Diciamo No alla Legge Bavaglio non solo all’ammazza-blog


[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

Emendamenti, no grazie! È questo quello che abbiamo concluso dopo una lunga e tormentata discussione. Non si tratta, sia chiaro, di una posizione di mero principio per distinguersi nell’ambito di una protesta, quanto piuttosto di una sofferta ma ragionata decisione. Per comprendere quanto sia costato pervenire ad una posizione simile, si deve chiarire fin da subito che gli emendamenti riguardanti il comma 29 e proposti da vari esponenti politici in altre situazioni sarebbero stati opportunamente appoggiati, anche se in realtà un distinguo va fatto.

Il primo gruppo di sei emendamenti di modifica del comma 29 della legge di riforma delle intercettazioni, va nel senso di limitare l'applicabilità della rettifica ai soli giornali online, e tale intendimento è sicuramente legittimo. Se la rettifica è istituto rivolto ai giornali cartacei non si vede per quale motivo non possa essere invocata per i corrispondenti siti online.
Uno degli emendamenti (il 950, di Cassinelli, Palmieri, Scandroglio, Barbareschi) si inserisce in una prospettiva completamente divergente rispetto agli altri, rendendo anche incomprensibile il raggruppamento con i primi sei, come se avessero tutti la stessa ratio.
L'emendamento 950, infatti, a differenza degli altri non distingue affatto tra informazione professionale e non professionale: invoca la rettifica per tutti i “siti informatici” anche non costituenti giornali online, addirittura sostituendo siti informatici con “contenuti diffusi sulla rete internet”, così realizzando una potenziale estensione a tutto ciò che viene immesso in rete.
L'unica concessione è data dall'allungamento dei tempi della rettifica, due giorni giornali online, mentre per tutti gli altri contenuti digitali viene portato a 10 giorni.
Il problema del comma 29 non è dato tanto dai tempi della rettifica, quanto piuttosto dall’indebita e burocratica parificazione (anche se parziale) tra stampa in rete, laddove tale parificazione è stata a più riprese disconosciuta dalla Suprema Corte di Cassazione (ad es. sentenza 10535 del 2008 e 35511 del 2010).

Chiarito ciò, va rilevato che la semplice proposizione di sei emendamenti tendenti a limitare l'applicabilità del comma 29 ai soli giornali online di per sé già contraddice una eventuale interpretazione sistematica del suddetto comma. Infatti, si è pur detto che la particolare collocazione della norma, la quale di fatto va a modificare un articolo della legge sulla stampa, sarebbe argomento sufficiente per limitarne l'applicabilità ai giornali online. Ma se così fosse non avrebbe alcun senso l’affannarsi di alcuni politici nel modificare quella norma al fine di limitarne la portata nel senso che già sarebbe ricavabile dà un'interpretazione sistematica della stessa.

