Irregolarità, precarietà, formazione non adeguata e leggi non rispettate. La “strage silenziosa” dei morti sul lavoro

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Vitali Mardari aveva 28 anni e lavorava come boscaiolo nel bellunese. Il 19 novembre è stato trovato senza vita, con varie ferite sul corpo, in una stradina forestale in Val delle Moneghe, nei boschi di Sagron Mis, in provincia di Trento. Inizialmente si è parlato di una malore o di un albero che cadendo l’avrebbe colpito. Ma qualcosa non torna. I Carabinieri notano delle incongruenze rispetto alle prime testimonianze raccolte.

A metà dicembre poi la conclusione delle indagini: secondo quanto ricostruito dalle forze dell’ordine il giovane lavorava in nero per un’azienda boschiva della zona. Mentre era al lavoro, la mattina del 19 novembre è stato colpito da un cavo di acciaio spezzatosi improvvisamente. Il titolare dell’impresa, avvertito dai colleghi, “senza nemmeno verificare le condizioni” del ragazzo, avrebbe trasportato il suo corpo, con la propria auto, a circa 600 metri dal luogo dell’incidente, per sviare le indagini sulle cause della morte, per poi avvertire i soccorsi affermando di aver rinvenuto nel bosco una persona che lui non conosceva. Inoltre, gli inquirenti nel cantiere hanno trovato un berretto che i parenti del ragazzo hanno riconosciuto appartenere al ragazzo e che indossava la mattina dell’incidente. Sono state scoperte poi delle tracce di sangue vicino al cavo di acciaio. Per questi motivi, l’imprenditore boschivo è stato denunciato e dovrà rispondere di omicidio colposo, violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e frode processuale.

Pochi mesi prima, a luglio, Luca Savio, 37 anni, stava lavorando in un deposito di marmi a Marina di Carrara, una frazione del Comune di Carrara. All’improvviso, secondo quanto ricostruito da Carabinieri e tecnici dell'Asl, un blocco di marmo già posizionato e scaricato si è mosso, colpendo al petto l’uomo e uccidendolo. La procura sta indagando un collega dell’uomo per omicidio colposo. In base a quanto denunciato dalla CGIL di Massa Carrara l'operaio aveva un contratto di lavoro "di soli 6 giorni".

Due storie emblematiche di quella che Tiziana Siciliano, procuratore aggiunto di Milano, alla tutela della salute, dell'ambiente e del lavoro, in un’intervista a La Stampa, definisce una «strage silenziosa»: «Voglio sottolineare come le vittime per infortuni siano altrettanto allarmanti. In tutto il 2017 le vittime del lavoro solo a Milano sono state sette, fino a metà ottobre di quest’anno siamo arrivati a 18. E lo stesso trend, pur in mancanza di dati ancora ufficiali e definitivi, mi risulta esserci anche in molte altre regioni». 

Situazione di irregolarità, lavoro nero, precarietà, mancanza di adeguati corsi di formazione per prevenire incidenti, leggi non attuate né rispettate, sono le caratteristiche che emergono e contraddistinguono la storia drammatica di questo fenomeno. Una risposta attenta che spinga verso novità importanti di risoluzione delle criticità note non sembra però all’ordine del giorno, denunciava a Punto Sicuro, quotidiano specializzato sulla sicurezza sul lavoro, Lorenzo Fantini, ex dirigente della Divisione Salute e Sicurezza del Ministero del lavoro fino al 2013, al termine di una tavola rotonda svoltasi a settembre sulla questione: «Ancora una volta è emerso che in realtà non ci sono state grandi novità. Il problema del sistema istituzionale che non funziona, oppure funziona un pochettino a macchia di leopardo sul territorio nazionale perché le Regioni hanno velocità diverse. La mancata attuazione di parti significative del Testo Unico sul lavoro del 2008. Ed è emerso anche un problema (…) che è diventato ancora più drammatico e che è quello della moltiplicazione degli appalti e dei subappalti a cui corrisponde una diminuzione delle condizioni di lavoro».

Già cinque anni fa, nel 2013, ad esempio, la relazione finale della Commissione "Morti Bianche" denunciava come nella modalità di appalto e di subappalto (soprattutto quelli di piccole dimensioni) di alcuni lavori da parte delle aziende committenti ci fosse "una fortissima compressione dei costi, con ribassi anche superiori al 50 per cento sia nella fase di progettazione che in quella di esecuzione", con il risultato di compromettere "non solo la qualità del lavoro appaltato, ma anche il rispetto di tutte le procedure e le garanzie, incluse quelle della sicurezza sul lavoro".

