Un’italiana freelance a Londra. E ce l’ha fatta


[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

di Lou Del Bello

Qui abbiamo la Regina coi suoi cappelli variopinti, e qualche settimana fa mi hanno offerto 100 sterline per passare la notte appostata fuori dall'ospedale dove dovrebbe nascere il Royal Baby. Quando fai uno scherzo ci devi sempre mettere il disclaimer davanti "Now I'm gonna tell you a joke" se no sei cafone. Qui se sei freelance non sei sfigato, sei un prestigiatore. Il tuo lavoro è lasciarli a bocca aperta e fare un inchino quando ti applaudono.

Cosa mi ricordo

Devo essere onesta, in Italia non lo so com'è fare il freelance, perché non l'ho mai fatto a tempo pieno. Non mi pagavano abbastanza per vivere, quindi facevo altre cose. Però mi ricordo le regole del gioco. Per esempio mandi gli articoli commissionati senza aspettarti un feedback. Se sei fortunato te li pubblicano, se no hai perso tempo e soldi perché ovviamente non verrai pagato, e non saprai mai cosa è andato storto.

La gente si pestava i piedi per venti euro. Non che mi spaventassero gli ambienti competitivi, semplicemente non vedevo il punto di abbassarsi a fare le scarpe a qualcuno per due spicci. Ovviamente, in Italia ero un'arrogante.

Mi ricordo che in Italia pensavo "il giornalismo è un hobby da ricchi".

Non era vero. Ho conosciuto tanti, non necessariamente di famiglia ricca, che hanno deciso di investire nel proprio futuro facendo una scuola di giornalismo. Troppi sono stati turlupinati dall'Ordine che ha deciso di fare affari sulla loro pelle. La scuola costava cara e i corsi rimanevano aperti nonostante la palese incapacità del mercato di far posto ai nuovi arrivati, che oggi sono disoccupati.

Come ho cambiato le carte in tavola

Anche io, nonostante il mio strombazzare contro queste scuole "perché il mestiere si impara, non si studia", sono poi finita a fare un master in giornalismo, ma grazie a dio non sono rimasta disoccupata.

Sono andata via che ero già vecchia. 28 anni, troppi per cominciare da zero in Italia. Ma, mi dicevano, non per la Gran Bretagna. Così ho scelto un corso che corrispondesse almeno in parte con la mia esperienza precedente, per non buttare via proprio tutto. Mi sono sempre occupata di ambiente ed energie fossili, e Science Journalism sia.

Dal giorno in cui ho deciso che si poteva fare, però, ne ho passate parecchie. Anche se allo stesso tempo, se ripenso a tutti i colpi di fortuna che mi sono capitati, mi dico che era destino.

La mia famiglia è povera e "l'esperienza all'estero" semplicemente non è mai stata un'opzione. Quindi non solo dovevo farmi ammettere in un corso di alto livello nonostante il mio inglese penoso, ma dovevo trovare i soldi per mantenermi e pagare le tasse, 9000 sterline. Di quei mesi ricordo il muro della mia camera coperto di post-it su cui scrivevo le parole nuove, le attese fuori dalla banca a primavera, le lungaggini burocratiche per assicurarmi l'ultimo prestito d'onore sopravvissuto alla manovra Monti, 20mila euro. Non abbastanza per vivere tutto l'anno, ma sufficienti per partire. Me lo revocarono due settimane prima della partenza, ce l'ho fatta grazie al sostegno di un avvocato battagliero.

Più avanti, ho vinto una borsa di studio dell'INPS di altri 6000 euro, giusti giusti per finire l'anno.

Per fortuna, qui dalla Regina sono pragmatici e il corso dura solo dieci mesi, per metterti a lavorare prima. Studi poco sui libri e fai molta pratica, così quando finisci ti eviti il classico spaesamento post laurea. Sai già cosa fare, e il lavoro non è un miraggio. Un po' perché l'economia non è allo stremo, un po' perché se vivi in una capitale di dieci milioni di persone di lavoro ce n'è di più, un po' perché sei preparato.

Da questo punto di vista un bel calcio me lo ha dato il Guardian, dove ho tenuto un blog sulle energie rinnovabili. Non mi hanno pagato, il progetto è stato l'equivalente della mia tesi di laurea. Però accidenti, quando ti tengono un pomeriggio intero a correggere ogni singolo dettaglio, quando ti rompono le palle perché "questi numeri mi suonano strani, ricontrolla", quando ti dicono "qui vogliamo che tu faccia giornalismo, non un progetto universitario", allora sai che il tempo non è stato buttato perché hai dei nuovi attrezzi nella tua cassetta.

Ovvio che se, nonostante la pedanteria britannica, finisci per fare una cappella, le prendi molto più che in Italia. L'ultimo pezzo che ho scritto conteneva un errore grossolano, i lettori se ne sono accorti immediatamente e me ne hanno dette di tutti i colori. Che dire, hanno ragione. Sicuro non farò lo stesso errore due volte e ho imparato una nuova parola: codswallop, immondizia.

Il bello di internet, in Italia, è che se fai un errore lo cancelli senza dire niente a nessuno. Io l'ho fatto un sacco di volte quando lavoravo per il più truce tabloid sulla piazza. Il brutto di internet, dalla Regina, è che qua non cambiano manco una virgola senza metterlo nero su bianco.

Il coniglio dal cappello

Trovare un lavoro fisso è bello, se sei specializzato non è nemmeno tanto difficile. Mandi i CV, fai i colloqui e se sei preparato ti assumono, come per ogni altra professione. E sicuramente, quando metti la testa a posto e ti fai una famiglia essere un freelance smette di essere so much fun. Lavori a orari strani, i soldi sono quelli che sono e la settimana in cui non piazzi niente è una settimana in rosso. Ma io ancora un paio d'annetti di vita bella me li voglio prendere, perché essere un freelance è divertente. Lavori quasi sempre sulle storie che ti scegli, e le tiri fuori dal cappello in modi sempre nuovi.

Per la rivista SciDev.Net faccio feature multimediali, podcast e scrivo articoli su banche genetiche e su energie rinnovabili. Mi pagano 30 centesimi a parola, 400 sterline per un audio slideshow o un podcast. Ogni tanto giro per l'isola o prendo un aereo per andare da qualche parte a fare foto o registrare interviste di persona; ho imparato a usare tutti i software di editing e sto imparando a scrivere javascript che non si sa mai, un giorno ti metti a fare le infografiche interattive.

Fare il giornalista scientifico non è per niente palloso. Come un prestigiatore, fai cose sorprendenti che nessun altro sa fare.

Essere un freelance in Italia è un modo cortese per indicare "uno che ha fallito nel trovare un posto fisso". Qui, nell'isola dove tutto funziona al contrario, freelance è una persona che viene scelta ogni giorno perché produce cose che altri non sanno fare, ed è rispettata per questo. Mentre se sei assunto lavori per l'azienda, se sei freelance l'azienda sei tu. Funziona.

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