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Israele-Hamas: la tregua non ferma la violenza. La questione palestinese è più viva che mai e va risolta, non gestita

26 Maggio 2021 11 min lettura

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Israele-Hamas: la tregua non ferma la violenza. La questione palestinese è più viva che mai e va risolta, non gestita

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Con il cessate il fuoco tra Israele e Hamas è ormai chiaro che i bombardamenti e i lanci di razzi fossero solo “un tappo”, una distrazione dal punto vero: la questione palestinese è più viva che mai e va risolta, non gestita. 

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Dietro la cortina di fumo e polvere di una Striscia di Gaza distrutta, tornano prepotenti le immagini di Gerusalemme, da dove tutto era iniziato. Nonostante la tregua, continuano a Gerusalemme Est e all’interno di Israele stessa le provocazioni delle forze di sicurezza israeliane, dei gruppi di estrema destra e le proteste dei palestinesi. 

A Gerusalemme l’esercito e la polizia israeliana continuano a bloccare l’accesso ad Al Aqsa e a utilizzare bombe stordenti e proiettili contro i palestinesi. Domenica l’esercito ha sgomberato la Spianata delle moschee per far entrare un gruppo di coloni.

Continuano a emergere anche le immagini di soldati che picchiano e umiliano palestinesi, mentre a Sheikh Jarrah la situazione rimane irrisolta. Soldati israeliani hanno sparato a una ragazzina palestinese che rientrava a casa sua, presa di mira dai coloni. La violenza non si è certo fermata con il cessate il fuoco.

In fondo, le ragioni profonde di questa nuova sollevazione popolare non sono state risolte dai bombardamenti e le due crisi hanno continuato a svilupparsi in parallelo. Anzi, le rivolte arabe dentro Israele hanno preso vita propria, alimentate dal risentimento per il razzismo strutturale, la povertà e gli attacchi della destra anti-araba ebraica. Lontano dai riflettori, la polizia israeliana ha lanciato l’operazione “Legge e Disciplina” nelle città miste e a maggioranza ebraica, arrestando 1550 persone per la stragrande maggioranza palestinesi con incursioni in casa, persone gettate a terra e bendate per strada. Intanto, non è stata arrestata una sola persona per l'accoltellamento di un uomo palestinese mentre tornava a casa a Lod. 

Perché si è arrivati ad una tregua dopo 11 giorni di combattimento?

Entrambe le parti non avevano intenzione di alzare il livello di scontro e si potevano dire soddisfatte degli obiettivi raggiunti sulla pelle delle almeno 248 persone uccise a Gaza e le 12 in Israele. 

Il primo ministro ad interim Netanyahu ha raggiunto il proprio obiettivo primario. La coalizione avversaria stramba e sghemba che teneva insieme partiti pro-coloni di destra e il partito Arabo islamista si è sgretolata. Israele andrà alla quinta elezione in due anni e Netanyahu, dismesso l’elmetto da guerra, arriverà al voto da una posizione di forza: ha “vinto la guerra” e ha dimostrato che i suoi oppositori non riescono a stare insieme. 

L’esercito israeliano, dal canto suo, ha distrutto il distruggibile ed evitato un’invasione di terra. 

Hamas, dal suo punto di vista, può reclamare una vittoria (di Pirro) importante. Il movimento islamista ha reso Israele vulnerabile nonostante le difese di Iron Dome e imposto un alto costo economico e militare. Ha rimesso la questione palestinese al centro dell’agenda internazionale (seppur per poco), delegittimando ulteriormente l’Organizzazione per la Liberazione per la Palestina (OLP) che in questi giorni è apparsa nuda in tutta la sua inadeguatezza e incapacità di iniziativa politica. 

Il terzo vincitore è l’Egitto, che si è imposto nuovamente come mediatore tra le due parti e, così facendo, acquista capitale politico che potrà spendere nei confronti di USA e Europa. In cambio del ruolo di mediazione, si chiuderà qualche occhio sulle violazioni di diritti umani. È interessante notare come l’Egitto e il Qatar - fino a poco fa arci-nemici - abbiano lavorato insieme per il cessate il fuoco, mentre la Turchia è rimasta defilata. L’Iran, impegnato nelle negoziazioni sull’accordo per il nucleare, al di là della retorica è rimasto un po’ estraneo all’intera crisi. Anzi, Hezbollah si è tenuto ben alla larga dall’essere coinvolto nel conflitto nonostante i lanci di razzi dal sud del Libano - probabilmente provenienti da fazioni palestinesi. Insomma, Hamas dimostra ancora una volta di essere molto più indipendente di quanto non si creda dai propri alleati regionali e capace di riallacciare alleanze variabili. 

