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Dramma dei rifugiati: il mondo alla prova della propria umanità

22 Settembre 2016 9 min lettura

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Dramma dei rifugiati: il mondo alla prova della propria umanità

9 min lettura

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Lunedì 19 e martedì 20 settembre gli Stati Uniti hanno ospitato due vertici internazionali sui rifugiati e i migranti. Il summit dei capi di Stato, all'interno all'interno della 71esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per l’approvazione della cosiddetta “Dichiarazione di New York” (documento in cui i paesi s’impegnano a cercare delle soluzioni collettive per affrontare la crisi dei migranti) e, il giorno successivo, l'incontro, organizzato dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, alla presenza di altri leader per chiedere ai governi di assumere impegni significativi sui rifugiati.

Nel mondo, infatti, secondo l’Agenzia per i rifugiati dell’Onu, ci sono quasi 41 milioni di migranti, 3,2 milioni di richiedenti asilo e circa 21,3 milioni di rifugiati. In totale, circa 65,3 milioni di persone in fuga da guerre, violenze, carestie e povertà. Il 2016, afferma inoltre l'UNHCR, risulta essere ad oggi l’anno col tasso di mortalità più alto mai registrato nel Mediterraneo centrale nel tragitto dei migranti verso l'Europa.

Una situazione drammatica che ha registrato forti tensioni, come l’incendio di pochi giorni fa nel campo profughi di Moria nell’isola di Lesbo, provocato dagli stessi migranti probabilmente per denunciare le condizioni di estremo disagio in cui sono costretti a vivere. Eccessivo affollamento e cattive condizioni sanitarie dei campi greci erano stati segnalati ripetutamente anche dalle organizzazioni per i diritti umani, riporta La Stampa.

Criticità simili si riscontrano nella nuova “jungle” di Calais, al confine tra Francia e Inghilterra, dove ai primi di settembre la prefettura francese ha censito la presenza di quasi 7mila migranti. A luglio, racconta Le Monde, sono morti 4 migranti, il 23 agosto è stato ucciso un profugo sudanese e la polizia si è trovata in difficoltà nel gestire la situazione.
Inoltre, il 20 settembre, sempre a Calais sono cominciati i lavori per la costruzione del muro chiamato Great Wall (a spese di Londra) con l’obiettivo di impedire ai migranti di attraversare il canale della Manica e arrivare in Gran Bretagna. Ultimo di una serie di altri muri voluti da diversi paesi europei per bloccare il flusso migratorio all'interno dei propri confini.

Per tutti questi motivi, l’attenzione di Paesi, organizzazioni, ong si è concentrata sul summit delle Nazioni Unite sui rifugiati e migranti per capire quali azioni intraprendere e la credibilità degli impegni promessi.

Cosa prevede La “Dichiarazione di New York”

Nel corso del summit, svoltosi il 19 settembre, è stata adottata formalmente la “Dichiarazione di New York”, un progetto che riguarda sia i migranti che i rifugiati, su cui i 193 Stati membri delle Nazioni Unite avevano trovato un accordo lo scorso mese di agosto. Il documento stabilisce alcuni principi guida, come l'impegno a condividere la responsabilità per la crisi dei rifugiati in modo più equo tra gli Stati membri e a combattere il razzismo e la xenofobia.
Il testo insiste sul fatto che tutte le persone che attraversano o tentano di attraversare i confini "hanno il diritto che il loro status giuridico e le condizioni del loro ingresso e soggiorno siano valutati con un giusto processo".

In particolare, la Dichiarazione invita a proteggere i diritti umani di tutti i rifugiati e migranti, indipendemente dal loro status, a garantire la formazione già a pochi mesi dall’arrivo nel paese ospitante, a prevenire la violenza sessuale e di genere, a condannare ogni forma di xenofobia, sostenere e dare risalto ai contributi positivi da parte dei migranti allo sviluppo economico e sociale dei paesi ospitanti, rafforzare l’assistenza umanitaria e lo sviluppo dei paesi più colpiti, individuare strumenti che facilitino le opportunità per i rifugiati di trasferirsi in altri paesi attraverso, ad esempio, la mobilità per lavoro o formazione.

