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Fine vita: le proposte di legge, la politica incapace di decidere, le pressioni della Chiesa

24 Settembre 2019 11 min lettura

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Fine vita: le proposte di legge, la politica incapace di decidere, le pressioni della Chiesa

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Fine vita, Corte Costituzionale: aiuto al suicidio non sempre punibile

Aggiornamento 25 settembre 2019: È lecito l’aiuto al suicidio nei casi come quelli di Fabiano Antoniani. La Corte Costituzionale ha infatti deciso che "non è punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli".

La Corte, si legge in un comunicato stampa, "in attesa di un indispensabile intervento del legislatore, ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente".

 

Sono trascorsi più di due anni e mezzo dalla morte di Fabiano Antoniani, conosciuto come dj Fabo, l’uomo di 39 anni che, dopo essere rimasto cieco e quasi completamente paralizzato in seguito a un incidente, aveva iniziato insieme all’Associazione Luca Coscioni una battaglia per l’approvazione di una legge sull’eutanasia. In seguito ad anni di terapie senza esito, dj Fabo chiedeva di poter mettere fine a quella che per lui era diventata una condizione insostenibile, e morire dignitosamente.

Dopo alcuni mesi di appelli alle Camere e al presidente della Repubblica e di stasi della politica, il 27 febbraio del 2017 Antoniani è morto tramite una procedura di suicidio assistito in una clinica svizzera, dove era stato accompagnato da Marco Cappato, dell’associazione Luca Coscioni.

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Per questo gesto, Cappato – che al suo rientro in Italia si era autodenunciato ai carabinieri di Milano – è finito sotto processo con l’accusa di aiuto al suicidio, un reato punito in Italia dalla stessa norma che si occupa dell’istigazione al suicidio, l‘articolo 580 del codice penale.

A febbraio del 2018, però, la Corte d’Assise di Milano aveva deciso di rinviare gli atti alla Corte Costituzionale, per esprimere un giudizio di legittimità sulla norma del codice penale. Dopo qualche udienza, la Consulta ha rinviato la decisione al 24 settembre 2019. La stessa scadenza – un anno – è stata stabilita per dare al Parlamento la possibilità di legiferare, dal momento che i giudici hanno rilevato che la norma così com’è lascia prive di tutela situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione:

Entro lo specifico ambito considerato, il divieto assoluto di aiuto al suicidio finisce, quindi, per limitare la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze, scaturente dagli artt. 2, 13 e 32, secondo comma, Cost., imponendogli in ultima analisi un’unica modalità per congedarsi dalla vita, senza che tale limitazione possa ritenersi preordinata alla tutela di altro interesse costituzionalmente apprezzabile, con conseguente lesione del principio della dignità umana, oltre che dei principi di ragionevolezza e di uguaglianza in rapporto alle diverse condizioni soggettive (art. 3 Cost.: parametro, quest’ultimo, peraltro non evocato dal giudice a quo in rapporto alla questione principale, ma comunque sia rilevante quale fondamento della tutela della dignità umana).

La decisione della Corte riguarda il suicidio assistito, che differisce dall’eutanasia per il soggetto che materialmente provoca la morte. Nel primo, il medico fornisce (prescrive, consegna) il farmaco, che poi però viene utilizzato autonomamente dal malato. Nel caso di dj Fabo, ad esempio, era stato lui stesso a far entrare in circolo la sostanza, mordendo un pulsante. Con l’eutanasia, invece, è il medico a provocare la morte: se si parla di eutanasia attiva, questo avviene attraverso la somministrazione di un farmaco; in quella passiva, limitandosi a sospendere le cure o spegnere i macchinari (questo secondo tipo di eutanasia è quindi possibile solo nel caso di malati terminali o tenuti in vita artificialmente). Eutanasia e suicidio assistito sono anche regolati diversamente nei paesi che hanno legalizzato qualche forma di decisione sulla propria morte.

