Post

Il mito di Eurabia: l’eterno ritorno della teoria del complotto dell’invasione islamica dell’Europa

20 Marzo 2021 8 min lettura

Il mito di Eurabia: l’eterno ritorno della teoria del complotto dell’invasione islamica dell’Europa

8 min lettura

Lo scorso 11 febbraio 2021, sulla rete France 2, è andato in onda un dibattito televisivo piuttosto atteso tra il ministro dell’interno dell’attuale governo francese, Gérald Darmanin, e la presidente del Rassemblement National Marine Le Pen.

A un certo punto l’esponente di La République en marche – il partito del presidente Emmanuel Macron – lancia un’accusa piuttosto curiosa alla leader di estrema destra: “Sei troppo debole nei confronti dell’Islam, non sei abbastanza dura. […] Dici che non c’è alcun problema con l’Islam, al limite solo con l’ideologia salafista”.

Le Pen è a dir poco sorpresa. Si guarda intorno, cerca lo sguardo del conduttore e infine fissa Darmanin come a dire: ma davvero? A me, proprio a me, vieni a dire di essere “debole” contro l’Islam? Dopotutto, parliamo di una persona che da decenni denuncia cose come “l’imperialismo islamista” e ha fatto dell’islamofobia un marchio di fabbrica.

Ovviamente, Darmanin e il suo partito lo sanno benissimo. L’accusa alla destra radicale di non essere “abbastanza dura” contro l’Islam fa parte di una precisa strategia in vista delle presidenziali dell’anno prossimo, tutta basata sulla certezza che Le Pen sarà al secondo turno (i sondaggi, al momento, la danno leggermente in testa).


Qualche giorno dopo il confronto su France 2, nel corso di un’intervista su CNews (una sorta di Fox News francese), la ministra dell’istruzione Frédérique Vidal ha lanciato l’allarme sul cosiddetto islamo-gauchisme (traducibile come “islamo-sinistra”), che sarebbe una sorta di “complicità intellettuale” tra accademici e terroristi jihadisti.

Il governo di Macron ha addirittura chiesto al Centro nazionale di ricerca scientifica (Cnrs) di condurre un’inchiesta sui docenti di questa fantomatica “islamo-sinistra” – suscitando le vibranti proteste del mondo accademico e intellettuale francese. C’è chi, come l’ex condirettore di Le Monde Diplomatique Alain Gresh, ha parlato di “polizia politica” dentro le università; altri invece l’hanno paragonato al maccartismo o al “giudeo-bolscevismo” di un secolo fa.

I risultati dell’analisi del Cnrs – condotta attraverso Politoscope, uno strumento per lo studio dell’attivismo politico online – hanno poi rivelato che le università, com’era scontato, non sono un covo di pericolosi “cattivi maestri”. Il vero problema è invece l’espressione “islamo-sinistra”, che da anni viene usato a piene mani dalla fasciosfera.

In pratica, scrive Catherine Cornet su Internazionale, il governo sta dando spazio a concetti e parole propri dell’estrema destra su un tema estremamente delicato nel tentativo di rosicchiare il consenso elettorale di Le Pen.

Un altro di questi temi l’ha sdoganato lo stesso Emmanuel Macron nell’ottobre del 2020. Dopo la cruenta uccisione dell’insegnante Samuel Paty, il presidente ha evocato il rischio del “separatismo islamico” – spingendo poi per l’approvazione di una legge molto contestata.

Ma dietro a questa formula, ha sottolineato un articolo di Foreign Policy, c’è implicitamente l’idea che la minoranza musulmana del paese costituisca una specie di “società parallela” che corrode dall’interno quella “sana” – cioè non-musulmana.

E quest’immagine rimanda ad una teoria del complotto ancora più radicale: quella di “Eurabia”, cioè l’invasione islamica dell’Europa.

I Protocolli dei Savi di Bruxelles

Le prime occorrenze del termine risalgono agli anni Settanta, ma diventerà di uso più comune solo qualche decennio più tardi. La persona che più di ogni altra ha sistematizzato il concetto è Gisèle Littman, una donna di origini egiziane e di religione ebraica costretta a fuggire dal paese con la sua famiglia durante la crisi di Suez del 1956, per poi trasferirsi stabilmente in Svizzera.

Nel corso degli anni Novanta e dei primi Duemila, usando lo pseudonimo di Bat Ye’or (“La figlia del Nilo”), pubblica una serie di libri in francese in cui delinea una grande cospirazione ordita dalle élite europee per svendere il continente – inclusa la sua cultura, le sue radici, la sua religione e, be’, praticamente tutto – ai paesi arabi, in cambio soprattutto di petrolio.

