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Facci, l’Ordine, Mentana e il giornalismo

21 Giugno 2017 9 min lettura

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Facci, l’Ordine, Mentana e il giornalismo

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L'Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha sospeso il giornalista Filippo Facci per due mesi per un pezzo pubblicato l'anno scorso sul quotidiano Libero, in cui spiegava i motivi per cui odia l'Islam e i musulmani. Facci, tra l'altro, scriveva:

Io odio l’Islam, tutti gli islam, gli islamici e la loro religione più schifosa addirittura di tutte le altre, odio il loro odio che è proibito odiare, le loro moschee squallide...

L'Ordine ha motivato il provvedimento affermando che «il linguaggio utilizzato appare non ammissibile per un giornalista professionista che scrive su un quotidiano di diffusione nazionale». Secondo l'Ordine Facci avrebbe «compromesso la stessa dignità della professione ridotta a grancassa dell'ostilità e del livore».

Il Consiglio disciplinare scrive che Facci ha respinto l'accusa di razzismo, ma aggiunge che:

...non deve valutare se Filippo Facci sia o meno razzista, ma se l'articolo da lui scritto appaia in linea con le regole che i giornalisti si sono date per evitare la diffusione di scritti che possono ledere la dignità delle persone appartenenti a razze o religioni diverse da quella maggioritaria e possano rafforzare e legittimare nei lettori opinioni di natura razzista. Le affermazioni contenute nell'articolo hanno un evidente carattere razzista e xenofobo.

In sostanza: con un linguaggio volgare condito di insulti Facci ha preso di mira tutti i membri di una religione, senza distinzione di correnti, scuole di pensiero, nazionalità.

Nel rispondere a queste osservazioni il giornalista di Libero scrive su Il Post:

Ho espresso il personale diritto di poter odiare l’Islam, tutti gli Islam, dunque gli islamici e la loro religione che giudico addirittura peggiore di tutte le altre: perché – anche su questo sono stato chiarissimo, durante il processino – io le religioni le detesto tutte, alla maniera dei razionalisti inglesi.

Facci ricorda infatti di aver espresso «critiche durissime anche contro il Papa e il Vaticano e questo senza che nessuno mi denunciasse all’Ordine».

In quel caso però Facci non aveva espresso critiche contro il Vaticano specificando di odiare tutti i cattolici. Né aveva rivolto a tutti i fedeli di questa religione gli stessi insulti diretti, in quell'editoriale, ai musulmani.

È vero quello che scrive Facci:

(il razzismo) è l’idea che la specie umana sia divisibile in razze biologicamente distinte – con diverse capacità intellettive, valoriali o morali – con la convinzione che un raggruppamento razziale possa essere superiore a un altro.

Tecnicamente il razzismo è questo, la definizione riportata da Facci è corretta. Anche l'Ordine sbaglia nello scrivere «razze diverse». "Razza" è un termine che non si dovrebbe utilizzare nemmeno per condannare le manifestazioni contemporanee del razzismo, perché le razze umane non esistono. La biodiversità umana, a differenza di quella di altre specie, non si può rappresentare attraverso la categoria di razza, perché è più complessa e sfumata.

Ma se per essere definiti "razzisti" fosse necessario propugnare la superiorità di un gruppo di esseri umani su un altro sulla base del vecchio razzismo scientifico, allora oggi nessuno sarebbe razzista. Eppure molti continuano a manifestare intolleranza contro gruppi nazionali (o religiosi) diversi. Per questo oggi usiamo il termine "razzismo" per definire qualsiasi espressione di odio verso altri gruppi religiosi o nazionali considerati inferiori, incompatibili, ostili.

A rigore quello espresso da Facci non è odio razziale, ma è comunque odio (rivendicato, nelle sue stesse parole) nei confronti dei membri di una religione che appartengono a moltissime nazionalità diverse da quella italiana (la nazione islamica più popolosa è l'Indonesia). Facci non ha espresso neanche un odio etnico, contro una specifica etnia o nazionalità, o più di una, ma solo perché ha manifestato e rivendicato un odio indifferenziato nei confronti di 1 miliardo e 800 milioni di persone.

Facci, in questa circostanza, ha dato sfogo alla sua antipatia verso tutte le religioni prendendo di mira tutti i musulmani. E nell'immaginario collettivo italiano, o europeo, il musulmano è lo straniero. Perché di origine non-italiana è in effetti la grandissima parte dei musulmani che vivono in Italia. In più, questo odio è messo nero su bianco in un momento storico in cui le vicende del terrorismo e dell'Isis portano all'attenzione pubblica la presenza delle comunità islamiche in Occidente, chiamate in causa come un rischio per la sicurezza. In questo momento storico per molti, semplicemente, "Islam = terrorismo". Come può un giornalista non cogliere questi elementi?

