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Le esercitazioni militari cinesi intorno a Taiwan e i messaggi di Xi a Trump e al mondo

2 Gennaio 2026 14 min lettura

Le esercitazioni militari cinesi intorno a Taiwan e i messaggi di Xi a Trump e al mondo

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Non più solo una dimostrazione di forza, non ancora un anticipo di attacco. Le ultime esercitazioni militari della Cina intorno a Taiwan, andate in scena il 29 e 30 dicembre, sono una prova operativa di un'azione che resta ancora potenziale. Ma l'immagine forse clou utilizzata nei materiali di propaganda che hanno accompagnato le manovre, cioè il nodo di una corda che si stringe intorno a Taiwan, dà un messaggio preciso: secondo Pechino, la "riunificazione" (o "unificazione" come la chiamano a Taipei) è un processo forse progressivo e non immediato, ma inevitabile.

Quel nodo pare quasi un cappio per le "illusioni" di quelle che la Repubblica Popolare Cinese chiama "forze indipendentiste", pronto a stringersi a ogni mossa che Pechino percepisce come "provocazione". Tradotto: i tempi e il modo con cui quel nodo si stringe possono mutare a seconda delle dinamiche in essere tra le due sponde dello Stretto, nonché da quelle internazionali. Il contesto globale in cui sono avvenute le nuove esercitazioni è d'altronde particolarmente significativo, tra la tregua commerciale con gli Stati Uniti e le mosse di Donald Trump sull'Ucraina, così come quello (burrascoso) interno a Taiwan. Il tutto favorisce e amplifica una serie di messaggi inviati non solo alla popolazione continentale e a quella dell'isola, ma anche ad altri destinatari.

Il fronte militare

Nella dimensione operativa, le esercitazioni hanno confermato la crescente capacità dell’Esercito popolare di liberazione di condurre operazioni multi-dominio integrate attorno a Taiwan. Nel primo giorno sono stati schierati circa 90 velivoli e 30 unità navali: caccia, bombardieri, droni, cacciatorpedinieri, fregate e mezzi anfibi. Nel secondo giorno il numero di aerei è salito a circa 130, mentre le navi sono state 22, a cui si è aggiunto il coinvolgimento delle forze missilistiche. Sebbene i numeri non abbiano superato i record assoluti registrati nei due round "Spada Congiunta" del 2024, la composizione delle forze e la natura degli scenari simulati indicano un affinamento delle capacità piuttosto che una semplice escalation quantitativa. 

Le manovre hanno incluso simulazioni di attacchi contro obiettivi terrestri e navali. Dal punto di vista aeronautico, l'impiego combinato di caccia multiruolo, bombardieri a lungo raggio e droni suggerisce una dottrina sempre più orientata alla saturazione degli spazi aerei contesi, con l’obiettivo di sovraccaricare i sistemi di allerta e difesa taiwanesi. Un elemento rilevante è stato il focus sulle capacità antisommergibile. I sottomarini rappresentano uno degli ambiti in cui Taiwan può ancora sperare di infliggere costi significativi a un avversario numericamente e tecnologicamente superiore. Questo si inserisce in una strategia più ampia di negazione dell’accesso e interdizione d’area, in cui la Cina mira a rendere sempre più rischioso l’intervento di forze esterne in caso di crisi. Contestualmente, l’uso di droni non va letto solo in chiave cinetica, ma anche come piattaforma per la sorveglianza e la raccolta di dati sui sistemi di difesa taiwanesi.

Sul piano navale, le manovre hanno evidenziato una crescente attenzione al controllo dei colli di bottiglia e delle linee di comunicazione marittime. La simulazione della presa o neutralizzazione dei principali porti di Keelung e Kaohsiung indica che l’opzione del blocco resta centrale nella pianificazione cinese, forse più di uno sbarco anfibio immediato. Un blocco efficace, sostenuto da una presenza navale continua e da minacce credibili di interdizione, consentirebbe a Pechino di esercitare una pressione politica ed economica imponente riducendo al minimo i costi umani e militari di un’invasione diretta. L’impiego di unità anfibie segnala che l’opzione dello sbarco resta sul tavolo, ma non necessariamente come primo passo. In tal senso, il blocco sarebbe allora visto come la forzatura di un negoziato o, in caso negativo, preambolo di uno sbarco.

