Il gelo come arma di sterminio: la strategia russa contro la popolazione ucraina
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La guerra d’invasione russa in Ucraina dura ormai da più tempo dell’intero conflitto mondiale del 1939-1945. Ma lasciamo pure che questo dato sedimenti: stiamo parlando di un conflitto ibrido e armato che si protrae oltre ogni ragionevole previsione, mentre il mondo assiste a un fallimento diplomatico dopo l’altro. Gli accordi di pace? Carta straccia. E mentre il presidente statunitense Donald Trump stringe la mano al suo “alleato” russo Vladimir Putin, milioni di ucraini affrontano il terzo inverno di guerra totale – il peggiore di sempre – avvicinandosi anche al quarto anniversario dall’inizio della nota “operazione militare speciale” lanciata dal Cremlino il 24 febbraio 2022.
Ma c’è un problema ancora più grave, forse, che si insinua in tutto ciò: il mondo si sta piano piano dimenticando dell’Ucraina. Il 2025 non ha portato la pace sperata, fra tira e molla inconcludenti voluti dal “pacifista” Trump, mentre il 2026 è iniziato alla luce di nuove crisi a cui guardare (le tensioni in Iran, il caos in Venezuela, le minacce sulla Groenlandia), che hanno inevitabilmente spostato l’attenzione globale altrove. Gaza e Ucraina, dove la guerra è alle porte di casa, nella nostra Europa, non fanno più notizia, si tratta di conflitti dimenticati perché i riflettori si accendono su altri fronti. E intanto, a Kyiv, la gente continua a morire, questa volta anche di freddo. Perché questo inverno è diverso: questo inverno è un’arma.
Senza energia: lo stato di emergenza
La settimana scorsa, il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha dichiarato lo stato di emergenza nel settore energetico, con un focus particolare sulla capitale. “Le conseguenze degli attacchi russi e del peggioramento delle condizioni meteorologiche sono gravi”, ha scritto sul suo canale Telegram, mentre un portavoce della più grande società energetica privata ucraina, DTEK, ha affermato che la gravità della situazione nella capitale e in tutta l’Ucraina richiede un coordinamento senza precedenti tra le autorità e i fornitori di energia.
Kyiv è, infatti, allo stremo dopo gli attacchi russi mirati alle infrastrutture che negli ultimi giorni, proprio in concomitanza con l’abbassamento delle temperature, hanno lasciato i residenti completamente privi di elettricità, riscaldamento e acqua corrente. Fuori il termometro segna numeri che sono belli da vedere solo in foto, mentre magari si sta accoccolati davanti al fuoco di un caminetto, con una tazza fumante tra le mani.
A precedere annunci e decisioni di Zelens’kyj, il sindaco di Kyiv, Vitalij Klyčko, il quale ha lanciato subito un appello che suona come una resa forzata: “chi può, evacui la città. Andatevene in campagna, in dacia o da amici nella regione, perché paradossalmente quattro mura di legno in mezzo al nulla offrono più calore di un appartamento nella capitale dell’Ucraina”, specie se ai piani alti e fuori dai quartieri privilegiati, provvisti a dovere.
È proprio quel “chi può” la chiave. Perché la maggior parte delle persone non può. Non tutti hanno una dacia dove andare. Non tutti hanno i mezzi economici per affittare un posto altrove. Non tutti hanno parenti che vivono in condizioni migliori e che li possano ospitare per settimane, forse mesi. La loro casa è qui, la loro vita è qui. E, soprattutto, non tutti possono andarsene perché se Kyiv si svuota, se la capitale si ferma, crolla il paese intero. Kyiv non è solo una città: è il cuore amministrativo, economico, simbolico dell’Ucraina. D’altronde, se il cuore smette di battere, il resto del corpo muore. E Putin lo sa benissimo.
Attualmente, dopo l’attacco massiccio del 19 gennaio, si parla di circa 5000 condomini e grattacieli di Kyiv rimasti acqua e senza riscaldamento. I lavoratori del settore stanno facendo tutto il possibile, ma gli abitanti della città si ritrovano con all’incirca tre ore di luce al giorno, se fortunati, e fino a dieci o più senza.
Nel frattempo, il governo sta potenziando i cosiddetti “punti di invincibilità”: sono oltre 10mila questi centri di emergenza dove la popolazione può trovare corrente elettrica, acqua, riscaldamento, connessione internet. Alcuni sono attivi 24 ore su 24. Ma il nome stesso rivela quanto sia grottesca la situazione: devi essere “invincibile” per sopravvivere al tuo stesso inverno, a casa tua.
“Ho dato istruzioni affinché i punti con i servizi di base, i cui indirizzi sono indicati sulla mappa dell’app Digital Kyiv, funzionino nel modo più efficiente possibile. Le persone possono riscaldarsi lì, ricaricare i loro dispositivi, bere tè caldo”, afferma il sindaco di Kyiv.
