarca e dalla Groenlandia».
Poi è arrivata, seppur tardivamente, la dichiarazione congiunta sulla Groenlandia dei leader delle sei maggiori potenze dell’Europa democratica (Macron, Merz, Tusk, Sánchez, Meloni e Starmer) e della Statsminister danese Mette Frederiksen; la dichiarazione ha rilevato che «la sicurezza dell’Artico resta una priorità chiave per l’Europa […] [essa] deve quindi essere garantita collettivamente […] sostenendo i principi della Carta delle Nazioni Unite, tra cui la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini […] principi universali, che continueremo a difendere senza sosta […]. La Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e soltanto a loro, decidere sulle questioni che ineriscono la Danimarca e la Groenlandia». La dichiarazione ha raccolto il plauso e l’adesione di altri capi di stato e governo di paesi NATO, dal nostro continente (come il Minister-president dei Paesi Bassi Dick Schoof e il presidente lettone Edgars Rinkēvičs) e oltre (il primo ministro canadese Mark Carney).
Su Facebook Jens-Frederik Nielsen, premier della Groenlandia, ha scritto, non nascondendo la gratitudine, che il sostegno degli europei «è significativo in una situazione in cui vengono messi in discussione i principi internazionali fondamentali […]. In una situazione in cui il presidente statunitense ha nuovamente affermato che gli Stati Uniti sono molto seri nei confronti della Groenlandia, il sostegno dei nostri alleati nella NATO è molto importante e inequivocabile».
Purtroppo al momento non è arrivata una dichiarazione congiunta di tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, come ha sottolineato il Financial Times.
Le opzioni di Washington
La Groenlandia è stata definita «una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti» dalla Casa Bianca, che proprio per tale ragione non ha escluso l’uso della forza per impadronirsene. Tuttavia è evidente a molte cancellerie occidentali che quelli statunitensi sono pretesti. La Groenlandia (di cui fu riconosciuta da Washington l’appartenenza al Regno di Danimarca già nel lontano 1916, in concomitanza con la firma della Convenzione per la cessione delle Isole delle Indie Occidentali Danesi agli Stati Uniti, proclamata nel 1917) è de facto un protettorato militare statunitense da oltre settant’anni.
L’ormai famigerato Greenland Defense Agreement del 1951 tra gli Stati Uniti e il Regno di Danimarca (aggiornato nel 2004, cioè ai tempi dell’amministrazione Bush jr – non a caso reca la firma dall’allora segretario di stato Colin Powell) è stato la base giuridica della massiccia presenza militare degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, quando nell’isola stazionavano circa 10mila unità, mentre oggi è operativa un’unica base, quella spaziale di Pituffik (più nota come base aeronautica di Thule), con personale ridotto. Il Pentagono, apparentemente, non teme colpi di mano russi, cinesi o cubani nell’isola.
I danesi non hanno alcuna obiezione alla creazione di nuove basi statunitensi in Groenlandia, o alla riapertura di quelle chiuse con la fine della Guerra Fredda, e per il Financial Times avrebbero addirittura proposto a Washington di conferire la sovranità degli Stati Uniti alle basi nell’isola: uno status analogo a quello delle Sovereign Base Areas of Akrotiri and Dhekelia del Regno Unito a Cipro. Gli Stati Uniti sembrano però poco interessati alla cosa.
Il punto è che al momento non esiste alcuna minaccia alla Groenlandia. Pechino, Mosca ecc. sanno che un’invasione dell’isola farebbe scattare l’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico. Come analista che da anni segue quanto accade nella regione, considero i timori di Washington privi di fondamento. E non sembrano preoccupati uomini ben più competenti di me, ad esempio il maggior generale Søren Andersen dell’Arktisk Kommando danese. E in ogni caso – voglio ribadirlo – se l’amministrazione Trump nutrisse mere preoccupazioni di tipo militare, a Copenaghen troverebbe la massima collaborazione, e lo stesso a Nuuk.
E allora perché l’amministrazione Trump è così interessata alla Groenlandia? Oltre a essere un territorio gigantesco (oltre due milioni di chilometri quadrati: circa tre volte il Texas), l’isola è ricca di risorse naturali, a partire dalle materie prime critiche (CRM), cruciali per industrie high-tech come quelle della microelettronica, delle auto elettriche o dell’aerospaziale. Cioè quelle industrie che, secondo il Big Tech e i nazionalisti di estrema destra pro-Trump, sono cruciali per imporre nuovamente al mondo la supremazia degli Stati Uniti (e sconfiggere la concorrenza del Big Tech cinese).
