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L’Etimacello: #Voto

23 Febbraio 2013 2 min lettura

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L’Etimacello: #Voto

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Stravedo. Sono folle d’amore per le parole. Innamorata pazza, dedita, devota. Così delicate, ironiche, salate. Mi sono detta: usiamole, amiamole, impieghiamole tutte nelle loro infinite sfaccettature, ammiriamole da ogni loro scintillante angolazione, stuzzichiamole, spremiamole, mastichiamole. Piangiamole e ridiamole a crepapelle.

Interveniamo di fronte al macello dell’etimologia. Dove il giornalismo è paralitico, dove tecnicismi e inglesismi pietrificano significati e radici, giochiamole: per restituir loro fluidità, valore, potenza. Dignità.

 

 

 

Suffragio universale extra forte, libertà di scelta concentrata in un granello di zucchero. Goccia nell’oceano, neutrone della cittadinanza attiva, particella subatomica della democrazia. Voto utile, voto disgiunto, voto di favore, voto di fiducia, voto di castità, voto di scambio. Voto favorevole, voto consultivo, voto decisivo, voto di protesta, obbligazione strettissima. Dal latino votum che è promessa solenne, dedica, fiducia, approvazione, delibera: da parte di un elettore in sacrificio che offre ex voto al dio Poltrona. E che cosa c’è di più nobile e appagante se non il potere di esprimere la propria opinione, riguardo poltronite e bancocrazia? Assolutamente nulla: scegliere è la più meravigliosa (contr)azione per una società in cattività. Indicare con il proprio voto una lettera, un numero, una direzione. Una persona, persino. Tu sì, tu no; loro mai più; scheda bianca. Ma che bella iniezione di libertà, ah come si respira, che profumo di scelta e cannella. Ex-ligere, eleggere, separare la cosa migliore dalla cosa peggiore. Con il mio voto ti sostengo, ti sostento, ti nutro, insomma ti campo. Io ti prometto. Io ti invoco. Ti dedico tutta la mia fiducia, ti approvo in toto, partecipo e delibero che tu possa decidere pressoché ogni cosa della mia vita al mio posto. Mi prendo la responsabilità di darti questo permesso, in cambio di vantaggi e favori. Sì, propongo, esprimo un desiderio, recito la mia preghiera. A voce o per iscritto, a gesti se serve, sempre e comunque. In fretta però, che poi devo tornare di corsa a sopravvivere.

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