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Israele-Palestina: “L’accordo proposto da Trump? Non chiamatelo piano di pace”

5 Febbraio 2020 13 min lettura

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Israele-Palestina: “L’accordo proposto da Trump? Non chiamatelo piano di pace”

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“Non chiamatelo piano di pace”. A dirlo è Daniel Levy, presidente di U.S./Middle East Project, nonché negoziatore ed esperto di politica anglo-israeliana e consigliere di Ehud Barak all'epoca in cui ricopriva la carica di ministro della Difesa. Dalla metà degli anni '90 ai primi anni 2000 Levy ha lavorato alacremente alla stesura degli accordi di pace israelo-palestinesi, da quelli di Oslo del 1993 all'elaborazione dei testi discussi al Summit di Camp David nel 2000 tra l'allora presidente americano Bill Clinton, il presidente dell'Autorità nazionale palestinese Yasser Arafat e il primo ministro israeliano Ehud Barak, dai negoziati di Taba di gennaio 2001 alla redazione dell'Accordo di Ginevra a dicembre 2003.

“Un piano di pace deve essere basato sul salvare la faccia ad ambo le parti perché entrambe devono essere in grado di dichiarare una sorta di vittoria” scrive Levy su The American Prospect commentando la proposta di pace per il conflitto israelo-palestinese messa a punto dall'amministrazione americana e presentata dal presidente Donald Trump il 28 gennaio scorso. “Il piano annunciato è una lettera d'odio di 180 pagine scritta dagli americani (e di riflesso dagli israeliani) ai palestinesi - prosegue - a meno che non si legga per intero (o non si conosca la storia del conflitto) è difficile spiegare la profondità dello spregio e del disprezzo che questo testo mostra nei confronti dei palestinesi. Trasuda suprematismo colonialista”.

Nel piano - secondo Levy - rivendicazioni e giustificazioni storiche su territori e nazionalità sono appannaggio della parte israeliana ritenuta degna di empatia, mentre quella palestinese, schiaffeggiata e respinta, viene accreditata come interlocutrice soltanto nel momento in cui è disposta a offrire pentimento e penitenza.

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Se da un lato le azioni militari di Israele sono sempre considerate atti di difesa e le sue rinunce ai territori occupati una generosa concessione, dall'altro i palestinesi sono descritti come una banda di miscredenti, incitatori, ingrati e corrotti.

Proprio per questo diventa difficile, per Levy, non cogliere nel testo una mentalità suprematista bianca.

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Il razzismo emerge in maniera evidente nella proposta di trasferire i diritti politici dei residenti nell'area del “triangolo” della zona centrale di Israele, dove vivono comunità di arabo-palestinesi a cui viene riconosciuto a tutti gli effetti lo status di cittadini israeliani. Attraverso uno scambio di territori, queste terre potrebbero essere trasferite allo Stato palestinese, minando così lo status di cittadinanza dell'intera comunità palestinese-israeliana. Così facendo il piano avallerebbe la logica della “etnocrazia sulla democrazia” sancita dalla legge sullo Stato-Nazione approvata dalla Knesset, il Parlamento israeliano, il 19 luglio 2018, secondo cui i valori ebraici e quelli democratici sono posti sullo stesso piano ma che, secondo gli oppositori del provvedimento, ha il preciso intento di discriminare le minoranze, arabe e non. (Inevitabile il confronto con i bantustan, entità politico-territoriali riservate ai cittadini di colore nel Sudafrica dell’apartheid).

Il piano di pace americano

Ma cosa prevede “l'accordo del secolo” (come definito da Trump)? Qual è la visione di pace in Medio Oriente presentata dal presidente statunitense in occasione della conferenza stampa congiunta con Benjamin Netanyahu tenutasi durante la visita del primo ministro israeliano e del leader dell'opposizione Benny Gantz giunti a Washington per un incontro finalizzato a discutere il piano al quale non sono state invitate le autorità palestinesi?

«Oggi Israele compie un grande passo verso la pace», ha esordito Trump. «Non sono stato eletto per realizzare cose piccole o sottrarmi dalle questioni importanti», ha proseguito.

