Per l’Iran i giorni più neri: migliaia di morti nelle proteste e incognite come macigni sul suo futuro
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Passerà del tempo prima che si possa avere un bilancio definitivo, ma le immagini e i video che giungono dall’Iran e le prime stime sul numero delle vittime sono agghiaccianti. File di sacchi neri per cadaveri all’esterno degli obitori, la zip in parte aperta per permettere ai familiari di riconoscere i loro cari. Perfino uno schermo, per i parenti in attesa, su cui scorrono le foto di quei volti senza vita, numerati rispetto a un totale di salme già terribile di per sé: 250. E poi la girandola impazzita delle stime più diverse.
Per l’agenzia di notizie per i diritti umani Hrana, basata negli Usa, fino a ieri (diciassettesima giornata di proteste) erano almeno 2.403 i manifestanti uccisi dal 28 dicembre, cui si aggiungevano 147 agenti delle forze dell’ordine e sostenitori del regime, per un totale di 2.550. Il New York Times faceva la cifra di circa 3.000 morti, inclusi centinaia di agenti di sicurezza, citando due funzionari governativi che parlavano in condizioni di anonimato. “Se confermato, il bilancio delle vittime sarebbe tra i peggiori nella storia recente dell'Iran”, scrive il quotidiano statunitense. Molto prudenziali invece le stime delle agenzie di intelligence Usa, che si fermano a circa 600 manifestanti uccisi. Ma le stesse agenzie hanno osservato che “sia le proteste attuali che la repressione sono molto più violente di quelle del 2022 o di altre recenti rivolte contro il governo”: e proprio in questo tasso di violenza, e non solo dalla parte degli apparati repressivi, sta la terribile realtà di quest’ultimo ciclo di proteste.
Ma vi sono fonti di stampa che riportano stime molto più alte: 12mila vittime, secondo il sito di opposizione Iran International, che afferma di aver incrociato dati da diverse fonti attendibili, tra le quali una vicino al Consiglio supremo di sicurezza nazionale e due dell’ufficio presidenziale. E addirittura 20mila secondo la CBS: “Con le linee telefoniche nuovamente riaperte alle chiamate dall'interno della Repubblica islamica – riporta la tv statunitense - due fonti, tra cui una interna all'Iran, hanno riferito martedì alla CBS News che almeno 12.000, e forse fino a 20.000, persone sono state uccise”.
Per fare un paragone, la repressione nelle strade del movimento Donna Vita Libertà, durato alcuni mesi tra il 2022 e il 2023, aveva causato la morte di 550-580 manifestanti, mentre nel novembre 2019, quando la protesta nacque da un improvviso aumento del prezzo della benzina, in soli quattro giorni i morti furono 321. Anche allora vi fu un oscuramento di internet coincidente con la repressione più sanguinosa. Ma il blocco della Rete e delle comunicazioni telefoniche non aveva mai raggiunto i livelli di quest’anno. La Repubblica Islamica ha fatto in questo passi da gigante sul piano tecnologico, e qualche breve collegamento con l’esterno lo potevano avere solo le poche parabole satellitari di Starlink, pur disturbate dal ‘jamming’ delle autorità quando non erano sequestrate: quale che sia la dimensione reale del massacro, il blocco di qualunque comunicazione con il resto del mondo doveva certo servire ad oscurarla. Solo ieri sono state possibili per gli iraniani brevi telefonate all’estero, mentre vi sarebbero segni di un lento ritorno alla normalità.
Ma, intanto, cosa ci fa il Mossad nelle delle proteste?
Sempre secondo la Hrana, fino a ieri sono stati registrati 614 raduni di protesta in tutto l’Iran, con manifestazioni in 187 città di tutte le 31 province del paese. Sono state arrestate 18.434 persone, e trasmessi 97 casi di confessioni forzate (una prassi usuale) sulla tv di stato della Repubblica Islamica. Chissà se tra chi è finito in carcere c’è davvero qualche agente straniero, la cui presenza abbia giustificato un pugno tanto duro contro i manifestanti?