Secondo Littman l’Islam vorrebbe inoltre imporre la dhimmitudine (parola coniata da lei stessa) anche alle popolazioni europee, relegandole a una schiera di sudditi con minori diritti rispetto ai musulmani. Nel 2005 esce la sua opera più famosa, intitolata per l’appunto Eurabia. Come l'Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita, in cui scrive che l’Europa sta diventando una “civiltà post-giudeo-cristiana asservita all’ideologia del jihad e delle potenze islamiche che la diffondono”.

In un’intervista al quotidiano israeliano Haaretz, Littman prospetta un futuro piuttosto cupo per il vecchio continente. “L’Europa sta attraverso un processo di ‘islamizzazione’ che la farà diventare un satellite politico del mondo arabo e musulmano”, afferma.

Naturalmente, è una teoria non ha la minima aderenza con la realtà: è piuttosto una sovrainterpretazione di vicende storiche e rapporti geopolitici, mischiate con mezze verità e falsità belle e buone. Lo storico Robert Wistrich, scomparso nel 2015 e unanimemente considerato come uno dei più importanti studiosi di antisemitismo, ci ha scorto delle analogie narrative con I protocolli dei Savi di Sion – arrivando a definire il libro di Littman “i protocolli dei Savi di Bruxelles”.

Se la tesi di fondo di Littman è rimasta più o meno la stessa, è il contesto intorno a lei a essere mutato drasticamente. Come ricostruisce Andrew Brown sul Guardian, l’11 settembre e tutto quello che ne è conseguito – le guerre in Afghanistan e Iraq, gli attentati di Al Qaeda in Europa, e l’ondata reazionaria e islamofobica nei paesi occidentali – hanno regalato una certa popolarità ai libri di Bat Ye’or, e il termine “Eurabia” è stato adottato con entusiasmo dalla nascente blogosfera di estrema destra.

I maggiori propagatori sono siti molto connotati politicamente come Gates of Vienna, Jihad Watch, Little Green Footballs e Brussels Journal. Il primo è stato fondato da Edward May, un programmatore di Washington D.C.; il secondo dal blogger americano Robert Spencer; il terzo da Charles Johnson, un ex chitarrista di Los Angeles con la passione per il web design; e l’ultimo da Paul Beliën, un giornalista belga di estrema destra.

Nel 2007, il movimento della “contro-jihad” – come si autodefiniscono loro stessi – si incontra a Bruxelles per la prima volta. Il convegno è organizzato dal partito nazionalista fiammingo Vlaams Belang, e tra gli altri vede la partecipazione di politici dello Ukip e degli Svedesi Democritici, di Littman e di un blogger norvegese molto influente che si fa chiamare Fjordman.

Peder Are Nøstvold Jensen, questo il suo vero nome, è una figura centrale del movimento: collabora regolarmente con tutti i siti citati sopra, ed è letteralmente ossessionato dalle teorie di Bat Ye’or e dalla presunta invasione islamica dell’Europa – tanto da aver pubblicato nel 2008 il libro “Sconfiggere l’Eurabia”.

Fjordman ha però un ruolo molto più inquietante: è stato la principale fonte d’ispirazione del terrorista norvegese Anders Behring Breivik. Il suo manifesto di 1400 pagine – spedito a Jensen qualche ora prima dei massacri di Oslo e Utøya del 22 luglio 2011 – è infatti zeppo di brani copiati integralmente dai suoi scritti, e il titolo stesso (“Una dichiarazione europea di indipendenza”) rimanda a un post del blogger.

Breivik, insomma, ha portato alle estreme conseguenze il messaggio insito nell’idea di “Eurabia”: siccome è in corso un’inarrestabile invasione musulmana del continente, allora bisogna fermarla con ogni mezzo.

Oriana, guardaci da lassù

Nemmeno un simile spargimento di sangue ha fermato l’avanzata del mito di “Eurabia”. Anzi: secondo il regista Paul Greengrass, autore del film 22 luglio, “la visione del mondo e l’impianto intellettuale” di Breivik, di Fjordman e della “contro-jihad” si è “spostato dai margini al centro della scena politica”.

Questo è dovuto principalmente a tre fattori. Il primo è che la teoria di Littman si è fusa con quella della “sostituzione etnica”, rendendo così i musulmani una minaccia politica, culturale e demografica.