Come riportato dal Guardian, il piano prevede di:

  • stabilire che Gerusalemme sia la capitale "indivisa" di Israele pur considerando che alcune zone a nord e ad est della città possano far parte della futura capitale palestinese
  • riconoscere come appartenente allo Stato di Israele la maggior parte degli insediamenti nei territori palestinesi occupati (con uno stop di un periodo di minimo quattro anni per la costruzione di nuovi insediamenti)
  • attribuire allo Stato palestinese un territorio, per lo più desertico, vicino a Gaza, per compensare la perdita di circa il 30% della Cisgiordania
  • collegare Gaza e la Cisgiordania attraverso un sistema di trasporto ferroviario ad alta velocità
  • riconoscere come appartenente allo Stato di Israele la valle del Giordano che costituisce circa un terzo della Cisgiordania occupata
  • creare, in qualche forma, uno Stato palestinese (completamente frammentato) che non abbia un esercito e che sia sotto il controllo della sicurezza israeliana in determinate aree che comprendono anche il mare. Il piano definisce inoltre una serie di condizioni che i palestinesi devono soddisfare prima di ottenere l'indipendenza, incluso il "completo smantellamento di Hamas"
  • revocare la cittadinanza israeliana a decine di migliaia di arabi israeliani che vivono in dieci città al confine che faranno parte del futuro Stato della Palestina
  • riconoscere le aree del deserto al confine con l'Egitto come parte di un futuro Stato palestinese
  • rifiutare ai rifugiati palestinesi il "diritto al ritorno" nelle abitazioni perse nei conflitti precedenti.

Trump ha aggiunto che il piano include la creazione di 1 milione di posti di lavoro per i palestinesi nei prossimi 10 anni, un investimento di 50 miliardi nel nuovo Stato e la triplicazione del PIL.

Netanyahu ha accolto con favore la proposta definendola "un grande piano per Israele e per la pace". Parlando con i giornalisti, al termine della conferenza stampa, il premier israeliano ha preannunciato che avrebbe cercato di approvare provvedimenti per annettere ad Israele i territori occupati della Cisgiordania e la valle del Giordano nei primi giorni di febbraio (e soprattutto prima della prossima tornata elettorale del 2 marzo quando si svolgeranno le terze elezioni politiche nell'arco di un anno per cercare di formare una maggioranza che governi il Paese) accettando "la sovranità condizionale e limitata" per i palestinesi.

Ma Washington non ha alcuna intenzione di mettere (e far mettere) pressione ai palestinesi per indurli ad accettare la proposta. La conferma è arrivata con le dichiarazioni di Jared Kushner, genero del presidente Trump, suo consigliere e autore del piano di pace, che in alcune interviste e secondo quanto riferito nelle conversazioni con i funzionari israeliani, ha frenato le intenzioni di Netanyahu, sostenendo che qualsiasi decisione andrebbe assunta dopo la formazione del nuovo governo all'indomani del voto del mese prossimo.

In un editoriale pubblicato il giorno successivo alla presentazione della proposta, il Guardian definisce il piano “una truffa, non un accordo”.

Il documento dell'amministrazione Trump - si legge - offre una promessa vuota alla Palestina riducendo al contempo le sue dimensioni e mutilandone l'entità fino alla non esistenza con il possibile trasferimento di città palestinesi da Israele e il palese tentativo di impedire ai palestinesi di ottenere giustizia per i crimini di guerra, compresi quelli attualmente in corso.

Il palese sostegno di Trump a Israele e il furto nei confronti dei palestinesi con la stesura del suo piano ha permesso a Netanyahu di fare tutto ciò che voleva.

Per il Guardian la mossa di Trump rappresenta un tentativo di aiutare Netanyahu - che affronterà un processo per corruzione, frode e abuso d'ufficio - alle prossime elezioni israeliane e di raccogliere il consenso dell'elettorato evangelico filo-israeliano mentre è in ancora corso il procedimento di impeachment a suo carico in Senato.

Il tentativo di Israele di rimanere uno Stato ebraico e democratico mentre controlla uno spazio in cui gli arabi sono numerosi quanto gli ebrei è un dilemma, secondo il Guardian, che diventa un trilemma se si vuole riuscire a mantenere contemporaneamente una forte maggioranza ebraica, tutti i territori e una piena democrazia. Israele potrà continuare a convivere con simili contraddizioni fino a quando Trump consentirà al diritto internazionale di essere infranto impunemente.

Tempo fa Washington - conclude la testata britannica - promuoveva il diritto internazionale per la gestione delle relazioni tra Paesi mentre adesso privilegia la legge della giungla secondo cui ogni paese si difende da solo mentre si assiste alla creazione di tempi bui non solo in Medio Oriente ma in tutto il mondo.

Le reazioni palestinesi

“Un'assurdità”. Così il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha definito il piano, promettendo di "respingere interamente l'accordo".

"Questo accordo cospiratore non passerà. Il nostro popolo lo getterà nella pattumiera della storia", ha dichiarato Abbas, come riportato da Deutsche Welle.

Per il movimento islamico Hamas la proposta di Trump è un "accordo ostile".

Centinaia di palestinesi hanno manifestato nella Striscia di Gaza sia prima che dopo la presentazione del piano ma le proteste non hanno visto un'elevata partecipazione.

Sabato 1 febbraio l'Autorità nazionale palestinese ha interrotto le relazioni con Stati Uniti e Israele, inclusi gli accordi relativi alla cooperazione per la sicurezza.