Cosa dicono i dati e quali sono le problematiche quotidiane

Per inquadrare la situazione in Italia è utile ai dati forniti dall’Inail, cioè l’Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro. Prima di analizzare queste statistiche, è però necessario ricordare che dietro ogni numero o percentuale, soprattutto in questo caso, ci sono storie di sofferenze umane e di famiglie che hanno perso un marito, una moglie, un genitore, un figlio, una figlia.

Secondo l’ultimo bollettino (gennaio-settembre) del 2018 dell’Istituto, se da una parte le denunce di infortuni registrano un lieve calo, dall’altro quelle delle morti segnano un aumento netto.

Nel periodo compreso tra gennaio e settembre 2018 ci sono state in totale 469.008 denunce di infortunio, in diminuzione dello 0,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Al contrario, le denunce di infortunio con esito mortale sono state 834, cioè oltre l’8% in più rispetto al periodo gennaio-settembre del 2017.

L’Inail fornisce anche l’analisi delle denunce per aree territoriali. Le Isole e il Centro Italia sono le macro aree che registrano, nel periodo in esame, la diminuzione maggiore del numero delle denunce di infortuni rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Rispetto a tutte le altre aree, il Nord Est è quello che vede un aumento (+0,43%). Per quanto riguarda gli incidenti con esiti mortali, si nota come i casi diminuiscono nelle Isole e al Centro, mentre aumenti consistenti ci sono nel Nord Ovest (+21,86%), Sud (+8,48%) e Nord Est (+7,65%).

L’analisi territoriale per macro-aree geografiche delle denunce di infortunio con esito mortale mostrano, per il periodo gennaio-settembre 2018, andamenti con segno negativo nelle isole (-2,99%) e al Centro (-1,27%). Aumenti si rilevano invece in Nord Ovest (+21,86%), Sud (+8,48%) e al Nord est (+7,65%).

Gli incidenti mortali hanno registrato un aumento dell’1,1% se si guarda poi il biennio passato: nel 2017 ci sono stati 1029 casi, mentre nel 2016, 1018. Le denunce d’infortunio arrivate all’Inail sono state 635.433 nel 2017, con una diminuzione di 1.379 casi rispetto allo stesso periodo del 2016. Se poi si allarga maggiormente lo sguardo, prendendo in esame i decenni precedenti, “si vede come il numero di morti bianche sia passato dalle 4 mila e oltre degli anni Sessanta ai numeri attuali, riducendosi quasi dei tre quarti”, spiega un’analisi di Pagella Politica su Agi. Un miglioramento netto si riscontra, rispetto al passato, anche nel numero degli incidenti.

Oltre i dati ufficiali, in Italia ci sono anche quelli dell’Osservatorio indipendente di Bologna, – curato quotidianamente da dieci anni dall’ex metalmeccanico Carlo Soricelli – e nato il 1 gennaio 2008 per ricordare i sette lavoratori della Thyssenkrupp di Torino morti poche settimane prima. Secondo l’Osservatorio, che tiene il conto anche dei morti per infortunio dei lavoratori non assicurati all’INAIL e i lavoratori in nero (in base anche alla raccolta di articoli di giornale), al 27 dicembre ci sono stati 1450 lavoratori morti per infortuni (compresi quelli sulle strade e in itinere, cioè un lavoratore che sta andando al lavoro). Un numero che, denuncia Soricelli, non è mai stato così alto da quando l’Osservatorio è stato aperto.

Edilizia, autotrasporto, fabbriche, sono i settori più a rischio. In un’inchiesta su La Stampa Marco Menduni racconta la difficile quotidianità e le problematiche quotidiane di questi lavoratori. “Delle tragedie, di solito, – scrive il giornalista – si parla per qualche giorno. Poi il ricordo viene assorbito nell’interminabile sequenza degli articoli di cronaca, cristallizzato negli archivi. Poche, pochissime, le tracce dei racconti di chi, in prima persona, vive ogni giorno la realtà dei mestieri e delle professioni più critiche”.

