Accesso, tasse universitarie e sostegno agli studenti: siamo il paese peggiore dove studiare

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Una delle sfide chiave nello sviluppo dell’università di massa di qualità è garantire che gli studenti abbiano le condizioni materiali necessarie per studiare e realizzare il loro potenziale. La questione di come ciò sia assicurato a livello nazionale è un aspetto chiave della dimensione sociale dell'istruzione universitaria e i sistemi di tasse e sostegno degli studenti sono strumenti importanti delle politiche nazionali”.
(National Student Fee and Support Systems, Eurydice)

Nel corso dell'assemblea nazionale di Liberi e Uguali, il leader della nuova formazione politica di sinistra, nata in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo, e attuale presidente del Senato, Pietro Grasso ha proposto l’abolizione delle tasse universitarie: «In uno dei recenti interventi in un’università, mi trovavo a Pavia, ho incontrato una ragazza che stava uscendo dall’università, mi sono fermato e mi ha detto: “Non ce la faccio più, devo abbandonare gli studi, i miei non mi possono mantenere, devo trovarmi un lavoro. Sono nell’elenco degli idonei per l’esenzione delle tasse ma mi hanno risposto che non ci sono risorse”. Non ho alcun dubbio, partiamo da una proposta concreta, realizzabile. Ci costa 1,6 miliardi, un decimo delle risorse che l'Italia spende per finanziare attività dannose per l'ambiente. Aboliamo le tasse universitarie».

Con il suo intervento Grasso ha sollevato un problema reale. Secondo i dati forniti dall’Ocse nel 2017, per quanto riguarda l’anno accademico 2014-2015, l’Italia è stata uno degli Stati europei con le tasse universitarie più alte, dopo il Regno Unito (esclusa la Scozia), i Paesi Bassi e la Spagna.

Il costo alto delle tasse universitarie, spiega il collettivo Roars (Return On Academic Research), sarebbe una delle cause dell’elevato numero di abbandoni del proprio percorso di studi da parte degli studenti e del basso numero di laureati delle università italiane. Sempre per il rapporto dell’Ocse, siamo penultimi al mondo per percentuale di laureati tra i 25 e i 34 anni

via Roars
via Roars

e tra gli ultimi (e sotto la media Ocse) per iscritti alle università.

via Roars

Rispetto alle parole di Grasso, prosegue Roars, i dati forniti dall’ex magistrato sono verosimili, anche se il probabile aumento del numero di iscritti alle università in seguito all’abolizione delle tasse universitarie potrebbe richiedere più di 1,6 miliardi in un sistema già sottofinanziato: “Da questo punto di vista, l’abolizione delle tasse dovrebbe essere accompagnata da un adeguato rifinanziamento degli atenei”.

Sempre secondo l'Ocse, "nel 2014, la spesa pubblica complessiva per l’istruzione dal ciclo primario d’istruzione al terziario (cioè quella universitaria) ammontava al 7,1% della spesa totale delle amministrazioni pubbliche per l’insieme dei servizi, la più bassa tra i Paesi dell’OCSE e i Paesi partner”.

La soluzione prospettata è stata definita dal ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, intervistato su Radio Capital da Massimo Giannini ed Edoardo Buffoni, “una proposta trumpiana, un supporto alla parte più ricca del Paese, perché gli studenti meno abbienti sono già esentati dalle tasse".

Su Twitter c'è stato poi uno scambio tra Calenda e Grasso. Il presidente del Senato ha paragonato la sua proposta all'istituzione del Servizio Sanitario Nazionale immaginando l'esenzione delle tasse universitarie come una modalità per estendere a tutti l'accesso all'università.

Il ministro dello Sviluppo Economico ha replicato sostenendo che l'università non rientra come la scuola dell'obbligo e la sanità tra i servizi di welfare universale.