Fa strano parlare di vittorie e obiettivi raggiunti di fronte a centinaia di morti e alle quasi 2 milioni di persone nella Striscia di Gaza che vivono sotto assedio in condizioni disumane. Le già poche infrastrutture presenti sono state messe ancora di più in crisi. Nella Striscia mancano alloggi, centrali elettriche, strutture per desalinizzare l’acqua del mare e per purificarla. Le reti fognarie scorrono all’aperto. L’unico centro per testare la COVID-19 è stato distrutto. Le start-up e le poche industrie che creano lavoro per una popolazione che dipende dagli aiuti internazionali sono state rase al suolo. In appena 11 giorni ci sono stati più edifici distrutti nel centro di Gaza City che in 53 giorni di offensiva nel 2014. Ci vorranno decenni per ricostruire quello che è stato distrutto in così poco tempo. Ci vorranno anni e la fine dell’assedio per invertire il de-sviluppo in cui versa la Striscia di Gaza. 

Per aggiungere la beffa al danno, entrambe le parti escono però dalla tregua con la rafforzata convinzione di aver fatto bene a usare la violenza. 

Di certo i bombardamenti israeliani non hanno indebolito Hamas, ma quello non è mai stato un obiettivo dell’offensiva. Se Hamas non è indebolito non è perché i palestinesi di Gaza supportino uniti il movimento islamista, anzi. L’assedio imposto per scacciare Hamas è una punizione collettiva su una popolazione già in ginocchio e ogni bombardamento e round di violenza non fa altro che colpire ancora di più la popolazione, scalfendo di poco le strutture di Hamas. Netanyahu, d’altronde, ha ammesso più volte in privato che il controllo da parte di Hamas nella Striscia in fondo conviene a Israele.

Netanyahu può esser tutto sommato contento anche del sostegno dimostrato a Israele da molti Stati che hanno prontamente condannato gli attacchi terroristici di Hamas. Per la prima volta, però, gli europei e gli americani si sono un po’ invertiti le parti. Fino a due anni fa, Netanyahu dichiarava pubblicamente che l’Unione Europea era uno dei cinque nemici principali dello Stato di Israele. Allo stesso tempo, lavorava ai fianchi alcuni Stati membri (come Ungheria e Repubblica Ceca) che minano l’unità dei 27 sulla linea politica da seguire. L’allora Alto Rappresentante Federica Mogherini riuscì, con fatica, a mantenere dritta la rotta e fu tra i principali oppositori della decisione di Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme. 

Mentre ci sono stati dei dibattiti interessanti sul linguaggio utilizzato per raccontare “il conflitto” (e sul perché non si dovrebbe parlare di conflitto), in generale l’Europa tradizionalmente più simpatetica con la causa palestinese è apparsa molto più schiacciata che in passato su posizioni pro-israeliane. Le ripercussioni politiche sono state evidenti. Ci sono volute due settimane per raggiungere, alla vigilia del cessate il fuoco, una posizione comune (a 26, l’Ungheria era contraria) che ribadisse la vecchia linea politica: condanna agli attacchi di Hamas, Israele deve rispondere in maniera proporzionata e deve smettere di attaccare indiscriminatamente i civili, urge una soluzione negoziale alla questione palestinese. Una linea non rivoluzionaria, ma che è stata presentata come se fosse qualcosa di nuovo.