Ma la stesura finale del testo, scriveva Carine Fouteau su Mediapart alla vigilia del summit, contiene solo un elenco di buone intenzioni che non permettono però di andare al cuore delle questioni per affrontare le "cause profonde" dei movimenti delle popolazioni (il che implica porre fine alla guerra, la povertà e il riscaldamento globale), per combattere il razzismo, la discriminazione razziale e la xenofobia, la lotta contro lo sfruttamento e la tratta di esseri umani e rafforzare gli sforzi di ricerca e salvataggio in mare.

Tutto questo è indicato, prosegue la giornalista francese, senza che venga chiesto agli Stati di cedere parte della loro sovranità nella gestione e controllo delle frontiere a favore di un'autorità sovranazionale. In materia di asilo, la questione era, in origine, di trovare insieme un «patto globale sulla condivisione delle responsabilità per il sostegno ai rifugiati. Ma l'adozione di un tale dispositivo è stata rinviata per due anni e sostituita con lo sviluppo di un "quadro globale di azione" ancora più ampio e generico».

Le critiche al termine del summit

La dichiarazione approvata a New York, che punta a una maggiore coordinazione e umanità nella gestione dei flussi migratori, non ha avuto un’approvazione unanime. Se da una parte il segretario generale Ban Ki Moon, l’ha definita storica e «un importante passo in avanti nei nostri sforzi collettivi per affrontare le sfide della mobilità umana», dall’altra parte, scrive Associated Press, varie associazioni che si occupano di rifugiati hanno manifestato preoccupazione perché questa dichiarazione non contiene impegni concreti e non è giuridicamente vincolante.
A queste critiche, si aggiungono anche quelle di Philippe Bolopion, di Human Rights Watch, che, sempre all’agenzia di stampa internazionale americana, ha parlato di una risposta “non all’altezza della sfida” che si deve affrontare.

Considerazioni simili sono arrivate anche da altre associazioni e Ong che si occupano quotidianamente di migranti e dei loro diritti.
Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, parla chiaramente di “fallimento”. Spiega Shetty che, mentre la situazione dei migranti si sta facendo sempre più difficile – «il Kenya che a maggio ha comunicato di prevedere la chiusura del più grande campo profughi del mondo, Dadaab, e inviare centinaia di migliaia di rifugiati somali verso un paese con un conflitto armato attivo», «il Pakistan che sta minacciando di espellere i 1,5 milioni di rifugiati afghani», «i rifugiati nel Sud-Est asiatico e Australia detenuti in condizioni spaventose, tra sovraffollamento e violenze» e «in tutta Europa, decine di migliaia di persone dormono in tende o in centri di detenzione, di fronte a barriere di filo spinato» –, i diplomatici a New York «hanno litigato su una proposta moderata delle Nazioni Unite che impegnava i governi ad accogliere ogni anno il 10% dei rifugiati del mondo». Proposta poi respinta da una serie di paesi per «privilegiare i loro ristretti interessi personali rispetto a una vasta soluzione globale».

Loris De Filippi, presidente di Medici senza Frontiere Italia, ha definito al programma radiofonico “Radio Anch’io”, “vaghe” le parole dei leader mondiali pronunciate a New York rispetto alla reale situazione drammatica dei migranti, questo «nonostante ci siano stati alcuni spunti interessanti».

Secondo Elisa Baciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia «i governi del mondo intero hanno avuto l'occasione per affrontare con coraggio e lealtà la più grande crisi migratoria del nostro tempo, ma la Dichiarazione di New York sui Rifugiati e i Migranti non contempla alcun impegno concreto per cambiare lo status quo». Inoltre, continua Baciotti, «i paesi più ricchi devono allargare prima possibile le maglie dell'accoglienza, garantendo protezione e aiuto ai rifugiati». Al riguardo Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam, in un articolo su Al Jazeera, ricorda che «almeno un terzo dei 24.5 milioni di rifugiati nel mondo, è ospitato nei paesi dell’Unione Africana, un’area che conta per appena il 2,9 per cento dell’economia globale».

Un editoriale uscito sul Guardian conferma queste criticità. Anche se «la dichiarazione di New York riconosce la portata della crisi, non riesce a tracciare misure concrete», con «i firmatari invitati a continuare a lavorare verso un accordo globale da raggiungere entro il 2018». Inoltre, continua il quotidiano britannico, viene totalmente evasa «la questione non meno importante di prevenire o risolvere i conflitti che guidano la migrazione di massa. Le speranze per un cessate il fuoco in Siria le hanno tutti, ma sono diminuite». Da solo, infatti, negli ultimi 5 anni, questo conflitto ha costretto milioni di persone a fuggire dalle loro case.

