Federico Aldrovandi: non si può raccontare la morte di un figlio. Non si può pensare

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Inutile è sempre la bellezza,
questo è il suo incanto
perché non si consuma mai.
Ma senza la forza di illuderla
di occhi nuovi come i tuoi
pare solo
un rimprovero
a chi resta.
(Roberto Pazzi, A Federico Aldrovandi)

Trascorrono quasi sette anni dal 25 settembre 2005, giorno in cui a Ferrara, in via Ippodromo, è stato ucciso Federico Aldrovandi, al 21 giugno 2012, quando la Corte di Cassazione conferma le condanne per omicidio colposo ai quattro agenti di Polizia Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri. Un periodo che si inserisce nella casistica delle vittime di abusi delle forze dell'ordine, cui a gennaio Presadiretta ha dedicato la puntata «morti di Stato».

Già nel 2010 Filippo Vendemmiati aveva raccontato la storia di Aldrovandi nel documentario È stato morto un ragazzo, quando ancora non si era all'ultimo grado di giudizio. Ora invece lo ha fatto la madre di Federico, Patrizia Moretti (insieme a Francesca Avon) nel libro Una sola stella nel firmamento.

È un racconto necessario, nella condizione di dolore irrevocabile abbattutosi sulla famiglia, prima per la morte di Federico («Non si può raccontare la morte di un figlio. Non si può pensare»), poi per i depistaggi e per il clima di omertà e intimidazione che avvolge Ferrara. Elemento non secondario nell'intera vicenda sono infatti le condanne emesse nel processo Aldrovandi Bis, relativo per l'appunto ai depistaggi.

Il clima che da subito respira la famiglia, sconvolta dalla tragedia e messa nella condizione di non comprendere cosa sia realmente accaduto a Federico, è ricostruito fedelmente da Patrizia, che spazia dagli eventi allo spettro di sensazioni che quegli eventi suscitano:

Siamo stati convocati dal questore, Elio Graziano. Siamo seduti qui, Lino, Franco e io, senza avvocato. Nessuno di noi ha chiuso occhio in queste notti. Siamo affranti. Stamattina li abbiamo letti i giornali, quel titolo l’abbiamo visto. Forse è per questo che ci hanno chiamati con tutta questa urgenza, dicendoci di venire subito, immediatamente, di precipitarci in Questura: per comunicarci qualcosa di importante. Per dirci che possiamo contare sul loro aiuto. Forse adesso il questore lo dirà. Anzi, lo dirà sicuramente. È un signore con l’aria distinta, rassicurante. Quella di un buon padre, mi verrebbe da dire. Ma ci sta dicendo che Federico è morto da solo, senza che nessuno lo toccasse, che dobbiamo stare tranquilli, che ci penseranno loro. Si lascia scappare anche una cosa strana: «Non abbiamo detto niente in giro, vi trattiamo come foste dei nostri».

Sono sbalordita, non riesco a capire. Sta insinuando che Federico è morto di overdose e si pone nel ruolo di quello che tutela l’immagine di nostro figlio, tenendo riservata la notizia, non facendo sapere in giro che cosa è successo. Sa che Federico è stato massacrato dai suoi, però intanto mente guardandoci negli occhi. «Ma a cosa vi serve un avvocato? Non ci starete mica accusando pubblicamente?» ci chiede.

La famiglia capisce immediatamente di non potersi fidare: «In quel momento noi non sapevamo ancora che erano stati loro, ma lui sì, lui lo sapeva. E accusandoci di non avere fiducia nella Polizia tentava di scoraggiarci. Voleva dissuaderci anche solo dal pensare di mettere in discussione la loro versione». Il depistaggio vuole Federico un drogato, morto d'overdose mentre gli agenti cercavano di contenerne la furia. «È morto un tossico» è la voce infamante che si diffonde in città, mentre attorno agli Aldrovandi si fa terra bruciata. Occorrono tre mesi per i risultati della perizia che smentisce la versione di comodo, e nonostante ciò è ordinato un supplemento d'indagine.

Intanto, mentre nelle istituzioni si lavora per proteggere i colpevoli, la stampa viene meno ai propri doveri:

Abbiamo scoperto che nelle redazioni dei giornali avevano visto fin da subito le foto di Federico massacrato, ma non le avevano pubblicate. È stato un cronista a raccontarci come sono andate le cose. «Avevamo tutti paura di andare contro la Questura» ci ha detto. E quando ha visto la mia espressione sbalordita ha aggiunto:  «Se tagliamo i ponti con loro, possiamo anche chiudere il giornale, perché qui a Ferrara, dopo, cosa pubblichiamo?».

Il dolore, che dovrebbe appartenere innanzi tutto alla sfera privata e intima, è forzato a farsi motore di una lotta affinché la verità emerga pubblicamente, affiancando la via giudiziaria percorsa con l'avvocato Fabio Anselmo - che si sta occupando anche della morte di Paola Vaccaro. La reazione si irradia dai parenti e dalla cerchia di amici di Federico. Nasce così il blog dove Patrizia pubblica nel gennaio 2006 una lettera dal titolo Federico:

Scrivo la storia di quel che è successo a Federico, mio figlio. Non scriverò tutto di lui, non si può raccontare una vita, anche se di soli diciotto anni appena compiuti.