Un lavoratore alla Cave di Carrara, Stefano Mazzini, nel rispondere alla domanda ‘Perché le vittime aumentano?’, dice che uno dei motivi sta nel fatto che «le persone sono diminuite e i ritmi aumentati. Per piazzare i macchinari un tempo venivano utilizzate quattro persone, oggi due». Il giornalista riporta anche l’esperienza di Giulio Freccero, lavoratore nell’autostrada: «Oggi, sul fronte della sicurezza, va meglio di quarant’anni fa, ma con alcuni distinguo. Come il fatto di aver scaricato su imprese specializzate, altre, il pericolo dell’installazione dei cantieri: quelli che mettono i birilli con il camioncino e sventolano le bandiere. Poi si vedono comportamenti scriteriati». L’inchiesta propone poi il racconto di Ervin Balliu, immigrato regolare che lavora nel mondo dell’edilizia: “«Mi chiedi se anche io mi arrampico senza protezioni? Sì spesso sì, anche se la raccomandazione è a parole di non farlo, di rispettare sempre tutte le regole». Perché il lavoro c’è, il comparto è in ripresa, «ma bisogna lavorare velocemente e se rispetti tutte le regole non ce la fai. Poi è la stessa persona che ti dice di rispettare le regole che ti rimprovera se ci metti troppo»”.

Per il segretario confederale della CGIL Franco Martini, intervistato da Il Diario del Lavoro, «è chiaro che un mercato del lavoro dove prevale la precarietà, nel quale prevalgono le tipologe contrattuali di breve durata è terreno fertile per la diffusione di lavoro esposto a tutti i fattori di rischio, vecchi e nuovi. Perché mai un’azienda dovrebbe fare un investimento in formazione, per un suo dipendente che starà poco tempo in azienda?». Secondo Martini si tratta comunque di «una visione priva di respiro»: «Oltretutto, saremo sempre più dentro l'epoca dell'impresa 4.0 e il tempo di lavoro non sarà altrettanto importante delle capacità progettuali del lavoro stesso, quindi, la formazione è il tracciato di rotta verso il futuro. Per queste ragioni, una componente essenziale della politica per la sicurezza, deve essere quella per un mercato del lavoro stabile, qualificato, in grado di interagire con le grandi evoluzioni in atto. Occorre ricordare che esiste un nesso tra salute e sviluppo».

La mancanza di una strategia nazionale

In un’inchiesta del maggio scorso, Fabrizio Ricci su Rassegna Sindacale raccontava la mancanza di “una strategia, una visione d'insieme che vada al di là del mero conteggio delle vittime e dell'emotività data dai fatti più tragici”. Una carenza registrata su diversi aspetti, spiegava Roberto Calisti, direttore dello Spsal (Servizio prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro) dell'Asur Marche 3, quando ancora si doveva capire se dal risultato delle elezioni del 4 marzo sarebbe nato un nuovo esecutivo: «Il governo (che prima o poi dovremo avere) dovrà dire che ne pensa, chiarire cosa faranno il ministero del Lavoro e il ministero della Salute, cosa farà l'Inail, cosa farà lo Stato centrale e cosa faranno le Regioni e le Province autonome; si dovrà decidere quanto investire in prevenzione; si dovrà decidere quante persone si occuperanno di prevenzione occupazionale, in forza di quale percorso formativo ed entro quale organizzazione lo faranno. Il non esprimere una strategia e un programma di impegni concreti sarà l'espressione di una decisione inequivocabile, seppure non espressamente dichiarata».

Già a inizio 2018 i sindacati CGIL, CISL, UIL avevano presentato un documento unitario condiviso in cui scrivevano che “per un miglioramento continuo delle condizioni di lavoro e quindi per una diminuzione significativa degli incidenti sui luoghi di lavoro e delle malattie di origine professionale, la UE si è dotata nel tempo di uno strumento programmatico a cadenza pluriennale quale la Strategia per la salute e sicurezza sul lavoro, nel quale vengono indicati i punti di priorità sui quali concentrare l'impegno in modo sinergico e partecipato, da parte degli attori della prevenzione intesi come istituzionali e parti sociali”, mentre “l'Italia è uno dei pochi paesi dell'Unione a non avere ancora una propria Strategia Nazionale per la salute e sicurezza sul lavoro. Ed è l'unico che non la ha mai avuta”. Al contrario, per i sindacati, avere un simile piano definirebbe, “in un arco di tempo ampio, le politiche di prevenzione da attuare, le risorse da impiegare, le sinergie da creare, gli obiettivi da raggiungere e i sistemi di valutazione, di percorso e di risultato, da impiegare; potendo tracciare, nel perimetro temporale della Strategia, piani e programmi annuali di intervento mirati”.

