Diritti Digitali Post

Libertà dei media sotto attacco in Europa

26 Dicembre 2011 4 min lettura

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Libertà dei media sotto attacco in Europa

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Bruno Saetta
@valigiablu
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Con un post dall’illuminante titolo Media freedom under threat in Europe “Libertà dei media sotto attacco in Europa, il Commissario per i diritti umani presso il Consiglio d’Europa ha annunciato la pubblicazione di uno studio sul rapporto tra il pluralismo dei media e i diritti dell’uomo.
A fronte di un titolo della pubblicazione tutto sommato rassicurante Human rights and a changing media landscape, sulla copertina della pubblicazione campeggia sintomaticamente la figura di Anna Politkovskaya, la giornalista russa molto attiva nel denunciare le violazioni dei diritti umani all’interno della Federazione Russa, uccisa, secondo molti proprio per le sue scottanti inchieste, il giorno del compleanno dell’allora presidente Putin.
Ed infatti, a leggere attentamente il corposo studio non si può non essere presi da una sensazione di sconforto, nel verificare che proprio nel cuore dell’Europa, tra i paesi cosiddetti “civili” e “democratici”, la libertà dei media, e quindi la libertà di informazione, sono sempre più a rischio. 

La libertà dei mezzi di informazione, e il pluralismo dei media, sono elementi fondanti per ogni democrazia e per la corretta attuazione dei diritti umani. Casi di tortura, corruzione, discriminazione, intimidazioni ed omicidi, vengono alla luce grazie al difficile lavoro di inchiesta dei giornalisti, ed è per questo che diventa sempre più essenziale ed urgente contrastare le restrizioni verso i media da parte dei governi e le tendenze monopolistiche, passo indispensabile per impedire le violazioni dei diritti umani. 
L’accusa è di quelle pesanti, nonostante l’avvento dei nuovi strumenti di comunicazione, il pluralismo dei media in Europa è ancora troppo limitato, ponendo a rischio le democrazie. Otto gli esperti invitati a discutere di: protezione dei giornalisti da pressioni e violenze, di etica del giornalismo, di servizio pubblico e, appunto, pluralismo dei media. La conclusione è sconcertante: sono gli stessi governi a cercare di controllare i media per impedire l’accesso alle informazioni. Ed allo stesso tempo sfrenate pratiche commerciali incoraggiano una cultura di illegalità diffusa, come il fenomeno delle intercettazioni illecite (caso News of the World). 
Nello studio, inoltre, si sottolinea l’importanza del servizio pubblico al fine di garantire un pluralismo dei media, e di contrastare le concentrazioni e i monopoli nel settore. Si pone l’accento sul ruolo dei nuovi media in rete, i social e i blog, elemento chiave per il dibattito politico.

Lo studio sul pluralismo dei media di informazione disegna una mappa della situazione in Europa. Al primo posto tra gli Stati che subiscono effetti negativi per la presenza di concentrazioni monopolistiche ci sono le troppo giovani democrazie nate dalle ceneri dell’ex Unione Sovietica (post-Soviet democracies). Ma, forse nemmeno troppo inattesa, un posto d’onore se lo ritaglia l’Italia, esempio eclatante (case study) di come il monopolio del settore dell’informazione possa provocare gravi rischi anche in democrazie più antiche e quindi apparentemente consolidate (“the history of the so-called “Italian anomaly” is illustrative of how broadcast monopolisation (through over-consolidation and supermergers) can pose an acute danger even in older democracies”). 

Lo studio premette che la libertà di stampa e di espressione godono buona salute nel nostro paese, ma pone l’accento sull’anomalia del settore televisivo, dominato da un duopolio formato da Rai e Mediaset, che negli ultimi vent’anni, continua il rapporto, non è stato scalfito da nessun operatore terzo.
Il duopolio è altresì accompagnato da un monopolio di Mediaset nel settore della televisione commerciale e nel mercato della pubblicità, ed è ovviamente aggravato dal ruolo di capo del Governo svolto per anni dal proprietario del monopolista Mediaset. Anche le leggi in materia non hanno migliorato in alcun modo la situazione, al punto che la cosiddetta legge Gasparri, che ha gestito la transizione dall’analogico al digitale, ha comunque permesso al duopolio di usare la propria influenza per espandersi nel nuovo mercato digitale, sostanzialmente impedendo l’ingresso di nuovi operatori in grado di competere ad armi pari.
E tutto ciò in barba agli standard europei che vietano ai politici il controllo e la proprietà di emittenti televisive al fine di impedire situazioni di conflitto di interesse o interferenze sulla libertà di informazione. “Italy, despite its Frattini Law, does neitherL’Italia, a dispetto della legge Frattini, non ha fatto nulla!
In tutta Europa spirano venti di monopolio e di concentrazioni nel settore dei media, ma l’anomalia italiana, come è espressamente definita nello studio, pone problemi decisamente più seri.
Gli italiani si sono appassionati al dibattito sul beauty contest, fors’anche per l’intrigante nome affibiatogli, indignati per il “regalo” delle frequenze, un bene comune, ai soliti noti, ma decisamente minor rilievo ha ricevuto l’altra notizia, quella che vede il Garante per la concorrenza autorizzare la fusione tra Elettronica Industriale (Mediaset) e DMT, la cui conseguenza è che oggi in Italia vi sono solo due operatori nazionali nel settore dei tralicci televisivi: Raiway, con i suoi 1500 tralicci che serve solo la Rai, e EI+DMT, che serve tutti gli altri ma principalmente Mediaset, con altrettanti 1500 antenne.
Insomma, anche se il beauty contest è stato congelato, per il momento, chi vorrà trasmettere in Italia dovrà chiedere comunque a Mediaset, realizzandosi un monopolio ben più pericoloso nel settore in questione. 
Se a questo aggiungiamo che i governi italiani hanno proceduto regolarmente allo smantellamento del servizio pubblico per impedirgli di fare reale concorrenza all’unico privato di peso, e che tutti i governi cercano da anni di imporre limitazioni specifiche per la rete internet per sottoporla ad un maggiore controllo statale, limitazioni che non hanno alcuna corrispondenza con quelle relative alle televisioni, possiamo concludere che da noi il mutamento dello scenario dei media non ha portato affatto maggior pluralismo, ma ha solo prodotto un rafforzamento dei vecchi monopoli. La prova lampante è il fallimento del digitale terrestre che, con la moltiplicazione dei canali, la maggior parte dei quali non sono altri che doppioni od inattivi, non ha portato alcun significativo mutamento dei contenuti offerti. 
Se il potere dei media, il cosiddetto “quarto potere”, è la misura del funzionamento della democrazia, la conclusione ovvia è che la democrazia stessa è minacciata. 
È necessario un serio dibattito pubblico sull’evoluzione dei media e le sue conseguenze per i diritti umani”, ha concluso il Commissario.

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