Cosa ci dice davvero la Storia di “Giuseppina Ghersi stuprata e uccisa dai partigiani”

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*La fotografia in anteprima è stata associata da diversi giornali alla vicenda di Giuseppina Ghersi, ma si tratta di una falsa attribuzione perché la foto non si riferisce a quella storia.

Verità storiche tutte da appurare, ricostruzioni giornalistiche avventate e una narrazione distorta degli eventi. Ha suscitato polemiche l’iniziativa da parte dell’amministrazione comunale di Noli, in provincia di Savona, città medaglia d’oro per la Resistenza, di dedicare una targa a Giuseppina Ghersi, diventata negli anni uno dei simboli della memoria di destra, nella piazza Fratelli Rosselli, fondatori di Giustizia e Libertà uccisi in Francia da formazioni locali di estrema destra e a loro volta bandiera dell’antifascismo.

Secondo le versioni della vicenda diffuse soprattutto nell’ambito delle formazioni politiche e culturali di destra, Giuseppina Ghersi sarebbe stata uccisa nel 1945 all’età di 13 anni vicino al cimitero di Zinola, alla periferia di Savona, da alcuni partigiani, presumibilmente dopo essere stata stuprata.

In questi giorni diverse testate giornalistiche, locali e nazionali, hanno riportato la notizia, ma nel ricostruire tutta la vicenda hanno dato per certi fatti storici non del tutto appurati e veicolato una ricostruzione tuttora soggetta a contestazione e a versioni differenti a seconda del lato da cui la si guarda, finendo per avvalorare fonti di parte, non adeguatamente verificate o palesemente false.

Il primo a parlare dell’iniziativa è stato Mario De Fazio in un articolo pubblicato il 13 settembre sull’edizione cartacea di Savona de La Stampa e poi diffuso online il 14 settembre sul sito del Secolo XIX. Nell’introdurre la storia dell’uccisione di Giuseppina Ghersi, il giornalista si mostra molto cauto:

Una targa per ricordare la tredicenne Giuseppina Ghersi, forse stuprata e uccisa da alcuni partigiani savonesi pochi giorni dopo la Liberazione. Una targa che sarà collocata nel bel mezzo di una piazza di Noli dedicata ai fratelli Rosselli, vessilli dell’antifascismo e fondatori di Giustizia e Libertà, vittime di sicari dell’estrema destra francese.

Utilizzando l’avverbio “forse”, sin dall’attacco del pezzo, De Fazio sottolinea come la ricostruzione storica della vicenda non sia stata ancora appurata e, come spiega alcune righe dopo, sia oggetto di discussione ogni anno in occasione della commemorazione di Giuseppina Ghersi. A Savona, scrive il giornalista, la storia è un “tabù ma anche una ferita che sanguina ancora e si riapre ogni anno, a più di settant’anni di distanza. Troppo facile strumentalizzare da una parte e dall’altra, troppo scivoloso l’argomento in una città Medaglia d’oro per la Resistenza”.

Non c’è chiarezza sul motivo per cui sia stata uccisa la ragazzina, “forse perché aveva genitori filo-fascisti, o solo perché aveva ricevuto un encomio per un tema su Mussolini o, sostiene qualcun altro, perché era – a tredici anni – una 'spia collaborazionista'. Ancora oggi, come testimoniato da alcuni ricordi raccolti in un articolo pubblicato sempre sul Secolo XIX tre giorni dopo, la storia di Giuseppina Ghersi “divide, riapre vecchie ferite e scopre nuove sensibilità”.

Nell’articolo del 14 settembre, De Fazio dà importanti dettagli dell’iniziativa. A proporla è stato il consigliere comunale, Enrico Pollero, “radici familiari nella Resistenza, ma vicino, a quanto si vede sulla sua bacheca Facebook, alle posizioni di gruppi neofascisti come Forza Nuova e Casa Pound”. A luglio 2016, Forza Nuova annunciava che Enrico Pollero, consigliere comunale di Noli, aveva aderito al movimento. Si trattava, dunque, del "primo rappresentante eletto nelle istituzioni”.

