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Secondo Federico Rampini i dazi di Trump sono un successo. Ecco perché si sbaglia

14 Gennaio 2026 8 min lettura

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Secondo Federico Rampini i dazi di Trump sono un successo. Ecco perché si sbaglia

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Secondo Federico Rampini i dazi di Trump sono stati un successo. Così scrive in un suo articolo pubblicato da Il Corriere della Sera sulla sua rubrica Oriente Occidente. L’articolo presenta di per sé una struttura bizantina: a partire dalla decisione della Corte Suprema di rinviare la sua pronuncia sulle politiche commerciali dell’amministrazione Trump si passa poi a un elogio di queste e una denuncia all’accademia economica che aveva previsto una forte recessione per gli Stati Uniti. 

Dal punto di vista generale, l’articolo di Rampini offre una visione di parte della situazione economica statunitense. È vero, e in parte condivisibile, che le previsioni degli economisti si sono rivelate più catastrofiche di come poi è andata la situazione. Ma, come avevamo già spiegato precedentemente, ciò non significa che l’economia americana navighi in buone acque. E la strategia di dazi di Trump è tutto fuorché vincente. Non serve citare stime o studi per dimostrarlo, perché è la stessa amministrazione a essere tornata sui suoi passi per quel che riguarda certe decisioni che stavano andando a peggiorare la situazione economica.

Ma veniamo ora ai due problemi principali dell’articolo di Rampini. 

I dazi li ha davvero inventati Donald Trump? 

Nell’articolo si legge: 

“(...) i dazi fanno scuola nel resto del mondo: contro la Cina, per esempio, vengono adottati da UE, India, Brasile, Messico e tanti altri paesi emergenti.”

A leggere questo passaggio sembra quasi che i dazi siano un’invenzione dell’amministrazione Trump. In realtà, come dimostra in maniera inversa l’accordo sul Mercosur raggiunto in questi giorni in Europa, i dazi sono uno strumento usato da molti paesi come forma di protezione dal commercio estero. 

La situazione non migliora se si intendono i dazi contro i prodotti cinesi. Per dimostrarlo, basti pensare ancora una volta all’Unione Europea. In un documento del 2011 richiesto dalla Commissione per il Commercio Internazionale (INTA) del Parlamento Europeo, si può leggere la politica europea nei confronti della Cina che comprendeva, tra le altre cose, dazi e altre misure anti dumping. 

È vero che nel corso degli ultimi anni, sempre in riferimento all’Europa, si è assistito a un aumento dei prodotti cinesi colpiti dai dazi. Sarebbe però un salto logico affermare che questo dipende dal fatto che i paesi europei hanno seguito l’esempio degli Stati Uniti. La situazione è infatti più complessa. Nel corso degli ultimi anni infatti la Cina ha cambiato profondamente la sua strategia commerciale. Con Xi Jinping, il paese ha puntato su investimenti strategici per dominare la catena di approvvigionamento di settori high tech e cruciali per la transizione ecologica. Per questo motivo i dazi nei confronti della Cina sono passati dal colpire settori come gli articoli per la tavola alle auto elettriche. Secondo l’Europa le sovvenzioni di Pechino ai produttori di auto elettriche permetterebbero di mantenere il prezzo artificialmente basso, andando così a danneggiare il settore europeo. 

Quindi appare quantomeno avventato affermare che siano i dazi di Trump a fare scuola. Per quanto si tratti di interpretazioni più che di rapporti di causa effetto, i dazi UE rispondono più a una trasformazione strutturale dell’economia cinese di cui abbiamo parlato sopra, non a imitazione di Trump. 

Uno studio letto a metà?

L’aspetto più problematico di Rampini però riguarda l’attacco ai teorici dell’apocalisse dei dazi. Scrive Rampini: 

Con molti mesi di ritardo, ora si affacciano nuove «teorie» dell’accademia ortodossa che spiegano perché i dazi possono addirittura ridurre l’inflazione anziché aumentarla. 

(...)