La domanda è legittima, considerato che l’agenzia di intelligence di Israele, il Mossad, ha lanciato un appello diretto agli iraniani esortandoli a proseguire le proteste e affermando di sostenerli “sul campo”. A riferirlo il 31 dicembre la France Press, ripresa anche dall’Ansa. “Scendete insieme nelle strade. È giunto il momento. Siamo con voi”, il messaggio in persiano del Mossad tramite il suo account su X. “Non solo da lontano o a parole. Siamo con voi anche sul campo”. Da qui l’allarme dei vertici della Repubblica Islamica, da decenni bersaglio di uccisioni e attentati la cui paternità non è quasi mai stata riconosciuta ma nemmeno smentita da Israele. Fino all’attacco da parte di Tel Aviv del 13 giugno scorso, che sarebbe stato preparato con l’impiego di un centinaio di agenti del Mossad per mettere fuori uso le difese anti-missilistiche e antiaeree di Teheran. In un’azione militare a sorpresa che, per la precisione nel colpire infrastrutture e diverse figure militari di peso, deve avere richiesto un attento lavoro di intelligence anche nei contesti urbani.
E dunque, cosa hanno fatto gli agenti dell’intelligence israeliana del Mossad in Iran, a fianco di migliaia di ignari manifestanti e forse con l’ausilio di altri gruppi clandestini di opposizione? Come minimo hanno minato la credibilità dei servizi segreti iraniani, ma non è da escludere che abbiano agito anche per agitare le acque già alte della protesta. Il Mossad ha usato le infrastrutture iraniane per comunicare durante la guerra, ha dichiarato un docente dell’università di Teheran ad Al Jazeera, e diversi rivoltosi hanno sparato alla polizia e ai commercianti che si rifiutavano di chiudere i loro negozi durante le proteste. Agenzie iraniane vicine ai Pasdaran come Tasnim e Fars, riportate da The Cradle, sostengono che tra i manifestanti vi siano gruppi armati e terroristici, con armi da fuoco e da taglio, e che proprio a loro si debba il maggior numero dei morti. Senza arrivare a tanto, anche tesi simili vanno inserite in quel contesto di guerra ibrida in cui si trova da tempo (ma non solo da vittima) Teheran, combattuta a colpi di propaganda e disinformazione, preferibilmente online, da tutte le parti in gioco.
Non vi è dunque da stupirsi se, dopo la cautela dei primi giorni e le dichiarazioni del presidente Mahsud Pezeshkian a favore della legittimità delle proteste contro l’abissale crisi economica che divora ormai da anni il paese, sia subito prevalsa la linea di distinguere tra manifestanti pacifici e agitatori professionisti. Distinzione chiarita in modo definitivo da Khamenei nel suo discorso a Qom del 9 gennaio: “La Repubblica Islamica dell'Iran, fondata con il sacrificio di diverse centinaia di migliaia di persone onorevoli – ha detto nel finale - non si arrenderà a quanti causano distruzione. Non tollererà i mercenari delle potenze straniere. Chiunque tu sia, se sei un mercenario di paesi stranieri e hai lavorato per loro, la nazione ti respinge. Anche il sistema islamico ti respinge”. Parole suonate a molti come un via libera alla repressione più brutale, e così è stato.
Usa pronti a intervenire sì, ma come? Le incertezze di Trump e i dubbi su Reza Pahlavi
Quanto al citato Donald Trump, sono le sue intenzioni e la sua mente erratica a prendersi la scena. In questi ultimi giorni ha annunciato più volte che gli Usa sarebbero stati costretti a intervenire se Teheran avesse ucciso i manifestanti – e così ha mostrato come le vite degli iraniani gli interessino molto di più di quelle degli almeno 70mila palestinesi uccisi da Israele in due anni di bombardamenti a Gaza. Cosa apparentemente vera anche per il Parlamento UE, che ha subito chiuso le porte a tutti i funzionari iraniani. Ieri Trump ha incoraggiato “i patrioti iraniani” a continuare a protestare, a “prendere il controllo delle istituzioni” e a ricordare i nomi di “assassini e abusatori”, destinati a pagare “un prezzo molto alto”. “Gli aiuti sono in arrivo”, ha assicurato, chiarendo poi che si tratta di aiuti “in diverse forme, aiuti economici dal nostro punto di vista”. E ha anche annunciato “misure molto severe” se qualcuno tra gli arrestati fosse stato impiccato: il riferimento è alla possibilità che alcuni di loro, in particolare Erfan Soltani, fossero stati impiccati già oggi.