Le parole di Calenda hanno riecheggiato quanto sostenuto in un’intervista su Repubblica dal politologo Giliberto Capano, esperto di sistemi universitari, secondo il quale l’abolizione delle tasse universitarie non porterebbe a un sistema più equo perché favorirebbe «i ceti medio-alti, che sono quelli che in maggioranza fanno l’università» e non è dimostrato che l’università gratuita aumenterebbe il numero degli iscritti «perché la propensione a fare l'università dipende ancora oggi in Italia dal contesto socio-culturale ed economico della famiglia di provenienza e dalla capacità di mantenersi agli studi (costo della vita, libri...)». In altre parole, sostiene Capano, frequentare l’università dipende più dal contesto socio-culturale ed economico delle famiglie di provenienza che dal costo delle tasse universitarie e, proseguendo il suo ragionamento, bisognerebbe investire in agevolazioni per quelle famiglie che non sono in grado sostenere economicamente gli studi dei figli. Cosa che lo Stato già fa. Nell’ultima legge di stabilità il governo Gentiloni, ricostruisce Il Post, “ha introdotto l’esonero totale dalle tasse universitarie per gli studenti che provengono da famiglie con redditi bassi”.

Si tratta della cosiddetta "no tax area", prevista dalla manovra finanziaria del 2017, in base alla quale tutti i nuovi iscritti con un Isee (indicatore di reddito e patrimonio familiare, una serie di parametri che contribuiscono a definire la condizione economica del nucleo familiare di uno studente) inferiore ai 13mila euro non avrebbero dovuto pagare tasse e chi superava questa soglia ma con un indicatore al di sotto dei 30mila euro avrebbe pagato al massimo 1100 euro. Una misura che avrebbe riguardato secondo le stime del governo più di 650mila studenti.

Secondo uno studio del Sole 24 Ore, su dati Inps, ministero dell’Università e della Ricerca e forniti dagli Atenei, nell’anno 2017-18 quasi 600mila studenti (un terzo della popolazione universitaria) hanno goduto dell’esenzione del pagamento delle tasse, riconosciuto a chi ha determinati requisiti di reddito e di merito. Per aver diritto all'esonero totale è necessario, infatti, essere iscritti non oltre il primo anno fuori corso e aver maturato un numero minimo di crediti. La soglia per aver diritto all’esonero oscilla dai 13mila ai 15 mila euro, a seconda degli atenei.

via Il Sole 24 Ore

Sempre nell’articolo del Sole 24 Ore, i prorettori dell’università Statale di Milano, Giuseppe De Luca, e dell’università di Firenze, Vittoria Perrone Compagni, hanno sottolineato che l’esonero della tasse ha portato a un aumento delle iscrizioni, smentendo di fatto quanto sostenuto da Capano su Repubblica: «Registriamo una crescita del 5% delle matricole ed è prevedibile che l’esonero dalle tasse possa attrarre anche giovani che dopo il diploma non si sono iscritti subito», ha commentato De Luca.

La responsabile scuola di Sinistra Italiana, Claudia Pratelli, ha spiegato su Huffington Post che la proposta di Grasso non è estemporanea ma è il frutto di uno “studio e una proposta sul tema, discussa anche nella conferenza programmatica di Liberi e Uguali del 16 dicembre a Roma”. L’abolizione delle tasse universitarie sarebbe sostenibile attraverso una revisione delle tasse regionali di diritto allo studio e della fiscalità in generale.

La sostenibilità del percorso universitario è, però, una questione più complessa non circoscritta solo al costo delle tasse universitarie, ma che riguarda anche le forme di sostegno allo studio che ogni Stato prevede.

Lo scorso ottobre Eurydice – la rete istituzionale europea, nata nel 1980 su iniziativa della Commissione europea, che raccoglie, aggiorna, analizza e diffonde informazioni sulle politiche, la struttura e l’organizzazione dei sistemi educativi europei ­ – ha pubblicato un rapporto sui sistemi di tassazione e di supporto finanziario agli studenti in Europa. Sono presentate nel dettaglio informazioni su tasse, forme di sostegno (borse di studio, prestiti e altri benefit alle famiglie) di 42 paesi europei.

Secondo lo studio l’Italia è tra i paesi con le percentuali più alte di studenti che pagano le tasse (poco più del 90%), il più basso numero di borse di studio erogate (il 9% riesce ad averne diritto) e con le tasse universitarie più alte, tra i mille e i 3mila euro l'anno. I dati si riferiscono al periodo 2016/2017 e probabilmente, scrive Alessia Tripodi su Il Sole 24 Ore, “non registrano per il nostro paese gli effetti della "no tax area".

