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Etiopia: il timore di una nuova guerra civile, migliaia di persone in fuga e la difficoltà di raccontare cosa succede

29 Novembre 2020 17 min lettura

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Etiopia: il timore di una nuova guerra civile, migliaia di persone in fuga e la difficoltà di raccontare cosa succede

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Raggiunto l'accordo tra Etiopia e ONU che permette l'accesso umanitario nel Tigrè

Aggiornamento 4 dicembre 2020: Mercoledì 2 dicembre, Etiopia e Nazioni Unite hanno raggiunto un accordo che permette di portare aiuti nella regione del Tigrè, dove le truppe federali hanno dichiarato conclusa l'operazione militare contro le forze locali.

Il “libero” accesso consentirà di soccorrere circa sei milioni di persone rimaste bloccate durante i combattimenti iniziati un mese fa tra il governo federale e quello locale.

Per settimane, Nazioni Unite e altre organizzazioni avevano chiesto di poter approvvigionare la popolazione di cibo, medicinali e altri prodotti andati ormai esauriti.

«Stiamo lavorando per assicurarci che l'assistenza sia fornita in tutta la regione e per tutte le persone che ne abbiano bisogno», ha detto Saviano Abreusaid, portavoce ONU, commentando la notizia.

«Le Nazioni Unite e i partner umanitari si sono impegnati con il governo federale etiope e con tutte le parti coinvolte nel conflitto per garantire che l'azione umanitaria nelle regioni del Tigrè, di Amhara e di Afar sia principalmente basata sui bisogni delle persone e portata avanti nel rispetto dei principi di umanità, imparzialità, indipendenza e neutralità», ha aggiunto Abreusaid.

Tre giorni dopo, però, cibo, medicine e altri rifornimenti necessari aspettano ancora di essere consegnati, bloccati al confine della regione.

«Ci sono ancora questioni operative di natura logistica, alcune relative alla sicurezza, che devono essere risolte», ha dichiarato Jens Laerke, un altro portavoce delle Nazioni Unite. «La nostra speranza è che si proceda prima possibile».

Si stima che circa 1 milione di persone siano state sfollate mentre ancora sconosciuto è il destino di 96.000 eritrei che si erano rifugiati nei campi profughi della regione del Tigrè al confine col proprio paese. Le Nazioni Unite temono che molti siano scappati in cerca di riparo.

Intanto, secondo quanto dichiarato da un funzionario del governo del Tigrè fuggito dalla regione, diverse migliaia di combattenti sarebbero state uccise.

In un'intervista rilasciata a Tigray TV Getachew Reda, consigliere del leader del Tigrè, Debretsion Gebremichael, ha esortato i giovani ad "alzarsi e schierarsi in battaglia in decine di migliaia", giorni dopo che il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha dichiarato la vittoria del governo.

«La nostra capacità di resistere dipende in ultima analisi dal supporto che otteniamo dalla nostra gente», ha detto Getachew. «È possibile che si profili anche uno scenario in cui fermiamo tutto e diventino tutti soldati».

Durante lo scorso fine settimana le forze etiopi hanno annunciato di avere conquistato il "pieno controllo" della capitale del Tigrè, Mekelle. Per Getachew le forze tigrine hanno effettuato un "ritiro strategico" dalla città per ridurre al minimo i danni.

Non è chiaro quante persone siano state uccise quando le forze etiopi sono entrate nella capitale tigrina, ma il Comitato internazionale della Croce Rossa ha affermato che il più grande ospedale della città ha esaurito i sacchi in cui sono deposte le salme e il personale ha sospeso altri servizi per concentrarsi sui feriti.

Tra le vittime ci sono almeno cinque operatori umanitari di cui non sono state fornite informazioni mentre almeno cento – secondo quanto riferito dalle Nazioni Unite – sono quelli che risultano ancora dispersi.

Quando, il 2 aprile 2018, è stato chiamato a ricoprire la carica di primo ministro e a guidare l'Etiopia Abiy Ahmed ha promesso, nel suo discorso inaugurale, che avrebbe condotto il paese in una nuova era di prosperità e di riconciliazione nazionale.