Le forze di sicurezza di Israele e dell'Autorità palestinese collaboravano, infatti, da tempo nelle aree sorvegliate della Cisgiordania occupata che sono sotto il controllo palestinese. L'Autorità palestinese aveva inoltre anche accordi di cooperazione di intelligence con la CIA che sono proseguiti anche dopo che i palestinesi hanno iniziato a boicottare gli sforzi di pace di Trump nel 2017.

Abbas ha inoltre dichiarato di essersi rifiutato di discutere il piano con Trump per telefono o di ricevere una copia per studiarlo.

«Trump mi ha chiesto di parlargli telefonicamente ma io ho risposto “no" e ha detto che voleva mandarmi una lettera che ho rifiutato», ha spiegato Abbas, come riferito dal Guardian.

Il presidente palestinese ha aggiunto di voler, in questo modo, evitare che Trump potesse sostenere di averlo consultato. "Non passerò alla storia come il leader che ha venduto Gerusalemme", ha detto.

Le reazioni nel mondo

Contrastanti le reazioni dei leader nel mondo all'annuncio del tanto atteso piano di pace per il Medio Oriente.

La Francia, con una dichiarazione del ministero degli Esteri, ha fatto sapere di accogliere con favore gli sforzi del presidente americano riservandosi di studiare attentamente il piano di pace e ribadendo il desiderio di una soluzione a due Stati. Successivamente il ministro Jean-Yves Le Drian ha espresso di avere delle riserve sulla situazione.

Il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, ha chiesto di adottare un approccio equilibrato per sbloccare lo stallo. «Solo una soluzione negoziata a due Stati, accettabile da entrambe le parti, può portare a una pace duratura tra israeliani e palestinesi», ha dichiarato.

Grande entusiasmo da parte del Regno Unito. «Si tratta chiaramente di una proposta seria, che riflette tempi lunghi e sforzi notevoli", ha scritto in una nota il segretario agli Esteri britannico Dominic Raab.
Il primo ministro Boris Johnson, commentando la proposta in parlamento, ha spiegato: «Nessun piano di pace è perfetto, ma questo ha il merito di una soluzione a due Stati che garantirebbe che Gerusalemme sia capitale di Israele e del popolo palestinese».

La Russia si è riservata di valutare la proposta e ha invitato israeliani e palestinesi a negoziare direttamente per trovare un "compromesso reciprocamente accettabile".
Il vice ministro degli Esteri Mikhail Bogdanov ha aggiunto: «Non sappiamo se la proposta americana sia reciprocamente accettabile o meno. Dobbiamo aspettare la reazione delle parti».

Toni accesi quelli usati dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan che ritiene il piano "assolutamente inaccettabile" poiché ignora i diritti dei palestinesi mentre "legittima l'occupazione israeliana". "Il piano delineato" ha aggiunto "non servirà alla pace né porterà a una soluzione".

Con una dichiarazione rilasciata ieri l'Unione europea ha espresso importanti riserve sul piano del presidente Trump affermando che non soddisfa i "parametri concordati a livello internazionale" su questioni come i confini israeliani.

Josep Borrell, Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'Unione europea, ha sottolineato che l'Ue è impegnata in una "soluzione negoziata a due Stati, basata sulle linee del 1967, con scambi di terre equivalenti, come concordato tra le parti, con lo Stato di Israele e uno Stato della Palestina indipendente, democratico, contiguo, sovrano e autosufficiente, che convivono in pace, sicurezza e riconoscimento reciproco".

Borrell ha inoltre affermato che la proposta dell'amministrazione Trump "si discosta dai parametri concordati a livello internazionale".

"In linea con il diritto internazionale e le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l'Ue non riconosce la sovranità di Israele sui territori occupati dal 1967", ha detto Borrell. "I passi verso l'annessione, se attuati, non potrebbero essere compiuti senza essere contrastati".

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato che le Nazioni Unite sostengono la proposta di due Stati che vivono in pace e sicurezza all'interno di confini riconosciuti, sulla base delle linee pre-1967.
«La posizione delle Nazioni Unite sulla soluzione dei due Stati è stata definita, nel corso degli anni, dalle pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza e dell'Assemblea generale alle quali è vincolato il Segretariato», ha affermato Stephane Dujarric, portavoce di Guterres.

La Lega araba, riunitasi sabato 1 febbraio al Cairo su richiesta dei palestinesi, ha respinto il piano di pace americano dichiarando, in un comunicato, che non avrebbe cooperato con gli Stati Uniti alla sua esecuzione perché "non soddisfa i diritti fondamentali e le aspirazioni del popolo palestinese".

Il blocco panarabo ha inoltre affermato che Israele non dovrebbe implementare l'iniziativa con la forza.

