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Nucleare, le promesse a vuoto di Salvini e Calenda

9 Settembre 2022 9 min lettura

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Nucleare, le promesse a vuoto di Salvini e Calenda

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8 min lettura

di Stefano Barazzetta

In una campagna elettorale nel mezzo di una gravissima crisi energetica era prevedibile che alcune forze politiche rilanciassero – almeno a parole - il nucleare, facendo anche leva sulle recenti decisioni di Belgio e Germania di rimandare la chiusura di alcune centrali. Ma un conto è decidere di prolungare l’attività di impianti esistenti, altra questione è costruirne di nuovi.

I più attivi su questo fronte sono stati Matteo Salvini e soprattutto Carlo Calenda, che sul nucleare ha deciso di impostare gran parte della campagna di Azione sui temi energetici. È interessante perciò analizzare le dichiarazioni dei due leader e i programmi dei rispettivi partiti. Come vedremo, la gran parte degli argomenti portati a sostegno del ritorno del nucleare appare estremamente debole e parziale, quando non del tutto inconsistente.

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Salvini, secondo il suo stile, si è lanciato in messaggi estremamente diretti, come “il nucleare è l’unico modo per pagare meno la bolletta della luce”: se l’affermazione ha un qualche debole fondamento per il passato, è del tutto falsa per quel che riguarda il presente. Andiamo a vedere il perché prendendo il caso della Francia, citata spesso a supporto di questa tesi.

Le tariffe elettriche francesi sono state in effetti storicamente più basse per due semplici motivi: perché gli oramai anziani reattori d’oltralpe sono stati completamente finanziati dalle casse pubbliche, senza aspettative di ritorno finanziario, e perché sono stati costruiti decenni fa, quando i costi – in epoca pre-Chernobyl e pre-Fukushima – erano ben più bassi degli attuali. Uno dei fatti meno compresi del nucleare è infatti che, a differenza di quanto accaduto per le rinnovabili, ha visto i suoi costi aumentare nel tempo, a causa delle più stringenti norme di sicurezza e della complessità delle nuove generazioni di reattori, in particolare il francese EPR e l’americano-giapponese AP1000.

Non siamo più negli anni ’70, oggi è impensabile che uno Stato – a meno che non si tratti di uno Stato con un’economia pianificata e fortemente centralizzata come la Cina - possa farsi carico di un programma di investimenti di quel tipo. Da tempo ormai non ci sono investitori privati disposti a mettere soldi nel nucleare, spaventati da progetti cronicamente in ritardo di 10 anni o più e enormemente fuori budget. Il reattore francese di Flamanville, che avrebbe dovuto rilanciare il nucleare in Europa, è ancora in costruzione quando invece avrebbe dovuto entrare in funzione 10 anni fa, e ha quasi moltiplicato per 6 i costi. Olkiluoto, in Finlandia - l’unico altro reattore in costruzione in EU - è prossimo all’entrata a regime dopo un ritardo di oltre 12 anni, e costi più che triplicati.

Più in generale, si pensi che di tutti i sei reattori la cui costruzione è iniziata in Occidente negli ultimi 20 anni (1 in Finlandia, 1 in Francia, 2 in USA e 2 in UK) nessuno è ancora in funzione a regime e tutti hanno avuto enormi problemi sia di tempi e costi.

In questi mesi si è avuta inoltre la riprova che avere un parco nucleare ampio – la Francia deriva dall’atomo il 70% della sua elettricità, primo grande paese al mondo – non mette al riparo da una grave crisi energetica: i nostri cugini d’oltralpe hanno già sperimentato bollette tra le più care d’Europa in questi mesi, e sembrano tra i peggio preparati ad affrontare l’inverno.

A questo si aggiunga la grave crisi di performance dei reattori francesi attualmente in funzione: ad oggi oltre 30 dei 56 reattori francesi sono chiusi per manutenzione ordinaria o straordinaria o per veri e proprio guasti tecnici, la produzione nucleare è ai minimi da decenni e la Francia da esportatrice di elettricità si è trasformata in importatrice.