Nello spiegare la proposta, Pollero, figlio di partigiani, raccontava il suo desiderio di pacificazione storica: «Papà era partigiano, per diciotto mesi è stato in montagna. Ma dopo aver letto la storia di Giuseppina Ghersi, ho pensato che bisognava fare qualcosa per ricordare una bambina di 13 anni uccisa senza motivo. Per ricordare lei, non chi ha combattuto per la parte sbagliata, anche se a vent’anni si possono fare scelte diverse senza sapere di sbagliare e non credo che dall’altra parte ci fossero solo criminali e disgraziati. Spero serva a una vera riappacificazione».

La storia del consigliere comunale di destra figlio di partigiani desideroso di una pacificazione storica sarà uno dei leit motiv della narrazione giornalistica dell’intera vicenda.

Il monumento, poi spiega De Fazio, sarà inaugurato il 30 settembre e avrà in calce un testo (“Anni sono passati ma non ti abbiamo dimenticato, sfortunata bimba oggetto di ignobile viltà”) scritto da Roberto Nicolick, professore di educazione fisica in pensione "con un passato tra Msi e Lega (da cui fu espulso), autore di diversi libri sul tema resistenziale”. Gruppi di estrema destra o neofascisti come Forza Nuova hanno annunciato la propria partecipazione all’inaugurazione.

L’iniziativa ha visto l’opposizione veemente del presidente provinciale dell’Anpi Savona, Samuele Rago, che – si legge nell’articolo – pur non approvando la violenza subita da Ghersi, si era detto «assolutamente contrario, Giuseppina Ghersi era una fascista. Protesteremo con il Comune di Noli e con la Prefettura. Al di là dell’età, lei fece la scelta di schierarsi con il fascismo. Eravamo alla fine di una guerra, è ovvio che ci fossero condizioni che oggi possono sembrare incomprensibili. Era una ragazzina, anche se dalle foto non sembra, ma rappresenta quella parte lì. Al di là della singola persona, un’iniziativa del genere ha un valore strumentale, in un momento in cui Forza Nuova vuole rifare la Marcia su Roma».

Le parole di Rago sono state criticate da Bruno Spagnoletti, ex dirigente della CGIL in pensione e dall’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani. «Non riesco a capire come si possa giustificare l’esecuzione di una bambina di 13 anni e come si possa, ancora oggi, vomitare parole di fiele su una bambina da parte del presidente dell’Anpi. Ma come si fa?», si chiede Spagnoletti.

Il commento dell’ex dirigente della CGIL – “come è possibile giustificare le violenze?” – è diventato la chiave di lettura per valutare le affermazioni del presidente provinciale dell’Anpi Savona, Samuele Rago e orientato anche gli interventi degli altri soggetti politici, inclusa l’Associazione Nazionale dei Partigiani. Il 15 settembre l’Anpi Nazionale ha pubblicato un comunicato in cui si dice estranea a ogni tentativo di giustificazione delle violenze subite da Giuseppina Ghersi e di fatto ha avvalorato la tesi dello stupro della ragazzina. “L’Anpi ha sempre condannato gli atti di vendetta e violenza perpetrati all’indomani della Liberazione. E lo fa anche oggi rispetto alla vicenda terribile e ingiustificabile dello stupro e dell’assassinio di Giuseppina Ghersi. Assieme, ribadisce che singoli episodi, per quanto gravissimi, non intaccano i valori della Resistenza e della Guerra di Liberazione nazionale, grazie a cui l’Italia, dopo anni di guerra, violenze e dittatura, ha conquistato pace, libertà e democrazia. L’Anpi resta e resterà impegnata a presidiare i valori e i principi della Costituzione repubblicana, interamente antifascista, nata dalla Resistenza”, si legge nel comunicato.