Tra le proposte avanzate da CGIL, CISL e UIL ci sono il rafforzamento del coordinamento tra gli enti e le parti sociali a sostegno della strategia messa in campo, la richiesta di una di un “provvedimento nazionale che preveda la definizione di una cabina di regia degli organismi coerentemente con l'approccio europeo trilaterale (organizzazioni sindacali, organizzazioni datoriali, Regione)”, la promozione di una cultura della prevenzione e della salute e sicurezza sul lavoro attraverso l’alternanza scuola-lavoro e la formazione professionale, la definizione di specifiche linee guida in vista dell’invecchiamento della popolazione lavorativa, un target di vigilanza specifica per la maggiore esposizione degli immigrati ai pericoli sul lavoro, una maggiore vigilanza nei confronti dei lavoratori giovani “più esposti alla precarietà, anche attraverso l'abuso dei tirocini non curricolari, che, frequentemente, è associata a una minore salute e sicurezza sul lavoro”.

A fine novembre, il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge per la ratifica della “Convenzione sulla salute e la sicurezza dei lavoratori” di Ginevra del 1981 e la “Convenzione sul quadro promozionale per la salute e la sicurezza sul lavoro” del 2006, raggiunta sempre nella città svizzera. Questi testi, comunica il governo, “sono diretti a prevenire gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali e a creare un ambiente di lavoro sempre più sicuro e salubre mediante un’azione progressiva e coordinata sia a livello nazionale che a livello di impresa, con la piena partecipazione di tutte le parti interessate”.

In base a questi strumenti, si prevederebbe una “strategia” in quattro ambiti: “formulazione, attuazione e revisione periodica di una politica nazionale coerente in materia di salute, di sicurezza dei lavoratori e di ambiente di lavoro; promozione del dialogo sociale mediante la partecipazione, la collaborazione e la cooperazione piena e a tutti i livelli dei datori di lavoro, dei lavoratori e delle rispettive organizzazioni, nonché di tutte le altre persone interessate; definizione delle funzioni, delle responsabilità, degli obblighi e dei rispettivi diritti degli interlocutori sociali; sviluppo e diffusione delle conoscenze, istruzione, formazione e informazione”. Lo stesso disegno di legge, con le stesse finalità e gli stessi obiettivi, era stato approvato (qui il testo) nel settembre del 2015 dal governo Gentiloni. Ma il Parlamento, negli anni, non aveva mai dato il via libera al provvedimento.

Nel documento dei sindacati si sottolinea anche come non venga attuata in pieno la principale legge che in Italia interviene e regola questi ambiti e che quest’anno ha compiuto 10 anni dalla sua promulgazione. Si tratta del “Testo unico sulla sicurezza sul lavoro”, il decreto legislativo n.81 del 9 aprile 2008 (negli anni modificato più volte) che ha introdotto “un sistema di prevenzione e sicurezza a livello aziendale basato sulla partecipazione attiva di una serie di soggetti interessati alla realizzazione di un ambiente di lavoro idoneo a garantire la salute e la protezione dei lavoratori”, si legge sul sito della Camera. Tra le misure principali delle legge ci sono il monitoraggio dei rischi e l’attuazione di azioni per la loro riduzione, interventi su impianti e metodi di lavorazione, protezione individuale o collettiva dei lavoratori, introduzione di procedure di informazione, formazione, consultazione e partecipazione dei lavoratori.

Proprio sulla mancata attuazione totale di questa legge, in un articolo dello scorso aprile, Avvenire riportava la denuncia di Franco Bettoni, presidente dell’Anmil, cioè l’associazione degli invalidi e delle famiglie delle vittime del lavoro: «Sono ancora almeno una ventina i provvedimenti da attuare e alcuni riguardano materie anche di grande rilievo». Tra queste norme c’è il sistema di qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi «rimasto lettera morta per tutti quei settori ad alto tasso infortunistico e caratterizzati da forti complessità organizzative e da gravi fenomeni di concorrenza sleale». Bettoni proseguiva inoltre affermando che un altro aspetto non attuato era «la collaborazione tra le parti sociali» che «avrebbe dovuto assumere un ruolo strategico, soprattutto per dare alla politica della prevenzione un valore aggiunto, in special modo per le medie, piccole e micro imprese. Questo complesso di norme inattuate produce effetti negativi, in primo luogo per l’assenza di tutela per i lavoratori. Parallelamente, genera profonde incertezze nella gestione della prevenzione da parte dei datori di lavoro». Infine, il presidente dell’Anmil auspicava una semplificazione del Testo unico a dieci anni dalla sua nascita e un riordino e razionalizzazione delle sue disposizioni, perché tra gli ostacoli c’è anche la burocrazia e i costi connessi.