Diciotto mesi dopo, l'introduzione di riforme democratiche, il ruolo svolto nella mediazione dei conflitti regionali in Etiopia e tra vari Stati (tra cui Sudan, Sud Sudan, Gibuti, Kenya e Somalia) e l'accordo di pace con la vicina Eritrea hanno valso al premier etiope il premio Nobel per la pace.

Per questi motivi quando lo scorso 4 novembre Abiy ha informato la nazione dell'inizio di un'operazione militare in Tigrè, la regione più a nord del paese, la notizia ha suscitato grande sgomento.

La dichiarazione di guerra, annunciata in un post su Facebook – che ha seguito l'interruzione dei collegamenti Internet e telefonici in Tigrè isolandola dal resto del paese – ha alimentato i timori che l'Etiopia, il secondo paese più popoloso dell'Africa, stesse improvvisamente scivolando in una guerra civile.

Secondo quanto raccontato da Abiy la decisione è stata presa dopo che per mesi il Fronte di liberazione popolare del Tigrè (TPLF), che governa la regione, ha continuato a sfidare le autorità dello Stato fino a oltrepassare "l'ultima linea rossa" organizzando, la mattina del 4 novembre, un assalto a una delle principali basi militari dell'esercito etiope con l'obiettivo di sequestrare artiglieria e altre armi. Quest'ultimo presunto attacco, ritenuto un tentativo di "saccheggiare" risorse militari, ha spinto il primo ministro etiope a ordinare all'esercito di "portare a termine la missione per salvare il paese e la regione" e a dichiarare lo stato di emergenza per sei mesi, dotandosi di ampi poteri per sospendere l'attività politica e i diritti democratici.

Analisti e diplomatici temono che il tentativo di Abiy di consolidare la sua forza costituisca una scommessa ad alto rischio che potrebbe far precipitare l'Etiopia – potenza regionale emergente e cuore del Corno d'Africa – in un periodo di incertezza e tumulti violenti con esiti potenzialmente catastrofici.

"Abiy ha appena commesso il peggior errore strategico della sua carriera", ha scritto su Twitter l'analista Rashid Abdi. Una guerra nel Tigrè – una regione con decine di migliaia di militari e una lunga storia di battaglie contro l'Eritrea – potrebbe avere "conseguenze devastanti in tutta la subregione", ha aggiunto.

Altri analisti ritengono che un'escalation di violenza potrebbe portare l'Etiopia a dividersi come accaduto in Jugoslavia negli anni '90.

La preoccupazione per ciò che sta avvenendo nella regione, che potrebbe coinvolgere l'intera Etiopia e i paesi circostanti a partire dall'Eritrea, è arrivata alle Nazioni Unite che hanno chiesto un'immediata de-escalation degli scontri nell'area che ospita 200.000 tra rifugiati e sfollati.

Nonostante la carenza di informazioni dal fronte di guerra, analisti e operatori umanitari sono certi che ad oggi siano morte centinaia di persone nei combattimenti e migliaia siano state sfollate.

Saviano Abreu, portavoce dell'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari in Africa orientale delle Nazioni Unite, ha dichiarato di aver ricevuto notizie di decine di migliaia di persone sfollate nel Tigrè dall'inizio del conflitto.

Con le strade interrotte, la distribuzione ai rifugiati di cibo e altri rifornimenti diventa impossibile e con la maggior parte delle linee di comunicazione bloccate, è difficile perfino sapere in che maniera sia più giusto intervenire per arginare “una crisi umanitaria su vasta scala”.

Quello che si sa è che cibo e acqua potrebbero esaurirsi a breve causando perdite incalcolabili tra i civili.

«A causa del blackout delle comunicazioni, è davvero difficile confermare molte delle informazioni che riceviamo», ha detto al New York Times Ann Encontre, rappresentante dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati in Etiopia.

Profonda preoccupazione è stata espressa in una dichiarazione dal Segretario Generale António Guterres che ha esortato i leader etiopi a fare tutto il possibile per proteggere i civili, sostenere i diritti umani e garantire l'accesso umanitario.

Il Comitato che ha assegnato il premio Nobel per la pace al primo ministro etiope Abiy Ahmed ha detto di essere profondamente preoccupato per il conflitto nella regione del Tigrè e ha invitato tutte le parti coinvolte a porre fine alla violenza, riporta Reuters.