Lo stesso giorno, Rago, sempre al Secolo XIX, spiegava di aver voluto sottolineare l’inopportunità politica dell’iniziativa proposta dal Comune di Noli e precisava che il comunicato dell’Anpi era stato «concordato con i vertici nazionali, visto il clamore e la forte polemica che è venuta a crearsi. Noi non abbiamo mai detto che meritava di essere uccisa o violentata stiamo preparando un documento sulla questione. Gli unici sinceri in questa faccenda sono quelli di Forza Nuova, che hanno cantato vittoria». Nel riportare le dichiarazioni di Rago, De Fazio sottolineava ancora una volta come l'ipotesi dello stupro fosse una "circostanza non comprovata". Inoltre, il 19 settembre, è intervenuta sulla questione la parlamentare del PD, Anna Giacobbe, che in un'intervista al Secolo XIX ha definito il "tributo" a Giuseppina Ghersi un tentativo di «falsificazione della verità storica. (...) Un modo subdolo di far passare l'idea che erano tutti uguali, cancellando la verità storica di un conflitto tra oppressi e oppressori, dentro una guerra, e dopo anni di soprusi e negazione della libertà».

L’articolo del 14 settembre di De Fazio viene ripreso da altre testate giornalistiche nazionale. Nel riportare la vicenda, la notizia viene data con toni più netti e meno sfumati, scompaiono i condizionali, la ricostruzione storica diventa solo una, le parole del segretario provinciale dell’Anpi vengono riportate nei titoli e nei lanci degli articoli come rappresentative di più generici “partigiani”.

Come ricostruisce in un lungo e dettagliato post sul proprio profilo Facebook, Yadad de Guerre, il primo sito a rilanciare la notizia è Libero. La testata di Vittorio Feltri si limita a riportare le dichiarazioni di Enrico Pollero, del segretario provinciale dell’Anpi, Rago, e dell’ex dirigente della CGIL, Spagnoletti. Sparisce ogni dubbio, Giuseppina Ghersi è stata uccisa da partigiani, e le parole di Rago diventano rappresentative dell’Anpi e presentate, attraverso le dichiarazioni di Spagnoletti, come un tentativo di giustificazione della violenza subita dalla ragazzina di 13 anni. Nel titolo si legge: “Noli, polemica per la targa dedicata a ragazzina uccisa dai partigiani: l'Anpi: "Era fascista".

Nel pomeriggio del 14 settembre, l’Ansa riprende la notizia, sulla falsa riga della ricostruzione di Libero, contribuendo a renderla mainstream: “Giuseppina Ghersi, stuprata e uccisa da partigiani a 13 anni, la targa diventa un caso”.

Il 15 settembre, un articolo del Corriere della Sera, a firma di Erika Dellacasa, dà risalto nazionale alla notizia. Anche in questo caso non sembrano esserci dubbi: Giuseppina Ghersi è stata violentata e uccisa dai partigiani. A sostegno di questa tesi, Dellacasa cita due documenti, però non verificati o palesemente falsi, come vedremo: un esposto di sei pagine che il padre della ragazzina consegnò alla Procura di Savona chiedendo l'avvio di un’indagine, e una fotografia che ritrarrebbe il momento del suo arresto da parte dei partigiani.

Nell’articolo, la giornalista scrive che “Giuseppina, tredicenne, fu prelevata da tre partigiani, picchiata e seviziata, forse violentata, davanti alla madre e al padre” e, riportando parte del testo dell’esposto, aggiunge che “gli uomini la presero a calci ‘giocando a pallone con lei’ fino a ridurla in stato comatoso. La raparono a zero, le dipinsero la testa di rosso, la sfigurarono a botte. Poi la giustiziarono con un colpo alla nuca, il corpo fu gettato davanti al cimitero di Zinola”. La foto dell’arresto mostrerebbe Giuseppina Ghersi con “il volto imbrattato di scritte, le mani legate dietro la schiena, prigioniera fra uomini adulti armati e sorridenti”.