Ma al di là delle dichiarazioni altisonanti, Trump non sembra avere preso decisioni definitive su come intenda intervenire in Iran, oltre a quella di imporre dazi del 25% a quanti continueranno a commerciare con l’Iran. Una misura destinata a colpire soprattutto la Cina, primo partner commerciale dell’Iran in particolare per l’importazione del suo petrolio, e dunque a rinfocolare la guerra economica con Pechino. Ma che riguarda anche l’Iraq, gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia. Molto meno rilevanti gli effetti di questa prima misura economica sull’interscambio dell’Iran con l’Italia, in caduta libera secondo i dati della Camera di commercio Italia-Iran e Paesi E.C.O. (Ccii): un calo del 17,1% nell’export nei primi nove mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo precedente, con la sola eccezione dei farmaci e degli strumenti medici che esportiamo, e -31,8% nell’import.
Ma anche la relativa prontezza di questa decisione rivela quanto Trump preferisca le misure economiche (con relativi vantaggi per gli Stati Uniti) rispetto alle incognite di un nuovo intervento militare dopo il conflitto di giugno, con attacchi mirati su tre impianti nucleari dell’Iran. Le ultime cronache ci raccontano di un presidente che starebbe ancora soppesando anche diverse altre modalità di intervento. “Tra gli argomenti contrari a un attacco rientrano il pericolo di un incidente o di un fallimento – scrive oggi il Washington Post in merito a rischiose operazioni di intelligence o militari - nonché la possibilità che la caduta del governo iraniano possa portare a un regime più militante o a un altro stato fallito in Medio Oriente”. Il Consiglio per la Sicurezza Nazionale si è riunito ieri senza Trump per preparare le opzioni da sottoporgli: fra queste, come sempre dalla sua prima amministrazione, una maggiore pressione economica sul governo, attacchi informatici e un maggiore sostegno al movimento di protesta. Certamente gli uomini del presidente stanno inoltre valutando la scarsa, se non nulla, disponibilità a collaborare in un intervento militare dei paesi arabi del Golfo, a cominciare dall’Arabia Saudita.
In generale, si potrebbe dire che finora l’amministrazione Trump, nonostante gli ultimi proclami in senso contrario, non ha mai chiuso il suo canale di comunicazione con il ministero degli Esteri, e ha obiettivi in parte diversi dal governo di Israele: ha sempre privilegiato infatti la possibilità di un accordo con Teheran, sebbene alle proprie draconiane condizioni e con un regime di massima pressione, in vista di una possibile e vantaggiosa collaborazione economica con un paese ricco di risorse naturali (idrocarburi in primis) e di una forza lavoro molto qualificata. L’interesse di Israele sarebbe invece, concordano molti analisti, quello di indebolire ulteriormente il ruolo dell’Iran come media-potenza regionale, rimuovendo a qualunque costo il principale ostacolo al progetto del premier Benjamin Netanyahu di un nuovo ordine in Medio Oriente.
Sempre più incerte, infine, anche le prospettive di un futuro ritorno da leader politico in patria di Reza Pahlavi, figlio dello scià detronizzato dalla rivoluzione del 1979, che da allora risiede negli Usa. Forse poco convinto dalle sue effettive capacità in tal senso, Trump ha infine deciso di non andare avanti nel possibile incontro previsto per il 13 gennaio. A incontrarlo sarebbe stato invece, segretamente, l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, scrive Axios. Ma Pahlavi appare in queste settimane rafforzato dal seguito che sembra avere guadagnato non solo tra gli iraniani della diaspora, ma anche tra quelli in patria: una visibilità ottenuta certo grazie alle grandi capacità dei suoi sostenitori nel promuovere vaste campagne online, ma anche causa l’incapacità delle altre opposizioni all’estero di fare fronte comune, e delle difficoltà degli oppositori interni di costituire un’alternativa organizzata e credibile.
Contestualmente, molti analisti concordano sul fatto che, almeno per ora e nonostante gli inviti alla defezione rilanciati anche in queste ultime ore da Pahlavi, il sistema politico iraniano sembra restare compatto, pur con molte divergenze di vedute al suo interno. E così resterebbe compatto il suo apparato militare e repressivo: per ragioni ideologiche e nazionalistiche, ma anche perché - in particolare per quanto riguarda il corpo scelto dei Guardiani della rivoluzione – profondamente innervato nel tessuto economico del paese, e dunque consustanziale al sistema di potere consolidatosi in 47 anni di Repubblica Islamica.
Immagine in anteprima: frame video Global News via YouTube