"Il Comitato norvegese per il Nobel segue da vicino gli sviluppi in Etiopia ed è profondamente preoccupato", si legge in una dichiarazione dell'organo che raramente esprime opinioni sulle azioni dei precedenti premi Nobel.

L'evoluzione della crisi

Le tensioni con il governo federale sono aumentate progressivamente a partire dal 9 settembre quando si sono svolte in Tigrè le elezioni regionali nonostante in tutta Etiopia fossero state rimandate (insieme alle politiche, entrambe previste ad agosto) a causa della pandemia di COVID-19, determinando di fatto il prolungamento del mandato di Abiy.

In risposta alle consultazioni elettorali, Addis Abeba ha dichiarato illegittima la leadership del Tigrè, mentre quest'ultima, a sua volta, ha annunciato che non avrebbe più riconosciuto l'amministrazione di Abiy a partire dalla prima settimana di ottobre, quando il mandato sarebbe scaduto e se le elezioni fossero state rinviate.

Dinanzi a questa decisione i parlamentari etiopi hanno votato per il taglio dei finanziamenti alla regione considerato dalle autorità tigrine un affronto “equivalente a un atto di guerra" poiché avrebbe compromesso l'organizzazione federale del paese.

All'annuncio dell'inizio dell'operazione militare i funzionari del Tigrè hanno chiuso immediatamente lo spazio aereo, limitato gli spostamenti nella regione e dichiarato che i soldati del comando settentrionale dell'esercito etiope avevano disertato schierandosi con la popolazione locale.

Il 13 novembre, il Tigrè ha lanciato razzi contro due aeroporti nella vicina provincia di Amhara, e il giorno seguente le sue autorità hanno affermato di aver sparato razzi contro l'aeroporto principale nella vicina Eritrea, accusata di schierarsi con Abiy.

Il Tigrè e il potere al governo federale

La popolazione del Tigrè rappresenta circa il 6 percento di quella dell'intero paese di oltre 110 milioni. Nonostante il numero esiguo, il gruppo etnico tigrino ha goduto per quasi tre decenni di potere e influenza nelle questioni del governo federale.

Nel 1991, dopo aver combattuto la dittatura militare che ha governato l'Etiopia negli anni '70 e '80, il Fronte di liberazione popolare del Tigrè ha assunto il potere del paese come leader della Coalizione del Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (EPRDF, formata da quattro partiti politici rappresentanti varie etnie) abbracciando un approccio federalista che grazie alla Costituzione consente a ciascun gruppo etnico il diritto di autogovernarsi nei propri territori e alle istituzioni locali di utilizzare la propria lingua. Se con il governo della Coalizione EPRDF l'Etiopia ha sperimentato una rapida crescita economica e raggiunto stabilità evitando per un certo periodo di cadere nella guerra civile, nello stesso periodo la situazione dei diritti umani era fortemente critica e la rappresentanza regionale non sempre garantita democraticamente, come racconta su Washington Post Safia Farole, ricercatrice presso i dipartimenti di Scienze politiche e di Studi globali e internazionali alla Portland State University.

Farole si chiede quanto il conflitto in Etiopia metta a nudo la fragilità dell'esperimento del paese del federalismo etnico tenuto conto che sebbene alcuni studi suggeriscano che un sistema del genere possa aiutare a ridurre i conflitti interetnici nei paesi multietnici, ve ne sono altri che dimostrano che il federalismo esacerba i conflitti.

Dopo che Abiy Ahmed è stato eletto nel 2018, i membri del gruppo etnico del Tigrè sono stati arrestati per corruzione e repressioni legate alla sicurezza, aprendo una voragine nei rapporti tra la regione e il governo federale.

Quando nel 2019, con la nascita del Prosperity Party, Abiy ha tentato di unire le fazioni della Coalizione EPRDF in un unico partito, il TPLF ha rifiutato la fusione e si è staccato, scegliendo di rimanere come partito di governo della regione del Tigrè.

Il Tigrè ha una forza paramilitare e una milizia locale di circa 250.000 unità, secondo l'International Crisis Group.

Il timore è che la violenza possa coinvolgere la vicina Eritrea che, oltre ad essere alleata del governo federale etiope, nutre un risentimento di vecchia data nei confronti del TPLF.