Alcuni analisti cinesi ritengono che la strategia possa essere simile al "modello Pechino". Nel gennaio 1949, l’Esercito popolare di liberazione circondò la città, occupata dalle forze del Kuomintang, e alla fine costrinse i comandanti nazionalisti ad arrendersi: la liberazione della città fu pacifica. Già alcuni anni fa Li Fei, Università di Xiamen, ha affermato che il "modello Pechino" è un’idea di "riunificazione intelligente". Questo approccio dovrebbe essere portato avanti passo dopo passo e "la normalizzazione delle esercitazioni militari intorno all’isola è un passo avanti". Se la "riunificazione intelligente” non sarà ancora in grado di realizzare il nostro obiettivo finale, sarà necessario un approccio più diretto basato sulla forza", diceva Li nell'agosto 2022.

Il coinvolgimento delle forze missilistiche nel secondo giorno di manovre ha aggiunto un ulteriore livello di complessità. I lanci hanno testato la catena di comando e controllo e la capacità di coordinare attacchi di precisione con le operazioni aeree e navali. Il fatto che 10 dei 27 razzi lanciati sarebbero caduti entro le 24 miglia nautiche dalle coste di Taiwan dimostra una raffinata gestione dell’escalation: lambire le acque contigue senza toccare le acque territoriali. Pechino ha voluto spingersi al limite consentito senza provocare una risposta armata diretta. Questo tipo di "escalation controllata" è ormai una cifra distintiva dell’approccio militare cinese nello Stretto. Non è stato ripetuto il lancio di missili sopra Taiwan, come invece era accaduto nell'agosto 2022.

Un'altra differenza rispetto ai round precedenti è l'assenza di portaerei, che negli scorsi anni erano spesso andate a presidiare la costa orientale, l'unica da dove potrebbero arrivare aiuti dall'esterno. Questa assenza non va interpretata come un limite, bensì come una scelta deliberata: nonostante la recente entrata in servizio della Fujian (la terza portaerei di Pechino), in questo caso la priorità è sembrata quella di entrare in azione nel modo più rapido possibile. Secondo i media cinesi, si tratta della dimostrazione di una capacità di transizione rapida dall’addestramento al combattimento reale, suggerendo che la soglia tra esercitazione e operazione potrebbe diventare sempre più sottile, riducendo i tempi di reazione di Taipei.

Nel contesto intrastretto, le esercitazioni hanno contribuito a ridefinire ulteriormente lo status quo, già profondamente mutato rispetto al periodo precedente al 2022. Il numero record di sortite aeree registrate nel corso del 2025, oltre 3600, ha reso la presenza militare intorno a Taiwan una costante quotidiana. L’impatto pratico è stato visibile soprattutto nelle isole minori di Kinmen e Matsu, dove la cancellazione di numerosi voli domestici ha di fatto temporaneamente i due arcipelaghi dall'isola principale, rafforzando l’idea di uno Stretto sempre più trattato da Pechino come un "mare interno". L’incidente sfiorato tra unità delle guardie costiere, con una nave taiwanese che ha agganciato con il radar di tiro un’imbarcazione cinese entrata nelle acque contigue, evidenzia quanto il rischio di escalation involontaria resti presente anche in assenza di violazioni formali delle acque territoriali.

Il fronte retorico

Come già accaduto per le manovre dello scorso aprile, l'apparato retorico delle esercitazioni è stato molto centrale quasi quanto operativo. Se allora i materiali di propaganda si erano concentrati quasi esclusivamente sul presidente taiwanese Lai Ching-te, che Pechino considera un "secessionista radicale", stavolta il messaggio è stato più ampio. I materiali diffusi durante le esercitazioni – immagini di droni in prossimità dello skyline di Taipei, video di jet che avrebbero eluso le difese aeree taiwanesi, simulazioni di attacchi – sono concepiti per produrre un effetto di prossimità e inevitabilità. Non si tratta più di rappresentazioni astratte della forza militare, ma di narrazioni visive che collocano simbolicamente la guerra "dentro" lo spazio urbano e quotidiano di Taiwan. L’obiettivo non è dimostrare che Pechino potrebbe colpire l’isola, ma suggerire che è già in grado di penetrarne lo spazio fisico e simbolico, riducendo la distanza psicologica tra pace e conflitto.

L’uso di contenuti generati con intelligenza artificiale, come i video che raffigurano robot umanoidi e mini-droni in azione, segnala un ulteriore salto qualitativo. Questi materiali non sono pensati per essere realistici nel senso stretto, ma per proiettare un’immagine di superiorità tecnologica futura. La propaganda non comunica solo ciò che l’Esercito popolare di liberazione può fare oggi, ma ciò che potrebbe fare domani. In questo modo, Pechino sposta il terreno della deterrenza su un piano temporale più ampio, insinuando dubbi sulla capacità di Taiwan e dei suoi alleati di tenere il passo in un confronto tecnologico di lungo periodo.