La mancanza nell’attuazione piena del testo unico sono emerse anche durante un seminario organizzato dall’Avvocatura generale dell’Inail, svoltosi dal 12 al 14 dicembre. In questa sede, riporta Punto Sicuro, Paolo Pascucci, ordinario di Diritto del Lavoro all’Università di Urbino Carlo Bo, ha anche evidenziato “la mancanza di sistematicità dei vari interventi successivi, auspicando «un’azione legislativa per completare il disegno della riforma»”.

La questione dell’irregolarità è poi un altro fattore che favorisce situazioni di insicurezza nell'ambiente di lavoro e incidenti. Nel 2017, secondo l’ultimo rapporto dell’Ispettorato del Lavoro – che dopo la riforma prevista dal “Jobs Act” ha unito sotto lo stesso tetto gli ispettori del lavoro, quelli dell'Inps e dell'Inail, prima divisi – sono risultate irregolari 103.498 aziende, un dato che evidenzia un tasso di “irregolarità significativo, in quanto le ispezioni in cui sono stati contestati illeciti rappresentano il 65% degli accertamenti definiti”. Circa due aziende su tre di quelle ispezionate, quindi, sono risultate irregolari.

Inoltre, “il numero dei lavoratori irregolari, pari a 252.659, presenta un consistente incremento, pari al 36% rispetto al dato del 2016”. Per quanto riguarda poi i lavoratori in nero accertati i numeri dell’Ispettorato del lavoro parlano di 48.073 persone. Ancora, nei primi sei mesi del 2018 su 71.461 controlli sul lavoro, è risultato non in regola il 65% dei casi, scrive Quotidiano sicurezza. In generale, sono stati scoperti oltre 77mila i lavoratori irregolari e 20mila in nero.

Il problema, però, è che lo scorso anno ad essere ispezionate sono state appena il 4% circa del totale delle imprese presenti in Italia. In queste operazioni sono stati impegnati poco più 2800 ispettori e quasi 400 carabinieri. Lo scorso 1 maggio, Repubblica ha riportato la testimonianza di uno di questi ispettori: «Se entriamo in un negozio, in un'azienda metalmeccanica o chimica dobbiamo limitarci a controllare se i contratti dei dipendenti sono in regola, se vengono pagati tutti i contributi previdenziali e assicurativi. Ma se ad esempio ci viene segnalato dai dipendenti un ambiente di lavoro insalubre o vediamo palesi manchevolezze nel rispetto delle norme sulla sicurezza possiamo solo fare segnalazioni ad Asl e Regioni». Altra questione, continuava l’ispettore, sono le problematiche quotidiane: «Purtroppo a volte il nostro lavoro è quasi volontariato per senso dello Stato. Ci viene rimborsato solo un quinto del costo della benzina e percepiamo un'indennità, se siamo fuori città, di 80 centesimi all'ora. E non è un lavoro facile. Rischiamo anche fisicamente. Non siamo attrezzati ai turni flessibili nelle nuove fabbriche 4.0, figuriamoci alle nuove professioni come i ciclofattorini della Gig Economy. Eppure di noi ci sarebbe molto bisogno».

Lo scorso ottobre, nel corso dell’elaborazione della manovra del governo, era stata inserita una norma che prevedeva l’assunzione di 1000 nuovi ispettori nei prossimi tre anni, riportava l’agenzia di stampa AdnKronos. Nel testo approvato della legge di bilancio 2019 al Senato (entro il 31 dicembre la Camera dei Deputati dovrà approvare in via definitiva il provvedimento) l’Ispettorato nazionale del lavoro viene autorizzato ad assumere “un contingente di personale prevalentemente ispettivo” pari a 930 persone a partire dal prossimo anno, fino al 2021.

Altra criticità, riportava l’Espresso, si riscontra anche quando, una volta verificatesi gli incidenti più gravi in azienda, interviene la magistratura per accertare le responsabilità. Beniamino Deidda, ex procuratore generale del Tribunale di Firenze, spiegava che si arriva a processo solo tra il 2% e il 3% dei casi: “In molti casi la notizia di reato non viene neppure comunicata alle procure e le indagini «dovrebbero essere svolte dalla polizia giudiziaria preposta, cioè dagli stessi ispettori delle Asl, che sono pochi e hanno già molti compiti da svolgere. C’è un’enorme sproporzione fra quello che lo Stato investe per combattere gli infortuni sul lavoro rispetto alla reale necessità. A questo si aggiunge l’assenza di cultura della sicurezza».

