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Il giorno in cui il fascismo vinse. La marcia su Roma di cento anni fa

28 Ottobre 2022 9 min lettura

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Il giorno in cui il fascismo vinse. La marcia su Roma di cento anni fa

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di Valentina Colombi*

Sono settimane molto intense, queste, per chi – come chi scrive – si occupa di storia del Novecento e ha a cuore i modi con i quali si costruisce il discorso pubblico sul passato. La comunità degli storici e degli esperti di storia pubblica da anni lavora sugli anniversari del fascismo, interrogandosi su come sfruttare l’occasione dei centenari “tondi” (della fondazione dei Fasci di combattimento nel 2019 e della nascita del Partito nazionale fascista nel 2021, per citare i più recenti e rilevanti) per costruire una maggiore consapevolezza storica diffusa sulle origini e sui processi di affermazione della dittatura autoritaria che avrebbe tenuto in mano le redini del paese per un ventennio. 

Non so però quanti avessero immaginato, negli scorsi anni, che l’anniversario forse più importante, quello dell’evento che – per partire da un piano metaforico che però ci dà la dimensione dell’impatto generato – cambiò il calendario italiano per vent’anni, segnando l’“anno zero” dell’“Era fascista”, sarebbe caduto in un momento come quello che stiamo vivendo. Un momento nel quale la rappresentazione dell’esperienza storica del fascismo diventa estremamente rilevante – politicamente rilevante – nel nostro presente.

Proprio perché, per la prima volta dalla fine della dittatura, la repubblica italiana nata dalla Resistenza è governata da una forza politica di estrema destra, erede storica del fascismo e interessata a portare questa eredità dentro le maglie della nostra repubblica, questo anniversario diventa ancora più importante. L’operazione di metabolizzazione è già iniziata – come dimostra il discorso di insediamento della nuova presidente del Consiglio Giorgia Meloni – ed è un’operazione allo stesso tempo di rimozione e di revisione mistificatoria della realtà storica. 

L’obiettivo è raccontare il fascismo come un relitto del passato, che non può più tornare; come un fenomeno definitivamente «finito il 25 aprile 1945», per citare il titolo di un libro recentissimo di Mimmo Franzinelli che argomenta, alla prova dei fatti, esattamente il contrario. Al fascismo l’Italia repubblicana è legata da molteplici linee di continuità, compresa quella politica affidata alla fiamma tricolore del Movimento sociale italiano: negarlo consente a chi propugna i cardini ideologici del fascismo di “sganciarli” formalmente da quell’esperienza storica e continuare a renderli operanti – sotto mentite spoglie – nelle istituzioni repubblicane.

Parlare del fascismo come cosa morta e sepolta significa ovviamente veicolarne una rappresentazione che ne minimizza la portata storica; a insistere sull’interpretazione della “parentesi” di crociana memoria (chi vuole approfondire può leggere l’ultima parte dell’articolo Croce e il fascismo di Salvatore Cingari disponibile su Treccani.it); a recuperare dei fascisti una visione macchiettistica ma tutto sommato innocente, che ne fa degli emuli all’acqua di rose dei veri cattivi della storia, e cioè i nazisti.

In questo quadro, c’è il rischio che la “marcia su Roma”, con la quale il 28 ottobre 1922 il fascismo prese il potere, venga raccontata ancora come l’ennesima “goliardata” compiuta dai giovani intemperanti squadristi, una messa in scena servita semplicemente a portare dentro le istituzioni, in modo del tutto simbolico e incruento, gli equilibri che erano già nel paese. Un’interpretazione, questa, che si è consolidata nel secondo dopoguerra, potendo contare sulle ambiguità che la marcia già sollevava sia nella lettura che ne davano molti contemporanei (che non ne colsero subito il ruolo eversivo), sia nella stessa “mitologia fascista” (dove, nonostante gli sforzi propagandistici, il 28 ottobre faticò ad assumere il valore “rivoluzionario” che Mussolini gli voleva riconosciuto).