Nello spiegare la motivazione dell’uccisione, Dellacasa non ha dubbi: “Giuseppina aveva vinto un concorso a tema e aveva ricevuto una lettera di encomio da Benito Mussolini: questo uno dei più gravi indizi contro di lei accusata di essere una spia delle Brigate Nere”. Nessuna traccia delle altre ipotesi sollevate nel primo articolo sul Secolo XIX da Mario De Fazio. Versione poi confermata in un articolo di Antonio Carioti, pubblicato due giorni dopo sempre sul Corriere, dal titolo “Giuseppina Ghersi, uccisa dai partigiani: fatale una lettera del Duce”, nonostante nel testo poi venga sottolineata la complessità di una vicenda dai particolari meno nitidi e lineari di come viene presentata: non c’è certezza sul ruolo di Giuseppina (aveva solo scritto una lettera inneggiante a Mussolini che le era valso un messaggio di plauso delle segreteria del duce? Era affiliata alle brigate nere e girava armata per il quartiere savonese di Fornaci? Era una spia e ha fatto arrestare diversi antifascisti?), sulla data dell’omicidio, attestata da un certificato di morte rilasciato quattro anni dopo, nel 1949, dal municipio di Savona, che la fissa al 26 aprile 1945 (mentre altre fonti parlano del 30 aprile o dell’1 maggio dello stesso anno) e sui responsabili del delitto.

Un’ora dopo la pubblicazione dell’articolo di Erika Dellacasa, come ricostruisce cronologicamente sempre Yadad de Guerre, la notizia viene rilanciata da Huffington Post in un post con link diretto al Corriere della Sera. Il pezzo, non firmato, presenta tutta la vicenda in una nuova cornice narrativa: un tentativo di pacificazione storica a decenni di distanza non riconosciuto dall’Associazione nazionale dei partigiani.

Gli ingredienti di questa nuova narrazione ci sono tutti:

  • Una ragazzina di 13 anni è stata violentata e brutalmente uccisa dai partigiani dopo la liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
  • Enrico Pollero, consigliere comunale di centro-destra (omettendo così la sua iscrizione a Forza Nuova e il suo passato da segretario cittadino de La Destra di Francesco Storace), figlio di un partigiano, legge la storia di Giuseppina Ghersi e tenta di “fare qualcosa per ricordare una bambina di 13 anni uccisa senza motivo, (...) non chi ha combattuto dalla parte sbagliata” perché “dall’altra parte non c’erano solo criminali e disgraziati”.
  • Il sindaco , medaglia d’oro alla Resistenza (e non la città), è dalla sua parte.
  • L’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani, “assolutamente no, ‘Giuseppina Ghersi era una fascista’”.

Negli articoli di Corriere della SeraHuffington Post non viene ricostruito il contesto politico e culturale in cui matura la decisione di proporre una targa per commemorare Giuseppina Ghersi, vengono omessi particolari che consentano di capire chi sono i personaggi politici che hanno sostenuto l'iniziativa, vengono taciuti la genesi che ha portato alla storia della ragazzina barbaramente uccisa e il dispositivo di costruzione della memoria messo in atto in assenza di un'adeguata verifica delle fonti storiche, avvalorando così una tra le tante versione dei fatti.

Scrive il collettivo Nicoletta Bourbaki, che ha iniziato un lavoro di verifica delle fonti per riuscire a ricostruire il contesto (e i fatti) in cui si svolge la vicenda di Giuseppina Ghersi:

La sorte della ragazza sarebbe terribile e tragica anche senza la violenza sessuale, e la condotta dei suoi aguzzini sarebbe comunque criminale. Ma proprio per questo è importante capire in quale periodo e in base a quali dati si è aggiunto lo stupro alla narrazione. Stupro ormai divenuto centrale nella descrizione della passione e morte di Giuseppina, che oggi è la «bambina stuprata» quasi per antonomasia.

I punti oscuri delle ricostruzioni di Corriere della Sera e Huffington Post

La storia dell’uccisione di Giuseppina Ghersi non è così lineare come presentata nella ricostruzione fatta da Erika Dellacasa sul Corriere della Sera (e poi ripresa dall’Huffington Post). Tutto il pezzo poggia su due documenti, uno parzialmente attendibile – un esposto presentato dal padre di Giuseppina Ghersi alla Procura di Savona – , l’altro (citato per avvalorare il primo) palesemente falso, una fotografia che ritrarrebbe la tredicenne catturata dai partigiani a Milano.