Cosa dice il rapporto Eurydice

Il rapporto mette a confronto i sistemi di tassazione universitaria e di sostegno agli studenti di 42 paesi europei. I due aspetti non possono essere isolati, si legge nello studio, perché “le tasse e le forme di sussidio svolgono un ruolo importante nel sostenere (o scoraggiare) l’accesso all’istruzione universitaria e possono avere un impatto sui tassi di avanzamento o completamento degli studi”.

Gli Stati presi in considerazione da Eurydice differiscono significativamente per livello di spesa pubblica destinata all’università, per tipologia di contributi richiesti alle famiglie e agli studenti e interventi per sostenere gli studi. Ci sono diverse combinazioni di tasse e sussidi, sotto forma di borse di studio e prestiti. Il Regno Unito (Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord), ad esempio, non prevede borse ma prestiti per affrontare il percorso universitario che gli studenti dovranno cominciare a restituire una volta ottenuto un lavoro. Tutti e 42 i sistemi prevedono almeno un meccanismo di sostegno diretto e metà di essi combinano supporti indiretti (agevolazioni alle famiglie e prestiti).

Dove è previsto il pagamento delle tasse d’iscrizione e frequenza, variano le forme di agevolazione alla famiglie, ci sono esenzioni per merito o per particolari condizioni economiche oppure ci sono altre forme di incentivo. Varia anche la tipologia di chi deve pagare le tasse, in alcuni paesi le pagano solo gli studenti part-time (ai quali è concesso di spalmare il corso di studio in più anni rispetto a quelli previsti con una riduzione delle tasse universitarie in proporzione alla durata concordata del percorso universitario), in altri tutti (sia part-time che full-time). In alcuni Stati possono dipendere dall’ambito di studi (Bulgaria, Estonia, Spagna, Portogallo e Romania), dal numero di crediti universitari conseguiti anno per anno (Belgio), dal costo reale del corso universitario o dal reddito futuro previsto per i singoli laureati.

Incrociando i diversi sistemi dei 42 paesi europei analizzati, il rapporto individua 4 tipi di approccio:

 

A) Bassa percentuale di studenti che pagano le tasse e alto numero di sostegno allo studio universitario. Danimarca, Malta, Svezia Finlandia e Scozia adottano questo approccio. In questi paesi, il bilancio pubblico copre le tasse universitarie, pagate da nessuno o pochi studenti. La maggior parte di loro riceve sovvenzioni, in proporzione alla situazione socio-economica individuale, riuscendo a raggiungere una condizione di indipendenza economica.

B) Tasse e sovvenzioni basse. Questa tipologia raggruppa quei paesi (Repubblica ceca, Germania, Estonia, Cipro, Polonia, Slovenia e Slovacchia) che non prevedono tasse d’iscrizione (o inferiori a 100 euro) se non per gli studenti che non riescono a sostenere un numero minimo di esami per ciascun anno universitario. Solo un quarto della popolazione studentesca totale, però, riceve forme di sostegno allo studio: i criteri restrittivi di distribuzione delle borse di studio rendono gli studenti dipendenti dalle proprie famiglie.

C) Tasse pagate dalla maggior parte degli studenti e basso numero di borse di studio. Gran parte dei paesi di questo gruppo generalmente segue una politica a pagamento. In linea di principio, tutti gli studenti pagano le tasse, con qualche eccezione: nel Belgio francofono, in Francia, in Spagna, in Irlanda e in Italia, alcuni studenti economicamente svantaggiati sono esonerati dal pagamento delle tasse e possono anche beneficiare di sovvenzioni basate sulle necessità economiche. In Croazia e, dall'anno accademico 2017-2018, in Montenegro, gli immatricolati ​​non pagano tasse nel primo anno di studio, ma se non raggiungono un numero di crediti universitari sufficiente pagano le tasse a partire dall'anno accademico successivo. Nella maggior parte dei paesi di questo gruppo, meno di un terzo degli studenti ottiene sussidi basati sulla necessità. La scarsa disponibilità di borse tende a rendere gli studenti dipendenti dal sostegno finanziario familiare o dall’esigenza di trovare un lavoro durante l’università, rischiando di dilatare il percorso universitario. Con il 90,2% di studenti che pagano le tasse e il 9,4% di coloro che beneficiano di borse di studio, l’Italia è inserita (insieme a Bulgaria, Bosnia, Macedonia, Serbia e Svizzera) nel quadrante più piccolo di questo gruppo, combinando l’elevata percentuale di popolazione studentesca soggetta al pagamento dell’iscrizione e basso numero di forme di sostegno allo studio.

