L’inchiesta del New York Times sull’infermiera palestinese uccisa dagli israeliani durante gli scontri a Gaza. Un crimine di guerra?

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Il primo giugno scorso, durante le proteste del venerdì contro il blocco israeliano lungo la Striscia di Gaza, veniva uccisa Razan al-Najjar. Aveva solo 21 anni ed era un paramedico volontario. Stava cercando di avvicinarsi a un ferito steso a terra quando è stata colpita da un cecchino israeliano. Insieme a lei quel giorno sono stati uccisi altri tre palestinesi.

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Da allora, Razan è diventata un altro simbolo del lungo conflitto tra Israele e Palestina lungo la Striscia di Gaza. Di fronte alle accuse di Nazioni Unite e associazioni che difendono i diritti umani, Israele ha detto che l’omicidio di Razan non è stato voluto, che i soldati israeliani sparano solo come ultima possibilità e il vero obiettivo erano dei manifestanti che stavano cercando di violare la barriera che divide Gaza da Israele, ma un’inchiesta del New York Times mostra il contrario.

Attraverso l'analisi di oltre mille foto e video, raccolte da 30 testimoni chiave, individuati intervistando più di 60 persone tra persone che hanno assistito all'accaduto, familiari, amici, insegnanti, conoscenti, membri dell’esercito israeliano, esperti di medicina legale e di balistica, i giornalisti del New York Times hanno ricostruito in un modello 3D la scena del crimine, isolato il momento dello sparo e tracciato il percorso del proiettile: a sparare è stato un cecchino israeliano e quando è partito il colpo non c’era nessuno a minacciare l’esercito israeliano.

Come Razan al-Najjar è diventata un (altro) simbolo del conflitto

Razan aveva iniziato a prendersi cura di chi protestava già dal primo giorno della Marcia del Ritorno, il 30 marzo, quando ci sono stati 20 morti e oltre un centinaio di feriti. Da allora sono stati uccisi 1 soldato israeliano e 185 palestinesi, tra cui due donne, 32 bambini, un disabile su una sedia a rotelle, giornalisti e anche medici.

Era l’unica donna e la più giovane dei tre volontari presenti sul campo sin dall’inizio. Curava ustioni, fratture, ferite da arma da fuoco e, al tempo stesso, incoraggiava le persone che protestavano lanciando pietre contro i soldati israeliani. «Tutti la conoscevano», ha detto di lei un altro medico, Lamiaa Abu Moustafa. Anche sui social faceva sentire la sua voce ed era diventata un punto di riferimento per i giornalisti e per chi seguiva le proteste del venerdì.

Nelle nove settimane successive è stata ferita più volte, colpita da una granata alle gambe, da uno pneumatico in fiamme, da un colpo di gas lacrimogeno che le ha fratturato un braccio. Il giorno stesso aveva tolto il gesso ed era tornata sul campo.

Per alcuni medici e infermieri che si sono offerti come volontari per prestare cure durante le proteste, Razan era avventata, ma il suo coraggio,scrive sul New York Times David Halbfinger, ha ispirato molte altre donne a diventare medici, sfidando le convenzioni sociali di un territorio molto conservatore che riserva i lavori pericolosi agli uomini. «Volevo diventare come Razan, coraggiosa e forte e aiutare tutti», ha detto al New York Times Najwa Abu Abdo, una vicina di 17 anni, spiegando la sua decisione di fare volontariato.

In poco tempo, Razan è diventata uno dei tanti simboli di questo conflitto che si protrae da decenni. È stata soprannominata “la principessa del ritorno” o ancora “l’angelo della misericordia”. Per i palestinesi, prosegue Halbfinger, è una vittima innocente uccisa a sangue freddo, un esempio del disprezzo di Israele per la vita palestinese. Per gli israeliani, Razan faceva parte di una protesta violenta volta a distruggere il loro paese, alla quale, come ultima risorsa, è legittimo rispondere uccidendo.

Israele ha cercato da subito di insinuare il dubbio che Razan stesse partecipando alle sommosse e fosse stata usata come scudo umano dai palestinesi. Pochi giorno dopo la sua uccisione, il portavoce del premier israeliano Benjamin Netanyahu per i mezzi d’informazione in arabo, Ofir Gendelman, ha twittato: “Ecco #RazanNajjar, che è venuta alla frontiera di Gaza la settimana scorsa ‘per fare l’infermiera’ e sfortunatamente ha perso la vita. Ma da quando le infermiere partecipano alle sommosse e dicono di essere scudi umani per i terroristi? Hamas l’ha usata come scudo umano per permettere ai suoi terroristi di dare l’assalto alla frontiera”.

