Il “veto” di Mattarella e l’annuncio di impeachment. Cosa dicono i costituzionalisti

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di Angelo Romano e Andrea Zitelli

A quattro giorni dall’incarico ricevuto dal Presidente della Repubblica di formare un governo sostenuto dalla maggioranza parlamentare Lega-Movimento 5 Stelle, l’avvocato e professore Giuseppe Conte, domenica 27 maggio, è tornato al Quirinale e dopo aver sciolto la riserva ha rimesso l’incarico.

Diversi giorni prima, i retroscena politici pubblicati sui media parlavano di criticità emerse nella possibilità di formare il governo a causa del nome indicato e “imposto” come unica scelta al Presidente della Repubblica dal leader della Lega, Matteo Salvini, alla guida del Ministero dell’Economia: cioè quello del professore ed economista Paolo Savona, un passato alla Banca d’Italia, ex direttore generale di Confindustria, ex ministro dell’Industria nei primi anni ‘90 durante il governo (tecnico) guidato da Carlo Azeglio Ciampi, ex capo del Dipartimento per le Politiche Comunitarie della presidenza del Consiglio dei ministri nel 2005 e nel 2006 e Coordinatore del Comitato Tecnico per la Strategia di Lisbona durante il governo Berlusconi. Salvini aveva negato che c’erano stati “diktat” o “imposizioni” da parte della Lega – «noi offriamo spunti, idee» – al capo dello Stato sul nome dell’economista.  

I dubbi sul profilo di Savona, riportava l’Ansa, erano “legati soprattutto alle tesi sull'Europa, decisamente anti-tedesche e contrarie ai parametri di Maastricht nella convinzione che l'euro non possa sopravvivere a lungo”. Ugo Magri sulla Stampa scriveva ad esempio che “sebbene il Quirinale abbia interrotto le comunicazioni coi media, e zero sia filtrato del colloquio con Conte, è certo che Mattarella abbia sollevato il caso del nuovo libro di Savona («Come un incubo e come un sogno») che dà fondo a tutti i sentimenti anti-germanici del suo autore, e accusa i tedeschi di mire egemoniche paragonabili a quelle hitleriane. Come possa intavolare un negoziato costruttivo con Berlino un ministro animato da tali convinzioni, è un rebus che al Capo dello Stato pare insolubile”. Per questo motivo, continuava il giornalista, “ragioni di opportunità spingerebbero verso altri profili, magari dello stesso orientamento politico però più pragmatici e capaci di alternare durezza e flessibilità”, ma i margini di mediazione tra Quirinale e Lega sembravano ormai esauriti.

Sul possibile motivo dietro l'insistenza della Lega sul nome dell’economista, nonostante i dubbi del Quirinale, un articolo pubblicato dall’Huffington Post a firma di Alessandro De Angelis ipotizzava che “il punto non è il nome di Paolo Savona, ma una linea (...) di politica economica incarnata da Savona e da altri economisti euroscettici, fascinosamente presentata come l'inizio di una "era economica sovrana": “Andando a scartabellare tra la produzione politico-intellettuale di riferimento dell'intellighenzia economica "sovranista" colpisce un documento dal titolo "Piano B – Guida pratica all'uscita dall'euro", presentato nell'ottobre del 2015 in un convegno presso la Link University Campus di Roma e poi pubblicato da Scenarieconomici.it. (...) Documento alla cui elaborazione ha partecipato, tra gli altri Paolo Savona, che ne ha anche introdotto la presentazione”. L’assunto di fondo di questa ‘guida’, scrive il giornalista, è che “tutte le difficoltà dell'economia italiana sarebbero dovute all'adesione del paese all'Unione Monetaria” e che dunque la soluzione sarebbe stata l’uscita dall’euro per riavere una propria sovranità monetaria. E per questo scenario l’Italia si sarebbe dovuta dotare del cosiddetto “piano B”.

Il sito Scenari Economici ha risposto all’Huffington Post, specificando che Savona si occupò di introdurre la guida, concentrandosi sul “piano A”, “cioè sui passi necessari per rendere l’Euro una moneta veramente comune ed unitaria europea” e che il “piano B”, “non era mai stato concepito come una strada da percorrere, ma come un piano di emergenza a fronte di eventi monetari improvvisi e di rottura”.