Ripartiamo allora dai fatti storici: in seguito a un ordine di mobilitazione emanato dal capo del partito nazionale fascista Benito Mussolini, con il coordinamento dei comandanti delle squadre d’azione fasciste Cesare De Vecchi, Emilio De Bono, Italo Balbo e Michele Bianchi – i famosi “quadrumviri” a capo della marcia – tra il 27 e il 28 ottobre 1922 migliaia di squadristi in assetto di guerra cominciano a concentrarsi in alcuni punti strategici nei pressi della capitale. Sotto una pioggia battente, le squadre aspettano l’ordine di insurrezione, che però tarda ad arrivare. La mattina del 28 ottobre il governo risponde alla mobilitazione fascista con la dichiarazione dello stato d’assedio, ma re Vittorio Emanuele III non firma il decreto – di fatto annullandolo – e anzi convoca a Roma Mussolini per conferirgli l’incarico di formare un nuovo governo. Con il sostegno della corona e il via libera della forza pubblica, il 30 ottobre le squadre fasciste (si parla di quarantamila miliziani, ma probabilmente non sono nemmeno venticinquemila) possono così entrare in Roma con una parata trionfale. 

Se digitiamo “marcia su Roma” su un motore di ricerca di immagini, le fotografie d’epoca che scorrono sotto i nostri occhi rafforzano nella nostra testa l’idea che si sia trattato soltanto di una messa in scena, un atto dimostrativo di unità, rigore, marzialità e impatto numerico che da solo doveva bastare a dare il colpo di grazia allo Stato liberale in crisi irreversibile. In questo carosello di immagini dell’istituto Luce, ad esempio, è tutto un tripudio di camicie nere in formazione, generali impettiti, saluti romani, folla festante, fiori. L’unica fotografia che si discosta dal clima quasi festoso che si costruisce attorno all’arrivo di Mussolini e dei suoi a Roma immortala un rogo di carte e mobilia: un piccolo spiraglio su una visione meno edulcorata di questo evento, che proprio la ricerca storica più recente è in grado di restituirci in tutta la sua complessità, e nella sua reale portata.

Chiunque voglia conoscere cosa è stata davvero la marcia su Roma non può prescindere dalla lettura del libro di Giulia Albanese La marcia su Roma, pubblicato nel 2005 (e uscito recentemente in una nuova edizione). Si tratta del primo studio sugli eventi dell’ottobre 1922 che prova a costruirne un quadro a tutto tondo, e dunque a scardinare lo stereotipo del “bluff”, del gesto teatrale con il quale il fascismo si afferma in modo tutto sommato incruento. 

Il merito maggiore di Albanese è stato quello allargare il campo visivo della ricerca, dimostrando come l’evento della marcia non si possa comprendere appieno se ci si limita a guardare il centro (Roma) con una prospettiva dall’alto (i movimenti di Mussolini, le decisioni del governo). Albanese nel suo saggio, intrecciando testimonianze pubbliche e private, articoli di giornale e documenti delle amministrazioni pubbliche, i fatti e le percezioni e rappresentazioni dei fatti, ricostruisce in modo approfondito la natura diffusa e partecipata della presa del potere fascista, osservando da vicino le azioni degli squadristi, non soltanto a Roma, ma su tutto il territorio nazionale.

A partire dal 27 ottobre «[gli squadristi] impedivano ai prefetti di controllare l’ordine pubblico, talvolta addirittura sequestrandoli per qualche ora, bloccavano l’attività degli uffici postali e telegrafici, e tentavano, a volte con successo, di fermare treni e occupare stazioni: il tutto per impedire la circolazione di notizie e forze dell’ordine. Quando poi fu chiaro che Mussolini era arrivato al governo, completarono, esasperandola, l’azione violenta dei mesi precedenti. Occuparono le amministrazioni locali che non erano favorevoli al fascismo, minacciando, picchiando o bandendo dai loro paesi e dalle loro città i principali esponenti dell’antifascismo locale – e non necessariamente solo i socialisti e i comunisti, ma anche i popolari e perfino qualche liberale. Invasero e talvolta distrussero sedi di giornali, non solo antifascisti ma anche semplicemente indipendenti».

Da questa prospettiva, la marcia su Roma non può che apparire come un vero e proprio colpo di stato (così lo definiva già nel 1928, da acuto osservatore della contemporaneità qual era, Gaetano Salvemini): il momento culminante dell’esercizio di una violenza politica eversiva, orchestrata dal partito fascista, operata dalla sua milizia e appoggiata da ampi settori della classe dirigente del paese, a partire da piccoli notabili di campagna per arrivare alla corte reale. Un colpo di stato che segna in effetti la fine dello Stato liberale e l’alba dello Stato fascista.

È ancora Albanese a sottolineare questo aspetto: le istituzioni parlamentari resteranno in piedi ancora per qualche mese, è vero, ma i primi provvedimenti del nuovo governo colpiscono duramente le libertà fondamentali dei cittadini, a partire da quelle d’espressione e di stampa; e soprattutto normalizzano e istituzionalizzano la violenza politica, rendendo legale la milizia del partito fascista come forza “pubblica” con il compito di tenere a bada gli oppositori.