Nel tweet era linkato un video che mostrava la giovane infermiera prima lanciare qualcosa di simile a una bomboletta di gas lacrimogeno e poi, in un secondo frammento, rilasciare un’intervista in cui dice: «Sono qui in prima linea e agisco da scudo umano». Ma, come scriveva lo scorso giugno sempre David Halbfinger in un altro articolo sul New York Times, il filmato è stato manipolato in modo evidente tagliando e aggregando due clip video estrapolate da interviste più ampie.

Israele è stato subito attaccato per l’uso eccessivo della forza contro i manifestanti, la maggior parte dei quali erano disarmati. Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha censurato lo Stato israeliano per l'uso sproporzionato della forza e un gruppo di agenzie delle Nazioni Unite ha definito l'uccisione di Razan "particolarmente riprovevole". L'esercito si è difeso dicendo che non era loro intenzione uccidere la giovane infermiera e che i militari stavano indagando sull'accaduto.

Ma, come dichiarato lo scorso agosto da un veterano dell'esercito israeliano, sono circa 70 i manifestanti uccisi in modo non intenzionale dall’inizio delle proteste, in pratica la metà del totale dei palestinesi morti fino a quel momento. Solo questo, sostengono gli esperti, potrebbe costituire una violazione del diritto umanitario internazionale: Israele ha il dovere di modificare le regole d'ingaggio per garantire che non vengano colpite persone “per sbaglio”.

Resta da chiedersi, prosegue Halbfinger, se il gran numero di uccisioni accidentali e l'incapacità di Israele di adeguare le regole di ingaggio in risposta sia una falla nella sua organizzazione o risponda a una volontà politica. Proteggere il confine è complicato, ha dichiarato il colonnello Jonathan Conricus, e in un contesto così caotico come la Striscia di Gaza, «accadono incidenti e si verificano conseguenze indesiderate». Inoltre, come ammesso dallo stesso colonnello, non tutti quelli uccisi senza volerlo sono stati colpiti per caso. Ci sono stati casi in cui soldati avevano mirato alle gambe di persone che consideravano obiettivi legittimi, ma invece di ferirli li hanno uccisi. Gli avvocati militari israeliani hanno ammesso che c'è stata qualche cattiva condotta, ma nessun soldato è stato sospettato di aver intenzionalmente ucciso qualcuno.

A più di 6 mesi di distanza, il New York Times, attraverso una ricostruzione dettagliata, a partire dall’analisi di centinaia di video e foto, ha scoperto che Razan al-Najjar è stata colpita da un cecchino israeliano che ha sparato verso un gruppo di persone tra le quali c’erano medici con addosso un camice bianco (e come hanno spiegato ex cecchini dell'esercito degli Stati Uniti e delle Forze di Difesa Israeliane, chi indossa un camice bianco non può essere colpito). E nessuno intorno a loro stava rappresentando una minaccia o un pericolo per l’esercito israeliano. Alla luce di questa ricostruzione, conclude Halbfinger, anche se Israele ha detto che l’omicidio di Razan non era intenzionale, “la sua uccisione resta un crimine di guerra, per il quale nessuno è stato ancora punito”.

La ricostruzione del New York Times

L’indagine giornalistica del New York Times è stata meticolosa ed è partita all’indomani dell’uccisione di Razan al-Najjar. “Avevamo incontrato Razan diverse volte durante un reportage tre settimane prima della sua morte – scrive Malachy Browne in un articolo che spiega come la ricostruzione del giornale americano ha permesso di appurare che la giovane infermiera sia stata uccisa da un proiettile sparato da un cecchino israeliano nonostante non ci fosse nessuna minaccia nei confronti dell’esercito israeliano – e ci siamo sentiti in dovere di indagare sulla sua uccisione”.

L’inchiesta, condotta dal capo della sezione del New York Times a Gerusalemme, David Halbfinger e da Malachy Browne e Yousur Al-Hlou, è durata 5 mesi. Il primo passo è stato raccogliere testimonianze e contributi video e fotografici per riuscire a ricostruire la scena dell’uccisione di Razan e catturare il momento preciso in cui è stata colpita a morte per poter capire eventuali responsabilità dell’esercito israeliano o minacce da parte dei manifestanti palestinesi. Sono state intervistate più di 60 persone tra testimoni dell’accaduto, familiari, amici, insegnanti, conoscenti, membri dell’esercito israeliano, esperti di medicina legale e di balistica.

La scena dell’omicidio era stata ampiamente documentata da foto e video di giornalisti, manifestanti e medici. Nel corso dell’indagine, sono stati raccolti oltre mille video e fotografie direttamente dai telefoni cellulari e dalle telecamere di oltre 30 testimoni chiave. Aver ottenuto le immagini originali ha consentito, prosegue Browne, di avere i metadati dei file, permettendo loro così di verificare l’autenticità di tutta la documentazione ricevuta e cominciare a ordinare le clip in modo tale da poter ricostruire secondo per secondo tutto l’accaduto.