Tre anni prima della presentazione della "Guida pratica all’uscita dall’euro", Paolo Savona, ospite in una puntata de L’Infedele, programma televisivo condotto da Gad Lerner su La7, aveva parlato di una proposta che comprendeva un “piano A” – per rimanere nell’Unione europea – e un “piano B” – per uscire – : “Siamo ormai coscienti che l’esperimento antistorico, possiamo usare questo termine, di aver creato una moneta senza dietro uno Stato (...) è un tentativo che non è andato a buon fine. Questo non significa che non si possa ancora salvarlo però occorre mettere le mani nei meccanismi sbagliati che son stati creati, sia le limitazioni dello Statuto della Banca Centrale Europea (BCE), sia i vincoli che son stati posti alla politica fiscale. (...)”. Qualora questo non avesse funzionato, allora, aggiungeva l’economista, bisognava “fare una ritirata organizzata”, “un’uscita ordinata” dall’Euro, preparata, appunto, tramite un “piano B”.

La risposta ufficiale di Paolo Savona al dibattito emerso intorno alla sua figura e alle sue idee su Unione europea ed euro è arrivata domenica 27 maggio, con un comunicato pubblicato sul sito Scenari Economici, prima che Conte salisse al Quirinale a rimettere il mandato ricecuto. Nel testo Savona scrive che le future posizioni dell'esecutivo “gialloverde” faranno riferimenti agli intenti previsti all’interno del “contratto” definitivo di governo. In particolare a pag. 52/53, capitolo “Unione europea” dove non compare l’uscita dall’euro (mentre nella prima bozza pubblicata in esclusiva dall’Huffington Post, e definita “superata” dai Lega e M5s, era prevista) e a pag. 17, capitolo “Debito Pubblico e deficit” in cui si legge che “l’azione del Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità” ma tramite “la crescita del PIL, da ottenersi con un rilancio sia della domanda interna dal lato degli investimenti (...) e politiche di sostegno del potere di acquisto delle famiglie, sia della domanda estera, creando condizioni favorevoli alle esportazioni”. Inoltre, “per quanto riguarda le politiche sul deficit”, veniva previsto, tramite “la ridiscussione dei Trattati dell’UE e del quadro normativo principale a livello europeo, una programmazione (...) volta ad assicurare il finanziamento delle proposte (...) attraverso il recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato e limitato ricorso al deficit”.

Cosa ha detto Mattarella

Poco dopo le parole di Giuseppe Conte in cui rimetteva il proprio mandato, intorno le 20 il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha comunicato (qui il testo integrale) il motivo della mancata accettazione del nome fattogli come ministro dell’Economia da parte del presidente del Consiglio incaricato sostenuto da Lega e Cinque Stelle.

Mattarella inizia affermando che ha agevolato, “in ogni modo, il tentativo di dar vita a un governo”, dopo che si era manifestata una maggioranza parlamentare tra Movimento Cinque Stelle e Lega, due forze che si erano presentate contrapposte alle elezioni: “Ho atteso i tempi da loro richiesti per giungere a un accordo di programma e per farlo approvare dalle rispettive basi di militanti, pur consapevole che questo mi avrebbe attirato osservazioni critiche”.

Il Presidente della Repubblica spiega di aver accolto la proposta per l’incarico di presidente del Consiglio, superando “ogni perplessità sulla circostanza che un governo politico fosse guidato da un presidente non eletto in Parlamento”. Per questo, dice Mattarella, “nessuno può dunque sostenere” che abbia ostacolato la formazione del governo Lega-M5S: “Al contrario, ho accompagnato, con grande collaborazione, questo tentativo; com'è del resto mio dovere in presenza di una maggioranza parlamentare; nel rispetto delle regole della Costituzione”.

Mattarella passa poi a parlare del nome fattogli per il ministero dell’Economia, cioè Paolo Savona (pur mai nominandolo direttamente):

Avevo fatto presente, sia ai rappresentanti dei due partiti, sia al presidente incaricato, senza ricevere obiezioni, che, per alcuni ministeri, avrei esercitato un'attenzione particolarmente alta sulle scelte da compiere. Questo pomeriggio il professor Conte - che apprezzo e che ringrazio - mi ha presentato le sue proposte per i decreti di nomina dei ministri che, come dispone la Costituzione, io devo firmare, assumendomene la responsabilità istituzionale. In questo caso il Presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia, che non ha mai subito, né può subire, imposizioni. Ho condiviso e accettato tutte le proposte per i ministri, tranne quella del ministro dell'Economia.