Al tempo stesso, il Quotidiano del Popolo ha relegato le esercitazioni alle pagine interne. Questa apparente discrepanza non è casuale, ma riflette una segmentazione consapevole dei pubblici. I materiali più aggressivi e spettacolari sono indirizzati a Taiwan e agli osservatori, mentre al pubblico interno viene trasmessa un’immagine di normalità e controllo. Le esercitazioni non vengono presentate come un evento eccezionale, ma come una routine, rafforzando l’idea che la pressione su Taiwan sia uno stato permanente e non una crisi. Un cambio di rotta rispetto all'agosto 2022, quando furono inscenate le sin qui più ampie (sia operativamente che temporalmente) esercitazioni intorno a Taiwan, in risposta alla visita di Nancy Pelosi, allora presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti. 

C'è poi un aspetto comunicativo verso l'esterno, esemplificato benissimo dal nome scelto per le manovre: "Missione di giustizia". Un cambio netto rispetto alle denominazioni belligeranti del passato, da "Spada Congiunta" a "Tuono sullo Stretto". Non è un caso. È un modo per rivendicare anche sul fronte internazionali un diritto "legittimo" ad agire. Non a caso, da mesi si cita l'ottantesimo anniversario della fine della colonizzazione giapponese e della "retrocessione di Taiwan" come un "pilastro dell'ordine globale". Lo stesso Xi Jinping ha citato questi elementi sia nelle sue recenti conversazioni con Trump, sia nel discorso di fine anno, ricordando che è stata istituita per il 25 ottobre la giornata nazionale della "retrocessione di Taiwan". Pechino si racconta "dalla parte giusta della storia" e questo tipo di scelte lessicali sulle ultime manovre sono un'estensione del messaggio che tenta di dare da mesi sul palcoscenico globale, anche nell'ambito della recente crisi diplomatica col Giappone.

Perché ora? Il fronte globale

Come sempre, subito dopo l'avvio delle esercitazioni c'è la rincorsa a comprendere le loro ragioni. Stavolta, ci si è limitati alla teoria secondo cui le esercitazioni sarebbero una risposta alla vendita di armi a Taipei approvata nelle scorse settimane dall'amministrazione Trump. È solo uno degli elementi e, nonostante le etichette ufficiali, con ogni probabilità nemmeno il principale.

Innanzitutto, c'è un aspetto interno. Nonostante si parlasse da mesi di possibili manovre cinesi, c'erano degli ostacoli operativi. Primo fra tutti: il siluramento del comandante del Teatro Orientale dell'Esercito, Lin Xiangyang. Al suo posto è stato nominato solo nelle scorse settimane Yang Zhibin. Il Teatro Orientale è il fulcro di qualsiasi scenario militare su Taiwan, e affidarlo a un generale appena promosso segnala la volontà di Xi di premiare figure considerate politicamente affidabili, anche a costo di sacrificare una certa continuità operativa. 

C'è poi una serie di riflessioni da fare sul contesto globale. Il maxi pacchetto da oltre 11 miliardi di dollari autorizzato dagli Stati Uniti rappresenta, dal punto di vista cinese, una violazione grave ma ormai strutturale del principio di "una sola Cina". Non a caso, la reazione di Pechino è stata volutamente calibrata. Le sanzioni annunciate contro le aziende statunitensi hanno un valore solamente simbolico, e la retorica ufficiale ha evitato toni di rottura. Tanto che Xi non ha citato le "interferenze esterne" su Taiwan nel suo discorso di fine anno (dove ha ribadito per l'ennesima volta che la "riunificazione è una tendenza inarrestabile"), contrariamente agli anni scorsi. Questo atteggiamento riflette una valutazione pragmatica: la leadership cinese non intende aprire una crisi frontale con Trump in una fase in cui è in corso una tregua commerciale, i canali di dialogo sono attivi e un viaggio del presidente americano in Cina è previsto ad aprile. In questo senso, le esercitazioni inviano un messaggio duplice a Washington: da un lato ribadiscono che su Taiwan non esistono compromessi possibili, dall’altro mostrano che la Cina è in grado di esercitare pressione militare senza far deragliare il rapporto complessivo con gli Stati Uniti.