Estrarre i CRM è lungo, costoso, e spesso ha un enorme impatto ambientale e sociale: se la Repubblica Popolare Cinese è leader nel settore, è anche perché il suo regime autoritario può permettersi, quando serve, di ignorare le necessità e le critiche della popolazione, nonché le normative ambientali, e inquinare senza il timore che la magistratura, le ONG o i media creino problemi.
Negli Stati Uniti, paese (ancora) relativamente democratico e dove vige (almeno in parte) lo stato di diritto e resiste la libertà di informazione, tutto è più complicato, ed estrarre litio o neodimio può attirare proteste popolari e inchieste giornalistiche, oltre che interventi della magistratura. A molte popolazioni rurali e montanare del Nevada o della California le scorie tossiche e l’inquinamento delle falde idriche piacciono poco. La Groenlandia non solo è vasta, ma ha il pregio di essere una delle aree meno popolate del pianeta: meno persone uguale, nella brutale mentalità di investitori senza scrupoli, meno rischi di proteste e controlli.
A oggi l’attività estrattiva nell’isola è stata frenata dai politici groenlandesi, e da infrastrutture inadeguate; ma se la Groenlandia finisse, in qualche modo, sotto il controllo degli Stati Uniti, e ci fosse un governo locale più sensibile ai diktat di Washington, allora le aziende minerarie ed energetiche degli Stati Uniti potrebbero decidere di investire miliardi nella creazione di nuove infrastrutture, e nel lancio di progetti a lungo termine. Ecco perché, in una recentissima intervista al New York Times, Trump ha detto che agli Stati Uniti serve la proprietà dell’isola, e non l’affitto: gli investitori vogliono certezze granitiche prima di aprire il portafogli.
L’ossessione di Trump per la Groenlandia potrebbe poi essere collegata alla sua megalomania, e alla necessità di distrarre l’elettorato dai problemi interni, ad esempio il dossier Epstein. Ma davvero l’amministrazione Trump vuole la Groenlandia? Sembrerebbe di sì, o in ogni caso la pensa così la Frederiksen. In una recente dichiarazione Vance ha ammorbidito la posizione dell’amministrazione Trump, chiedendo agli «amici europei» di prendere in modo più serio «la sicurezza di quella massa continentale [la Groenlandia]» perché altrimenti «gli Stati Uniti dovranno fare qualcosa a riguardo». Forse si tratta di una reazione alle critiche piovute dal Campidoglio: vari membri (ed ex membri) del Senato e della Camera hanno espresso la loro contrarietà alle dichiarazioni di Trump e del suo inner circle.
Supponiamo però che l’amministrazione Trump voglia realmente l’isola. Il tempo scarseggia: solo tre anni, poi entrerà in carica un nuovo presidente (o almeno si spera). Come ho cercato di spiegare in un editoriale su Gli Stati Generali, staccare in modo legale la Groenlandia dal Regno di Danimarca, e farne una specie di Porto Rico artica (o uno stato indipendente in libera associazione con gli Stati Uniti attraverso un COFA, come nel caso della Micronesia o di Palau) è un’impresa lunga, complicata e con scarse possibilità di successo.
L’accesso della Groenlandia all’indipendenza è esplicitamente previsto dalla stessa Lov om Grønlands Selvstyre del 12 giugno 2009, varata dopo il referendum del 25 novembre 2008, ma soltanto al termine di un percorso ben definito, che prevede un referendum nell’isola e il consenso del Folketing danese. Pensare di poter bruciare le tappe, e portare a termine l’intero processo in tre anni è ridicolo (anche perché solo dopo aver ottenuto l’indipendenza Nuuk potrebbe negoziare un COFA con Washington, non prima – e in base a un sondaggio del 2025 l’85% dei groenlandesi non vuole far parte degli Stati Uniti).
E allora comprare i voti dei groenlandesi? Vale quanto appena scritto: perché ci siano voti da comprare in occasione di un referendum… serve prima il referendum (e anche vincendolo si dovrebbe poi estorcere il consenso del Folketing). In altre parole, persino la corruzione-frode, per usare il lessico gramsciano, non ridurrebbe così drasticamente i tempi.