Il capo dello Stato spiega che “la designazione del ministro dell'Economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme, per gli operatori economici e finanziari” e che per questo aveva chiesto “per quel ministero, l'indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, coerente con l'accordo di programma. Un esponente che - al di là della stima e della considerazione per la persona - non sia visto come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell'Italia dall'euro. Cosa ben diversa da un atteggiamento vigoroso, nell'ambito dell'Unione europea, per cambiarla in meglio dal punto di vista italiano”. Secondo diversi retroscena, il nome alternativo a Savona, sostenuto dal Quirinale, sarebbe stato quello del vice presidente della Lega, Giancarlo Giorgetti.  “A fronte di questa mia sollecitazione – continua Mattarella –, ho registrato, con rammarico, indisponibilità a ogni altra soluzione, e il Presidente del Consiglio incaricato ha rimesso il mandato”.

Il presidente della Repubblica passa poi a descrivere il contesto in cui è stata presa questa decisione e a elencarne i motivi: “L'incertezza sulla nostra posizione nell'euro ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende. L'impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico e riduce le possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali. Le perdite in borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi vi ha investito. E configurano rischi concreti per i risparmi dei nostri concittadini e per le famiglie italiane”. Per questo, afferma Mattarella, è suo dovere, nello svolgere il compito di nomina dei ministri, affidatogli dalla Costituzione, “essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani”.

Mattarella conclude il suo discorso precisando di non fare simili affermazioni a cuor leggero – “Anche perché ho fatto tutto il possibile per far nascere un governo politico” – e di anteporre “a qualunque altro aspetto, la difesa della Costituzione e dell'interesse della nostra comunità nazionale”: “Quella dell'adesione all'Euro è una scelta di importanza fondamentale per le prospettive del nostro Paese e dei nostri giovani: se si vuole discuterne lo si deve fare apertamente e con un serio approfondimento. Anche perché si tratta di un tema che non è stato in primo piano durante la recente campagna elettorale”. Il presidente della Repubblica ha poi incaricato Carlo Cottarelli, economista ed ex commissario della Spending Review  (cioè la revisione della spesa pubblica per ottenere un miglioramento) durante il governa Letta, di formare un governo.

La risposta di Paolo Savona e le affermazioni di Salvini e Di Maio

Il giorno successivo, Paolo Savona scrive un secondo comunicato, sempre pubblicato su Scenari economici, in cui afferma di aver “subito un grave torto dalla massima istituzione del Paese sulla base di un paradossale processo alle intenzioni di voler uscire dall’euro e non a quelle che professo e che ho ripetuto nel mio Comunicato (...)”. L’economista, citando le parole di Jean Paul Fitoussi sul Mattino di Napoli e da Wolfgang Münchau sul Financial Times, afferma innanzitutto che non avrebbe mai messo in discussione l’euro, ma avrebbe chiesto “all’Unione Europea di dare risposte alle esigenze di cambiamento che provengono dall’interno di tutti i paesi-membri”.

Savona continua condividendo quanto detto da Munchau: “Egli analizza come deve essere l’euro per non subire la dominanza mondiale del dollaro e della geopolitica degli Stati Uniti, affermando che la moneta europea è stata mal costruita per colpa della miopia dei tedeschi. La Germania impedisce che l’euro divenga come il dollaro 'una parte essenziale della politica estera'. Purtroppo, egli aggiunge, il dollaro ha perso questa caratteristica, l’euro non è in condizione di rimpiazzarlo o, quanto meno, svolgere un ruolo parallelo, e di conseguenza siamo nel caos delle relazioni economiche internazionali; queste volgono verso il protezionismo nazionalistico, non certo foriero di stabilità politica, sociale ed economica”. Citando fenomeni di povertà, minor reddito e aumento delle disuguaglianze, Savona conclude la sua risposta affermando: “Si tratta di decidere se gli europeisti sono quelli che stanno creando le condizioni per la fine dell’UE o chi, come me, ne chiede la riforma per salvare gli obiettivi che si era prefissi”.