«Ci sono state segnalazioni di numerosi reclutamenti di giovani eritrei e di movimenti di truppe all'interno dell'Eritrea, vicino al confine con il Tigrè», ha raccontato ad Al Jazeera l'osservatore politico Martin Plaut. «Alcuni commentatori hanno annunciato che si assisterà a un'operazione coordinata contro il Tigrè con gli etiopi che attaccano da sud e gli eritrei da nord. Ma finora non sembra che sia accaduto», ha proseguito. «Un'offensiva eritrea potrebbe aver luogo, ma i tigrini sono ben armati e il presidente [dell'Eritrea] Isaias potrebbe stare aspettando di capire se le forze del primo ministro Abiy andranno avanti, prima di impegnare le sue truppe», ha concluso.

Lo scorso 22 novembre Abiy Ahmed ha dato al Tigrè un ultimatum di 72 ore chiedendo alle forze militari di arrendersi prima che l'esercito governativo sferri l'attacco finale contro la capitale regionale, Mekelle, una città di 500.000 abitanti.

“Vi esortiamo ad arrendervi pacificamente entro 72 ore, riconoscendo che siete a un punto di non ritorno", ha scritto il premio Nobel per la pace in un tweet.

«La prossima battaglia decisiva è circondare Mekelle di carri armati», ha dichiarato ai media statali Dejene Tsegave, un portavoce militare. «Salvatevi», ha proseguito avvertendo i residenti. «Vi è stato dato un ordine per dissociarvi da questa giunta, dopodiché non ci sarà pietà».

Debretsion Gebremichael, leader del TPLF (che il governo federale ha sostituito con Mulu Nega dopo averlo accusato di terrorismo e tradimento) ha promesso "aspri combattimenti" per fermare l'avanzata dell'esercito etiope. «Continueranno a pagare per ogni mossa», ha dichiarato ad Agence France-Presse.

Allo scadere dell'ultimatum, il 28 novembre, le forze dell'esercito etiope hanno attaccato la capitale del Tigrè dopo che gli sforzi diplomatici di tre ex presidenti africani (l'ex presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf, l'ex presidente del Mozambico Joaquim Chissano e l'ex presidente sudafricano Kgalema Motlanthe) non hanno persuaso le parti coinvolte a raggiungere una tregua, secondo quanto riportato dal governo regionale e dai media locali. I tre ex capi di Stato avevano esortato Abiy ad aprire un dialogo con la controparte ma il primo ministro ha rifiutato pubblicamente il confronto definendo il TPLF una "cricca" illegale e il conflitto una questione interna che l'Etiopia deve risolvere da sola (oltre a impedire ai tre inviati di incontrare i capi del Fronte di liberazione popolare del Tigrè).

Le forze etiopi "hanno iniziato a colpire con armi pesanti e artiglieria il centro di Mekelle", ha detto il governo locale in una dichiarazione rilasciata ai media del Tigrè, come riportato da Washington Post.

Nel pomeriggio Abiy ha confermato che l'esercito etiope era entrato nella capitale tigrina senza che i civili avessero subito attacchi, che il governo federale aveva il pieno controllo della città di Mekelle e che i leader della regione sarebbero stati arrestati.

Intanto cresce la preoccupazione della comunità internazionale per il mezzo milione di residenti che potrebbero rimanere intrappolati nelle violenze. Più di 43.000 persone sono fuggite prima che le forze governative chiudessero la città. Un esodo che secondo gli operatori umanitari ha coinvolto donne incinte, bambini piccoli e malati.

L'accesso ai civili rimane poco chiaro, secondo diverse organizzazioni, nonostante alcuni funzionari etiopi abbiano annunciato il 26 novembre l'apertura di corridoi umanitari.

Billene Seyoum, portavoce dell'ufficio del primo ministro, ha smentito le affermazioni secondo cui le forze etiopi starebbero colpendo aree civili. «La sicurezza degli etiopi nella regione di Makelle e nel Tigrè continua a essere una priorità del governo federale», ha detto.

Sull'altro fronte Gebremichael ha riferito a Reuters che Mekelle si trova sotto "pesanti bombardamenti", aggiungendo che i soldati etiopi stanno usando l'artiglieria.