In particolare, un lungo e meticoloso lavoro di verifica delle fonti, pubblicato dal collettivo Nicoletta Bourbaki (un gruppo di lavoro costituito da storici e ricercatori di altre discipline che si occupa di revisionismo storiografico in rete), ha mostrato l’inattendibilità dei documenti citati, di parte della ricostruzione e delle conclusioni cui giunge l’articolo del Corriere. In base alla ricerca di Bourbaki, esistono più trascrizioni (in molte occasioni non complete) dell’esposto, tra di loro incongruenti; la prova fotografica dell’arresto di Giuseppina da parte dei partigiani è un caso di falsa attribuzione; inoltre, parte della ricostruzione della giornalista del Corriere non sembra trovare fondamento negli scarni documenti disponibili (non c’è riferimento negli esposti allo stupro e non si riesce a capire chi e in che momento preciso abbia introdotto questa narrazione) e non trova alcun riscontro il presunto movente dell’uccisione, il tema scolastico di elogio al duce poi lodato da Mussolini.

“In quella foto è Giuseppina”. Falso

Oltre al Corriere, sono stati parecchi i casi in cui l’immagine che ritrae una donna marchiata con una “M” sulla fronte, circondata da diversi uomini, è stata indicata esplicitamente come la prova dell’arresto di Giuseppina Ghersi da parte di un gruppo di partigiani. Ma, come spiega il collettivo Bourbaki nel pezzo scritto sul sito di Wu Ming, si tratta di un chiaro caso di falsa attribuzione.

Forza Nuova ha utilizzato la fotografia in un suo manifesto

Per Mario Vattani di Casapound è la prova per mettere a tacere le speculazioni sulle ricostruzioni storiche della vicenda

Il giornale Il Dubbio, diretto da Piero Sansonetti, ha utilizzato l’immagine per chiedere la chiusura dell’Anpi di Savona

Nel giro di poche ore, scrive Wu Ming, l’immagine si è imposta come la foto di Giuseppina. Eppure, prosegue il collettivo, sarebbe bastata una ricerca “inversa” su Google Immagini per scoprire che si tratta di una foto che circola da anni in rete e associata a diversi contesti.

Usata, ad esempio, in articoli sulle pubbliche umiliazioni delle collaborazioniste francesi, come segnalato da Manolo Luppichini su Twitter, per l’agenzia Getty Images, la foto è stata scattata a Milano il 26 aprile 1945.

L’immagine è stata esposta anche all’Istituto piemontese per la storia della resistenza e della società contemporanea di Torino, in occasione della mostra "La lunga liberazione, 1943-1948", con la didascalia “Piccola fascista con il viso imbrattato di vernice e la ‘M’ di Mussolini dipinta sulla fronte viene fatta marciare per la città da partigiani milanesi”.

In base alle ricostruzioni, si tratterebbe, dunque, della pubblica esposizione di una collaborazionista, che nulla ha a che vedere con l’uccisione di Giuseppina Ghersi. Nel libro La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano, lo storico Mirco Dondi scrive che «a Milano […] vengono marchiati i visi delle donne con la lettera M – iniziale di Mussolini e della Legione Muti».

L’esposto di Giovanni Ghersi, lo stupro e le responsabilità dei partigiani

L’attribuzione falsa della foto è solo una delle incongruenze di tutta la vicenda. L’intera storia, scrive ancora Wu Ming in una serie di tweet concatenati, «si gonfia e cambia ogni volta che riemerge con dettagli che però nei documenti d'epoca che abbiamo letto (esposti, articoli) sono del tutto assenti. A cominciare dallo stupro che viene aggiunto alla narrazione successivamente. Non si ha la minima idea di chi l'abbia uccisa ma si dice “i partigiani”»

La ricostruzione dell’intera vicenda, sottolinea il collettivo Nicoletta Bourbaki, si muove in un contesto documentale rarefatto, in cui scarse sono anche le fonti giornalistiche disponibili e gran parte dei documenti citati sono spesso trascrizioni presenti su siti di formazioni politiche e culturali di destra. In questa cornice, in attesa di consultare le fonti conservate nell’archivio di Stato di Savona e poter iniziare la ricerca, Bourbaki ha provato a verificare l’attendibilità di quanto citato nelle ricostruzioni giornalistiche, a partire dall’esposto presentato da Giovanni Ghersi, padre di Giuseppina, alla Procura di Savona.