Lo stesso giorno, alla domanda perché non avesse accettato la proposta di Giorgetti come ministro dell’Economia, al posto di Savona, Salvini, ospite della trasmissione radiofonica “Circo Massimo” su Radio Capital, afferma che il vice presidente della Lega voleva fare le stesse cose di Paolo Savona, ma che l’economista aveva un profilo «non leghista e non grillino e che, visto il suo profilo, ci avrebbe garantito che in Europa ci avrebbero ascoltato. Qualunque figura diversa non avrebbe garantito gli stessi risultati, le stesse garanzie».

Sulla notizia che al Capo dello Stato non sarebbero stato proposti nomi alternativi a Savona,  sempre ieri, il capo politico del M5S, Luigi Di Maio, ha detto a Barbara D’Urso, durante "Pomeriggio Cinque", che aveva fatto anche altri nomi, quelli del professore Alberto Bagnai e di Armando Siri. Una circostanza smentita dall’Ufficio Stampa del Quirinale. Salvini, intervistato anch’egli da Barbara D’Urso, su quanto detto da Di Maio, ha affermato di non essere a conoscenza di questa circostanza: «Non lo so, io non c'ero nella stanza con Di Maio e Mattarella. Non so se abbia ragione,  non ero nascosto sotto la poltrona». Il leader della Lega ha comunque detto che i nomi di Bagnai e Siri non gli sarebbero stati bene perché c’era un accordo su Savona.

Cosa dicono i costituzionalisti

Luigi Di Maio, subito dopo la comunicazione di Mattarella, ha detto di stare valutando l'ipotesi di mettere in stato di accusa il Presidente della Repubblica, perché sarebbe andato oltre le sue prerogative impedendo la formazione del governo (Giorgetti della Lega ha comunque affermato oggi al Corriere della Sera che l'impeachment «sarebbe un manifesto senza nessuna conseguenza pratica»).

Cosa dicono i costituzionalisti rispetto a questa accusa? Poteva Mattarella fare quello che ha fatto? La sua azione è andata oltre le sue prerogative? È possibile parlare di impeachment?

«La situazione è molto complessa. Ma sarebbe opportuno rimuovere ogni equivoco possibile sulla legittimità dell'azione e delle scelte del presidente della Repubblica». Secondo il costituzionalista e presidente dell’associazione italiana dei costituzionalisti Massimo Luciani, il Capo dello Stato non può essere messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune per alto tradimento o attentato alla Costituzione (come previsto dall’articolo 90) perché «il presidente Mattarella ha esercitato i suoi poteri costituzionali». E tra questi, spiega il costituzionalista in un’intervista al Corriere della Sera, rientra il veto al ministro dell’Economia «perché l'articolo 87 prevede atti controfirmati dal presidente del Consiglio, ma firmati dal capo dello Stato», che «vanno condivisi». Si potrebbe parlare di alto tradimento «nel caso in cui il presidente della Repubblica si facesse egli stesso parte del gioco politico, esercitando i suoi poteri con parzialità e non nell'interesse del Paese». Una cosa contraria al suo ruolo di rappresentante dell'unità nazionale, spiega ancora Luciani. Ma, da questo punto di vista, la decisione di Mattarella è stata motivata da ragioni istituzionali e non di opportunità politica: «Il Presidente ha ritenuto che la scelta di un certo ministro per una posizione chiave del governo mettesse a rischio gli interessi del nostro Paese. Questa è una valutazione istituzionale».

Gaetano Azzariti, professore ordinario di Diritto Costituzionale alla Sapienza, ritiene infondata la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica perché «l'articolo 90 della Costituzione (...) riguarda (...) espressamente i più gravi reati del nostro ordinamento: l'alto tradimento e l'attentato alla Costituzione» e, in questo caso, per quanto tutte le critiche a Mattarella siano legittime, «configurarne il comportamento come un colpo di Stato mi sembra francamente espressione del nervosismo dei tempi». Mattarella, prosegue Azzariti, «è stato troppo debole all'inizio - per aver consentito una serie di strappi alla prassi, innanzitutto sulla definizione del programma di governo in termini privatistici, prima che il premier venisse incaricato - e troppo rigido dopo», ma non si può parlare di alto tradimento e attentato alla Costituzione.