Ciò che il blog mette in moto a partire da quella lettera non si fermerà più: commentatori informati sui fatti che si offrono di testimoniare, istituzione di comitati Verità per Aldro che si diffondono in tutta Italia (evolvendo poi nell'Associazione Federico Aldrovandi), diffusione della storia fino ad arrivare alla grande stampa, al Governo e al Parlamento. È un punto importante nella vicenda, perché la retorica dell'Odio in Rete - con relativi tentativi di leggi censoree  e dibattiti ad alto tasso di fuffa - sminuisce proprio casi del genere, in cui attraverso la Rete si creano circuiti alternativi virtuosi, che contrastano i muri eretti dall'abuso di potere. «È più o meno come mettere un messaggio dentro una bottiglia in mare, però è un mare di specchi, il messaggio si riflette e si moltiplica all’infinito» scrive Patrizia. Anche se c'è un'amarezza di fondo, perché:

Se non hai potere, soldi o notorietà, se sei una persona qualsiasi, puoi contare soltanto sulle tue forze e su quelle di chi ti sta accanto. [...] Non saremmo potuti arrivare fino a qui senza l’aiuto di mio padre. Non potremmo pagare i periti e gli avvocati, i nostri stipendi non basterebbero.

C'è una vitalità intensa, quasi ustionante, nella pagine del libro, animata da un furore per l'ingiustizia che ha dovuto imporsi calma e controllo, perché cedere alla rabbia avrebbe nutrito proprio chi perpetrava e difendeva l'ingiustizia:

In tutti questi anni, mentre scrivevo sul blog, andavo in piazza, assistevo al processo, ho sempre avvertito dentro di me una specie di furore controllato. E questo controllo mi è costato un grandissimo sforzo. È stata un’enorme fatica.

Si vede il volto dietro il simbolo che, attraverso l'azione pubblica e la popolarità che ne è seguita, nel frattempo Patrizia Moretti è diventata per molti. È reclamato il diritto a dichiarare questa fragilità, proprio per evitare che il simbolo schiacci:

Ho parlato tanto in questi anni, ma la sfera dei miei sentimenti non riesco a mostrarla. Non riesco a metterla su una bancarella. Non riesco e nemmeno lo voglio. Sono gelosa di quella parte di Federico che appartiene soltanto a me.

Non si consideri tuttavia chiuso il caso Aldrovandi. I colpevoli, infatti, sono ancora in servizio:

Dopo la condanna definitiva, abbiamo chiesto che i quattro poliziotti venissero licenziati dalla Polizia di Stato, in quanto persone prive dell’equilibrio e della perizia necessaria per fare questo lavoro. Ho chiesto inoltre che venisse stabilito che chi è condannato in via definitiva, anche per pene inferiori a quattro anni, venga allontanato dalla forze dell’ordine. È intollerabile pensare che, alla fine, potrebbero essere liberi di compiere ancora quello che hanno fatto a mio figlio.

Persistono inoltre i negazionismi sulla sentenza e sulle cause della morte di Aldrovandi. Ciò che li rende particolarmente gravi è il provenire da rappresentati dello Stato. Oltre a Carlo Giovanardi, da anni in prima linea contro i più elementari diritti umani e il principio di non-contraddizione, si è distinto il Sap (Sindacato Autonomo di Polizia). Ultimo episodio è quello del 29 aprile scorso: al congresso di Rimini del sindacato l'arrivo di tre dei quattro poliziotti condannati per l'omicidio di Aldrovandi è stato accolto da applausi. Patrizia Moretti ha subito commentato l'accaduto su Facebook:

Durissima è la reazione di Ilaria Cucchi nell'articolo Siamo in guerra con la polizia, che parla di «stalking» contro la famiglia Aldrovandi.  Il segretario del Sap, Gianluca Tonelli, commentando l'accaduto, ha invece rincarato la dose, dichiarando di voler chiedere la revisione del processo e promuovendo una «operazione di verità». Inquietante e denigratorio è il paragone di Tonelli tra la morte di Aldrovandi e le vittime di incidenti stradali:

Risulta ambigua la successiva e parziale marcia indietro secondo cui gli applausi  («appena 38 secondi») erano per gli agenti, e non contro Aldrovandi - come se le ragioni dei carnefici fossero scindibili da quelle della vittima. Anche perché, a distanza di pochi giorni, Luca Caprini, ispettore capo di Polizia e segretario ferrarese del Sap, ha scritto al Presidente Napolitano per riconsegnare le onoreficenze, rivendicando la paternità dell'applauso; il testo integrale è stato pubblicato da Caprini su Facebook. Ferrara è per l'appunto la città della famiglia Aldrovandi.

Se Processo all'articolo 4 di Danilo Dolci è il testo che meglio trasmette lo spirito dell'articolo 4 della Costituzione e il diritto al lavoro, Una stella nel firmamento andrebbe letto a scuola (o a Giovanardi e Tonelli) per spiegare l'articolo 13, che sancisce: «la libertà personale è inviolabile. [...] È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà». Chiunque abbia una divisa, nel momento in cui applica misure restrittive, è custode di quell'articolo, ne dà testimonianza in base a come tratta la vita che ha di fronte. Il pubblico ufficiale che si macchia di «trattamenti crudeli, disumani e degradanti» nega brutalmente i diritti sanciti dall'articolo 13. Coprire i responsabili delinea istituzioni che, per mezzo dei propri rappresentanti, si arrogano diritto di vita e di morte sui cittadini. Questo tema, purtroppo, è quanto mai attuale. Non è un caso che l'Italia fatichi a introdurre il reato di tortura, avendo infine approvato in Senato, nel marzo scorso, un testo stravolto nella definizione del reato (è un reato comune, non più specifico del pubblico ufficiale), e sulla cui applicabilità pesano molti dubbi.

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