A riguardo va detto che la prima versione del comma 29 recitava “siti informatici” e basta, e proprio come per impedire una possibile interpretazione sistematica, lo scorso anno la Camera modificò la norma aggiungendo l'inciso “ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. Se nella categoria siti informatici sono compresi anche i giornali online, appare evidente che tale categoria deve essere più ampia, comprendendo anche qualcosa di più rispetto ai soli giornali online.
Ci permettiamo infine un'ultima osservazione. Qui nessuno ha intenzione di fare del catastrofismo giudiziario, del resto abbiamo cercato di evitare il più possibile, a parte i titoli che devono essere necessariamente sintetici, l’indicazione di “ammazza blog”, come pure è ormai comunemente conosciuto il comma 29. È ovvio che il comma 29 non ammazzerà la rete, però è importante capire bene quali sono (o potrebbero essere) i risvolti pratici in particolare l'imposizione sul nostro blog personale dell'opinione altrui, anche palesemente falsa, in assenza di qualsivoglia illecito da parte nostra, solo perché il soggetto citato nel nostro articolo ritiene a suo insindacabile giudizio di essere stato leso nella sua reputazione.
A tale proposito risulta illuminante una pronuncia della Pretura di Milano del 26/5/86: “L’istituto della rettifica disciplinato dall’art. 42 legge 416/1981 (NB. norma che modificò l’art. 8 della legge sulla stampa) riconosce, a chi soggettivamente si ritenga leso da un’informazione non rispondente a realtà, il diritto ad ottenere la pubblicazione della “propria verità”, garantendo così una dialettica nell’ambito del sistema di informazione; è pertanto superfluo il vaglio dell’esattezza della notizia originaria”. E con la sentenza n. 10690 del 24 aprile 2008, la Suprema Corte ha precisato che “l’esercizio del diritto di rettifica… è riservato... alla valutazione soggettiva della persona presunta offesa, al cui discrezionale ed insindacabile apprezzamento è rimesso tanto di stabilire il carattere lesivo della propria dignità dello scritto o dell’immagine, quanto di fissare il contenuto ed i termini della rettifica…”. Stiamo parlando di un istituto che ha la sua ragione di essere nella disparità tra un giornale oppure un telegiornale e il singolo privato cittadino, disparità che non esiste affatto tra, ad esempio, un politico che pretende la rettifica dal blog di un singolo privato cittadino!
Si tratta, quindi, dell'ennesimo tentativo di privatizzazione della tutela di interessi personali con ovvia possibilità di abusi e strumentalizzazioni. Allo stato, ovviamente, non è dato sapere quante saranno le richieste di rettifica, dopo l'approvazione di questa norma, ma conviene porsi fin da adesso una domanda: voi che avete un blog, voi che fate informazione in rete, anche, anzi soprattutto se non siete giornalisti, se qualcuno vi chiedesse di rettificare un articolo vero e documentato, con una rettifica basata solo su dati palesemente falsi, rischiereste per questo una multa fino a 12.500 euro? 
Perciò, nonostante la bontà degli emendamenti sopra ricordati, i quali in altre circostanze sarebbero stati appoggiati senza alcun ripensamento, la nostra posizione in merito non può che essere quella di rifiutare categoricamente una qualsiasi modifica al famigerato comma 29.
Non dobbiamo, infatti, perdere di vista il quadro generale focalizzandoci solo su quello che, pur importante, è solo un particolare, laddove il quadro generale è dato dalla legge di riforma delle intercettazioni.
Anche semplicemente discutere di una modifica del comma 29 vuol dire premettere l'accettazione dell'approvazione della legge di riforma che introdurrà pesanti limitazione non solo all'attività di indagine della magistratura ma anche a quella di informazione dei giornalisti. 
Che senso avrebbe difendere la libertà di manifestazione del pensiero del cittadino in rete, modificando il comma 29 in modo da consentire il dialogo e la possibilità di espressione della propria opinione in merito agli avvenimenti politici del giorno, quando di quegli avvenimenti non si potrà sapere praticamente quasi nulla? Come si può seriamente ritenere libero un cittadino di partecipare alla vita politica se di quella vita politica ne avrà una conoscenza soltanto parziale? Come si potrà esercitare la sovranità popolare, se il popolo non sarà correttamente informato delle vicende che toccano la sua classe politica?
E non sembri eccessivo un richiamo alla sovranità popolare, in quanto è la stessa Suprema Corte che con la sentenza n. 16236 del 9 luglio 2010, afferma: “intanto il popolo può ritenersi costituzionalmente ‘sovrano’ in quanto venga, al fine di un compiuto e incondizionato formarsi dell’opinione pubblica, senza limitazioni e restrizioni di alcun genere, pienamente informato di tutti i fatti, eventi e accadimenti valutabili come di interesse pubblico”.
In conclusione, la priorità non è correggere il comma 29 bensì contrastare, e con forza, il disegno di legge di riforma delle intercettazioni. Una proposta di legge che addirittura si porrebbe in contrasto con le sentenze della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, la quale ha più volte ribadito (sentenza del 7 giugno 2007, ricorso n. 1914/02, affare Dupuis) che l’importanza a fini pubblici di una vicenda rende del tutto legittima la pubblicazione anche di notizie coperte dal segreto, sancendo la prevalenza della libertà di stampa sul diritto alla privacy delle persone note come i politici e gli uomini di Stato.
Ecco perché, a seguito di una profonda, sofferta ma ragionata discussione, siamo convinti di dover dire no agli emendamenti del comma 29. Emendamenti no grazie, ma soprattutto bavaglio no grazie!
Bruno Saetta
@valigia blu - riproduzione consigliata