Non ci sono gli estremi per l’impeachment, sostiene il giurista e costituzionalista Michele Ainis a Repubblica perché l’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione prevedono comportamenti dolosi che in quest’occasione il Presidente Mattarella non ha compiuto: «L’alto tradimento si configura se il Presidente della Repubblica ha una intelligenza con il nemico, ammesso che ci sia un nemico alle porte, o se trasmette dei segreti di Stato a degli Stati stranieri. L’attentato alla Costituzione deve chiamare in causa intanto un comportamento doloso, poi la sovversione o l’offesa a dei principi fondamentali della Costituzione». Sulla Costituzione, prosegue Ainis, c’è un detto e un non detto. «Il detto è che la Carta prevede che il Presidente nomini i ministri su proposta dell'incaricato. Il non detto è che i poteri duali, i poteri divisi, devono essere anche condivisi e se non c’è questo spirito di collaborazione il giocattolo si rompe». Il Presidente della Repubblica, conclude il costituzionalista, rappresenta l’unità nazionale ed è «custode di una serie di valori costituzionali supremi tra i quali c’è anche la protezione dei nostri risparmi» e probabilmente Mattarella si sarà preoccupato «a torto o a ragione, non tanto delle qualità di Savona quanto del modo in cui questo nome verrebbe percepito dagli investitori stranieri e, quindi, le turbolenze dei mercati».

Sulla condivisione dei poteri concentra l’attenzione anche il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky. Il Presidente della Repubblica, spiegava il professore in un’intervista a Repubblica la scorsa settimana, «non è un notaio che asseconda muto. È piuttosto un partner che può e deve intervenire per far valere ciò che gli spetta come dovere istituzionale». Teoricamente, proseguiva Zagrebelsky, Mattarella avrebbe potuto respingere le proposte fattegli nelle diverse fasi della formazione del governo, durante le consultazioni con i gruppi parlamentari, l’incarico a una persona in grado di unire una maggioranza, la sua nomina a Presidente del Consiglio e, su sua proposta, la nomina dei ministri: «Il presidente ha tutte le possibilità (in passato ampiamente esercitate) per far valere i poteri che gli spettano. Se egli accettasse a scatola chiusa ciò che gli viene messo davanti, si creerebbe un precedente verso il potere diretto e immediato dei partiti, un’umiliazione di Parlamento e presidente della Repubblica, una partitocrazia finora mai vista».

Anche per il presidente emerito della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick, non ci sono le condizioni per la messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica. Mattarella, spiega Flick, ha esercitato un suo potere/dovere, facendo riferimento preciso ad alcuni valori costituzionali, individuati da alcuni articoli della Costituzione: «l’articolo 117 che dice che lo Stato e le Regioni nella loro potestà rispettano i principi e le convenzioni internazionali, l’ordinamento comunitario e l’ordinamento europeo, e l’articolo 47, il quale dice che è compito della Repubblica la tutela del risparmio». Secondo Flick, la decisione di Mattarella è stata guidata dalla necessità di una tutela del risparmio e il suo «non è stato un veto politico nei confronti di una persona fisica, ma una valutazione doverosa sulla adeguatezza di una persona chiamata a svolgere il compito di ministro nella tutela di questi valori costituzionali». Il Presidente della Repubblica, conclude il costituzionalista, non è un notaio delle volontà politiche né una persona libera di fare ciò che crede. Deve partecipare con un elevatissimo contributo costituzionale alla formazione del governo facendo riferimento ai valori costituzionali. E Mattarella ha applicato solo la Costituzione.

Per Ugo De Siervo, la richiesta di impeachment da parte del Movimento 5 Stelle non è più che un tentativo di intimidazione «perché Mattarella ha esercitato più che correttamente, anche se in una situazione difficile, una facoltà che la Costituzione dà al Presidente della Repubblica». Mattarella, prosegue il costituzionalista, non ha posto il veto al ministro dell’Economia perché non ne condivideva la linea politica ma perché, come lui stesso ha spiegato, «c'erano conseguenze sul piano economico, sulla finanza pubblica, sul risparmio. Certe candidature possono contribuire a produrre danni gravi al paese e il Presidente ha il dovere di farsene carico». In un’intervista a Repubblica il giorno prima della decisione di Mattarella, De Siervo aveva ricordato che al Capo dello Stato non spetta solo la nomina dei ministri su proposta del Presidente del Consiglio, ma nell’esercitare questo suo potere «deve tutelare principi quadro della Costituzione, scegliendo persone che diano una minima garanzia».

