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Tassare Google? Ecco perché è una cattiva idea

7 Novembre 2014 3 min lettura

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Tassare Google? Ecco perché è una cattiva idea

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Nella sua intervista a Repubblica, il presidente Fieg Maurizio Costa rilancia l'idea di una “Google tax” in Italia. I tempi sono maturi, si legge, per varare una norma che costringa il gigante di Mountain View a "pagare le tasse per la quota di profitti che realizza in Italia" e, insieme, una somma agli editori per avere in sostanza il privilegio di poterne indicizzare gli articoli, con link e anteprima, sul suo servizio Google News.

Ma è una pessima idea, soprattutto se – come pare di capire – il modello è la norma approvata in Spagna la scorsa settimana. Non c'è solo il più che probabile contrasto con la normativa comunitaria, che all'epoca della proposta avanzata da Francesco Boccia motivò il niet di Matteo Renzi via Twitter. Più al fondo, è l'idea stessa di tassare un link e rendere obbligatorio esigere un prezzo per ogni riutilizzo perfino di “frammenti non significativi” di informazione a snaturare l'essenza stessa di Internet, e limitarne fortemente il potenziale innovativo, generativo e creativo. Senza contare la pletora di altri commi liberticidi infilati qua e là dal legislatore spagnolo, dalla restrizione della nozione di “copia privata” - cioè a uso personale, senza scopo di lucro – alla sospensione per via amministrativa dei domini non solo di chi ospiti contenuti illegali, ma anche (e di nuovo) di chi li linki.

Inutile premettere, come fa Costa, che si è “del tutto favorevoli allo sviluppo della Rete e del digitale”: più che le intenzioni, parlano i fatti. E che accadrebbe se, seguendo la stessa logica, Google lasciasse il nostro Paese – come ha minacciato di fare proprio in Spagna – o peggio ancora chiedesse al contrario una somma ai produttori professionali di news per essere indicizzati? Qui l'argomento del monopolio, che pure c'è, non vale: anche i tutori del copyright, di questa idea di copyright, operano incontrastati. Se di ricatto dunque si deve parlare, non è certo unilaterale.

Guardiamo piuttosto alle conseguenze. La principale è che a rimetterci sarebbe proprio quell'industria delle notizie che la Fieg sostiene di voler mantenere in vita senza “nessuno spirito di rivalsa” e senza arroccamenti su “posizioni conservative”. Costa afferma poi che gli editori non si accontenterebbero nemmeno di una soluzione alla francese, in cui Google paghi una quota una tantum – 60 milioni di euro, nel caso di specie: “chiediamo si paghi in modo trasparente e con continuità”. Ossia, come in Germania.

Peccato che, è notizia delle scorse ore, proprio nell'oasi ideale di Costa il principale gruppo editoriale, Axel Springer, abbia annunciato l'abbandono della Google tax. Motivo? Il prevedibile crollo del traffico, che del resto ha portato gli editori tedeschi a una più generale, e tragicomica, retromarcia fornendo in sostanza a Google una licenza gratuita per continuare a fare come prima.

Costa dice giustamente che c'è bisogno di più trasparenza per l'operato dei colossi web, a partire dalla annosa ma irrisolta questione del “filtro” che seleziona ciò che vediamo e sappiamo online – e che troppo spesso finisce per legittimare esperimenti sui comportamenti, le emozioni e perfino le preferenze politiche di noi utenti a nostra insaputa. Ma cercare di trasformare Internet in un mezzo di comunicazione più simile alla carta stampata – tentativo in atto anche tramite il ddl diffamazione che contiene inopinate misure per ottenere rettifiche a prescindere dalla veridicità di ciò che si vuole rettificare, e un oblio mal compreso e peggio implementato – non servirà a dare più ossigeno ai polmoni in affanno dell'industria editoriale.

Il rischio, al contrario, è che l'unico effetto sia una riduzione ulteriore degli spazi di libertà online, già seriamente compromessi dalla minaccia della sorveglianza indiscriminata globale e da un contesto di crescente censura e propaganda in rete.

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