Quando il gelo è dentro casa
Le temperature esterne di questi giorni oscillano tra i -15 e i -18 gradi e le previsioni per le prossime settimane non sembrano essere delle migliori. Ma il vero incubo è dentro: appartamenti a 2-5 gradi, tubi dell’acqua ghiacciati, niente riscaldamento, niente elettricità. La gente si rifugia nelle stazioni della metropolitana perché lì, sottoterra, fa paradossalmente più caldo che nelle proprie case. Provate a immaginare di dover lasciare il proprio letto, il proprio divano, la propria cucina per lavorare, dormire o anche solo rifocillarsi un attimo su una panchina della metro. Non per scelta, ma per sopravvivenza. Perché sopra, nel mondo “normale”, si gela, e letteralmente.
La vita a Kyiv è regredita di un secolo. Le candele sono diventate valuta. Chi ha un fornelletto da campeggio è fortunato: può almeno bollire l’acqua per il tè, cuocere qualcosa di caldo, riscaldandosi le mani. La gente lavora avvolta in sacchi a pelo, con tre o quattro maglioni addosso e piumoni sulle spalle. Si dorme vestiti, sotto strati di coperte. Le scuole sono chiuse: non solo per il freddo, ma anche perché non ci sono più le condizioni minime di sicurezza a causa degli attacchi combinati di droni e missili che colpiscono sempre di più scuole, asili e zone residenziali.
E quando tramonta il sole – già a metà pomeriggio in inverno – su Kyiv cala il buio totale. Non è romantico, ma spettrale. E non è manco ambientalista: i pochi locali con i generatori che vanno a palla diventano rifugi temporanei, dove la gente ci si accalca non per socializzare, ma per rubare qualche ora di calore, per ricaricare il telefono, per sentirsi ancora viva in mezzo ad altri esseri umani.
E il coprifuoco? Resta, ma si pensa a renderlo più flessibile a causa dell’emergenza. Dalle 23 alle 5 del mattino non si può uscire perché sono le ore preferite per attacchi di droni e missili. Ma se non c’è corrente da 12 ore e bisogna raggiungere uno dei “Punti di Invincibilità”, allora che si fa? Il governo sta studiando eccezioni “temporanee e mirate”, ma solo dove la messa in sicurezza lo permette. Insomma, forse potrai andare a scaldarti senza rischiare l’arresto. E questo dice già abbastanza sulla normalità che non esiste più.
“A mio avviso, il 2026 dovrebbe essere un anno chiave per il settore energetico ucraino”, afferma nell’ultima newsletter del portale n-ost Serhij Barbu, giornalista e conduttore televisivo specializzato in energia. “Finora il processo di ristrutturazione del sistema di produzione di energia elettrica è stato lento e spesso inefficiente, è un circolo vizioso: la Russia colpisce, noi ripariamo, la Russia attacca di nuovo. Poi tutto si ripete. L’effetto cumulativo gioca a nostro sfavore perché, indipendentemente dalle scorte di attrezzature di cui disponiamo, con così tanti attacchi, le nostre esigenze non fanno che aumentare”. La soluzione è costruire centinaia di piccoli impianti di generazione, cosa che è già stata avviata. Ma per ora non basta. Era forse possibile provare a prevedere un’emergenza simile dopo tre inverni di guerra? Chissà.
Il massacro a freddo
Non chiamiamolo “danno collaterale”. La Russia sta conducendo un massacro mirato contro la popolazione civile ucraina. L’obiettivo è chiaro: se la capitale cede, se non riesce più a rifornire il resto del Paese, se si ferma, è la fine. Ed è esattamente quello che vuole Putin.
Questo è un crimine di guerra. Nero su bianco. Le Convenzioni di Ginevra sono esplicite: attaccare deliberatamente infrastrutture civili essenziali con l’obiettivo di privare la popolazione di condizioni di vita minime è un crimine contro l’umanità. Non stiamo parlando di danni collaterali in un’operazione militare. Stiamo parlando di una strategia pianificata, sistematica, chirurgica: distruggere centrali elettriche, impianti di riscaldamento, reti idriche. E farlo in inverno, quando sai che ogni colpo che metti a segno significa morte.
Perché di questo si tratta: di morte lenta. Non con i proiettili, questa volta, ma con il gelo. Con il buio. Con la disperazione quotidiana di non sapere se domani avrai ancora acqua corrente o se potrai cucinare qualcosa di caldo. Questo è terrorismo di Stato nella sua forma più vigliacca. Viene colpito chi non può difendersi: bambini, anziani, malati. Persone che l’unica cosa che vogliono è sopravvivere all’inverno nella propria casa – ammesso che ne abbiano ancora una da chiamare tale.
A Gaza si parla di genocidio per fame. In Ucraina si sta compiendo lo stesso crimine togliendo il riscaldamento quando fuori si può morire di freddo. Il metodo cambia, il risultato no: piegare una popolazione civile fino a spezzarla. E mentre il mondo conta le vittime dei bombardamenti, nessuno conta chi muore di ipotermia in casa propria. Chi ha un infarto perché il cuore non regge lo stress di vivere con pochi gradi.
Putin non sta combattendo una guerra. Sta conducendo uno sterminio al rallentatore. E lo sta facendo davanti agli occhi di tutti. E il mondo? Il mondo guarda da lontano, conta i giorni, e si chiede se e quando finirà. Come se fosse una serie TV troppo lunga. Solo che, purtroppo, non c’è un telecomando per spegnerla.
Фото від Claudia