La messa in stato d’accusa è una procedura che nel caso dell’operato del presidente Sergio Mattarella «non sta né in cielo né in terra...», dice all’Agi il professore ordinario di Diritto Costituzionale alla Sapienza, Cesare Pinelli, perché «il Presidente della Repubblica ha esercitato scrupolosamente le prerogative previste dalla Costituzione», che si estendono anche a tutti i ministri. «Se c'è un pericolo per il Paese, come c'è da quattro o cinque giorni a questa parte un problema di ordine finanziario per le reazioni dei mercati il Presidente si attiene agli interessi della Repubblica e li difende».

«Chi parla di impeachment sostiene che Sergio Mattarella abbia compiuto un attentato alla Costituzione. In realtà non c’è stato nessun attentato, deve essere chiaro che quel comportamento di Mattarella è stato assolutamente rispettoso dei confini che la Costituzione dà ai poteri del Capo dello Stato», dice ad Adnkronos l’ex presidente della Corte Costituzionale Enzo Cheli. Il Presidente della Repubblica – prosegue Cheli – ha difeso la sovranità nazionale fermando un’azione politica che «puntava a rompere gli impegni europei, che l’Italia ha assunto da cinquant’anni e che è tenuta a rispettare in base all’articolo 11 della Costituzione». La reazione dei mercati di fronte alla nomina di Paolo Savona, con i riflessi negativi sui titoli di Stato e quelli quotati in borsa, ha reso necessario l’intervento del Capo dello Stato, conclude il costituzionalista.

Sempre all’articolo 11 fa riferimento Andrea Morrone, professore e condirettore di "Quaderni costituzionali", durante il programma televisivo L’Aria che Tira, per precisare che Mattarella non ha fermato la nomina di Savona in base a opinioni politiche, ma lo hanno fatto seguendo vincoli costituzionali rispetto ai quali il Presidente della Repubblica ha un onere di fedeltà, come «l’Europa, l’euro, il principio del pareggio di Bilancio». Sono in gioco scelte costituzionali importanti che l’Italia ha fatto da tempo, prosegue Morrone, che «vanno discusse nelle sedi opportune in Europa, mettendo in moto un processo di messa in discussione dei vincoli. Di questo però garante non può che essere il capo dello Stato». La Costituzione, infine, dice che per nominare un governo c’è bisogno di un accordo tra tre soggetti: i partiti politici della maggioranza, il presidente del Consiglio dei ministri e il Capo dello Stato. «È inevitabile – conclude il costituzionalista – che ci sia una negoziazione politica che abbia anche ad oggetto i vincoli costituzionali dai quali non ci si può muovere per chi rappresenta l’unità nazionale e la Costituzione».

Prima della decisione di Mattarella di porre un "veto" sull’indicazione di Paolo Savona quale ministro dell’Economia, la costituzionalista Lorenza Violini su Vita aveva spiegato che la nomina dei ministri, presentati dal Presidente del Consiglio, spetta al Presidente della Repubblica e, pertanto, Mattarella avrebbe potuto rifiutare la nomina di Savona e, a quel punto, sarebbe toccato a Conte indicare un altro nominativo. Riguardo i compiti destinati al Presidente della Repubblica, la Costituzione, dice Villani, «disegna una funzione a fisarmonica. I suoi poteri si espandono e si comprimono a seconda delle necessità e del quadro politico d’insieme. (...) Il Quirinale usa le sue facoltà di dissuasione, moral suasion e di indirizzo nei confronti dei partiti nell’ottica però di dare al sistema efficienza e stabilità. Ovvero di creare un Governo. Che è l’obiettivo ultimo».

In un’intervista a Radio Radicale dello scorso 27 maggio, il presidente emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida, aveva espresso le sue perplessità sull’operato di Mattarella: il Presidente della Repubblica può dare dei suggerimenti o avanzare perplessità per la scelta dei ministri, ma non può farlo per ragioni legate alla linea politica di un governo. «Tutti ricordano il caso di Scalfaro che si oppose alla nomina di ministro della Giustizia di Cesare Previti e poi fu nominato ministro, ma della Difesa, non della Giustizia», ricorda Onida. «Ma un conto è fare delle obiezioni sul piano delle opportunità, si trattava in qualche modo di conflitto di interessi. Un altro è fare obiezioni definitive che attengono alla linea politica del governo». Il Presidente della Repubblica, rileva il costituzionalista in un’intervista rilasciata successivamente a Milano Finanza, avrebbe potuto muovere obiezioni al programma di governo, rilevando aspetti di incostituzionalità, ma non l’ha fatto. «Si è opposto solo a una persona, temendo che potesse mettere in pericolo la stabilità dei mercati finanziari, e la difesa dei risparmiatori». Tuttavia, spiega ancora Onida, pur avendo a suo avviso il presidente Mattarella esercitato al limite delle sue prerogative uno dei suoi poteri, «arrivando a interpretazioni della Costituzione che secondo me non sono giuste», non è possibile parlare di impeachment.