L’anno previsto dalla Consulta è passato e, tra rinvii e ritardi, le Camere sono rimaste ferme sul tema, non riuscendo a raggiungere un’intesa su un testo e lasciando la decisione ai giudici. La proposta di legge di iniziativa popolare – depositata nel 2013 con oltre 60mila firme raccolte dall’associazione Luca Coscioni – ha iniziato il suo iter lo scorso gennaio, fermandosi però da allora nelle Commissioni Giustizia e Affari Sociali della Camera.

Nel frattempo nel paese non si è riusciti a impostare un reale dibattito sul fine vita, nonostante casi discussi come quello di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby.

Un passo in avanti si è avuto nel dicembre del 2017, quando il Parlamento ha approvato la legge sul testamento biologico, grazie alla quale oggi è possibile decidere in anticipo a quali terapie essere sottoposti nel caso di incapacità nel fornire il consenso.

Ma eutanasia e suicidio assistito continuano a essere argomento tabù per la politica italiana. Ultimamente a fare la voce grossa sono perlopiù poteri cattolici – con le recenti prese di posizione contrarie del Papa o del Cardinale Bassetti – e lobby e associazioni ultra-conservatrici e contro la libertà di scelta. Con un timing precisissimo a inizio settembre in diverse città d’Italia sono apparsi cartelloni recanti messaggi fuorvianti: secondo la campagna, con una legge sull’eutanasia legale si correrebbe il rischio che ragazzini bullizzati a scuola, persone depresse per un tradimento, malati di ogni genere, ragazze anoressiche, uomini che perdono il lavoro possano farsi uccidere da un medico. L’operazione di disinformazione e pressione – è evidente come si confondano volutamente i piani tra suicidio ed eutanasia – è opera di Pro Vita & Famiglia, organizzazione contro l'aborto nata dalle due principali associazioni che hanno organizzato il Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona dello scorso marzo. In generale, tutta la galassia del Family Day è impegnata nell’opposizione a una legge su eutanasia o suicidio assistito.

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Lo stallo del Parlamento e il diritto di morire

Al momento ci sono cinque proposte depositate alla Camera sul fine vita (altre sono al Senato), ma manca ancora un testo base concordato.

Una di queste è quella di iniziativa popolare presentata il 23 settembre del 2013 con le firme raccolte dall’Associazione Luca Coscioni. Si compone di quattro articoli (ma alcune previsioni risultano superate dalla legge sul biotestamento), in cui si chiede la depenalizzazione dell’eutanasia nel caso in cui una persona maggiorenne, in condizioni di intendere e volere, malata terminale e con un'aspettativa di vita molto ridotta chieda di morire.

Ogni cittadino può rifiutare l’inizio o la prosecuzione di trattamenti sanitari, nonché ogni tipo di trattamento di sostegno vitale e/o terapia nutrizionale. Il personale medico e sanitario è tenuto a rispettare la volontà del paziente ove essa:

  1. provenga da soggetto maggiorenne;
  2. provenga da un soggetto che non si trova in condizioni, anche temporanee, di
    incapacità di intendere e di volere, salvo quanto previsto dal successivo articolo 3;
  3. sia manifestata inequivocabilmente dall’interessato o, in caso di incapacità sopravvenuta, anche temporanea dello stesso, da persona precedentemente nominata, con atto scritto con firma autenticata dall’ufficiale di anagrafe del comune di residenza o domicilio, “fiduciario per la manifestazione delle volontà di cura”.

Le disposizioni degli articoli 575, 579, 580 e 593 del codice penale non si applicano al medico ed al personale sanitario che abbiano praticato trattamenti eutanasici, provocando la morte del paziente, qualora ricorrano le seguenti condizioni:

  1. la richiesta provenga dal paziente, sia attuale e sia inequivocabilmente accertata;
  2. il paziente sia maggiorenne;
  3. il paziente non si trovi in stato, neppure temporaneo, di incapacità di intendere e di volere, salvo quanto previsto dal successivo articolo 4;
  4. i parenti entro il secondo grado e il coniuge con il consenso del paziente siano stati informati della richiesta e, con il consenso del paziente, abbiano avuto modo di colloquiare con lo stesso;
  5. la richiesta sia motivata dal fatto che il paziente è affetto da una malattia produttiva di gravi sofferenze, inguaribile o con prognosi infausta inferiore a diciotto mesi;
  6. il paziente sia stato congruamente ed adeguatamente informato delle sue condizioni e di tutte le possibili alternative terapeutiche e prevedibili sviluppi clinici ed abbia discusso di ciò con il medico;
  7. il trattamento eutanasico rispetti la dignità del paziente e non provochi allo stesso sofferenze fisiche. Il rispetto delle condizioni predette deve essere attestato dal medico per iscritto e confermato dal responsabile della struttura sanitaria ove sarà praticato il trattamento eutanasico.

Se il personale medico e sanitario "non rispetta la volontà manifestata", è tenuto "in aggiunta ad ogni altra conseguenza penale o civile ravvisabile nei fatti, al risarcimento del danno, morale e materiale, provocato dal suo comportamento". Se la richiesta d'eutanasia rispetta le condizioni e il paziente è stato "congruamente e adeguatamente informato delle sue condizioni e di tutte le possibili alternative terapeutiche e prevedibili sviluppi clinici e abbia discusso di ciò con il medico", per i medici non ci sarà nessun reato.

Dopo il deposito nel 2013, per cinque anni la proposta di legge di iniziativa popolare è rimasta in un cassetto, nonostante gli appelli e le richieste di calendarizzazione, anche da parte di deputati e senatori che hanno formato un intergruppo sul fine vita.

A marzo del 2016 le commissioni Affari sociali e Giustizia della Camera si sono riunite per iniziare la discussione di quattro proposte sull’eutanasia al momento depositate. Sarebbe dovuta essere una seduta interlocutoria, in vista dell’apertura della discussione vera e propria. È durata 35 minuti, sono intervenuti due relatori – Daniele Farina (SI-Sel) e Salvatore Capone (PD) e poi il dibattito è stato rimandato a data da destinarsi.

Nel frattempo la legislatura è finita. A settembre del 2018 una delegazione dell’Associazione Luca Coscioni ha incontrato il presidente della Camera Roberto Fico, per consegnargli ulteriori 67mila sottoscrizioni per la proposta di legge e chiederne la discussione.

Quasi contestualmente è arrivata la decisione della Corte Costituzionale, con la richiesta di un anno di tempo al Parlamento per legiferare sul tema del fine vita.

A gennaio la proposta ha iniziato il suo percorso alla Camera, incardinata nelle Commissioni Giustizia ed Affari Sociali, dove però si è arenata, così come il proposito di convergere in un testo comune sul tema eutanasia. Tra le proposte depositate alle Camere ce ne sono una del Movimento 5 Stelle e una della Lega, con posizioni diametralmente opposte. Del resto, nel famoso “contratto di governo” del governo giallo-verde di eutanasia e fine vita non si faceva nessuna menzione.

La proposta del M5S – presentata a maggio 2019 e sottoscritta da poco meno della metà dei deputati del movimento nelle Commissioni Giustizia e Affari Sociali – è firmata da Giorgio Trizzino, relatore in XII Commissione della legge sull’eutanasia. Prevede la possibilità di fare richiesta di suicidio assistito o eutanasia al soggetto “maggiore di età, capace di intendere e di volere, affetto da una condizione clinica irreversibile, ovvero da una patologia a prognosi infausta che non sia di natura psichiatrica o psicologica, tale da procurargli sofferenze evidenti, insostenibili e irreversibili“. Suicidio assistito ed eutanasia rientrerebbero nei livelli essenziali di assistenza, quindi “le relative prestazioni sono erogate gratuitamente”. La proposta contiene la possibilità di obiezione di coscienza per i medici, mentre rimanda a futuri decreti del Ministero della Salute per ciò che riguarda aspetti come le strutture idonee, le procedure necessarie per determinare le modalità e i tempi con i quali deve essere assicurato il sostegno psicologico e sociale al paziente e ai suoi familiari.