Alcune trascrizioni sono presenti su un blog interamente dedicato al caso, altre parzialmente complete si trovano sul forum “Patriottismo” e due versioni le ha pubblicate Roberto Nicolick, l’autore del testo della targa dedicata a Giuseppina Ghersi, espulso dalla Lega Nord, una sul suo blog nel 2008, un’altra sul suo profilo Facebook nel 2012. L’esposto viene menzionato anche in un video a cura dei “Ragazzi del Manfrei” (gruppo neofascista, che prende il nome da Monte Manfrei, dove, secondo la propaganda di destra, il 4 e 5 maggio 1945 si sarebbe svolto un “eccidio” di rappresentanti della RSI), mentre nel 2008 Il Giornale aveva pubblicato il testo integrale di una denuncia presentata il 27 gennaio 1949 dalla madre di Giuseppina, Laura Vengelli. Lo scorso aprile, sempre Nicolick aveva pubblicato su Facebook le immagini di un procedimento penale in cui vengono fatti i nomi di quattro imputati tra i quali però non compare Gatti Pino di Bergeggi, il nome fatto da Giovanni Ghersi nel suo esposto.

A questi bisogna aggiungere i riferimenti presenti nel libro “La stagione del sangue” di Massimo Numa, “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa, “Giuseppina Ghersi: l’adolescenza violata” di Roberto Nicolick e il racconto “Cercando Valentino” di Stelvio Murialdo, pubblicato su Il Giornale nel 2008 (ma la cui reale datazione non è stata ancora definita) in cui l’autore si definisce “occasionale testimone di quel martirio”. La ricostruzione del Corriere della Sera, si legge nell’articolo del collettivo Bourbaki, sembra fare riferimento proprio ai testi di Nicolick e Murialdo, tra i fondatori de La Destra a Savona.

I documenti citati presentano diverse incongruenze e destano più di un dubbio sull'attendibilità della ricostruzione fatta dal Corriere della Sera:

  • Non c’è corrispondenza di date tra la trascrizione dell’esposto di Giovanni Ghersi riportate sul forum “Patriottismo” (settembre) e da Roberto Nicolick (aprile). Inoltre, nella trascrizione di “Patriottismo” non si fa riferimento al cimitero di Zinola. Qual è la versione corretta? Il riferimento al cimitero di Zinola (dove sarebbe avvenuto il riconoscimento di Giuseppina Ghersi da parte di Stelvio Murialdo) è stato un dettaglio aggiunto da Nicolick, si chiede Bourbaki?
  • Nell’esposto, Ghersi parla di natura estorsiva (e non politica) del sequestro. Chi ha detto per primo che sono stati i partigiani a sequestrare Giuseppina Ghersi?
  • Nessuno fa riferimento a quella che è stata definita la causa scatenante dell’uccisione di Giuseppina Ghersi, il tema scolastico lodato da Mussolini. L’unico a parlarne è Stelvio Murialdo, che scrive: “La zia [di Giuseppina] azzardò un’’altra ipotesi: Giuseppina aveva partecipato ad un concorso a tema per cui ricevette i complimenti dal Duce in persona; poteva essere questo, la sua condanna a morte!”. Come si è passati da un’ipotesi a parlare di causa certa?
  • Nelle trascrizioni finora disponibili dei due esposti, né il padre né la madre della tredicenne parlano di uno stupro subito dalla figlia. Viene descritto un pestaggio e solo in seguito i due riferiscono di aver saputo dell’uccisione. Quando viene introdotta la narrazione dello stupro, si chiede ancora il collettivo?
  • Nelle ricostruzioni successive agli esposti viene scritto che la madre e la figlia furono malmenate e stuprate sotto gli occhi del padre. Si tratta della stessa versione presentata su alcuni manifesti affissi da La Destra a Savona nel 2012: chi e quando ha aggiunto questa versione?

