Perché Putin ha perso e non potrà mai vincere
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Diario di viaggio in Ucraina/1: Perché ho deciso di venire in Ucraina
Il mio primo giorno a Odesa è finito con un allarme all’1 di notte, con Nello abbiamo deciso di non scendere nel rifugio perché i droni intercettati erano molto distanti rispetto al nostro albergo. Dopo di che mi sono addormentata e risvegliata direttamente alle 7.30. Non me lo aspettavo, pensavo che l’ansia mi avrebbe rubato il sonno. Sono uscita subito perché c’era un sole magnifico e sono andata ad allenarmi raggiungendo a piedi la famosissima scalinata Potëmkin, considerata la porta di accesso nella città dal mare.

Lungo il percorso la app che mi avvisa degli attacchi imminenti mi invia una notifica per ricordare il minuto di silenzio in omaggio alle vittime dell’aggressione russa. La strada dove sono si riempie dell’inno ucraino.
Dopo colazione, Nello mi ha portata al mare. Ho visto famiglie, soldati in licenza con le loro compagne, bambini, anziani con i loro cagnolini godersi la bellissima giornata e il mare incantevole di Odesa. Castelli di sabbia, corse lungo la riva, cantanti e musicisti di strada, i cigni, un anziano che pescava, persone in costume a prendere il sole o addirittura a fare il bagno come se fosse la cosa più normale a fine novembre fra altre persone con piumini pesanti e cappelli di lana… Non riuscivo a credere a miei occhi. Di fronte c’è la Crimea e da lì arrivano i droni e i missili che tormentano quotidianamente la vita e la notte degli odesiti. Dietro alle nostre spalle, invisibile la contraerea mobile che difende la normalità dei cittadini di Odesa.




Pochi minuti dopo essere andati via, proprio sul molo dove eravamo è partito un attacco di droni, per fortuna abbattuti dalla contraerea. (Si può vedere il video di uno dei droni abbattuti).
A pranzo sono stata in un ristorante di uno chef italiano, fuggito nel 2014 dalla Crimea. I russi lo cercavano perché aveva organizzato la raccolta e la distribuzione del cibo che avanzava nei vari ristoranti della penisola per i soldati ucraini. Ho mangiato una pizza napoletana spettacolare e un gelato artigianale, “quelli che si facevano una volta”, usando la ricetta di famiglia che si tramandano da generazioni. L’ex moglie, russa, è rimasta in Crimea, sua figlia invece è in Europa. “Quello che Putin non ha capito - mi dice - è che semmai si porterà in casa 20 milioni di partigiani resistenti”.

Nel pomeriggio ci ha raggiunti per un tè Anna Golubovskaja, una fotografa di Odesa che in questi anni ha raccontato per immagini la vita ordinaria degli ucraini e che parla russo e un po’ di italiano. Ha una figlia che vive in Polonia dove studia giornalismo. Una delle prime cose che mi ha raccontato è che alcuni suoi amici hanno deciso di arruolarsi: un collezionista d’arte e scrittore, che ora si trova in ospedale per le ferite riportate durante una missione e una poetessa e scrittrice. Ieri lei era a un concerto alla Filarmonica: non c’era la luce, con i generatori hanno però illuminato il palco per l’orchestra, il pubblico, oltre 300 persone, si è attrezzato con la torcia dei cellulari. Senza riscaldamento faceva davvero molto freddo ma sono rimasti fino alla fine. Le ho chiesto se lei si sente cambiata, se pensa che le persone siano diverse oggi dopo più di tre anni di invasione. “La guerra illumina tutto. Porta alla luce quello che siamo: oggi siamo sicuramente più pieni di odio e rabbia, ma anche più solidali e uniti”.
Nello poi è tornato in albergo a lavorare al suo articolo e Anna si è offerta di portarmi in giro per il centro storico.
Abbiamo passeggiato lungo la zona pedonale, pienissima di giovani in giro come un sabato qualunque in una qualunque città europea. Arriviamo al Pasazh (Passage), la Galleria di Odesa, che mi ha subito ricordato la Galleria Umberto di Napoli e dove tra i tavolini dei locali si possono vedere alcuni pannelli con i volti e le storie di soldati morti in guerra dal 2022 a oggi.