Con una flotta di reattori sempre più anziani (oltre 36 anni di media), molti dei quali dovranno essere chiusi nei prossimi anni, e un solo reattore in costruzione, la situazione della Francia appare tutt’altro che rosea.

Salvini ha anche messo l’accento sul fatto che “100 reattori sono in costruzione in questo momento”: in realtà sono 59 (quelli in funzione sono 437), dei quali appena sei in Occidente. Soprattutto, ha omesso di ricordare che dei 31 reattori la cui costruzione è iniziata dal 2017, solo 4 non sono di concezione cinese o russa: in Occidente il nucleare attraversa una crisi tecnologica e industriale oramai ultradecennale. Globalmente, dei 57 GW in costruzione in tutto il mondo solo ~7-8 GW sono localizzati in Occidente: anche volendo costruire reattori in Italia non è chiaro chi potrebbe avere la capacità di farlo.

Infine, Salvini ha proposto di costruire una centrale nucleare "di ultima generazione, sicura e pulita" a Milano, nel suo quartiere, Baggio. Non è la prima volta che Salvini fa riferimento al cosiddetto “nucleare di quarta generazione”, che prende il nome dal Generation IV International Forum (GIF), un’iniziativa di cooperazione internazionale avviata nel 2001 dal Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti. Il punto è che stiamo parlando di una tipologia di nucleare che ancora non esiste. Secondo le stime più ottimistiche non vedremo questi reattori prima di dieci anni e, quindi, oltre il 2030. E in ogni caso anche questi impianti producono scorie che dovranno essere smaltite in appositi depositi. 
La situazione è la medesima anche nel caso in cui si riferisca ai cosiddetti SMR (Small Modular Reactors), ​​piccoli reattori modulari a fissione, che però ad oggi esistono a livello di prototipo solo in Russia e in Cina. In Europa siamo ancora indietro: Macron ha dichiarato che uno degli obiettivi della Francia è la costruzione del primo prototipo di SMR entro il 2030, con utilizzo commerciale solo in seguito.

Sono però Carlo Calenda e Azione ad aver puntato in maniera ancora più decisa sul nucleare: a testimonianza di questo impegno Calenda ha arruolato come Responsabile Energia di Azione il Prof Giuseppe Zollino dell’Università di Padova, candidandolo anche alla Camera.

Zollino - uno degli esponenti più noti del movimento pro nucleare - è stato per anni Presidente di SOGIN, la società dello Stato italiano responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani.

Calenda in campagna elettorale si è speso moltissimo per il nucleare, indicato come panacea per risolvere la crisi. Questo è coerente con la “proposta nucleare” presentata da Azione in primavera per il rilancio della tecnologia nel nostro paese, una proposta che prevede la costruzione in Italia di una trentina di reattori per totali 40 GW da qui al 2050, sufficienti per produrre più elettricità di tutta quella che l’Italia consuma oggi e circa il 40-50% dei consumi previsti per il 2050. Numeri davvero enormi, che porterebbero l’Italia a essere il secondo (o forse addirittura primo) grande paese al mondo per penetrazione del nucleare.

Alla luce di quanto evidenziato prima – nemmeno un reattore entrato in funzione a regime in Occidente negli ultimi 20 anni, crisi dell’industria Occidentale, carenza di investitori privati disposti a finanziare gli impianti – la fattibilità della proposta appare oltremodo dubbia, per usare un eufemismo. La proposta appare ancora più sorprendente se si pensa che fino a fine marzo 2022 il programma energetico di Azione non prevedeva in maniera più assoluta il rilancio del nucleare, che nemmeno veniva menzionato nel documento tematico. L’invasione Russa dell’Ucraina ha certo modificato il quadro, ma la radicalità del cambiamento rispetto alla strategia precedente appare davvero sorprendente.