Il veto di Mattarella su Savona, scrive il costituzionalista Maurizio Villone su Il Manifesto, rischia di essere interpretato come «la sovrapposizione di un indirizzo proprio a quello di governo, cosa in principio preclusa al capo dello Stato». Il Presidente della Repubblica può esprimersi sull’indirizzo politico se per lui è nell’interesse del paese, ma con azioni di moral suasion e «non nell’esercizio di poteri formali che incidono sull’esistenza dell’esecutivo, sul rapporto col parlamento, o sull’azione di governo. Al limite, potrebbe forse spingersi oltre per manifeste incostituzionalità nel programma. Nella specie, non è così. Ma anche in tale ipotesi probabilmente il rimedio sarebbe uno scioglimento delle camere, e non una riscrittura per mano presidenziale». Questa fragilità sul piano costituzionale, prosegue Villone, può tradursi in un errore politico che rischia di esporre la presidenza a futuri attacchi «per aver difeso poteri forti e padroni occulti del paese che nel proprio interesse ci impediscono di decidere il nostro destino. E per aver moltiplicato, drammatizzando invece di rassicurare, le tensioni sullo spread e i mercati». Per la costituzionalista Lorenza Carlassare, intervistata sul Fatto Quotidiano, "il diniego [ndr da parte del Capo dello Stato] sul nome di un ministro può esserci per incompatibilità col ruolo, per conflitto d’interessi o indegnità causata, per esempio, da condanne penali, dunque solo per ragioni oggettive" mentre il "veto" su Paolo Savona sarebbe stata una valutazione "squisitamente politica" che "sfugge alle prerogative presidenziali". Questo però, precisa Carlassare, non vuole dire che l'impeachment sia percorribile. 

In un comunicato stampa pubblicato in serata, l'Associazione Nazionale Giuristi Democratici ha espresso più di una perplessità sull'opportunità politica del veto di Mattarella alla nomina di Savona e si è detta preoccupata per le reazioni suscitate dalla scelta del Presidente della Repubblica.

Sempre ieri i professori di Diritto Costituzionale della scuola fiorentina di Paolo Barile (Enzo Cheli, Paolo Caretti, Ugo De Siervo, Stefano Merlini, Roberto Zaccaria, Stefano Grassi, Cristina Grisolia, Elisabetta Catelani, Massimo Carli, Orlando Roselli, Giovanni Tarli Barbieri, Andrea Simoncini, Andrea Cardone, Duccio Traina) hanno scritto una lettera per ribadire che “non sussistono gli elementi per l’impeachment di Mattarella”. In particolare, “per evitare che si dia degli ultimi avvenimenti un’interpretazione lontana dalla lettera della Costituzione e dalla prassi che su di essa si è sviluppata negli anni”, i costituzionalisti chiariscono che il Presidente della Repubblica non è un organo ‘neutro’, un semplice notaio, ma “è titolare di poteri propri che insieme gli assegnano una funzione d’indirizzo politico costituzionale, volto a garantire il corretto funzionamento del sistema e la tutela degli interessi generali della comunità nazionale". In questa cornice il comportamento del presidente Mattarella è stato conforme a quanto dice la Costituzione e alla prassi.

I ministri fermati dal Presidente della Repubblica in passato

Non è la prima volta che un Presidente della Repubblica ferma la nomina di un ministro. Nei passaggi che portano alla formazione del governo, il ruolo del capo dello Stato «non è solo notarile, ha un potere che non risultava pubblicamente perché il sistema politico accettava le regole del gioco», spiega il costituzionalista Ugo De Siervo.

Nel 1979, il presidente della Repubblica Sandro Pertini rifiutò al Presidente del Consiglio incaricato, Francesco Cossiga, la nomina a ministro della Difesa di Clelio Darida, come ricordato dallo stesso Cossiga in un’intervista a La Stampa.