Questo accade perché il fascismo è essenzialmente – non accidentalmente – antidemocratico e antiliberale: non può convivere con istituzioni democratiche e liberali. Benito Mussolini lo dichiara con lucidità in più occasioni. Un articolo del marzo 1923, pubblicato sul periodico dal lui diretto “Gerarchia” e intitolato Forza e consenso – oggi disponibile nella recentissima, illuminante raccolta di scritti e discorsi di Mussolini curata da David Bidussa, che parte proprio dalle parole del duce per seguire la costruzione e il consolidamento di una complessa cultura politica, saldamente inserita nel contesto del tempo ma capace di custodire anche le forze per assicurarsi la sopravvivenza nel futuro – merita una citazione estesa, perché espone in un unico, solido ragionamento le basi ideologiche del fascismo:

Ma, insomma, in che cosa consiste questo liberalismo per il quale più o meno obliquamente, si infiammano oggi tutti i nemici del fascismo? Liberalismo significa suffragio universale e generi affini? Significa tenere aperta in permanenza la Camera, perché offra l’indecente spettacolo che aveva sollevato la nausea generale? Significa in nome della libertà lasciare ai pochi la libertà di uccidere la libertà di tutti? […] È questo il liberalismo? Ebbene, se questo è il liberalismo, esso è una teoria e una pratica di abiezione e di rovina. La libertà non è un fine; è un mezzo. Come mezzo deve essere controllato e dominato. Qui cade il discorso sulla “forza”.

[…] La verità palese ormai agli occhi di chiunque non li abbia bendati dal dogmatismo, è che gli uomini sono forse stanchi di libertà. Ne hanno fatto un’orgia. […] Per le giovinezze intrepide, inquiete ed aspre che si affacciarono al crepuscolo mattinale della nuova storia ci sono altre parole che esercitano un fascino molto maggiore, e sono: ordine, gerarchia, disciplina. […] Il fascismo, che non ha temuto di chiamarsi reazionario quando molti dei liberali odierni erano proni davanti alla bestia trionfante, non ha oggi ritegno alcuni di dichiararsi illiberale e antiliberale. […]

Lo ribadiamo: queste idee non sono accessorie, ma costituiscono l’ossatura centrale del fascismo in quanto cultura nazionalista radicale di destra – quindi conservatrice, interessata a salvaguardare e non a sovvertire l’ordine sociale ed economico esistente – nata in Italia a inizio Novecento e dilagata poi nel mondo, contaminando realtà geografiche e storiche anche molto diverse dal contesto originario. 

Figlio del primo conflitto mondiale e delle tragiche trasformazioni che questo ha innescato – come efficacemente illustra questa inquietante vignetta dell’epoca di Giovanni Scalarini –, il fascismo è il “partito della guerra”, che porta la violenza delle trincee dentro il tessuto politico della società civile; ma è anche il “partito della nazione”, in grado di presentarsi cioè come l’unico che ha il diritto di dettare l’agenda politica, perché è l’unico in grado di interpretare quali siano “davvero” gli interessi e i diritti della nazione italiana in faccia al mondo. La marcia su Roma rappresenta il momento culminante di un triennio (1919-1922) nel quale le parole di Mussolini da un lato e le bastonate delle squadre di miliziani dall’altro hanno ridisegnato completamente il volto della politica italiana: è il trionfo del nazionalismo sulla democrazia, il trionfo della violenza sul dialogo.

La marcia su Roma non tornerà; un regime fascista – se siamo fortunati, se siamo bravi a tenere dritte le antenne e a cogliere per tempo le minacce alla libertà e alla democrazia – nemmeno. Ma la cultura fascista non ha mai smesso di essere parte integrante e operante della cultura di questo paese, ed è compito delle persone davvero liberali e davvero democratiche impegnarsi per smascherarla e disinnescarla, anche raccontando come è nata, come si è diffusa, come continua a pulsare nelle vene di questo paese.

*Valentina Colombi è una storica. Si occupa di storia delle istituzioni educative, dei giovani e delle dinamiche generazionali tra Otto e Novecento. Dal 2014 lavora come consulente free-lance nel campo della progettazione culturale e didattica. È coautrice del manuale di storia per le scuole superiori Trame del tempo (Laterza 2022).

(Immagine in anteprima: Marcia su Roma, folla in strada assiste a un rogo di mobili e carta, via ArchivioLuce.com)

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