“Vuoi vedere una galleria d’arte che da quando c’è la guerra ha dato spazio a tanti giovani artisti emergenti? C’è una mostra ora che si chiama ‘Frammenti di vita’”. Così abbiamo attraversato il parco dove fra statue di epoca sovietica e la Cattedrale Ortodossa della Trasfigurazione, gruppetti di anziani tutti i pomeriggi si ritrovano a giocare a scacchi o a carte. La cattedrale, conosciuta anche come ‘La chiesa di Odesa’, è uno degli edifici di culto più grandi del paese e simbolo della storia culturale e religiosa di Odessa e dell’Ucraina ed è vissuta anche come simbolo di rinascita dopo la caduta dell’Unione Sovietica: fondata alla fine del ‘700, demolita dai sovietici nel 1936, ricostruita nel 2005 in forme identiche all’originale, danneggiata ancora una volta pesantemente da un attacco missilistico russo a luglio 2023. E ancora una volta in fase di ricostruzione.
La galleria è affollatissima, ci sono persone dentro e fuori. Tra i vari lavori esposti, ce ne sono alcuni di due giovanissime artiste, Daria e Vladislava. Hanno entrambe 17 anni e parlano un po’ inglese. Così, con l’inglese e l’aiuto di Anna quando parlano in russo, mi spiegano i loro quadri: 'Sinfonia di un mondo rovinato' e 'Depersonalizzazione'. Dopo un po’ parliamo della guerra, avevano solo 13 anni quando è cominciata. La loro adolescenza ne deve essere stata segnata in modo significativo. Mi dicono che loro sono giovani, hanno la vita davanti, e la speranza è più forte della paura. “Come immaginate il vostro futuro?”, “In Europa a studiare, storia dell’arte e disegno”.

Dopo Anna mi spiegherà che Daria e Vladislava parlano una lingua che “non esiste” per la sua generazione: è russo ma con parole ucraine. Queste giovani generazioni hanno mescolato le due lingue, perché a scuola parlano ucraino a casa russo.
Le chiedo se ha paura dopo la richiesta di capitolazione voluta da Trump d’accordo con Putin. “Amo profondamente Odesa. Qui sono felice. Ma se dovessero arrivare i russi, non avrei dubbi: andrei via subito”.
Mentre camminiamo e chiacchieriamo lungo il viale arriviamo davanti all’Opera, un edificio di una bellezza imponente, e che secondo gli odesiti, mi dice Anna, è l’edificio più bello di tutta Europa. Improvvisamente partono le sirene di allarme che invitano a trovare subito un rifugio. Il suono mi mette un’angoscia terribile, mi guardo intorno per vedere cosa fanno gli altri: sono tutti calmi, nessuno corre o accelera il passo. Anna mi tranquillizza: “È lontano da qui, ho controllato la mappa, comunque torniamo verso l’albergo”. “Dopo quasi quattro anni - continua Anna - ormai gli odesiti sanno come gestire queste situazioni, all’inizio fuggivano tutti. Ora abbiamo imparato, questa è la nostra normalità. Non è resistenza, è la nostra vita". [Il suono improvviso delle sirene e il mio piccolo attacco di panico in tempo reale si possono sentire nell'audio perché proprio in quel momento stavo registrando un vocale in chat].
Solo ora mi rendo conto di non aver visto militari in giro. La città non è militarizzata e questo, credo, contribuisca a dare la sensazione di una città che non è in uno stato di eccezionalità.
Arriviamo in albergo, ci salutiamo. Ci abbracciamo forte: "Speriamo di rivederci un giorno sempre qui a Odesa senza aver più bisogno delle app per allarmi".
In albergo c'è una festa privata, un matrimonio credo. A un certo punto si sparano a palla un 'Ma Maria' dei Ricchi e Poveri tra un brano neomelodico ucraino e un Bon Jovi.
Putin potrà costringere gli ucrani a capitolare solo grazie al tradimento di Trump e dell’America. Potrà rubare le terre agli ucraini, potrà occuparli. Ma non li conquisterà mai.
La vita degli odesiti non è una vita di adattamento alla guerra, ma è una vita come se la guerra non esistesse. E per questo hanno già vinto. Anche solo per questo Putin che vorrebbe costringerli a vivere una non vita dominata dal terrore ha già perso e non potrà mai vincere.