Dall’altra parte dell’Atlantico, mentre l’amministrazione Biden ha sostanzialmente seguito le tempistiche dell’alleato israeliano (la richiesta di cessate il fuoco pare essere arrivata dopo che gli israeliani avevano già indicato che non gli sarebbe dispiaciuto), nell’opinione pubblica americana per la prima volta forse si è sollevato un vero dibattito interno. È un dibattito, in realtà, non sulla questione palestinese quanto sull’anima degli Stati Uniti stessi. Ma tra Black Lives Matter, discorsi de-coloniali e una sinistra dem che rompe con il passato, si ha la sensazione che il supporto incondizionato e bipartisan a Israele abbia vacillato per la prima volta dagli anni ‘60, quando gli USA strinsero un’alleanza strategica con Israele. Celebrità, politici e accademici hanno espresso pubblicamente il loro sostegno alla causa palestinese, parlando apertamente di apartheid. Sembra una cosa normale, ma gli USA sono pur sempre il paese in cui una giornalista di AP (cui Israele ha bombardato l’ufficio a Gaza), è stata licenziata perché all’università aveva partecipato ad attività di gruppi studenteschi pro-palestinesi, mentre la corrispondente a Gerusalemme della CNN può tranquillamente gioire su Twitter del fatto che la cugina si sia unita all’esercito israeliano. In realtà il discorso pubblico si sta già spostando sui temi dell’antisemitismo, ma gli USA sono un paese in cui vige ancora una forma di maccartismo in cui professori universitari possono essere allontanati per non essere abbastanza pro-israeliani e in cui si compra una pagina sul New York Times per mettere alla gogna le celebrità pro-palestinesi. Questa volta, però, persino alcuni “falchi” da sempre pro-israeliani hanno ritenuto la risposta israeliana a Gaza “sproporzionata”. 

Se il dibattito negli USA sta cambiando, la linea dell’amministrazione rimane estremamente realista. Biden non vuole giocarsi capitale politico su questioni che pensa siano divisive, spinose e difficili da risolvere. Però non può più permettersi di ignorare quello che sta succedendo e ha inviato il segretario di Stato Blinken nella regione. 

Hamas, invece, rafforza la propria convinzione che le armi siano l’unico modo per ottenere qualcosa da Israele e rimettere la questione palestinese sotto i riflettori internazionali. D’altronde, senza bombe e missili già non si parla quasi più di quello che succede a Gaza. 

Il movimento islamista ha più volte in passato flirtato con l’idea di abbandonare le tattiche terroristiche e militari per abbracciare la lotta non violenta. Quando a Gaza nel 2019 i civili hanno organizzato la marcia del ritorno, marciando pacificamente verso la barriera di separazione che assedia la Striscia, Hamas ha sposato l’iniziativa. Gli israeliani hanno aperto il fuoco contro i palestinesi, con fioche condanne internazionali e nessuna concessione da Israele. Quando Hamas è intervenuta militarmente, ha invece ottenuto delle piccole concessioni da Israele per allentare il blocco imposto sulla Striscia. 

Per Hamas il movimento di protesta popolare a Gerusalemme non avrebbe mai ottenuto nulla. È solo il proprio intervento militare ad aver portato Israele al tavolo negoziale. 

E ora? 

La questione palestinese è tornata sul tavolo dell’agenda internazionale. La situazione a Gerusalemme e all’interno di Israele dimostra che la questione non è un disturbo da gestire - come sostenuto dall’establishment israeliano. Anzi, semmai è qualcosa che è diventato chiaramente ingestibile. 

La diplomazia internazionale attiva in queste ore insisterà sui soliti punti. Il mantra verrà ripetuto in continuazione, come se ripetendo la stessa cosa già ripetuta da Oslo ad oggi il risultato possa cambiare. Gli USA, in particolare, dovrebbero avere il coraggio di fare ciò che va fatto. Ovvero riaprire un dialogo con la leadership politica di Hamas, imporre un allentamento vero del blocco sulla Striscia di Gaza, chiedere a Israele di far svolgere le elezioni palestinesi senza intoppi, puntare i piedi sulla costruzione di ulteriori colonie. Il tutto nella speranza di riportare - dopo le elezioni da una parte e dall’altra - tutti gli attori (Hamas incluso) a un tavolo negoziale vero. 

Ciò non avverrà. Un po’ per paura di minare le fondamenta di uno status quo che chiaramente non funziona, ma che per molti è “il male minore”. Un po’ perché gli USA hanno da tempo perso il ruolo di “honest broker”, ma soprattutto perché dopo Trump gli USA non hanno più il potere di costringere israeliani e palestinesi a incontrarsi in una nuova Oslo. Israele ha forse meno bisogno degli Stati Uniti oggi e, quindi, gli USA hanno meno potere di forzare la mano israeliana. 

Trump ha già riconosciuto la sovranità israeliana su Gerusalemme e Biden non può rimangiarsi la decisione. Israele ha sviluppato nuove alleanze strategiche nella regione con Emirati Arabi, Bahrain, Marocco e Arabia Saudita, spazzando via il piano arabo di pace. Se confrontata con episodi di violenza sporadici e limitati come il lancio di razzi da Gaza, Israele è perfettamente in grado di difendersi da sola. Israele ha però pur sempre bisogno degli USA per il potere di veto nel Consiglio di Sicurezza ONU e per gli aiuti economici. 