Tra le cose necessarie per evitare incidenti e morti sul lavoro oltre all’aumento di controlli, c’è appunto la formazione dei lavoratori che serve a prevenire questi casi e a creare un ambiente di lavoro sicuro. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, lo scorso 14 giugno ha dichiarato: «Non sono uno di quelli che pensa che la sicurezza sul lavoro si possa ottenere esclusivamente scaricando sulle imprese oneri e responsabilità, ovvero attraverso l’esclusivo uso di misure punitive. C’è bisogno di sensibilizzare datori e dipendenti verso una cultura della sicurezza sul lavoro, attraverso attività di informazione e formazione». Proprio su questa tematica, l’Anpal, cioè l’Agenzia nazionale politiche attive del lavoro, lo scorso marzo ha presentato il suo primo rapporto (riferito al biennio 2016-2017).

In generale, per quanto riguarda la partecipazione dei lavoratori italiani a corsi di istruzione e formazione, si legge nel rapporto, l’Italia, in ogni fascia di età presa in considerazione, è sistematicamente al di sotto della media dei Paesi UE. Questo livello, inoltre, si abbassa significativamente già a partire dalla classe di età 35-44 anni.

Per quanto riguarda poi la sicurezza nel lavoro, il rapporto registra che in Italia la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro è la tematica più ricorrente tra quella formative nei Piani formativi finanziati con soldi pubblici, ma risulta in forte diminuzione rispetto agli anni passati: “In particolare la tendenza è marcata se si considera che passa dal 43,4% (con il 44,5% dei lavoratori coinvolti) nel 2014 al 21,4% (con il 19,7% delle partecipazioni di lavoratori) nel 2016”.

L’Inail, tramite i bandi ISI destinato alle imprese, punta a rafforzare la formazione nelle imprese. Dal 2010 a oggi sono stati impiegati oltre 2 miliardi di euro al fine di incentivare le imprese a realizzare progetti per il miglioramento documentato delle condizioni di salute e di sicurezza dei lavoratori. Nell’ultimo bando del 2018 sono stati stanziati 370 milioni di euro, la cifra più alta delle nove edizioni di questa iniziativa. Riguardo questo bando il ministro del Lavoro ha dichiarato che «come esecutivo a trasmettere il messaggio che realizzare processi di prevenzione del rischio diventi sempre più il modus operandi dell’agire aziendale, oltre le prescrizioni normative, come elemento culturale dell’impresa». Ma all'interno di alcune aziende, la prevenzione e la formazione non risultano essere degli obiettivi primari, spiega Susanna Cantoni, medico e presidente della Consulta italiana per la prevenzione (Ciip) all’Espresso: «La sicurezza dei lavoratori, la prevenzione, il rispetto delle norme vengono visti come un orpello cui dedicare il minimo possibile di attenzione, tempo e risorse, assolvendo solo formalmente agli obblighi di legge per essere a posto in caso di ispezione». Una sfida culturale, appunto, da vincere. 

Al contempo, nella legge di bilancio, attualmente alla Camera, è presente una norma che prevede un intervento di riduzione del cuneo fiscale, attraverso il taglio delle tariffe che le aziende devono versare all’Inail per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni, spiega Il Sole 24 Ore: "Per il 2019 il taglio si attesta a 410 milioni, sale a 525 milioni nel 2020 e 600 milioni a partire dal 2021". L'emendamento è stato criticato dai segretari confederali di Cgil, Cisl, Uil Franco Martini, Angelo Colombini, Silvana Roseto che ne hanno chiesto il ritiro, denunciando «la riduzione dei premi assicurativi all’Inail da parte delle imprese non tiene conto del fatto che l’equilibrio finanziario nella gestione dell’Istituto deve contemporaneamente riguardare sia la revisione delle tariffe a favore delle imprese, che la qualificazione delle prestazioni a favore dei lavoratori», riporta Il Manifesto. A queste critiche, il presidente dell'Inail, Massimo De Felice, ha dichiarato all'Ansa che si tratta di un taglio «doveroso, come recita la legge. Abbiamo fatto uno studio molto approfondito»: «Abbiamo messo in atto un sistema che consentirà di tenere sotto controllo il rapporto fra premi e rischiosità e quindi periodicamente di poter revisionare le tariffe aggiustandole sulla rischiosità verificatasi».

Foto in anteprima via Ansa

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