A giugno 2019 anche la Lega ha presentato una proposta di legge alla Camera, a prima firma di Alessandro Pagano, deputato che fa parte dell’intergruppo “Vita, Famiglia e Libertà” promosso dal senatore Simone Pillon, e organizzatore di convegni contro l’aborto con associazioni e realtà contro la libertà di scelta come ProVita e Famiglia e il Movimento per la vita. La proposta Pagano mantiene il reato di aiuto al suicidio e smonta la legge sul biotestamento. Chi aiuta al suicidio un’altra persona, solo nel caso in cui questa sopravviva attraverso strumenti di sostegno vitale e solo se chi lo aiuta convive stabilmente con questa persona, commette un reato punito dai 6 mesi ai 2 anni di carcere. Per tutti gli altri il reato resta dai 5 ai 12 anni di carcere. Per quanto riguarda il testamento biologico, vengono introdotte nutrizione e idratazione artificiali forzate e si prevede un albo dei medici obiettori.

Altre proposte sono quella presentata dal deputato Andrea Cecconi del gruppo Misto e quella firmata da un gruppo di deputati di Liberi e Uguali. Entrambe introdurrebbero la disciplina dell’eutanasia all’interno della legge sul biotestamento.

Di rimando in rimando e tra contrasti insanabili, la discussione si è bloccata, e si è arrivati all’estate, con la crisi di governo e il nuovo esecutivo – tra i cui punti programmatici, anche stavolta, mancano menzioni a eutanasia e fine vita. E con l’assenza nel calendario di settembre della Camera di lavori sulla proposta di legge sull’eutanasia.

La scadenza fissata dalla Corte costituzionale si è fatta sempre più vicina, senza che – nonostante gli annunci – venisse raggiunto nessun risultato. Il mancato accordo del Parlamento ha fatto mobilitare i vertici della Chiesa, con quotidiani interventi sul tema dell’eutanasia dal Papa in giù, fino ai giornali cattolici. Alcune forze politiche tra cui il centrodestra sperano in una proroga della Consulta. Anche il PD chiedeva che fosse il Parlamento a decidere e non la Corte, mentre il M5s vuole attendere la pronuncia e poi riprendere in mano la questione. Il Comitato per l'etica di fine vita (Cef) formato da professori universitari, medici, infermieri, nato nel 1991 all'interno della fondazione Floriani, che assiste malati terminali, ha auspicato che la Corte Costituzionale “non ceda alle pressioni politiche e garantisca a ogni persona irrimediabilmente sofferente di concludere la vita senza essere lesa nella sua dignità”.

Negli anni, centinaia di persone hanno contattato l’Associazione Luca Coscioni per avere aiuto e accedere alle procedure del suicidio assistito in Svizzera. «Quasi 800 persone si sono rivolte a Mina Welby e a me per chiedere di poter morire, e molte di loro avrebbero potuto prendere una decisione diversa se fossero state assistite da un medico, uno psichiatra, un assistente sociale», ha spiegato Marco Cappato.

Secondo una ricerca SWG, commissionata dall'Associazione Coscioni su un campione di 1000 soggetti di tutte le fasce di età, il 56% degli italiani è assolutamente a favore di una legge sulla legalizzazione dell’eutanasia; mentre un ulteriore 37% acconsentirebbe a una regolamentazione dell’accesso a determinate condizioni fisiche e di salute. Erano dati già venuti fuori dallo studio Eurispes “Rapporto Italia 2016”, secondo cui il 60% degli italiani era favorevole a una legislazione sull’eutanasia.

«La politica è rimasta paralizzata dalle logiche di partito e di schieramento, che hanno impedito di guardare ciò che succedeva nella società», ha detto durante un’intervista di qualche mese fa Cappato. «I giudici invece hanno l'obbligo di confrontarsi coi casi concreti, col modo in cui è cambiata la malattia, il modo di morire».

Immagine in anteprima via istitutoarabo.it

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