Non è stato un lavoro facile: molte immagini avevano una datazione oraria differente perché l’ora era stata impostata in modo errato su più fotocamere. I giornalisti sono stati così costretti a confrontare ogni dispositivo con un orologio preciso per riuscire a ricalibrare i metadati e creare una precisa timeline degli eventi.

Confrontando tra di loro le migliaia di immagini sui diversi momenti di quella giornata minuto per minuto, si è riusciti a isolare quando è stato sparato il colpo fatale: “sei telecamere avevano catturato quel momento”, scrive Browne.

I giornalisti del New York Times hanno sincronizzato oltre mille video e foto raccolte da diversi testimoni per creare una cronologia degli eventi.

Una volta isolato il momento dello sparo, bisognava tracciare le posizione sul campo. Per fare questo, sono stati svolti molti sopralluoghi a Gaza. A complicare tutto e a dilatare i tempi c’era la politica di chiusura da parte di Israele, che rende impossibile entrare e uscire dal giovedì alle 15,30 alla domenica alle 7,30.

Alla fine, grazie all’uso di fotocamere ad alta definizione su droni e alla collaborazione dell’agenzia di ricerca britannica Forensic Architecture, è stato creato un modello tridimensionale. Nicholas Masterson, un ricercatore dell’agenzia di ricerca, ha utilizzato ogni fotogramma di foto e video per delineare esattamente dove erano i soldati delle forze di difesa israeliane, le loro jeep, il bunker di un cecchino e le barriere di sabbia usate dai soldati per mimetizzarsi, da un lato, i medici, i manifestanti e le persone presenti, dall’altro.

Una volta calcolata la posizione di tutti, è stata tracciata una linea attraverso di loro per stabilire la traiettoria del proiettile e il punto da dove è partito. Lo sparo ha raggiunto due medici direttamente e colpito un terzo indirettamente con schegge e detriti. Uno dei medici, Mohammed Shafee, è stato colpito al petto. I video hanno confermato che al momento dello sparo Shafee si trovava di fronte al filo spinato. Quindi il proiettile non poteva che essere partito dalla parte israeliana.

Le posizioni di medici e manifestanti tracciate in un modello 3D dell'area di protesta. In alto: i medici che si prendono cura di un manifestante ferito disteso a terra. In basso: Razan al-Najjar, evidenziata in arancione, in piedi tra la folla un secondo dopo essere stata colpita.

Lo sparo è avvenuto alle 18,31. Le regole di ingaggio delle Forze di Difesa Israeliane sono segrete, spiega Browne, ma il tenente colonnello Jonathan Conricus ha spiegato ai giornalisti del New York Times che i suoi soldati prendono di mira solo i manifestanti che stanno ponendo una minaccia violenta, come "tagliare la recinzione o lanciare granate". Secondo l’esercito israeliano, alle 18,31 è stato colpito un manifestante con una maglietta gialla che stava lanciando sassi e tirava via i rotoli di filo spinato che si trovavano a 40 metri dalla barriera di sicurezza.

via New York Times

Ma in base ai video raccolti, solo un manifestante era nella direzione dello sparo, a 120 metri dalla recinzione e non stava protestando in modo aggressivo o minaccioso. Le immagini consentono di dire, senza alcun dubbio, che non c’era alcuna protesta violenta in corso nei minuti precedenti al colpo fatale che ha ucciso Razan al-Najjar. Anzi, come detto, c’erano medici e persone inermi che fanno pensare che era davvero un rischio tentare di colpire un manifestante in quel contesto.

Sta di fatto che alle 18,31 c'è stato lo sparo, il proiettile ha mancato il bersaglio dichiarato dall’esercito israeliano e ha colpito il terreno alcuni metri davanti ai medici. Probabilmente, ha spiegato Michael Knox, esperto di medicina legale, il proiettile ha colpito una pietra per poi dirigersi verso le tre vittime. Mohammed Shafee è stato colpito al petto da alcune schegge, poi il proiettile ha sfiorato la coscia di Rami Abo Jazar e ha continuato la sua traiettoria verso l'alto per perforare Razan appena sopra il petto, recidendo l'aorta.

Il percorso del proiettile da una banchina di sabbia attraverso un gruppo di dimostranti e medici.

Dopo aver esaminato i video, anche con i testimoni sul posto, studiato i referti dell’autopsia e intervistato i medici che hanno cercato di salvare Razan, conclude Browne, “la nostra indagine mostra che si è trattato di uno sparo imprudente nel migliore dei casi, e forse si potrebbe parlare di un crimine di guerra, per il quale nessuno è stato ancora punito. Quel che è certo è che una vita innocente è stata spezzata senza motivo”.

Immagine in anteprima via New York Times

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