D) Alta percentuale di contribuenti e di beneficiari. Lussemburgo, Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord sono gli Stati inclusi in questo quadrante. Tutti gli studenti pagano tasse (a volte alte) e la maggioranza riceve sovvenzioni. In Lussemburgo, quasi tutti gli studenti ricevono una borsa di studio di base e forme di sostegno aggiuntive (borse di studio, prestiti o una combinazione delle due).

Le tasse universitarie

Andando nel dettaglio, in 13 dei 42 sistemi universitari (tra cui l’Italia) tutti gli studenti (sia a tempo pieno che part-time) pagano le tasse. In Germania, Grecia, Finlandia, Svezia e Norvegia, né gli studenti di primo ciclo a tempo pieno né quelli a tempo parziale pagano le tasse. Al contrario, in Bulgaria, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito (Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord), Svizzera, Macedonia e Islanda, tutti gli studenti pagano le tasse. In Belgio, Francia, Islanda, Montenegro, Serbia e Turchia esiste solo la figura dello studente a tempo pieno, mentre in Danimarca, Estonia, Croazia, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia, pagano le tasse solo gli studenti a tempo parziale.

 

Nella Repubblica Ceca, in Austria e Slovacchia non ci sono tasse (o se ci sono, non superano i 100 euro annui) per la maggior parte degli studenti che studiano a tempo pieno, tranne che per coloro che vanno fuori corso. Cinque Länder tedeschi seguono questo tipo di approccio, ma nessuna università ha applicato effettivamente il regolamento finora. In Estonia, Croazia, Polonia e Montenegro, il pagamento delle tasse è legato alle “prestazioni” universitarie, mentre in Slovacchia s’inizia a pagare dal secondo anno in poi.

 

Le tasse più alte (più di 10mila euro) sono a carico degli studenti dell’Inghilterra. In otto paesi, le tariffe vanno dai mille ai 3mila euro. È questo il caso di Italia, Irlanda, Spagna, Paesi Bassi, Portogallo, Svizzera e Liechtenstein, tutti Stati in cui la maggior parte degli studenti paga le tasse. In quindici sistemi universitari gli studenti pagano tra i 100 e i mille euro, mentre in Repubblica Ceca, Polonia, Slovenia e Slovacchia, il contributo non supera i 100 euro.

In Bulgaria, Estonia, Spagna, Portogallo e Romania variano a seconda del campo di studi, mentre per la comunità fiamminga in Belgio sono associate al numero di crediti universitari conseguiti. In Belgio (Comunità francese), Irlanda, Spagna, Francia e Italia le condizioni socio-economiche sono il requisito per essere esentati dal pagamento dalle tasse. In questi stessi paesi, gli studenti che ricevono un sussidio per la loro condizione economica non pagano nulla.

Le forme di sostegno allo studio

Tutti i paesi europei offrono almeno un tipo di sostegno diretto (una sovvenzione o un prestito) agli studenti a tempo pieno.

 

Nella maggior parte dei sistemi esistono sia sovvenzioni che prestiti, non collegati tra di loro: si tratta di procedure separate e gli studenti devono partecipare a bandi differenti. Fanno eccezione la Germania, il Lussemburgo, la Svizzera, il Liechtenstein e la Norvegia, dove gli studenti possono accedere a un pacchetto di sovvenzioni, potendo combinare borse di studio e prestito in base al proprio reddito o della propria famiglia. Gli importi sono determinati sulla base delle condizioni economiche. In Italia, Spagna, Croazia, Romania, Bosnia e Macedonia, le borse di studio dirette sono l’unica forma di supporto agli studenti disponibile. Nella maggior parte dei paesi le sovvenzioni sono destinate ai solo studenti a tempo pieno. Fanno eccezione, prevedendo borse anche per gli iscritti a tempo parziale, Lituania, Polonia, Portogallo, Svezia e Norvegia.