Uno dei cavalli di battaglia di Calenda – e di Zollino – è che senza nucleare sarà impossibile per l’Italia raggiungere le emissioni zero nette. Ma i conti – abbastanza scarni in realtà - non tornano: prima di tutto, se anche questo fosse il caso, i 40GW proposti da Azione appaiono del tutto fuori scala (oltre che irrealistici come già evidenziato), considerando anche che secondo lo scenario dell’Agenzia Internazionale dell’Energia – scenario definito dalla stessa IEA come quello “più "tecnicamente fattibile”, "cost effective" e "socialmente accettabile” – sarà possibile raggiungere Net Zero a livello globale grazie a un mix al 90% costituito da rinnovabili e da nucleare per meno del 10%. Inoltre, è la stessa IEA a sottolineare che per raggiungere questo 10% dovranno essere realizzati sostanziali progressi nella filiera nucleare, che ad oggi appaiono particolarmente complicati da immaginare.

Non è un caso che un recente studio di Enel e Ambrosetti preveda che l’Italia possa raggiungere Net Zero entro il 2050 grazie a un mix che non prevede affatto l’utilizzo del nucleare. In particolare, lo studio prevede che, per il comparto elettrico, siano necessari investimenti per 214 miliardi.

Ma quanto costerebbe la proposta nucleare di Azione? La proposta manca completamente di specificare quanto dovrebbe costare la costruzione di 40 GW in Italia e chi dovrebbe finanziarla: lo Stato o i privati? Strana dimenticanza, specie considerando il fatto che Azione si è sempre proposto come il “partito del come” e delle “coperture”.

Prendendo in considerazione i più recenti costi del nucleare in Occidente è però possibile fare delle stime: secondo le previsioni del governo UK il nuovo reattore britannico di Sizewell C dovrebbe costare tra i 20 e i 30 miliardi di sterline, ossia tra i 7,5 e gli 11 milioni di euro al MW.

A un costo del genere il piano nucleare di Azione costerebbe una iperbolica cifra compresa tra i 300 e i 440 miliardi di Euro: soldi che presumibilmente dovranno arrivare in grandissima parte – se non integralmente - dalle casse dello Stato.  E si noti che questo ammontare riguarderebbe la sola parte nucleare: per arrivare a Net Zero servirebbero senz’altro ingentissime risorse aggiuntive.

Questo accento esasperato sul nucleare appare fuori fuoco rispetto alle urgenze che ci troviamo ad affrontare: crisi climatica e crisi energetica richiedono risposte rapide, che il nucleare – in virtù dei suoi lunghissimi tempi di costruzione (15-20 anni tra fase autorizzativa e costruzione, almeno in Occidente) – non è in grado di fornire. Richiedono inoltre investimenti ingentissimi che gli Stati da soli non sono in grado di affrontare: il ruolo del settore privato sarà importantissimo per il raggiungimento degli obiettivi climatici ed energetici.

Come evidenziato da IEA nel suo report Net Zero, il nucleare potrà avere un ruolo in alcuni, selezionati paesi: Cina in primis, che ci ha già puntato moltissimo, e altri mercati emergenti. In Occidente con ogni probabilità, viste le difficoltà già evidenziate, resterà concentrato in pochi paesi (Francia, USA, forse Giappone), che dovranno comunque riuscire a sostituire gli impianti destinati a chiusura, e non sarà facile.

La strada per risolvere crisi climatica e crisi energetica è chiara ed è quella chiaramente tracciata sia da IEA che da IPCC (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico): investimenti massicci in rinnovabili, reti, efficienza energetica, etc.., che possono garantire velocità di implementazione e rapporto costo/benefici ottimale rispetto alle alternative.

Si pensi per esempio che di recente in Francia è stata completata in poco più di un anno e mezzo la costruzione di un parco eolico da 480 MW, che fornirà elettricità a circa 300.000 persone. Il paragone con i 10 anni di ritardo di Flamanville è impietoso.

In un contesto del genere l’accento sul nucleare appare più come un tema identitario che alcuni partiti utilizzano per differenziarsi che una reale proposta di policy: un po’ come lo è stato, e per alcuni ancora lo è, il ponte sullo Stretto di Messina.

È importante che altre forze politiche riportino la discussione nell’alveo del dibattito internazionale. Viceversa, il rischio è che si perdano di vista le reali priorità che il paese dovrebbe perseguire in ambito climatico ed energetico: ma non possiamo permetterci altre distrazioni e altri ritardi.

Immagine in anteprima via l'Espresso

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