Ricorrere alla forza militare sarebbe la strada più rapida, e al contempo quella più devastante. Un’invasione statunitense della Groenlandia, seguita magari da un golpe contro Nielsen e da un referendum sull’autodeterminazione dell’isola come quello lanciato dai russi in Crimea nel 2014, avrebbe effetti terribilmente destabilizzanti, forse sarebbe persino il preludio di una guerra mondiale: distruggerebbe la NATO, spingerebbe molti paesi tra le braccia di Pechino, provocherebbe una guerra commerciale tra la UE e gli Stati Uniti, darebbe il colpo di grazia al cosiddetto rules-based order. Il Partito Repubblicano e il Big Business degli Stati Uniti sono pronti a passare attraverso una simile ordalia?
E l’Europa?
La già citata dichiarazione congiunta è stata un passo necessario, ma non sufficiente. Poiché il rischio che gli Stati Uniti cerchino di staccare, in un modo o nell’altro, la Groenlandia dal Regno di Danimarca c’è. Un avvenimento del genere, persino attuato in modo parzialmente legale, sarebbe un altro durissimo colpo alla reputazione europea, e un rischio per la sicurezza nazionale di ogni stato membro, inclusa l’Italia. Infatti, dopo cosa impedirebbe agli Stati Uniti di voler staccare la Sicilia dall’Italia (in fondo la regione a statuto speciale ha una posizione strategica nel Mediterraneo) o le Canarie dalla Spagna, o Creta dalla Grecia? Dovrebbe invece essere chiaro a tutte le potenze mondiali che il nostro continente non è un carciofo da mangiare foglia dopo foglia.
In un altro articolo su Gli Stati Generali ho suggerito alcune mosse. Macron, Merz, Starmer, Tusk e Meloni dovrebbero recarsi quanto prima in visita in Groenlandia con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e con Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia. Bruxelles dovrebbe intensificare la cooperazione con Nuuk (sembra che sia già previsto un raddoppio europeo del budget per la Groenlandia) e anche ampliare il suo ufficio nella capitale dell’isola, con l’assunzione di altro personale locale.
Ancora, sarebbe cruciale lanciare una “coalizione dei volenterosi” per la sicurezza nell’Artico e nell’Atlantico del nord, così da vedere l’eventuale bluff di Vance. Non basta una presenza militare di tipo simbolico nell’isola, ad esempio con qualche unità a Nuuk. Per proteggere l’isola dalle fantomatiche minacce russe e cinesi servono navi e aerei…
Occorre un’operazione di una certa magnitudine, per salvaguardare la sicurezza marittima e la libertà di navigazione nel GIUK gap, nello Stretto di Davis e nella Baia di Baffin, seguendo le orme della Norvegia e del Regno Unito, che giusto a dicembre hanno firmato un accordo bilaterale per il contrasto delle attività sottomarine russe nell’Atlantico del Nord (new Lunna House agreement). Per tale operazione servirebbe l’assenso del Canada, altamente probabile, dato che a Ottawa l’aggressività trumpiana preoccupa quasi quanto a Copenaghen. Il modello a cui ispirarsi potrebbe essere EUNAVFOR Aspides nel Mar Rosso e sembra che le cancellerie europee stiano andando in quella direzione.
Secondo il Telegraph, Downing Street starebbe «discutendo con gli alleati europei l’invio di una forza militare in Groenlandia che protegga l’Artico per conto di Donald Trump […] I piani, ancora in una fase embrionale, potrebbero comportare il dispiegamento di soldati, navi da guerra e aerei britannici per proteggere la Groenlandia dalla Russia e dalla Cina». A parere di Bloomberg, «la Germania proporrà l’istituzione di una missione congiunta della NATO per monitorare e proteggere gli interessi di sicurezza nella regione artica, nel tentativo di allentare le tensioni con gli Stati Uniti sulle minacce di annessione della Groenlandia. La missione Baltic Sentry della NATO [...] potrebbe servire da modello per una nuova missione Arctic Sentry».
È una lotta contro il tempo. Trump ha soltanto tre anni, e per giunta le elezioni di midterm sono sempre più vicine (e i democratici potrebbero ottenere buoni risultati). Secondo il Daily Mail, il presidente statunitense avrebbe già chiesto al Joint Special Operations Command di approntare un piano di invasione dell’isola, ma che i vertici militari sarebbero contrari, e starebbero cercando di reindirizzare Trump verso altri obiettivi, ad esempio un’azione contro l’Iran. Anche se la notizia non fosse vera, il fatto che sia verosimile dimostra quanto sia grave la situazione.
Immagine in anteprima: frame video theaustralian.com.au