In base ai documenti a disposizione, il collettivo ha provato a tracciare alcune ipotesi. Stando a quanto riportato da una recensione del libro “La stagione del sangue” (ritenuta diffamatoria dall’autore), il primo a parlare di natura politica dell’uccisione di Giuseppina Ghersida parte dei partigiani sembra essere Massimo Numa. Il collettivo si riserva, però, di leggere il libro per poter verificare questa ipotesi. La versione di Numa viene ripresa da Giampaolo Pansa nel “Sangue dei vinti”. È lui nel 2003 a parlare di capelli rasati a zero, di testa cosparsa di vernice rossa, di condizioni pietose del cadavere. Tutti riferimenti presenti nell’articolo del Corriere della Sera:

I rapitori di Giuseppina decisero subito che lei aveva fatto la spia per i fascisti o per i tedeschi. Le tagliarono i capelli a zero. Le cosparsero la testa di vernice rossa. La condussero al campo di raccolta dei fascisti a Legino, sempre nel comune di Savona. Qui la pestarono e la violentarono. Una parente che era riuscita a rintracciarla a Legino la trovò ridotta allo stremo. La ragazzina piangeva. Implorava: “Aiutatemi!, mi vogliono uccidere”. Non ci fu il tempo di salvarla perché venne presto freddata con una raffica di mitra, vicino al cimitero di Zinola. Chi ne vide il cadavere, lo trovò in condizioni pietose.

In un'intervista al Secolo XIX di due giorni fa, Giampaolo Pansa è tornato sull'argomento dicendo che «mai avrei immaginato che, dopo aver raccontato la storia di Giuseppina Ghersi nel 2003 all’interno del mio “Sangue dei vinti”, il fantasma di quella povera ragazzina potesse tornare nella cronaca di questi giorni».

A parlare di stupro, prosegue il collettivo, è Murialdo che, nel racconto del 2008 per Il Giornale, riportando le parole della zia di Giuseppina, scrive: «Era ridotta in uno stato pietoso; mi disse di aver subìto ogni sorta di violenza… (a questo punto tacque per pudore su tante nefandezze che la decenza lascia solo intuire».

Le questioni aperte, dunque, sono ancora tante eppure nel ricostruire la vicenda le testate giornalistiche che se ne sono occupate si sono mostrate certe nel raccontare fatti solo presunti e tutti da verificare.

Giuseppina non è Anna Frank, non è stata uccisa tra milioni di altri in nome di un progetto genocida di scala continentale, i suoi assassini non stavano «eseguendo un ordine». Il suo è un caso specifico, non è il frutto di una prassi comune delle formazioni partigiane, ma della decisione arbitraria di alcuni individui. Chi erano? Erano davvero partigiani o delinquenti che si atteggiavano a tali? Per quale motivo è stata davvero uccisa? E quando?

Di sicuro si può dire, invece, che la foto associata all'arresto di Giuseppina Ghersi è un caso di falsa attribuzione; gli esposti dei genitori della ragazzina non parlano di stupro e di altri dettagli aggiunti man mano che la storia della tredicenne uccisa è stata trasmessa; non si con certezza se a sequestrare e uccidere Giuseppina siano stati i partigiani, nell'esposto, anzi, il padre parla di natura estorsiva del sequestro; è circolata la voce che Ghersi sia stata uccisa per un tema di elogio a Mussolini, lodato dalla segreteria del Duce, ma di questo tema non si parla in nessun documento.

Quello che colpisce di tutta questa storia, si legge ancora sul sito di Wu Ming, “sono l’impressionante leggerezza nell’usare le fonti, l’arbitrarietà dei collegamenti, la (voluta) vaghezza e ambiguità dei riferimenti temporali, la complessiva inattendibilità di ogni ricostruzione”.

Al centro, ancora una volta, la verifica delle fonti, che nell’uso pubblico di un reato mostruoso e odioso su una ragazza giovanissimo, si fa questione ancora più delicata. Come riflette anche il collettivo Nicoletta Bourbaki, in casi come questi c’è un grosso lavoro da fare per ricostruire eventi, moventi e responsabilità, per individuare e saper cogliere la differenza tra responsabilità collettive e individuali, controllando i dati della questura, eventuali processi e testimonianze incrociate di un fatto che, va ricordato, è avvenuto nel 1945 ed è stato denunciato nel 1949, in un contesto di guerra totale, guerriglia e guerra civile. Compito di chi racconta questi eventi è dare gli elementi per poter comprendere contesti così lontani dai giorni nostri.

Immagine in anteprima via Il Giornale

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