Il secondo è che la linea di demarcazione tra l’ecosistema mediatico dell’estrema destra e i cosiddetti “media mainstream” si è fatta sempre più porosa. La minaccia dell’islamizzazione forzata è diventata un vero e proprio genere a sé stante: non si contano davvero i servizi e i reportage sui quartieri in cui vige segretamente la sharia, sulle cosiddette “no-go zone” nelle città europee, sull’influenza surrettizia dell’Islam nelle scuole e perfino nella cucina, e così via.

Il terzo, infine, è l’ascesa dei partiti della destra radicale populista. Se fino a non troppo tempo fa ne parlavano solo piccoli movimenti neofascisti, ora l’“Eurabia” è incorporata nella propaganda di formazioni come l’AfD in Germania, l’Unione Democratica di Centro in Svizzera, il Partito del Progresso in Norvegia, il FPÖ in Austria, lo UKIP nel Regno Unito, e chiaramente il Front National in Francia.

Sotto questo aspetto, l’Italia è stata per certi versi la capostipite di questa tendenza – grazie principalmente a Oriana Fallaci, che ha introdotto e diffuso il concetto nei suoi articoli sul Corriere della Sera e negli ultimi libri scritti prima di morire.

Nel 2006, giusto per fare un esempio, scriveva sul Corsera di

Un'Europa che non è più Europa ma Eurabia e che con la sua mollezza, la sua inerzia, la sua cecità, il suo asservimento al nemico si sta scavando la propria tomba. […] In ciascuna delle nostre città esiste […] una città straniera che parla la propria lingua e osserva i propri costumi, una città musulmana dove i terroristi circolano indisturbati e indisturbati organizzano la nostra morte.

Con una simile legittimazione intellettuale, i partiti di destra – su tutti Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia – hanno avuto gioco facile nel tirare in ballo il termine con estrema nonchalance, parlando addirittura di “cellule di Eurabia” nella stazione dei treni di Ravenna (!).

Tutto ciò, inoltre, avviene in totale spregio dei numeri effettivi del fenomeno: in vent’anni i cittadini di fede musulmana sono passati dallo 0,5% al 2,6% della popolazione, mentre la percentuale sul totale degli stranieri in Italia è rimasta stabile al 32. Per mettere le cose in prospettiva, basta dire che nello stesso lasso di tempo i cristiani ortodossi sono passati da 222mila a 1 milione e 520mila, cioè dal 23 al 30%. Nessuno però si sogna di parlare di “invasione ortodossa”, anche perché politicamente non paga.

L’ombra del grande complotto islamico, scrive Raphaël Liogier su Le Monde Diplomatique, serve infatti ad alimentare “una logica di difesa culturale, cioè di difesa dei ‘valori’ e dello ‘stile di vita’ degli europei ‘autoctoni’ messo in pericolo dalle minoranze etniche, di cui i musulmani incarnano l’aspetto più terrificante”.

Grazie alla teoria sull’Eurabia, inoltre, i partiti della destra radicale populista – e quelli ancora più destra di loro – possono “oltrepassare il tradizionale steccato tra la destra e la sinistra” ed espandere il loro perimetro elettorale, presentandosi falsamente come “i difensori di quei valori, del progresso, della libertà, della democrazia, dell’indipendenza, della tolleranza e della laicità”.

Il che, per tornare al dibattito su France 2 di cui ho parlato all’inizio, è esattamente l’atteggiamento tenuto da Le Pen dopo le accuse del ministro dell’interno Darmanin. “L’Islam è una religione come un’altra”, ha ribattuto, “e poiché sono profondamente attaccata ai valori francesi, vorrei conservare la libertà totale di organizzazione e la libertà totale di culto”.

E com’è ormai ampiamente dimostrato, cercare di appropriarsi di temi e teorie del complotto di destra – e l’Eurabia rientra appieno in questa categoria – non è un modo di sottrarre voti alla destra: è soltanto un gigantesco favore nei suoi confronti.

*Articolo pubblicato anche sulla newsletter Complotti!, che si occupa dell'impatto delle teorie del complotto sulla politica, sulla società e sulla cultura. Per iscriverti alla newsletter Complotti! clicca qui.

Immagine in anteprima: la bandiera immaginaria di Eurabia, via Wikimedia Commons

Iscriviti alla nostra Newsletter


Come revocare il consenso: Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a info@valigiablu.it. Per maggiori informazioni leggi l’informativa privacy su www.valigiablu.it.
Segnala un errore