Questa ambiguità calcolata è rafforzata dal modo in cui Trump stesso ha minimizzato le manovre, descrivendole come una prassi consolidata da decenni e sottolineando la sua "amicizia" con Xi. Non è un caso che in un messaggio di ringraziamento sui social da parte del ministero degli Esteri taiwanese, rivolto a tutti i Paesi che hanno espresso "preoccupazione" per le esercitazioni di Pechino, non figuri la bandiera degli Stati Uniti: un inedito. 

Dal punto di vista cinese, la reazione di Trump è funzionale: consente a Pechino di normalizzare ulteriormente la propria presenza militare attorno a Taiwan senza costringere Washington a una risposta politica o militare più dura. Al tempo stesso, la Cina è consapevole che la consegna effettiva delle armi a Taiwan richiederà anni, e che l’isola soffre già di ritardi significativi su forniture approvate in passato. Le esercitazioni servono quindi anche a sottolineare uno squilibrio temporale: mentre le promesse occidentali a Taipei si collocano nel medio-lungo periodo, la capacità cinese di esercitare coercizione è immediata e crescente.

Il secondo livello del messaggio globale, forse in questo caso prioritario, è rivolto al Giappone. Le dichiarazioni della nazionalista Takaichi sulla possibilità di un intervento giapponese in caso di invasione hanno rappresentato, per Pechino, una soglia retorica particolarmente sensibile. In alcuni materiali di propaganda, si fa riferimento alle manovre come di un modo per impedire "interventi esterni", cioè proprio quelli prefigurati da Tokyo. In questo quadro, Pechino mira anche a sfruttare alcune smagliature dell’alleanza tra Giappone e Stati Uniti. Nonostante il trattato di sicurezza, Tokyo teme di ritrovarsi esposta a ritorsioni economiche e strategiche cinesi senza una protezione americana pienamente garantita. Le manovre cinesi, combinate con il nuovo documento di strategia di sicurezza nazionale Usa che torna a dare priorità all'America latina, rafforzano l’idea che il Giappone potrebbe essere isolato in caso di escalation.

Il terzo livello riguarda il messaggio al mondo nel suo complesso. Le esercitazioni sono state inserite da Pechino in una cornice narrativa che richiama l’ordine postbellico e la fine della colonizzazione giapponese, suggerendo che la “riunificazione” di Taiwan non sia un atto revisionista, ma il completamento di un processo storico incompiuto. Questo discorso è pensato soprattutto per il Sud globale, dove la retorica anti-coloniale e la critica all’egemonia occidentale trovano terreno fertile. Allo stesso tempo, la Cina osserva con attenzione le dinamiche in altri teatri, in particolare la guerra in Ucraina. Le dichiarazioni di sostegno di Mosca a Pechino in caso di escalation sullo Stretto rafforzano l’idea di una convergenza strategica sino-russa, ma senza arrivare a una vera alleanza militare formale. Per Xi Jinping, l’atteggiamento di Trump verso Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky suggerisce che l’uso di una retorica transazionale e di forza potrebbe essere tollerato, se non implicitamente legittimato, anche in altri contesti regionali.

In questo senso, le esercitazioni di dicembre si inseriscono in una più ampia ridefinizione delle norme internazionali sull’uso della forza e sulla sovranità. Dal punto di vista cinese, le ambizioni statunitensi su dossier come la Groenlandia o il rilancio di una dottrina Monroe in America Latina vengono lette come segnali di un mondo sempre più diviso in sfere di influenza. Taiwan, in questa logica, diventa il banco di prova della capacità di Pechino di affermare la propria sfera senza scatenare una reazione globale unitaria. D'altronde, nell'ultima telefonata tra Xi e Trump, quest'ultimo avrebbe detto di "comprendere l'importanza della questione di Taiwan per la Cina". E sempre Trump ha parlato di G2 quando ha incontrato Xi a Busan, a fine ottobre. Certo, va ricordato che la postura della Casa Bianca potrebbe cambiare qualora i rapporti con Pechino (soprattutto quelli commerciali) dovessero peggiorare, e anche che esiste un apparato statale e militare che mantiene l'ascesa cinese nel mirino. Ma Xi potrebbe essere convinto che il momento è particolarmente propizio per compiere nuovi passi su un obiettivo definito "irreversibile". 

Perché ora? Il fronte taiwanese

Sul fronte interno taiwanese, le esercitazioni si sono innestate in una fase di profonda instabilità politica e di polarizzazione. Questo contesto amplifica l’impatto strategico delle manovre cinesi, che non colpiscono solo la dimensione militare, ma sfruttano e mettono in luce le vulnerabilità interne di Taiwan. Il presidente Lai Ching-te ha ribadito la linea di non provocazione, ma si è trovato a fronteggiare un’opposizione parlamentare che lo accusa di spingere l’isola verso uno scenario simile a quello ucraino. 