Se si dichiara un odio del tipo di quello rivendicato da Facci, contro una categoria religiosa come quella dell'Islam, si fa e si alimenta un discorso pubblico obiettivamente e praticamente xenofobo.

E non è necessario nutrire generiche paure verso tutti gli stranieri per poter essere considerati xenofobi. Facci respinge infatti anche l'accusa di xenofobia perché questa, dice, è una «generica paura verso lo straniero». Ma nessuno di fatto si dichiara apertamente xenofobo, tantomeno in questi termini.

Partiti e movimenti politici considerati xenofobi in Occidente di norma non diffondono odio e pregiudizi nei confronti di altri europei o occidentali, ma solo verso persone che provengono da continenti, paesi, aree geografiche considerati, di volta in volta, per ragioni diverse, incompatibili con "i nostri valori" o con la "cultura occidentale" o le religioni dei paesi euro-occidentali. E Facci, nell'articolo incriminato, parla infatti di «gente che non voglio a casa mia».

Questi gruppi possono essere religiosi (i musulmani), etnici (Rom) o nazionali (Marocchini, Albanesi). Ma le motivazioni alla base di idee e sentimenti xenofobi, e delle loro manifestazioni politiche, sono sempre le stesse.  Sentimenti di superiorità etnica, culturale, religiosa, eccetera, che si mescolano per produrre un risentimento rivolto verso specifici gruppi di persone.

Come può un giornalista non cogliere il fatto che si sta rivolgendo a un pubblico, il proprio pubblico di lettori, che leggeranno quelle parole sulla base delle proprie idee? Senza considerare nemmeno minimamente quali siano le motivazioni interiori dell'autore e il suo non-dichiararsi razzista né xenofobo. Un quotidiano come Libero, con una precisa linea editoriale e culturale, sa benissimo quali sono queste idee, e sa molto bene che pubblicare un editoriale come quello di Facci significa "strizzare l'occhio" verso queste idee e confermarle. Per questo l'Ordine segnala che questi scritti possono «rafforzare e legittimare» le opinioni dei propri lettori e diventare una "grancassa".

Ieri il direttore del TG La7 Enrico Mentana, in un post pubblicato su Facebook, scrive di difendere Facci dalla «Fanta Inquisizione dell'Ordine dei giornalisti»:

E nei commenti a questo post, trasforma il "caso Facci" in una questione di diritto di opinione e di libertà di pensiero.

Ma è scorretto e ingannevole presentare questa vicenda come un esempio di violazione della libertà individuale di opinione. Filippo Facci non è stato spedito in carcere per le sue idee. La libertà di pensiero di Facci-cittadino non c'entra nulla e non è messa in discussione.

È perciò inappropriata e fallace la solita, retorica, premessa, sul «non ne sottoscrivo nemmeno una riga ma...», che ricorda una famosa citazione di Voltaire, apocrifa perché erroneamente attribuita al filosofo francese («Non sono d'accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo»). E non c'entra neanche l'Inquisizione, che è il solito stereotipo storico, logoro e superficiale, di tutti i vittimisti delle pseudopersecuzioni.

Quindi di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando del Facci-giornalista. Stiamo parlando del giornalismo e della qualità di ciò che leggiamo sui quotidiani.

Sembra però che il tema sia del tutto assente dal dibattito pubblico sul caso Facci, anche dalla prese di posizione di altri giornalisti come Pierluigi Battista. Mentana parla di «porcata», Battista, blandamente, di «castronerie» e «cose non condivisibili». Ma solo come premessa per criticare la decisione dell'Ordine e per mettere in discussione la sua esistenza stessa, essendo un relitto fascista che minaccia la libertà dei giornalisti. La loro riflessione finisce qui. Anche io sono favorevole alla abolizione dell'Ordine dei giornalisti. Ma il punto, di nuovo, non è questo.

L'Ordine dichiara di aver agito perché sono state violate norme deontologiche (richiamandosi anche alla Legge Mancino). Mentana conosce senz'altro queste norme, appartenendo all'Ordine dei giornalisti da molti anni. Se queste norme non sono state violate, Mentana spieghi i motivi per cui, dal suo punto di vista, il provvedimento contro Facci è tecnicamente scorretto e illegittimo. Ma se sono state violate, cosa rimane da imputare all'Ordine?

Roberto Gava, uno dei medici diventati punto di riferimento dei gruppi "anti-vaccinisti", è stato radiato dall'Ordine per aver diffuso tesi scientificamente scorrette sui vaccini. A parlare di violazione della libertà di opinione e di Inquisizione sono stati solo i seguaci di questo medico.