Debretsion ha inoltre accusato i militari dell'Eritrea di aver fatto irruzione nei campi profughi nel Tigrè per catturare i rifugiati fuggiti dal paese.

Le affermazioni di entrambe le parti sono ancora impossibili da verificare a causa del blackout che coinvolge telefonia e Internet.

Tra i numerosi appelli alla pace, seguiti all'attacco sulla capitale del Tigrè, c'è quello di papa Francesco. "Invito tutti a pregare per l'Etiopia, dove gli scontri armati si sono intensificati e stanno causando una grave situazione umanitaria", ha twittato. "Mi appello alle parti in conflitto affinché la violenza cessi, la vita possa essere salvaguardata e le popolazioni possano riconquistare la pace".

Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale nominato dal presidente eletto statunitense Joe Biden, ha sollecitato un dialogo guidato dall'Unione africana.

"Sono profondamente preoccupato per il rischio di violenza contro i civili", ha scritto su Twitter, "compresi potenziali crimini di guerra".

Le denunce e l'appello di Amnesty International

Amnesty International ha denunciato che nel Tigrè si stanno consumando abusi sui civili e si stanno compiendo massacri. Secondo l'ONG sarebbero centinaia i morti accoltellati con i machete il 9 novembre nella città di Mai-Kadra, nella zona sud-occidentale della regione, individuati grazie all'organizzazione Crisis Evidence Lab che ha esaminato e verificato digitalmente fotografie e video di corpi esanimi abbandonati o trasportati su barelle.

«Confermiamo il massacro di un numero molto elevato di civili, che sembrano essere lavoratori in nessun modo coinvolti nell'offensiva militare in corso. È una tragedia orribile di cui solo il tempo ci saprà dire, visto che le comunicazioni nel Tigrè rimangono interrotte», ha affermato Deprose Muchena, direttore di Amnesty International per l'Africa orientale e meridionale.

L'organizzazione ha inoltre parlato con testimoni che stavano offrendo cibo e altri rifornimenti alle Forze di difesa etiopi (EDF), che hanno visitato la cittadina subito dopo l'attacco mortale, la mattina del 10 novembre, e hanno verificato la presenza di cadaveri e sopravvissuti feriti.

Amnesty International non è ancora in grado di confermare la responsabilità degli omicidi, ma ha parlato con testimoni che hanno affermato che le forze fedeli al Fronte di liberazione popolare del Tigrè sono responsabili delle uccisioni di massa, apparentemente dopo aver subito una sconfitta dall'EDF.

Tre persone hanno detto che i sopravvissuti al massacro hanno raccontato di essere stati attaccati da membri della Polizia speciale del Tigrè e da altri membri del TPLF.

Alla vigilia della scadenza dell'ultimatum di 72 ore del 23 novembre Amnesty International ha lanciato un appello a tutte le parti coinvolte affinché i civili siano protetti e l’accesso degli osservatori sui diritti umani e delle organizzazioni umanitarie garantiti.

Le richieste dell'ONG si rivolgono a tutte le parti in conflitto affinché non siano colpiti obiettivi civili, non vengano collocate strutture militari all'interno o nei pressi dei centri abitati e i civili non siano usati come scudi umani, non siano utilizzate armi con effetto ad ampio raggio, sia garantito l'accesso alle organizzazioni umanitarie e agli osservatori sui diritti umani, venga chiesta la collaborazione a enti regionali e internazionali per assicurare indagini appropriate sulle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario e siano ripristinati immediatamente Internet e le comunicazioni telefoniche nella regione del Tigrè.

La crisi dei rifugiati

Da quando è iniziata l'offensiva nella regione del Tigrè sono più di 43.000 i rifugiati etiopi ad aver raggiunto il vicino Sudan per fuggire dagli intensi combattimenti.

«Il Sudan ha bisogno di 150 milioni di dollari per sei mesi per fornire a questi rifugiati acqua, alloggio e servizi sanitari", ha detto l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) Filippo Grandi in visita al campo profughi di Um Raquba – a circa 80 km dal confine – che potrebbe ospitare 5.000 persone ma ne accoglie attualmente il doppio.

Ogni giorno dal Tigrè arrivano dalle 500 alle 600 persone. L'ONU stima che nei prossimi sei mesi i rifugiati accolti in Sudan possano arrivare a 200.000.