Da un articolo recente del Wall Street Journal, ecco un clamoroso ripensamento e voltafaccia accademico di alto livello: «I principi economici di base suggeriscono che dazi più elevati dovrebbero far salire il prezzo dei beni importati, portando in genere a un aumento una tantum dell’inflazione. Ma i dati storici dipingono un quadro più sfumato. Gli economisti della Federal Reserve Bank di San Francisco Regis Barnichon e Aayush Singh hanno riscontrato che un aumento dei dazi di un punto percentuale si è accompagnato a una diminuzione dell’inflazione di 0,6 punti percentuali».

Ora, di per sé c’è un problema di tipo tecnico. Nel pezzo Rampini parla di teorie, cioè di formalizzazioni matematiche che forniscono una comprensione del fenomeno. Per quanto in questo ultimo anno si siano moltiplicati i tentativi di modellizzare shock come quello dei dazi, il lavoro citato non è un lavoro teorico, anzi. Se si legge il paper, gli autori chiariscono che si tratta di “fill this empirical gap”, cioè uno studio empirico per comprendere gli effetti macroeconomici dei dazi. 

Ma questo è il male minore. Infatti, nella sua ricostruzione, Rampini fornisce una ricostruzione parziale non solo dei risultati dello studio che cita, ma anche dell’articolo del Wall Street Journal

Andiamo quindi a vedere i risultati del Working Paper - cioè uno studio che non è ancora stato pubblicato su una rivista e non ha ancora passato la revisione paritaria. Il lavoro, “What Is a Tariff Shock? Insights from 150 years of Tariff Policy” dei ricercatori Régis Barnichon e Aayush Singh, ha cercato di comprendere, utilizzando un dataset sugli ultimi 150 anni di politiche commerciali per stimare gli effetti di breve periodo dei dazi sugli aggregati economici, in particolare inflazione e disoccupazione. Vale la pena sottolineare che questo studio non riguarda i dazi della seconda amministrazione Trump. 

Secondo i risultati ottenuti dai ricercatori, un aumento dei dazi porta a una riduzione dell’inflazione. E questo Rampini lo cita. Si dimentica però di riportare una seconda evidenza empirica riscontrata dallo studio, cioè che questo aumento porta anche a un calo dell’attività economica e quindi a un aumento della disoccupazione. 

È vero che i lavori teorici, citati anche dallo studio, prevedono che un aumento dei dazi – poiché va ad aumentare i costi dei beni intermedi – porti poi a un incremento dell’inflazione e a una diminuzione dell’attività economica. Ma lo studio rileva un discostamento tra le previsioni della teoria e i risultati empirici: laddove i modelli teorici prevedono che un aumento dei dazi faccia aumentare sia inflazione che disoccupazione, i dati rilevano che in realtà l’inflazione cala, nonostante resti l’effetto negativo sull’occupazione. 

Di fronte a questi risultati, i ricercatori suggeriscono - che è una cosa ben diversa dalla teoria - due possibili meccanismi. In primo luogo, un aumento dei dazi storicamente si inserisce in  un clima economico incerto. Questa incertezza, come avevamo già spiegato, porta a un peggioramento della fiducia di consumatori e imprese. Ciò può portare a un calo dell’attività economica e, dunque, a una minore inflazione. Un secondo canale riguarda i movimenti nel mercato azionario: un calo del prezzo delle azioni influenzerebbe la domanda aggregata (cioè la somma delle spese effettuate per l’acquisto di beni nazionali nel corso di un anno). Ancora una volta, si assisterebbe agli stessi fenomeni citati in precedenza. 

Pertanto, anche solo limitandosi ai risultati dello studio che Rampini riprende dal WSJ, si nota come gli effetti dei dazi sull’inflazione siano però compensati da un aumento della disoccupazione. Non proprio il successo di cui si parla nell’articolo del giornalista.  

Si può però ampliare lo sguardo e leggere, integralmente, l’articolo del WSJ. L’articolo è più equilibrato di come lo sintetizza Rampini e restituisce la complessità della situazione. Nell’articolo, infatti, si sottolinea che effettivamente, l’impatto sull’inflazione dei dazi - ricordiamo che gli studi citati non riguardano i dazi imposti dall’attuale amministrazione Trump - sono stati o negativi o meno pronunciati rispetto alle previsioni della teoria economica. Inoltre - e qui bisogna essere più cauti perché non abbiamo ancora studi che diano una prospettiva più approfondita - i dati sull’inflazione degli Stati Uniti mostrano che il tasso di inflazione è sì superiore al target del 2 per cento, ma non si è assistito a un aumento esorbitante. 