 

Iscriviti alla nostra Newsletter

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Estrema destra sempre più violenta e l’uso della Rete


[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

C’è una minaccia crescente della destra estrema online? L’attività online porta poi a episodi di violenza nel mondo reale? Cosa stanno facendo governi e società tecnologiche per contenere e contrastare questo aumento di violenza? Se lo chiede in un’inchiesta sul sito della BBC il giornalista Gordon Corera che, partendo dalla strage di Christchurch in Nuova Zelanda, dove lo scorso marzo un suprematista bianco, l’australiano Brenton Tarrant, ha massacrato 51 persone in diretta live streaming su Facebook, prova a delineare come si organizzano in Rete i gruppi di estrema destra e come diffondono i loro messaggi fino a renderli politicamente mainstream. 

Ripercorrendo gli spostamenti di Tarrant prima della strage di Christchurch, Corera ricostruisce il background culturale in cui l’autore dell’attentato in Nuova Zelanda elabora i suoi convincimenti politici e di idea di società, esplicitati poi nel manifesto pubblicato su Internet prima dell’attacco, traccia le sue fonti di ispirazione e i suoi riferimenti ideologici.

Seguire a ritroso il percorso di Tarrant consente al giornalista della BBC (e di conseguenza ai lettori) di addentrarsi nella fitta rete online di gruppi suprematisti e di estrema destra che sui social si scambiano informazioni e documenti, elaborano strategie, organizzano incontri dal vivo di persona, e di capire se e come tutto questo lavorio online si trasformi poi in episodi di violenza nella vita reale. Come accaduto quest'anno a Christchurch, a Danzica, in Polonia, dove è stato ucciso il sindaco Pawel Adamowicz, a Wolfhagen, in Germania, con l'uccisione del politico di centro-destra Walter Lübcke, e due anni prima a Charlottesville. Proprio ieri in Italia la sezione antiterrorismo della Digos di Torino ha sequestrato a un gruppo di neo-nazisti un vero e proprio arsenale da guerra: 9 fucili d’assalto, una pistola mitragliatrice, 7 pistole, 3 fucili da caccia, 20 baionette quasi un migliaio di cartucce e molti parti di armi e un missile aria – aria, privo di carica esplosiva ma riarmabile.

Seguire la matassa

Anche se ha agito da solo, Tarrant – comparso in Tribunale a giugno per negare tutte le accuse – si è mosso in un ambiente internazionale che utilizza internet come sito di scambio di informazioni, la cui ideologia, scrive Corera, sta diventando piano piano politicamente mainstream.

Per quanto gran parte dei suoi spostamenti sia sconosciuta, Tarrant ha lasciato diverse tracce che consentono di risalire ai suoi riferimenti culturali e ideologici. Si è spinto in Corea del Nord e in Pakistan e ha trascorso la maggior parte del suo tempo in Europa, dalla Spagna ai Balcani, spesso per visitare i luoghi di battaglie storiche. Alla fine del 2018 è andato in Austria, per alcuni dell’estrema destra prima linea nella guerra di alcuni secoli fa tra l’Europa cristiana e il mondo musulmano. Pochi giorni prima dell’attacco di Christchurch, Tarrant aveva pubblicato un tweet che faceva riferimento a “Vienna 1863”, l’anno in cui l’avanzata delle forze ottomane fu fermata alle porte della città.

