Il dominio della tecnologia e delle macchine sulla politica e l’uomo


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«Le cose hanno preso vita e gli organismi viventi sono stati ridotti a cose», dice Padre Fields, l'immancabile ribelle nello scenario distopico dipinto da Philip Dick in Vulcano 3, appena ripubblicato da Fanucci con una nuova traduzione di Tommaso Pincio. Ed è davvero il cuore della riflessione, caratteristica dello scrittore di Blade Runner (o meglio, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?) e Minority Report, sul complesso rapporto tra uomo e macchina nella società contemporanea. E su ciò che potrebbe diventare qualora la retorica del primato salvifico della tecnologia - il vero filo conduttore tra le utopie contemporanee, dalla Nuova Atlantide di Bacone a Una utopia moderna di H. G. Wells, e il presente - dovesse diventare storia politica.

Scritto nel 1960, il romanzo racconta una vicenda paranoide e intricata che si snoda attraverso i cardini tipici del genere letterario cui appartiene, l'anti-utopia. C'è il super-cervello elettronico (Vulcano 3, appunto) che valuta «tutte le questioni di rilevanza politica», e a cui solo una persona, il capo del partito unico, l'Unità, ha accesso. Non come consigliere, ma come interprete, anello di congiunzione tra la perfetta deliberazione automatica che sta alla base dell'«ordine razionale del mondo» e la società, che obbedisce. C'è un «Movimento», quello dei «Guaritori», che intende sovvertire con una rivoluzione quell'ordine tecno-totalitario. C'è il clima costante di sospetto che si respira in 1984, che questa volta tuttavia non risparmia nemmeno i rapporti tra macchine. C'è la sorveglianza, che oggi diremmo digitale, di massa («Abbiamo registrazioni complete di tutte le conversazioni degli allievi», dice un'insegnante, a scuola). E ci sono i complotti, le accuse reciproche, gli omicidi mirati tipici di ogni regime al collasso.

Soprattutto, c'è l'incarnazione scettica della nozione di intelligenza artificiale «forte», che pure nel mondo di Dick è realizzata. Vulcano 3, infatti, «si misura con problemi di ordine teologico», e ripetutamente nel corso della narrazione è definito «vivo», addirittura «un organismo vivente mosso dal suo immenso istinto di sopravvivenza». Ricoprendo così, e con le stesse implicazioni per lo sviluppo della trama, la parte dei più celebri «replicanti» nella Los Angeles del 2019 fatta vivere nella pellicola di Ridley Scott. Non solo: per la gioia dei seguaci del «cervello digitale», oggi addirittura teorizzato (pseudo)scientificamente da Ray Kurzweil nel suo più recente saggio, How to create a mind, il calcolatore è in grado di autoreplicarsi, imparare, e di un certo livello di (auto)coscienza. Dotandosi così di capacità che ricordano i frutti della «psicostoria» di asomoviana memoria: la sua logica, infatti, gli consente di «dedurre i conflitti sociali che andavano maturando». Anche questo, un filone di ricerca che tramite il big data sta abbandonando i confini della letteratura per invadere quelli delle scienze sociali.

Ma, (fanta)scienza a parte, è l'indagine della psiche umana a garantire al libro una perfetta aderenza con l'attualità. «Al cospetto del computer gli sembrava di diventare stupido», scrive Dick della massima autorità umana, il Direttore Generale Jason Dill. Echeggiando a questo modo le preoccupazioni espresse non più tardi di due anni fa da Jaron Lanier in You are not a gadget. Un saggio, si noti bene, non un romanzo.

Nella complessa personalità di Dill, poi, si misurano e riassumono tutti i dubbi dello scrittore sull'opportunità di delegare alla tecnologia i processi decisionali della nostra convivenza civile. Così che è una bambina di nove anni, figlia del leader ribelle, a incarnare il semplice, assoluto stupore dell'uomo assennato di fronte al delirio iper-razionalista del potere: «Signor Dill», gli chiede, «lei crede davvero che una macchina sia migliore di un uomo? Che l'uomo non possa gestire il mondo in cui vive?». E ancora: «Non si vergogna che una macchina le dica cosa fare?». Sono domande a un personaggio fittizio in un mondo che forse non abiteremo mai. Eppure ci suonano terribilmente familiari. E le risposte, a guardarci attorno, immersi nelle promesse di ricostruzione della democrazia a partire dal suo essere «liquida» o «2.0», un po' ci muoiono nella bocca.

C'è poi un'analisi spietata della possibilità stessa di una rivoluzione popolare sotto il dominio di una tecnocrazia «a misura di soli esperti». Come in questo passaggio, in cui fantascienza e cronaca diventano tutt'uno: «E' una pia illusione pensare che un movimento rivoluzionario gestito da gente comune possa rovesciare un sistema burocratico con alle spalle una tecnologia moderna e una sofisticata organizzazione industriale». Un pensiero in cui sembra rinchiudersi tutta la parabola della primavera che diventa, anche grazie agli stessi strumenti che l'hanno resa possibile, autunno arabo.

A più di cinquant'anni di distanza, insomma, le parole di Dick si leggono non tanto come una paranoica, deviata (e tutto sommato mediocre) storia d'azione a sfondo computerizzato, ma più propriamente come un appello a fare in modo che la macchina resti «uno strumento, non un padrone». «Pedine, questo eravamo», dice in conclusione il protagonista. Pedine nelle mani di decisori digitali e, al contempo, in un certo senso umani, troppo umani. Se davvero i piani del progresso dovessero realizzarsi secondo le linee profetizzate dai suoi più entusiasti apologeti, le pagine di Dick hanno il merito di ricordarci che sono proprio questi ultimi che avrebbero - come già hanno - più degli altri il dovere di invitare noi, i meno visionari, alla cautela.

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