Non è vero quindi quello che scrive Battista, cioè che «gli Ordini degli avvocati, degli architetti, dei medici non mettono bocca sulle opinioni dei loro aderenti». Quello dei medici lo fa, ma perché quelle di Gava non erano solo semplici opinioni personali ma tesi, difese pubblicamente, su un tema medico-scientifico, che condizionavano la sua professione di medico. In modo simile, anche Facci ha espresso opinioni ma lo ha fatto su un quotidiano, nel proprio contesto professionale, nell'esercizio della sua professione di giornalista.

Battista attacca l'Ordine come "organo corporativo", ma nel difendere il diritto di Facci-giornalista ad affermare ciò che vuole nel proprio ambito professionale, si esibisce in una difesa essa stessa corporativa della categoria, giustificando il diritto di un giornalista a scrivere ciò gli pare sul proprio giornale.

La questione cruciale, infatti, è: qual è la differenza che passa tra il lavoro di un giornalista professionista (come è Mentana), il prodotto di questo suo lavoro, il suo valore, e uno sproloquio che anima una discussione in un bar o in qualsiasi altro contesto della vita quotidiana? Mentana - che sulla propria pagina fustiga i commentatori "webeti" - pensa non ci sia alcuna differenza?

Se è vero che Facci scrive (come minimo) "porcate", appartenere alla stessa categoria di chi scrive un articolo-porcata costituisce per Mentana un problema meno grave - o un non-problema - del «tribunalicchio corporativo» dell'Ordine?

I medici che prescrivono pseudomedicine alternative o che diffondono informazioni scorrette sui vaccini sono un problema per i medici seri, indipendentemente dalle regole dell'Ordine e dall'esistenza dello stesso Ordine. Lo sono per una questione di principio e di correttezza scientifica. Allo stesso modo, un cattivo giornalista, che scrive porcate, dovrebbe essere considerato un problema per tutti i giornalisti seri, dal momento che la reputazione della categoria non è proprio ai suoi massimi storici, e forse gli articoli-porcata e l'odio anti-Islam non contribuiscono ad aumentarne il prestigio.

Del resto Facci scrive per un quotidiano che, in riferimento a una strage ferroviaria, ha avuto il coraggio di uscire con una prima pagina con il titolo «tutta colpa degli archeologi» (il titolo rimandava a un articolo di Mario Giordano), senza alcun riguardo per le critiche e le proteste suscitate.

Mentana non pensa che articoli come questo infanghino tutta la categoria? Non pensa che sia un giornalismo ridotto a provocazione? Non è forse questo il problema, invece che una inesistente Inquisizione che minaccia la libertà di pensiero?

Non parliamo poi della funzione civile ed educativa che dovrebbe avere il giornalismo, perché rischiamo davvero di farci sommergere dalle grasse risate e dalle accuse di "moralismo", visto il livello quotidiano di discussione anche giornalistica.

Se Facci è legittimato a scrivere su una "testata registrata in tribunale" che odia tutti i musulmani che ci sono al mondo, perché non difendere il diritto a odiare sui giornali anche gli ebrei, i cristiani, gli archeologi, o qualsiasi altra categoria risulti indigesta a un qualsiasi giornalista che una mattina si sveglia in preda all'odio e alle sue idiosincrasie personali?

Se Mentana, e gli altri colleghi che prendono le difese di Facci, hanno deciso che queste sono le regole della categoria, bene. Perché sì, anche questa sarebbe a suo modo una regola. Se è così ne prendiamo tutti atto. Mentana, e gli altri, la smettano però di considerarsi una categoria professionale perché, se le cose stanno così, significa che non c'è più differenza tra la parola scritta di un professionista - anche un pubblicista o un non iscritto all'Ordine - e qualsiasi altra spontanea manifestazione di ciò che ci passa per la testa.

Se è così, il giornalismo è indistinguibile dai rutti.

Delle due, l'una: se nel giornalismo professionista, quello che esce su carta stampata o su Internet, tutto è accettabile e legittimo, allora non c'è più un giornalismo. Se invece c'è ancora un giornalismo, allora c'è anche una deontologia. C'è un metodo. Ci sono dei principi. C'è una dignità, per citare l'Ordine. Ma deontologia, metodo, principi e dignità andrebbero rispettati anche senza Ordini, senza norme scritte e senza i "tribunalicchi" di cui si lamenta Mentana.

Aggiornamento 21 giugno, ore 9:54
La frase «Questi gruppi possono essere religiosi (i musulmani) o nazionali (ad esempio: Marocchini, Albanesi, Rom) è stata corretta così > «Questi gruppi possono essere religiosi (i musulmani), etnici (Rom) o nazionali (Marocchini, Albanesi)».

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