Se, come è probabile, Netanyahu dovesse riuscire a rimanere primo ministro, Israele non si farà scrupoli nell’umiliare USA e UE e rifiutarsi di sedere a un tavolo negoziale. Per ora, però l’amministrazione Biden non ha neanche un’idea di policy e il segretario di stato Blinken non ha risposto alle domande dei giornalisti sul piano di pace Trump. 

È altrettanto chiaro che manca qualsiasi leva anche sui palestinesi. Gli USA (e l’UE) continuano a parlare con un’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) che ha sempre meno legittimità. Nei primi giorni di proteste a Gerusalemme, l’ANP era impegnata a reprimere le manifestazioni di solidarietà in Cisgiordania per paura che fosse un modo per Hamas di rialzare la testa fuori da Gaza. Cosi facendo, però, l’Autorità sembrava ancora una volta intenta a fare il lavoro sporco per gli israeliani più che gli interessi dei palestinesi. 

Negli ultimi giorni, invece, l’ANP e l’OLP hanno cambiato tono, come a ricordarsi che - pur con mezzi diversi - hanno obiettivi simili a quelli di Hamas. Fatah e Hamas continuano a competere per la legittimità e cercano di cooptare le proteste per rimanere rilevanti, ma dovrebbero dar voce alle generazioni di giovani palestinesi e portare avanti insieme un nuovo progetto nazionale.

Hamas ha più volte segnalato in passato che sarebbe stata disposta a negoziare con Israele un accordo che prevedesse il riconoscimento dei confini del 1967. Per Hamas, questa è la più grande arma negoziale che il movimento può utilizzare. Israele, dal canto suo, non ha mai considerato necessario negoziare con Hamas e non è interessata a farlo. La violenza occasionale è gestibile, mentre i negoziati legittimerebbero Hamas come interlocutore. Così Hamas continua ad essere un attore ai margini del sistema che sposa una linea oltranzista e deve ricorrere alle armi per farsi sentire. Sta ora alla comunità internazionale accettare Hamas come un attore politico che può essere ascoltato anche senza far ricorso alle armi. Sicuramente ciò passa dalle elezioni palestinesi, ma anche da una ricostruzione di Gaza che venga veramente accompagnata da un alleviamento del blocco che strozza la popolazione civile. 

Israele non è interessata a negoziare, con Netanyahu o con qualsiasi altro governo possibile. Ma le contraddizioni legate all’occupazione e le questioni irrisolte dello Stato e della società israeliana - dalle riforme economiche al rapporto tra ultraortodossi e laici - stanno esplodendo una dietro l’altra. Non solo nei territori o a Gerusalemme, ma anche all’interno di Israele stessa. A un certo punto, gli israeliani dovranno fare i conti con il fatto che la questione palestinese va risolta se vogliono salvare il proprio Stato. È avvenuto ciò che in molti avevano predetto: la continua occupazione militare dei territori palestinesi e decenni di sabotaggi del processo di pace e delle condizioni minime per una soluzione a due Stati hanno minato l’esistenza stessa tanto di un futuro Stato palestinese quanto dello Stato israeliano. L’occupazione ha portato Israele a identificarsi sempre più con un etno-Stato il cui obiettivo ultimo è il protrarsi dell’occupazione per rosicchiare terreno. Le condizioni per una soluzione a due stati non esistono più al momento sul terreno, ma le violenze settarie dentro Israele danno bene un’idea delle prospettive di convivenza in uno stato unico bi-nazionale. 

Lo status quo non è una soluzione, bisogna quindi esplorare altre soluzioni che esistono, ma che passano inevitabilmente per la fine dell’occupazione e che richiedono il coraggio di osare. Il coraggio di controllare le pulsioni peggiori della destra ebraica, di trattare Hamas come un attore politico che non deve usare le armi per farsi sentire, di restituire dignità e diritti a milioni di persone, di rinunciare - da parte palestinese - alle comode posizioni di potere e all’Autorità Palestinese. 

La sensazione, però, è che piano piano i riflettori si spegneranno ancora. Ci si cullerà nel comfort dello status quo, incapaci di cambiarlo per il meglio, fino alla prossima volta in cui ci accorgeremo che i palestinesi sono ancora lì e che la questione palestinese è ancora tutta da risolvere. 

Immagine in anteprima: licenza CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

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