Ancora, per Alexander Betts, direttore del centro studi rifugiati dell’Università di Oxford, l’incontro a New York non ha affrontato un’altra importante questione, quella della riforma giuridica dello status di rifugiato:

Il cambiamento è necessario perché il sistema dei rifugiati è stato creato per l’Europa all’inizio della guerra fredda. Eppure, in un mondo radicalmente cambiato viene ancora applicato questo quadro di riferimento. L’idea base della Convenzione dei Rifugiati del 1951 (che non debbano essere rispediti in zone pericolose) rimane rilevante oggi come sempre. Tuttavia, il suo focalizzarsi sui rifugiati in fuga da persecuzioni è diventato antiquato. Oggi, le persone fuggono principalmente da Stati fragili e dominati da violenze di massa.
Il risultato nei tribunali è quello di esclusioni arbitrarie e risposte irregolari alle richieste di asilo. Nel 2014, i tassi di riconoscimento dei richiedenti asilo eritrei variavano dal 26% in Francia, al 100% in Svezia.

Questa serie di critiche però non è condivisa da Filippo Grandi, alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, che all’Associated Press ha spiegato come al contrario di quanto sostenuto, ci sono impegni concreti: una risposta alle problematiche dei profughi non più legata solo agli aiuti umanitari – come cibo, medicine e tende –, ma anche a cose come l’istruzione e l’occupazione. Grandi, inoltre, in un articolo pubblicato su Huffington Post, scrive che la dichiarazione di New York segna un forte impegno politico senza precedenti. Tra le varie cose, «si ribadisce che i diritti dei rifugiati sono immutabili. Si riempie quello che è stato un vuoto perenne nel sistema internazionale di protezione dei rifugiati, riconoscendo che l’aiuto ai rifugiati non dovrebbe cadere su un piccolo numero di paesi, ma che la responsabilità deve essere condivisa a livello globale, richiamando quei paesi che possono a reinsediare molti più rifugiati».

Cosa ha annunciato Obama

Se la delusione ha prevalso al termine del vertice alle Nazioni Unite, il giorno dopo, scrive Patrick Kingsley sul Guardian, l'umore è cambiato dopo l'incontro con il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, durante il quale «18 paesi sviluppati hanno annunciato piani per aumentare l'accesso legale per i rifugiati, 17 paesi in via di sviluppo si sono impegnati ad ampliare per i rifugiati l'accesso all'istruzione e 15 Stati hanno sostenuto che avrebbero preso diverse misure per contribuire ad ampliare ai rifugiati l'accesso ai lavoro».

Durante il suo intervento Obama ha rivolto un appello ai paesi, chiedendo loro di rispettare un obbligo morale per ridurre la crisi globale dei rifugiati che ha raggiunto "proporzioni epiche" e ha chiesto a quelli più ricchi di fare di più. Per questo, ha continuato il presidente americano, si tratta di una «prova della nostra comune umanità» che pone una sfida umanitaria e di sicurezza e che mette alla prova la capacità dei governi di intraprendere un'azione collettiva.

Obama ha così annunciato che una coalizione di più di 30 paesi "guidata dagli Stati Uniti" ha accettato di raddoppiare l’accoglienza dei rifugiati, arrivando a farsi carico di 360mila persone, un programma per fornire istruzione a un milione di bambini profughi e, potenzialmente, di migliorare l'accesso al lavoro legale per altri milioni di adulti. Inoltre, Obama ha dichiarato che ci sarà un aumento di 3 miliardi di dollari dei finanziamenti umanitari globali per il prossimo anno, oltre a impegni per mantenere i finanziamenti negli anni successivi, aggiungendo che, nel corso del 2016, «i 32 Paesi donatori che partecipano al vertice hanno contribuito con circa 4,5 miliardi di dollari in più agli appelli delle Nazioni Unite rispetto al 2015».

Organizzazioni e associazioni umanitarie aspettano ora che questi impegni vengano messi in atto. David Miliband, ad esempio, a capo dell'International Rescue Committee, un'organizzazione non governativa di aiuto umanitario globale, di soccorso e sviluppo, dopo le parole di Obama ha dichiarato che «l'inerzia politica è stata finalmente rotta ma che ora bisogna trasformare questi slanci in un’effettiva attuazione di ogni impegno».

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