«Il piano determina una situazione di uno Stato che comprende due classi di cittadini, ovvero l'apartheid, in cui i palestinesi saranno cittadini di seconda classe, privati dei diritti fondamentali della cittadinanza", ha dichiarato il segretario generale della Lega araba Ahmed Aboul Gheit.

Sebbene la risoluzione che rigetta l'accordo proposto da Trump sia stata unanimemente adottata dai ministri degli Esteri dei 22 Stati membri della Lega araba non tutti i paesi hanno dimostrato nei fatti di sostenere la causa palestinese come accaduto fino a qualche tempo fa.

Gli ambasciatori di Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Oman erano presenti infatti quando Trump ha svelato il piano della Casa Bianca. Durante la conferenza stampa i rispettivi governi sono stati ringraziati pubblicamente dal presidente americano per l'assistenza fornita nel processo di pace.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno definito il piano di Trump "una proposta seria" e "un importante punto di partenza", mentre l'Arabia Saudita ha dichiarato di "apprezzare" gli sforzi di pace di Trump nella regione.

Come raccontato da Martin Chulov, corrispondente del Guardian in Medio Oriente, il miglioramento delle relazioni tra Arabia Saudita e Israele (sviluppatosi nel corso degli ultimi tre anni grazie anche agli ottimi rapporti che intercorrono tra il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e Jared Kushner) ha spinto il regno a cambiare approccio e “nemico” (individuato adesso nell'Iran). Durante lo scorso fine settimana Israele ha annunciato che consentirà ai propri cittadini di recarsi in Arabia Saudita per motivi religiosi o commerciali. Pure gli Stati del Golfo non stanno più vietando viaggi in un paese che è stato a lungo visto come ostacolo alla pace regionale, ma che adesso viene sempre più considerato come un partner.

Anche gli Stati che potrebbero essere più direttamente coinvolti dalle ripercussioni dell'attuazione del piano, come Giordania e Libano, non hanno espresso grande indignazione nei confronti della proposta di Trump assumendo un atteggiamento comune ai paesi di quell'area non più mossi da un sentimento di rabbia rispetto alla questione palestinese, ma da un senso di apatia.

La capitale palestinese

Nel piano di Trump non viene contemplata la possibilità che le due parti possano negoziare il futuro di Gerusalemme, lasciando svanire il sogno dei palestinesi di vedere riconosciuta come loro capitale la parte est della città.

L'alternativa individuata nel piano, come raccontato dal New York Times, è la piccola città di Abu Dis insieme ad altre aree lontane che si trovano geograficamente nella parte est di Gerusalemme ma che di fatto sono separate dalla città da un muro di sicurezza.

Tra le zone designate a far parte della capitale c'è il campo profughi di Shuafat, una baraccopoli governata da bande dove la polizia palestinese non ha giurisdizione e la polizia israeliana ha paura di accedere e Kufr Aqab dove gli arabi della classe media hanno costruito abitazioni non regolamentate e non sicure quando le politiche israeliane e i prezzi altissimi delle abitazioni li hanno spinti a cercare case oltre la barriera di sicurezza ma comunque all'interno della municipalità di Gerusalemme.

E poi c'è Abu Dis che un tempo aveva viste mozzafiato sulla Cupola dorata della Roccia e sul Monte degli Ulivi. Le famiglie che vi abitano in passato attraversavano le valli fino a Gerusalemme per vendere pecore, capre e formaggi.

Oggi un muro alto otto metri, costruito dai militari israeliani, che costeggia la città con la sua forma a zig zag, ha bloccato gran parte della vista, separando i circa 30.000 residenti dai loro campi e dalla città santa.

Il muro di Abu Dis Miriam Alster/FLASH90

Racconta il Guardian in un articolo che quando gli abitanti di Abu Dis hanno saputo che, grazie al piano di Trump, i palestinesi avrebbero finalmente realizzato il desiderio di avere una capitale a Gerusalemme est nella loro zona sono rimasti increduli perché hanno sempre considerato la loro cittadina non più di un "villaggio" periferico o di un "sobborgo", non una parte centrale di Gerusalemme dove sarebbe nata la sede del governo. Perfino Israele non include Abu Dis nella sua "capitale indivisa", escludendola intenzionalmente dai confini municipali.

In uno dei passaggi più paradossali del piano americano viene suggerito ai palestinesi di prendere in considerazione l'idea di rinominare Abu Dis con il nome arabo utilizzato per indicare Gerusalemme, Al Quds, che significa la (città) Santa per via dei siti religiosi, inesistenti però nella presunta futura capitale palestinese.

Ahmed Abu Hilal, sindaco della città, ha dichiarato al Guardian che Abu Dis non ha aspirazioni da capitale. «Lo rifiutiamo. Gerusalemme è la capitale della Palestina», ha ribadito di fronte a una mappa della città esposta nel suo ufficio.

foto anteprima via PenNews

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