Letta, i professionisti del conflitto e la retorica della coesione


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Il fascismo vuole guarire gli Italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l'appello nominale, tutti i cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria, come se col professare delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale. Insegnare a costoro la superiorità dell'anarchia sulle dottrine democratiche sarebbe un troppo lungo discorso, e poi, per certi elogi, nessun migliore panegirista della pratica. L'attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l'inguaribile fiducia ottimistica dell'infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure.
(Piero Gobetti, Elogio della ghigliottina)

Non ricordo se sia iniziata col Governo Monti o se sia abitudine vecchia quanto la Democrazia Cristiana, ma si sta ormai imponendo una certa retorica centrata sulla «coesione sociale» e la «pacificazione»; o, come ribadito ieri al meeting di Comunione e Liberazione dal Presidente del Consiglio Enrico Letta, centrata sulla ripulsa dei «professionisti del conflitto». Circostanza, quest'ultima, che vorrebbe una specifica. Chi sarebbero questi professionisti? Sindacati (prego pensare a Bonanni)? Parlamentari d'opposizione, magari eletti tra le fila di Sel, partito con cui il Pd era alleato alle elezioni? Quello stesso centro-sinistra che per vent'anni ha fondato la propria identità sull'antiberlusconismo, e che per meglio tenere d'occhio il nemico di sempre ci è andato al governo per ben due volte negli ultimi due anni? NoTav e NoMuos? La Guardia di Finanza? Nella vaghezza e nel pulpito clerical-paraistituzionale da cui è stata lanciata la reprimenda, le parole di Letta emanano il disturbante odore della delegittimazione aprioristica del dissenso. E questo va di pari passi con la sostituzione, nel lessico politico, della parola «inciucio», che sa di viscida manovra sottobanco, con «larghe intese», espressione ben più ariosa e istituzionale (al netto dei leader politici condannati per frode fiscale).

Questa retorica, in un paese in cui va di moda rovesciare il significato delle parole in proporzione al numero di persone disposte a sostenere il rovesciamento, è molto pericolosa. Perché non è il conflitto a essere permanente, è l'oppressione sociale a non essere risolta (c'è tutto un mondo di oppressione sociale, là fuori... ); anzi, sparisce proprio dal lessico politico. Quindi se si chiede «pacificazione» o «coesione», si chiede all'oppresso di cessare ogni resistenza alle bastonate; di mettere da parte le istanze di cui è portatore, a prescindere dal merito. E questi inviti, così eterei, così sospesi nell'aria, queste parole così buone nell'apparenza asettica che le ricopre, se rapportati a un esempio concreto mostrano la loro vera natura repressiva. Ne scelgo uno tra gli innumerevoli possibili, nonostante quest'anno si sia usciti dalla crisi per la centesima volta.

A Ferragosto, mentre alcuni di noi postavano su Facebook foto dei propri piedi in spiaggia e altri si lamentavano su Facebook di quelli che postavano le foto dei propri piedi in spiaggia, un'azienda nel modenese, la Firem, ha approffittato delle ferie degli operai per spostare i macchinari in Polonia. Cioè tu sei un operaio, vai in ferie, torni dopo Ferragosto e trovi scritto «Spiacenti, l'azienda si è trasferita in Polonia». In pratica è come essere derubati del proprio lavoro: a meno che sul contratto non ci fosse la clausola «l'azienda si riserva il diritto di traferire i macchinari in Polonia durante un qualsiasi Ferragosto» (parebbe di no). Gli operai, accortisi del fattaccio, si sono messi a bloccare i cancelli da cui uscivano i camion con i macchinari.

Ora, in questo scenario, vorrei capire: come si attuano pacificazione e coesione? Gli operai avrebbero dovuto mettersi in ginocchio e chiedere ai camionisti di non spostare i macchinari? Avrebbero dovuto pregare chi ha deciso il trasferimento, affinché ci ripensasse? Avrebbero dovuto scrivere a Letta affinché, tra la fine di Ferragosto e l'inizio del meeting di Cl, dichiarasse che quanto prima avrebbe valutato una possibile soluzione in merito al problema venutosi recentemente a creare alla Firem?

E le vittime dei terremoti che hanno colpito l'Aquila nel 2009 e l'Emilia nel 2012, con chi si devono pacificare, con le macerie? E chi non ha lavoro, esattamente, con chi si deve pacificare? E gli indigenti veri e propri, ossia coloro che vivono con più forza il peso dell'oppressione, tanto da esserne schiacciati, non sono forse lasciati completamente fuori da una simile retorica, alla stregua di paria? Forse si dà per scontato che erediteranno il Regno dei Cieli, dalle parti di Rimini.

Evitare il conflitto in uno stato simile significa mantenere intatte le disuguaglianze. Oppure costringe le persone a pregare Papà Governo Buono perché risolva il problema del figlio che sta zitto e quieto: si precipiterebbe nel peggior paternalismo autoritario.

La tradizione non-violenta (quella di Gandhi e Capitini, per intendersi) riconosce il valore del conflitto, in presenza dell'ingiustizia, ma ragiona sul fatto che i mezzi sono fini, quando si lotta contro di essa. Mezzi violenti portano alla violenza, e nessun fine, alla lunga, può giustificarli; ma di fronte all'oppressione, la presa di coscienza rende impensabile il retrocedere, o la «coesione». Allora l'inevitabile domanda per Letta e per tutti quelli che «bravo Letta!» è: questo Governo, nei confronti delle classi più disagiate o di chi semplicemente dissente, che mezzi usa?

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