L'organizzazione sta lavorando per aprire al più presto un altro campo profughi per diminuire le presenze a Umm Rakouba e in altri siti di confine.

Anche per i rifugiati arrivati in Sudan le notizie su ciò che sta accadendo a casa sono scarse. Gli agricoltori Hedgay Kahsey e Atsbaha Gtsadik hanno un unico desiderio.

«Qualunque cosa accada, vogliamo solo la pace», ha confessato ad Al Jazeera Hedgay Kahsey che ha perso tutto quello che possedeva, compresi la fattoria e il bestiame.

«Il paese non ha pace. Sono così triste. Vedi un'etnia che ne uccide un'altra. È così difficile», ha aggiunto Atsbaha Gtsadik.

Il Sudan sta cercato di fornire tutto l'aiuto possibile per accogliere il massiccio afflusso di rifugiati nonostante stia lottando contro una profonda crisi economica.

Grandi ha espresso forte preoccupazione anche per il destino di decine di migliaia di rifugiati eritrei che vivono in Etiopia da decenni.

«Non abbiamo accesso a loro» ha detto, esortando il governo etiope ad autorizzare le visite delle Nazioni Unite.

La chiusura delle comunicazioni e la nascita di nuovi account su Twitter

All'indomani dell'annunciata operazione militare in Tigrè, partita il 4 novembre, su Twitter sono apparsi nuovi account che hanno iniziato a pubblicare aggiornamenti sulla situazione.

A distanza di una settimana i nuovi account avevano pubblicato quasi un quarto dei tweet sulla crisi.

Se inizialmente il fenomeno lasciava pensare che fossero “bot” dopo un'analisi più attenta – che ha preso in esame 90.000 tweet – si è appurato che si tratta di persone reali che cercano di spiegare a una platea internazionale cosa sta accadendo nel Tigrè, riempiendo il vuoto di informazioni provocato dalla chiusura di Internet. Ad approfondire la questione Claire Wilmot, dottoranda alla London School of Economics e ricercatrice presso lo UK Research and Innovation’s GCRF Gender, Justice and Security Hub, che ha raccontato la sua ricerca su Washington Post.

I dati di Twitter raccolti dall'1 al 10 novembre hanno mostrato che il 30% dei tweet su Tigrè e Abiy proveniva da account creati quest'anno. Quasi la metà (47 percento) di questi tweet sono stati pubblicati da account creati tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre. Dopo il 4 novembre, il numero di nuovi account creati quotidianamente è cresciuto passando mediamente da 21 a 245. I tweet sono prevalentemente (anche se non esclusivamente) anti-governativi.

Nonostante la concentrazione su un unico argomento e le date di creazione ravvicinate, la maggior parte di questi account non si comporta come bot, ma sembra comunque che vi sia dietro un coordinamento.

«È un movimento organizzato», ha osservato durante un'intervista un membro di una comunità tigrina in Canada che ha chiesto di rimanere anonimo. Attraverso una rete di attivisti che utilizza WhatsApp è stato insegnato agli utenti come aprire account, condividere materiali su Twitter, promuovere hashtag come #StopTheWarOnTigray. A chi può viene chiesto di twittare in inglese per raggiungere una platea più vasta.

Wilmot ha contattato diversi nuovi utenti per chiedere quale fosse l'obiettivo da raggiungere. «Twitter è preferibile a Facebook», ha detto uno di loro. «Utilizzando gli hashtag, i leader mondiali possono leggere direttamente ciò che diciamo».

Altri hanno spiegato di essersi uniti a Twitter per bilanciare la narrativa tigrina. Un utente ha raccontato di essere cresciuto sotto il dominio del TPLF e di aver aperto un account Twitter "dopo aver notato che i sostenitori del TPLF cercavano di influenzare l'opinione internazionale", aggiungendo di sperare di riuscire a compensare la narrazione condividendo l'altro lato di quella che ha definito "un'immagine unilaterale e altamente pericolosa" dello scontro.

Il vuoto di informazione come quello voluto da Abiy può essere pericoloso perché, come sostiene un attivista, il blackout su ciò che sta avvenendo ha fatto della verità la prima vittima.

Immagine anteprima via Unicef 

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