Vienna, musulmani, europa, cattolici, estrema destra
La battaglia di Vienna – via BBC

Ma c’è un altro collegamento tra Tarrant e l’Austria, spiega Corera. Ed è Martin Sellner, influencer austriaco che svolge un ruolo importante nell’ecosistema dell’estrema destra in Europa. Tarrant lo ammira a tal punto da fargli una donazione di 1500 euro.

Sellner è una figura di spicco del gruppo austriaco di Generazione Identitaria, il movimento, nato in Francia nel 2012 e che poi si è diffuso in altri 9 paesi tra cui Germania, Italia e Regno Unito, che si oppone ai migranti musulmani ritenuti una minaccia per l’Europa e il cui obiettivo sarebbe a loro avviso la sostituzione etnica delle popolazioni native europee. 

Due settimane dopo l’attacco di Christchurch, quando si seppe della donazione di Tarrant, gli inquirenti setacciarono l’abitazione di Sellner, sequestrarono computer e carte bancarie, per poter appurare eventuali collegamenti tra i due. 

Nonostante Sellner abbia definito Tarrant un “deviato” in un video subito dopo l’attacco, condannato l’attentato e negato di averlo mai incontrato di persona (fatta eccezione per alcuni scambi via email), non è possibile dissociare l’azione del terrorista dalle ideologie diffuse da persone come Sellner, commenta Corera. I suoi post online si concentrano spesso sulla minaccia del multiculturalismo e sull'idea che i musulmani conquisteranno l'Europa e diverse frasi pronunciate dal trentenne austriaco erano presenti nel manifesto pubblicato da Tarrant.

«Non penso che sia il responsabile diretto degli attentati, ma le idee che figure come Sellner diffondono sono utilizzate dalla gente per giustificare la violenza», spiega alla BBC, Peter Neuman, fondatore del Centro Internazionale per lo studio della radicalizzazione e docente al King’s College di Londra. 

Sellner racconta a Corera di essere stato in passato vicino all’ambiente neonazista austriaco, ma di essersi poi allontanato, di aver abbracciato la causa della Generazione Identitaria e di non ritenersi un razzista ma un “etnopluralista” e cioè che ogni cultura debba mantenere la propria identità separata. 

Il giovane austriaco ha aperto la strada all'uso dei social media nel mondo dell'estrema destra germanofona e di fatto, spiega Joe Mulhall, dell'organizzazione HOPE not Hate, per come diffonde le sue idee e usa i social è il leader europeo di Generazione Identitaria e una delle figure snodo della rete dei gruppi identitari e di estrema destra in Europa. L’operazione che Sellner sta mettendo in atto è la creazione di «un nuovo linguaggio e un nuovo lessico per l'estrema destra europea» che piano piano si sta facendo mainstream.

«L'ideologia neonazista non attirava più le masse in Austria, c’era la necessità di modernizzare la loro immagine, il loro linguaggio e in parte anche le loro idee», spiega alla BBC Bernard Weidinger, del Centro di documentazione della Resistenza austriaca. «Hanno sostituito termini con connotazioni storicamente negative con altri di più facile diffusione verso un pubblico più ampio: ad esempio non parlano di deportazione di massa ma di "re-migration" (cioè il rimpatrio forzato degli immigrati nei loro paesi di origine), non si definiscono “razzisti” ma “etnopluralisti”». Il nuovo lessico ha trovato permeabilità nel linguaggio politico tradizionale e ha consentito di normalizzare e di rendere accettabili alcune idee e concetti che in altri temi (e formulati in modo diverso) non sarebbero stati concepibili. Per esempio, prosegue Weidinger, la “re-migration” è diventata argomento politico mainstream in Austria nonostante le deportazioni di massa rimandino a un passato che si riteneva superato.