Fino ad ora l’Islanda era l’unico paese europeo a non prevedere borse di studio nel proprio sistema universitario, ma dopo un lungo periodo di discussioni, potrebbe essere approvata una riforma che introduca forme di sovvenzionamento. Percorso inverso per l’Inghilterra, che, a partire dal 2016-2017, ha sostituito l’assegno di mantenimento con un prestito di mantenimento. I Paesi Bassi, che adottavano forme di sostegno quasi universali per tutti gli studenti, dall’anno accademico 2015-2016 hanno optato per un sistema che preveda sovvenzioni per target specifici di iscritti in base alle condizioni economiche.

 

Gli studenti dei paesi scandinavi (Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia), Lussemburgo e Malta beneficiano di sovvenzioni universali (cioè non ci sono contributi per figure specifiche, in base al reddito, alle condizioni patrimoniali e socio-economiche). In questi paesi, tutti (o la maggior parte degli studenti residenti) ricevono una sovvenzione in rate settimanali o mensili durante la loro carriera accademica. In Danimarca, Finlandia e Norvegia, chi ha un’altra fonte di reddito, superiore a un determinato importo (mensile o annuale), ha diritto a sovvenzioni ridotte o è escluso dalla possibilità di beneficiare di sovvenzioni. Sempre in Norvegia, tutti gli studenti possono avere accesso a un prestito, il cui 40% in prestito può essere convertito in una borsa di studio se superano tutti gli esami e non vivono con i genitori. Circa il 49% degli studenti a tempo pieno ha ottenuto una borsa di studio nel 2016/17.

La maggior parte dei sistemi ha l’obiettivo di sostenere finanziariamente i percorsi universitari di chi non ha risorse offrendo forme di sostegno in base alle condizioni socio-economiche. Il criterio più frequente è il reddito familiare, lo stato di occupazione, il livello di istruzione dei genitori (Ungheria), la presenza di bisogni educativi speciali (Bulgaria e Romani), i casi in cui gli studenti hanno figli a carico. Sette paesi (Bulgaria, Grecia, Irlanda, Francia, Italia, Cipro e Austria) prevedono forme di sostegno fondate su una combinazione di criteri basati su bisogni e merito. Spesso queste sovvenzioni puntano a premiare chi ottiene risultati universitari migliori dando priorità a chi è in condizioni economiche svantaggiate.

Quattordici sistemi educativi (Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Estonia, Croazia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro, Serbia e Turchia) offrono specifiche borse di studio per percorsi accademici “eccellenti”. In Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Serbia, gli studenti possono ottenere contributi solo sulla base del merito accademico. In Lettonia queste sovvenzioni sono previste solo per corsi di laurea specifici, in particolare scienza e ingegneria. In generale le borse basate sul merito non sono assegnate a più di un quinto della popolazione studentesca.

 

In Danimarca, Svezia, Finlandia e Scozia (che prevedono, come detto, forme di sostegno universali) oltre due terzi degli studenti riceve sovvenzioni. Al contrario, in Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Italia, Cipro, Lituania, Romania e Svizzera (che prevedono contributi basati sulle condizioni economiche o su un sistema misto che premia risultati universitari e cerca di sostenere il bisogno economico), gli studenti che beneficiano di borse di studio sono meno del 10% del totale degli iscritti.

 

Nella maggior parte dei casi gli importi dei sovvenzionamenti per lo studio vanno dai mille (in 11 paesi) ai 5000 euro (Germania, Galles e Svizzera). In 17 Stati le borse sono tra i mille e i 3mila euro, in sei (tra cui l’Italia), tra i 3mila e i 5mila. La Norvegia sta gradualmente aumentando il sostegno agli studenti (attraverso borse e prestiti) per far sì che dal 2020 possano concentrarsi a tempo pieno negli studi.