L’articolo prosegue però ribadendo che gli studi hanno a loro volta riscontrato un effetto negativo sull’attività economica. Un secondo articolo citato, che ha preso in considerazione un arco temporale che va dal 1840 al 2024, rileva come l’aumento contenuto dell’inflazione sia proprio dovuto al fatto che, aumentando i costi di importazione, sono controbilanciati da un calo delle esportazioni e delle importazioni, con un indebolimento della domanda aggregata e un rallentamento del settore manifatturiero. E infatti, come mostrano i dati, il settore statunitense non si è ripreso da una crisi che va avanti da anni con le politiche commerciali di Trump. 

Non solo, l’articolo si conclude con un monito importante da parte dell’economista Jonathan Ostry, economista all’Università di Toronto. Secondo Ostry, uno sguardo al passato per quel che riguarda le tariffe potrebbe non essere adeguato per comprendere la situazione odierna. Quando gli Stati Uniti si sono ritrovati con un livello così elevato di imposte doganali, cioè negli anni ‘30 del secolo scorso, l’economia era profondamente diversa. Il settore manifatturiero era molto più forte e pesava di più sulla ricchezza di un paese. Inoltre anche dal punto di vista del commercio internazionale, ci si ritrovava nel cosiddetto Gold Standard. In un contesto in cui il valore della moneta era ancorato all’oro, l’indebolimento o il rafforzamento del dollaro non erano fattori che entravano in gioco. Questo rende rischioso il paragone con una situazione come quella attuale caratterizzata dal fiat money e da possibili interventi della FED, aggiungendoci la volontà mai sopita di Trump di minare l'indipendenza della Banca Centrale. 

Quindi anche leggendo l’articolo del WSJ si assiste a una situazione profondamente differente rispetto al “clamoroso ripensamento e voltafaccia accademico di alto livello” di cui scrive Rampini. 

L’insostenibile leggerezza delle analisi di Rampini

Più che un clamoroso ripensamento dell’accademia, quello raccontato da Federico Rampini appare come un uso selettivo della letteratura economica e di articoli di giornali autorevoli, come il Wall Street Journal, per sostenere una tesi preconcetta. Gli studi citati non mostrano che i dazi “funzionano”, ma che i loro effetti macroeconomici sono più complessi - e più costosi – di quanto venga suggerito: l’eventuale contenimento dell’inflazione osservato in alcuni contesti storici è ottenuto al prezzo di una riduzione dell’attività economica, dell’occupazione e della domanda aggregata.

Anche l’idea che i dazi di Trump “facciano scuola” nel resto del mondo si regge su interpretazioni discutibili. Nel caso europeo, l’intensificazione delle misure contro la Cina risponde soprattutto a una trasformazione strutturale dell’economia cinese e al suo posizionamento strategico in settori ad alto valore aggiunto, non a una presunta emulazione delle politiche statunitensi.

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Non è un caso che questa complessità venga sistematicamente omessa nell’articolo di Rampini. Se fossero state riportate integralmente le conclusioni degli studi citati, sarebbe emersa una situazione ben più sfumata rispetto alla narrazione del “successo” dei dazi e del presunto voltafaccia dell’accademia. Anche l’uso dell’articolo del Wall Street Journal è rivelatore: non viene criticato, ma evocato come prova a sostegno di una tesi che, alla lettura completa del pezzo, risulta invece fortemente ridimensionata.

In un contesto economico segnato da incertezza, frammentazione geopolitica e tensioni sulle catene globali del valore, non esistono valutazioni in bianco e nero, quanto sfumature di grigio. Ma è proprio questa semplificazione, più che l’analisi, a dominare sempre più spesso il dibattito pubblico.

Immagine in anteprima via corriere.it

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