Come funziona la rete online dei gruppi di estrema destra

Tutto questo sta avvenendo velocemente perché, scrive Corera, “i gruppi identitari sono altamente interconnessi tra di loro, fanno circolare idee in modo agile tramite i social network, imparano gli uni dagli altri e riescono ad adattare i loro messaggi ai rispettivi contesti nazionali”.

Dal 2014 Julia Ebner, autrice del libro “La Rabbia. Connessioni tra estrema destra e fondamentalismo islamista” e ricercatrice austriaca all’Institute for Strategic Dialogue, un think tank con sede a Londra, ha iniziato a studiare sotto-copertura i canali di diffusione della propaganda jihadista e di quella di estrema destra.

Ebner ha creato dei profili falsi per poter entrare in gruppi, canali e chat ai quali si accede solo su invito e poter analizzare linguaggi, riferimenti culturali, organizzazione dei movimenti di estrema destra e di quelli jihadisti. Ha dovuto familiarizzare con il gergo di questi gruppi per non essere scoperta. «Sono arrivata alle prime riunioni dopo avere realizzato miei diversi profili in Rete, in cui dovevo essere credibile. Ho creato un mio nuovo presente e passato, fingendomi una simpatizzante, interessata ai loro temi, come per esempio il conflitto in Kashmir [ndr, regione contesa dal 1947 da India e Pakistan]», spiega in un’intervista dello scorso ottobre. «Per molte settimane ho chattato con loro, così hanno iniziato a fidarsi di me, a condividere le loro informazioni. Poi ho iniziato a parlare con alcuni anche offline e la strategia migliore per avvicinarmi a qualcuno interno al team che garantisse per me e mi presentasse come nuovo membro. Così nessuno aveva dubbi sulla mia presenza. Sia nei gruppi di estrema destra che con i fondamentalisti islamici».

Più il gruppo è estremo, aggiunge la ricercatrice alla BBC, più si è soggetti a valutazioni tramite interviste e verifica dei profili sui social. Una volta le è stato chiesto di fornire i risultati di un test genetico per dimostrare la sua discendenza e dimostrare di essere "pura" e ha dovuto dedicare del tempo a costruire delle prove false.

Ebner spiega che i gruppi jihadisti online e quelli di estrema destra funzionano più o meno allo stesso modo, sia nelle loro tattiche sia nelle loro discussioni sull’inevitabilità dei conflitti tra musulmani e non musulmani. «Per entrambi l’obiettivo è radicalizzare e influenzare le ideologie principali per arrivare a un drastico cambiamento politico, coinvolgere le persone scettiche», catturando l’attenzione dei media, provocando reazioni, dando vita a campagne di disinformazione».

Questi gruppi cooperano in quello che lei chiama "network del nazionalismo". Un gruppo statunitense, ad esempio, può creare una piattaforma di condivisione dei contenuti con una banca-dati di meme anti-immigrati facilmente utilizzabili da altri gruppi in paesi diversi.

YouTube e Instagram sono i canali più utilizzati per cercare di raggiungere il pubblico più vasto e più giovane. A coloro che si imbattono in contenuti di estrema destra e iniziano a condividerli viene offerto un passaggio successivo, viene inviato un link a un’app di messaggistica crittografata cui si accede solo su invito. Altri vengono reclutati su siti come Reddit, 4Chan e 8Chan.

Una delle app di messaggistica utilizzate è Telegram ma, spiega Ebner, i siti di giochi per computer stanno diventando sempre più appetibili per i gruppi di estrema destra. Ad esempio viene usata Discord, un’applicazione progettata per consentire a chi gioca online di comunicare tra di loro.

Lo stile e i linguaggi utilizzati variano a seconda del canale utilizzato: «Per reclutare persone sui siti di giochi, viene usato un approccio molto “gamificato” con riferimenti alla cultura pop. Sulle piattaforme ultra-libertarie vengono enfatizzati gli argomenti intorno alla libertà, nelle reti cospirazioniste si fa riferimento immediatamente alle teorie della cospirazione».

