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Streghe, sortilegi e sangue tra i colli piemontesi

30 Dicembre 2012 4 min lettura

Streghe, sortilegi e sangue tra i colli piemontesi

3 min lettura
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Uno dei capisaldi del pensiero di James Hillman vede l’infero come mondo il cui senso è nell’esplorazione. Nel mondo dei morti l’appiattimento razionale è un errore tipico del mondo diurno. Miti e sogni sono così strumenti indispensabile di navigazione per affrontare un simile viaggio. Questa lezione sul piano letterario è applicata egregiamente in Madreferro di Laura Liberale.

Nel romanzo un’indologa (proiezione dell’autrice) che ha perso entrambi i genitori torna nel paese d’origine, Fabrica (versione mitizzata di Favria, nel canavese), dove fa i conti con il passato. In particolare affronta la storia della propria famiglia, dominata di generazione in generazione dal matriarcato delle masche (ossia «streghe» in piemontese). La protagonista indaga come farebbe un investigatore di Twin Peaks: invece di affrontare enigmi per risolverli, li varca come soglie per mondi comunicanti. Più di indizi o fatti esteriori, a muoverla è soprattutto una vocazione, che la porta a esplorare un patrimonio di simboli centrati sul mito della Grande Madre: dalle incarnazioni protettive, come la Vergine Maria, a quelle più distruttive come le Lamie o la dea Kalì. E il «ferro» del titolo è sia nei giacimenti della regione, sia nel sangue, che è sostanza centrale per le masche e dunque ponte tra la terra e il potere che esercitano.

In Madreferro l’occulto è per l’appunto celato agli occhi e quindi alla narrazione in prima persona della protagonista, che parla al presente. Incantesimi, maledizioni o sacrifici sono una realtà che si svela in un secondo momento attraverso sogni, ricordi, documenti del passato o pagine scritte dalla protagonista all’interno della storia. La facoltà poetica e immaginifica che la contraddistingue è perciò elemento portante del romanzo, poiché estende i significati dei dati sensibili. È un modo di partecipare e completare il reale: senza la sua azione il lettore sarebbe confinato in una provincia italiana assediata dalla crisi e dagli immigrati cinesi, dove ogni tanto qualcuno scompare e nessuno sembra cercarlo. Ma sotto la superficie c’è molto di più. Così i dialoghi con i paesani spesso sono spunto di equivoci tra il linguaggio espresso e la sensibilità notturna della protagonista, mostrando i limiti di uno sguardo che della terra coglie solo la superficie:

«La terra ha bisogno dei suoi figli».
«Credevo parlasse del bisogno che hanno le persone, i figli, di tornare alla terra», dico.
«No. Parlavo della protezione che i figli devono alla terra»
Ecologia dunque?

Sul piano stilistico l’autrice rivela un talento per la figurazione, in particolare quando trasla percezioni visive in immagini più vaste, con effetti sublimi. Ad esempio un gruppo di anziani in carrozzella nell’ospizio è accostato a una gigantesca larva, amplificando la sensazione di decadimento che aleggia per la scena:

E ora la zia è un’estremità della lunga larva umana schiacciata contro la parte del corridoio. Qualcosa come venti carrozzelle tutte affiancate, un corpo collettivo, venti menti tarmate che si sfilacciano ciascuna nel proprio isolamento.

Il ricorso a termini minerari o ctoni, e per estensione al ferro, al sangue e alla terminologia medica, evidenzia aspetti dei personaggi che avranno rilevanza sul piano occulto: «aveva una costante d’infido, di paludoso, una melma espressiva che t’invischiava», «un qualche magma archetipale risalito grazie alle pressioni delle mie caldere sotterranee»; «pelle couperosica», «la mia adolescenza anemica». Sono evidenti poi le doti poetiche in una frase come «ciabatterà passi danzanti e produrrà lallazioni canterine», dove si cerca una rispondenza tra suoni e significati (fonosimbolismo). Di sicuro l’autrice sa stratificare registri e temi eterogenei – dialetto, tecnicismi medici, simbologie della Grande Madre, folklore locale - in un impasto validissimo, e collocarli in un immaginario di riferimento ben padroneggiato. Talvolta questa ricercatezza può sembrare eccessiva, ma non è fine a se stessa nell’economia dell’opera: le sue radici, solide e profonde, sono del resto nei centri emotivi dell’autrice, più che sulle pagine dei libri. Alla fine tutto ciò che del mondo infero è rievocato dalla voce narrante potrebbe essere razionalmente irreale: eppure mantiene una complementarietà di fondo, necessaria per comprendere appieno se stessi.

La poetica di Laura Liberale sta forse stretta in un romanzo breve, forma cui appartiene Madreferro. Leggendo più di una volta mi sono chiesto quale forza espressiva riuscirebbe a dispiegare con un’opera ancora più vasta e stratificata. Di certo per chi apprezza il pensiero di Hillman o è affascinato dal mondo delle streghe quest’opera così originale rappresenta una lettura imperdibile.

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