Nel 1994, il futuro Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, tentò di nominare come ministro della Giustizia, Cesare Previti, che all’epoca era il suo avvocato. L’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, si oppose e ottenne un nome alternativo, Alfredo Biondi. Previti fu nominato, invece, ministro della Difesa. Tra le motivazioni che portarono al veto, spiega Nicoletta Cottone su Il Sole 24 Ore, c'era anche una frase pronunciata da Previti durante la campagna elettorale: «Vinceremo le elezioni e poi non faremo prigionieri». Sempre Scalfaro, ricostruisce Concetto Vecchio su Repubblica, nel 1994 “scrisse una lettera a Berlusconi nella quale fissava una cornice costituzionale dentro la quale il premier era tenuto a muoversi”: i ministri nominati avrebbero dovuto assicurare “piena fedeltà alle alleanze, alla politica di unità europea, alla politica di pace”, nel caso del ministro degli Esteri; la preservazione dell'unità d’Italia e il rispetto della legalità repubblicana, nel caso del ministro dell’Interno; il rispetto del principio di solidarietà sociale, per quanto riguarda l’azione di governo in generale. E Berlusconi accettò.

Nel 2001, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi bloccò la nomina di Roberto Maroni a ministro della Giustizia perché c’erano dei processi a suo carico in corso per aver opposto resistenza a una perquisizione nella sede dell'allora Lega Nord. Maroni fu nominato ministro del Lavoro e la Giustizia andò a Roberto Castelli.

Nel 2014, il Presidente Giorgio Napolitano si oppose alla nomina di ministro della Giustizia di Nicola Gratteri, allora procuratore di Reggio Calabria, per il governo formato da Matteo Renzi, con la motivazione che un magistrato in servizio non poteva ricoprire l’incarico di ministro della Giustizia. Al suo posto, Andrea Orlando.

Da Leone a Napolitano, i 4 tentativi di impeachment nella storia della Repubblica

Giovanni Leone, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano. Sono stati quattro i tentativi di messa in stato d’accusa dei presidenti della Repubblica. In due occasioni (Leone e Cossiga) i Presidenti si sono dimessi.

Cinque anni dopo la sua elezione a Presidente della Repubblica, avvenuta nel 1971, Giovanni Leone fu colpito dallo scandalo Lockheed, “relativo all'acquisto da parte dell'Italia di velivoli Usa, con il sospetto che dietro il nome in codice Antelope Cobbler si celasse proprio il capo dello Stato”, scrive Repubblica. Dopo una campagna condotta da Marco Pannella, dall’Espresso e da un libro della giornalista Camilla Cederna e la richiesta di dimissioni da parte del PCI, Leone si dimise il 15 giugno 1978. In seguito le accuse nei suoi confronti caddero.

Nel 1991 il Pds, guidato dall’allora segretario Achille Occhetto, presentò la richiesta di impeachment nei confronti del Presidente Cossiga “con 29 capi di accusa, tra cui il sostegno alla struttura di difesa denominata Gladio, creata per contrastare il pericolo comunista, e le sue picconate considerate anti-costituzionali”. Il Parlamento ritenne infondate le accuse, Cossiga, tuttavia, si dimise due mesi prima della fine del suo mandato, il 28 aprile 1992.

Pochi anni dopo, il successore di Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro fu minacciato di impeachment da Forza Italia per il suo famoso discorso televisivo, pronunciato il 3 novembre 1993, con il famoso “Io non ci sto”. Durante il messaggio a reti unificate, “Scalfaro respinse le accuse di aver utilizzato fondi neri quando era ministro dell'Interno, denunciando un ‘gioco al massacro’ contro di lui”. Forza Italia accusava Scalfaro anche di aver attentato alla Costituzione favorendo la fine del governo Berlusconi e la nascita di quello guidato da Lamberto Dini, ma la richiesta formale di messa in stato di accusa non arrivò mai.

Nel 2014 il Movimento 5 Stelle presentò una richiesta formale di impeachment nei confronti di Giorgio Napolitano, con l’accusa, tra le altre, di “espropriazione della funzione legislativa del Parlamento e abuso della decretazione d'urgenza". La richiesta fu archiviata dopo un mese dal comitato parlamentare che esaminò le proposte.

Foto in anteprima via Quirinale

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