Ventinove Stati prevedono prestiti per finanziare gli studi che gli studenti dovranno poi restituire una volta laureati. Le condizioni cambiano da paese a paese. La maggior parte chiede di iniziare a restituire il prestito (a volte con un tasso dell’1 o 2%) entro due anni dalla laurea. Le eccezioni sono costituite dalla Serbia (i rimborsi iniziano immediatamente dopo la laurea), l'Ungheria (quattro mesi dopo la laurea), la Svezia (sei mesi dopo il diploma), la Norvegia (sette mesi dopo la laurea) e la Germania (quattro anni dopo la laurea). Nel Regno Unito (Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord), il rimborso del prestito inizia quando il laureato ottiene un impiego che paga sopra una "soglia di rimborso".

Fatta eccezione per l’Inghilterra (dove il 92% degli studenti ne ha fatto ricorso), nei 15 sistemi universitari che lo prevedono, solo poco più del 5% degli studenti accetta prestiti.

 

La metà dei sistemi di istruzione prevede, infine, forme di sostegnoo indiretto, per lo più assegni familiari e agevolazioni fiscali alle famiglie. Ciò, sottolinea il rapporto, indica differenze culturali significative nei sistemi di supporto nazionali tra paesi che considerano gli studenti come membri di una famiglia (e che prevedono incentivi alle famiglie) e altri che puntano a renderli soggetti economicamente indipendenti.

In tredici Stati sono disponibili sia agevolazioni fiscali che assegni familiari, generalmente legati alla nazionalità, alla residenza, all’età e alle condizioni finanziarie. In Estonia, Irlanda, Grecia, Italia, Lettonia, Malta e Slovenia, i genitori degli studenti possono ottenere solo agevolazioni fiscali mentre in Lussemburgo sono possibili solo assegni familiari.

Conclusioni

Anche se i recenti provvedimenti sulla "no tax area" miglioreranno le condizioni di accesso all'istruzione universitaria, guardando le esperienze degli altri Stati, l'Italia è ancora tra i paesi peggiori d'Europa per tasse universitarie e fondi destinati alle borse di studio. Con tasse universitarie che oscillano tra i mille e i 3mila euro l'anno, pagate dal 90% della popolazione studentesca e il basso numero di borse erogate (solo 9 studenti su 100 riescono ad averne diritto), il nostro paese è stato inserito da Eurydice in quello che Roars ha definito "l'Inferno degli studenti universitari", dove l'università si paga e la devono pagare tutti. Con la "no tax area", che prevede l'esenzione totale per quelle famiglie che hanno un indicatore patrimoniale non superiore ai 13mila euro (per alcune università, 15mila), la percentuale di studenti chiamati a pagare l'istruzione universitaria scende dal 90% a un presumibile 66%. Di questo, un ulteriore 33% potrebbe usufruire di una riduzione delle tasse, ancora poco rispetto a un'esenzione che riguardi quasi tutti, anche i cosiddetti ceti medi e non solo quelli medio-bassi, considerato che tra i costi universitari rientrano anche quelli relativi, ad esempio, alla didattica e all'alloggio.

Ovviamente l'esperienza di ogni paese va valutata rispetto al relativo contesto sociale ed economico (quanti fondi vengono destinati all'istruzione, all'università e alla ricerca? Come funziona il sistema di welfare? Quali sono le misure adottate per rendere sostenibile l'abolizione delle tasse e il finanziamento di borse di studio?), ma siamo ancora lontani da esperienze come quella norvegese, che sta incrementando il sostegno agli studenti in modo che entro il 2020 possano concentrarsi a tempo pieno negli studi, o di quegli Stati che adottano sovvenzioni universali (estese cioè a tutti e non a figure specifiche, in base al reddito, alle condizioni patrimoniali e socio-economiche) per mettere gli studenti in condizione di indipendenza economica. Quella di Grasso è una delle soluzioni in campo, le sue parole hanno avuto sicuramente il merito di porre l'attenzione sul diritto allo studio e sulle condizioni del fare l'università in Italia e all'estero.

Immagine in anteprima via Agenzia Dire

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