Il cuore della crisi è lo scontro frontale tra l’esecutivo guidato dal Partito progressista democratico e un parlamento controllato dall’opposizione, in particolare dal Kuomintang (KMT) e dal Taiwan People’s Party (TPP). La mozione di impeachment contro il presidente Lai, pur avendo poche probabilità di arrivare a compimento per l’elevata soglia richiesta, ha un peso politico enorme: trasforma i prossimi mesi in una campagna permanente, logora l’autorità della presidenza e offre a Pechino l’immagine di una leadership contestata e indebolita. La procedura, con udienze pubbliche, audizioni e passaggi formali che si protrarranno fino a maggio, tiene il sistema politico in uno stato di tensione continua proprio mentre la situazione regionale richiederebbe coesione e chiarezza strategica.

Attenzione, perché le divisioni non sono tutta responsabilità dell'opposizione. Anzi, la scorsa estate era stata la maggioranza a cercare di ribaltare il risultato delle legislative del 2024, sostenendo un voto di revoca di massa dei parlamentari del Kuomintang. Tentativo fallito in modo fragoroso, con tutti i deputati dell'opposizione rimasti al loro posto. La nuova crisi costituzionale è invece legata al rifiuto dell’esecutivo di controfirmare una legge di bilancio emendata dal parlamento. La scelta del premier Cho Jung-tai, sostenuta dal presidente Lai, è stata difesa come necessaria per evitare uno squilibrio fiscale e una perdita di controllo del bilancio centrale, ma dall’opposizione è stata presentata come un abuso di potere. Il coinvolgimento dello yuan di controllo e della Corte costituzionale, a loro volta paralizzati da nomine bloccate e ricorsi incrociati, dà l’immagine di istituzioni che faticano a funzionare pienamente. Questo indebolimento del potere giudiziario come arbitro ultimo del conflitto politico rappresenta un segnale preoccupante per una democrazia che ha sempre fatto della solidità istituzionale uno dei suoi principali punti di forza.

Sul piano della sicurezza, la polarizzazione ha conseguenze dirette. L’aumento esponenziale del budget per la difesa, richiesto dal governo in risposta alla crescente pressione militare cinese e alle vendite di armi statunitensi, è diventato un terreno di scontro politico. L’opposizione blocca l’extra-budget denunciando passati casi di scarsa trasparenza e sostenendo che una corsa al riarmo rischia di sacrificare le priorità sociali. Il governo, dal canto suo, accusa KMT e TPP di irresponsabilità e di voler indebolire deliberatamente la capacità di deterrenza della Repubblica di Cina (nome ufficiale di Taiwan). Questo conflitto non è solo tecnico o finanziario, ma profondamente identitario: riguarda il modo in cui Taiwan concepisce la propria sicurezza, il rapporto con gli Stati Uniti e il livello di rischio che è disposta ad accettare nei confronti di Pechino.

In questo contesto, l’insistenza del governo sulla preparazione militare e sulla coscrizione obbligatoria viene percepita da alcuni come necessaria e da altri come una militarizzazione eccessiva della società. L’attacco con coltello avvenuto a Taipei dieci giorni prima delle esercitazioni, pur non essendo legato al terrorismo o alla Repubblica Popolare, ha contribuito a un clima di ansia e insicurezza. Il fatto che l’attentatore fosse ricercato per renitenza alla leva ha ulteriormente alimentato il dibattito sulla capacità del governo di gestire il rapporto tra sicurezza nazionale e coesione sociale.

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In tale quadro, le esercitazioni cinesi funzionano come un moltiplicatore delle tensioni interne. Il governo di Lai cerca di presentarle come la prova della necessità di unità nazionale e di rafforzamento della difesa, mentre l’opposizione le utilizza per sostenere che la linea del Partito progressista democratico (DPP) sta provocando Pechino e aumentando il rischio di conflitto. La retorica del KMT, che evoca il pericolo di "fare la fine dell’Ucraina", sfocia nell’ipotesi (sempre più certa) di un imminente incontro tra la nuova leader del partito, Cheng Li-wen, e Xi rafforza la narrazione secondo cui esisterebbe un’alternativa di dialogo, anche se questa viene vista con sospetto da chi teme concessioni eccessive.

Uno scenario di frammentazione tra le cui pieghe prova a inserirsi Pechino, affilando l'arsenale politico oltre a quello militare.

Immagine in anteprima via globaltimes.cn

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