La terza fase è la condivisione dei contenuti e, osserva la ricercatrice, la diffusione della propaganda e la mobilitazione dell’estrema destra sta diventando sempre più massiccia e rapida, con l’obiettivo di aumentare la polarizzazione e di incentivare all’odio e anche all’uso della violenza.

Da questo punto di vista, la prima volta è stata Charlottesville, la prima manifestazione fuori dalla Rete organizzata delle comunità online. Una specifica chat room su Discord si è occupata della logistica, dicendo anche alle persone cosa indossare. Ebner e i suoi colleghi avevano programmato di partecipare, ma hanno desistito quando hanno visto circolare nei gruppi foto di armi da fuoco. Sappiamo tutti come è andata. Durante la manifestazione, un ventunenne, James Alex Fields, ha deliberatamente guidato la sua auto verso un gruppo di contro-manifestanti, uccidendo Heather Heyer e ferendo 28 persone. È stato condannato all'ergastolo nel giugno 2019.

Discord ha detto alla BBC di verificare e intraprendere azioni immediate in caso di segnalazioni di incitamento all’odio o alla violenza, ma Ebner ha spiegato che finora le sue continue segnalazioni hanno sortito poco effetto.

Se Charlottesville ha fatto scoprire all'opinione pubblica l'esistenza di un pericolo estrema destra, Christchurch sembra essere stato recepito come un momento di non ritorno rispetto all'efficacia e alla pervasività dei discorsi di incitamento all'odio e alla violenza nelle nostre società. «Quello che è successo non dovrà accadere mai più», aveva dichiarato il Presidente francese Emmanuel Macron. «La dimensione social di questo attacco è stata senza precedenti e la nostra risposta oggi è senza precedenti. Mai prima d'ora paesi e aziende tecnologiche si sono unite e si sono impegnate in un piano d'azione per sviluppare nuove tecnologie per rendere più sicure le nostre comunità», aveva aggiunto la Presidente della Nuova Zelanda Jacinda Ardern.

Dopo la strage di Christchurch, la Commissione europea e alcuni Stati, fra cui l'Italia, guidati da Nuova Zelanda e Francia, hanno sottoscritto con le più importante aziende tecnologiche un impegno volontario per agire contro i contenuti terroristici ed estremisti violenti online. Definita da studiosi ed esperti di Internet un’iniziativa lodevole, l'accordo ha sollevato anche diverse critiche. Ancora una volta ci si è concentrati sulla rimozione dei contenuti online e non sull’importanza della loro moderazione da parte di team umani, e non sembrano essere stati presi in considerazione le conseguenze dell’adozione di policy esclusivamente ispirate alla rimozione dei contenuti affidate alle aziende private che gestiscono le piattaforme che, in alcuni paesi, favorisce la repressione delle forme di dissenso e la limitazione dell’accesso a Internet, spazio invece di pluralismo delle fonti di informazione e motore di maggiore inclusione sociale.

Ma si è trattato, in ogni caso, di un primo tentativo da parte di governi e aziende di dialogare, seppur tardivamente, con studiosi ed esperti di Internet. Resta da chiedersi se questa iniziativa andrà nella direzione giusta e darà gli strumenti per prevenire futuri attacchi o sarà una volta di più un modo per rendere Internet uno spazio sempre più controllato mettendo così a rischio la libertà di espressione.

