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Il mistero (laico) del Sacro GRA

27 Settembre 2013 4 min lettura

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Il mistero (laico) del Sacro GRA

3 min lettura

di Davide Gangale

«Il titolo del tuo film, Sacro GRA, è evidentemente un gioco di parole. Ma è soltanto questo?», domanda il gestore del cinema al regista, presente in sala per parlare del suo ultimo documentario.

«No». Risponde subito Gianfranco Rosi, autore del film che ha vinto il Leone d'oro alla 70ma Mostra del Cinema di Venezia, quindici anni dopo l'ultimo titolo italiano in grado di aggiudicarsi il riconoscimento più importante, prima volta assoluta nella storia del concorso per il genere documentario. No. Perché «il sacro è anche il mistero. Il mistero laico di una città invisibile, che è tale anche per i romani. La sfida, pensata con Renato Nicolini, era quella di rompere la mappa. Aprire il GRA, trasformare il suo cerchio in una retta infinita».

E Gianfranco Rosi ci è riuscito in pieno, girando per tre anni in camper attorno alla più estesa autostrada urbana d'Italia. Il Grande Raccordo Anulare, un anello all'interno del quale vivono un milione e mezzo di persone, e altrettante sono quelle che vivono al di là del nastro d'asfalto, il popolo della capitale cresciuta dentro e fuori il limite sacro del GRA. Il documentario di Rosi non ha una trama e non ha una storia, ma racconta tante storie. Di conseguenza, questa non è una recensione, ma una cronaca. Appunti di sensazioni.

Le vite mostrate sullo schermo sono quelle di uomini e donne che il regista ha incontrato nei suoi tre anni di pellegrinaggio sulla strada. C'è l'infermiere del 118, che passa la notte in ambulanza in servizio sul GRA, che è single e pranza chattando con signore siciliane che non ha mai incontrato di persona e forse non incontrerà mai. C'è il pescatore d'anguille, l'unico personaggio a non essere andato a Venezia assieme al regista, perché settembre è tempo di pesca, e non poteva abbandonare il fiume. Ci sono le due vecchie prostitute nel parcheggio senza nome, che aspettando il cliente cantano "Ogni Tanto" di Gianna Nannini contro la luce del sole romano. La splendida coppia nobile nel minuscolo monolocale, padre e figlia, e i loro dialoghi surreali. E poi c'è il palmologo, il personaggio che più incarna lo spirito del film. E chissà, forse anche quello al quale il regista affida la missione di rendere più esplicite le metafore che fanno del GRA un luogo sacro e misterioso.

«La palma ha la forma dell'anima dell'uomo, spiega il palmologo, ed è assalita dal punteruolo rosso, un insetto che la divora e la colonizza con milioni di larve. Il palmologo ascolta la loro conversazione, all'interno del tronco della pianta martoriata, e prepara l'antidoto: vuole scacciare gli insetti malvagi che l'hanno posseduta, liberarla, restituirle intatta la sua vita minacciata, bacata, ma non ancora del tutto spacciata. Il parallelo tra i punteruoli rossi che divorano le palme e gli uomini che dentro e fuori dal GRA minacciano di distruggere il loro stesso delicato ecosistema è esplicito, ma per niente scontato. Il rumore degli insetti, all'interno della palma, «non è diverso da quello che fanno gli uomini al ristorante». Ma il GRA resiste, è l'aureola che circonda l'anima di Roma, e le vite scelte che si dipanano lungo il suo cerchio la difendono e la custodiscono.

Un'altra scena chiave: sotto la neve, i morti che riposano nella terra nuda, dopo che le loro bare sono state tolte dai loculi di un campo santo. La neve ricopre le croci, le auto sono ferme in coda sul GRA. Freddo, vapori, le luci degli stop, gli uomini a braccia conserte dentro l'ambulanza. La strada a un certo punto appare di nuovo libera: lo spettatore segue il movimento della camera e si ritrova catapultato dal montaggio sul fiume, dove all'alba di un giorno nuovo l'anguillaro pesca immerso nel silenzio della sua pacifica solitudine. La tangente della morte sfiora il cerchio del GRA: la strada deserta, coperta di neve, diventa un fiume pieno di vita. Un giro completo, dalla fine all'inizio. Resurrezione dello sguardo e sacralità del GRA, sotto gli occhi riconoscenti dello spettatore.

Il documentario di Gianfranco Rosi è uno di quei film che quando finiscono ti dispiace. Dura troppo poco e vorresti che continuasse. Ti lascia lì, allungato sulla poltroncina, mentre gli spettatori più frettolosi vanno a casa, a immaginare il "secondo tempo" di tutti i destini che ti ha lasciato intravedere, che ti ha suggerito senza spiegare, senza pretendere di definire. Quando esci dalla sala ti senti più leggero, e pensi che il cinema ha ancora degli intellettuali, capaci di un punto di vista magico, trasformativo, poetico. Il film è stato comprato per essere distribuito in Giappone: «vorrei essere un giapponese per 93 minuti, per sapere cosa può provare un giapponese guardando questo film», ha detto ancora il regista prima della proiezione, facendo sorridere il pubblico. Ecco, a proposito di distribuzione (tasto dolente per ogni documentario): dopo il primo weekend nelle sale, Sacro GRA è al nono posto del box office, ed è il primo titolo italiano in classifica, pur potendo contare su 44 schermi soltanto. Le mostre del cinema, insomma, nutrono e servono ancora.

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