Di seguito tutti i nostri articoli sui temi sollevati dall'inchiesta della BBC:

La normalizzazione mediatica dell’estrema destra: dall’alt-right ai “sovranisti”

Facebook vieta il razzismo di nazionalismo e suprematismo bianco. Ma la decisione arriva tardi

La strage di Christchurch e gli accordi con i social contro terrorismo ed estremisti violenti. Luci e ombre

I problemi di YouTube nella sua lotta contro l’odio: rimossi video antirazzisti e canali di storia

La sfida del terrorismo ai media e ai social network

Foto in anteprima via BBC

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Centri di detenzione Usa, le terribili condizioni dei bambini migranti: separati dai genitori, denutriti e in condizioni igienico-sanitarie spaventose


[Tempo di lettura stimato: 13 minuti]

"La politica di immigrazione del presidente Trump ha superato il limite passando dalla crudeltà gratuita al sadismo senza mezzi termini. Probabilmente a lui piace vedere bambini innocenti ammassati nel sudiciume e nello squallore. Forse ritiene che sia questa l'America. Sostenitori di Trump, dite che ha ragione? Membri repubblicani del Congresso, secondo voi? È quello che volete?".

Questi gli interrogativi posti dal premio Pulitzer Eugene Robinson, giornalista e analista politico, in un editoriale pubblicato sul Washington Post all'indomani della visita del 17 giugno di un gruppo di avvocati, medici e attivisti al centro detentivo per migranti di Clint, nei pressi di El Paso, Texas, in occasione della quale non è stato possibile visionare la struttura ma avere l'opportunità di intervistare più di 50 dei circa 351 minori trattenuti in un complesso che può contenerne al massimo poco più di 100.

via CNN

La maggior parte dei bambini presenti a Clint provengono da El Salvador, Guatemala e Honduras. Più di 100 hanno un'età inferiore a 13 anni, mentre 18 non superano i 4 anni. Il più piccolo ha 4 mesi e mezzo.

L'accesso - autorizzato per monitorare l'applicazione, da parte dell'amministrazione, della legge sul trattamento dei bambini migranti - ha dato la possibilità di testimoniare le condizioni raccapriccianti e disumane in cui versano i minori separati dalle famiglie in attesa dell'esame della richiesta d'asilo, come stabilito dal provvedimento entrato in vigore lo scorso aprile 2018 e nonostante il passo indietro del presidente americano Donald Trump del 20 giugno 2018 con cui, attraverso un decreto, ha disposto che le famiglie di migranti rimangano unite.

Al termine della visita, come riporta il Washington Post, l'immagine rimasta stampata nella mente di W. Warren H. Binford, uno dei sei avvocati entrati nel centro, profonda conoscitrice e sostenitrice dei diritti dei minori, stimata a livello internazionale e docente di diritto nonché direttrice del programma di Clinica del diritto alla Willamette University, è quella di una giovane mamma di 15 anni e del suo bambino coperto di muco. Nonostante continuasse ripetutamente a sciaquare con l'acqua i vestitini del piccolo la ragazzina non riusciva a pulirli. Perché nel centro non c'è sapone. E neanche cibo per neonati. Solo cereali a colazione, minestra già pronta per pranzo e burrito ghiacciato per cena.

L'assenza di sapone non è casuale ma una scelta deliberata. A sostenerlo è stata la stessa amministrazione Trump, il 18 giugno, durante un'udienza svoltasi dinanzi a una giuria del Nono Circuito, a San Francisco, che ha dichiarato che il governo non è tenuto a fornire sapone o spazzolini da denti ai minori trattenuti al confine tra Stati Uniti e Messico e che può farli dormire su pavimenti di cemento, in celle fredde e sovraffollate, nonostante un accordo preveda che i detenuti siano trattenuti in strutture "sicure e igieniche".

«Sta seriamente sostenendo di non leggere l'accordo perché chiede di fare qualcosa di diverso da quello che ho appena elencato e cioé freddo durante la notte, luci accese per tutta la notte, dormire sul cemento con un foglio di alluminio come coperta? Trovo inconcepibile che il governo dica che tutto questo sia sicuro e igienico», ha detto uno dei tre giudici del Nono Circuito William Fletcher rivolgendosi a Sarah Fabian del dipartimento di Giustizia che rappresentava l'amministrazione americana.

Le storie raccontate dai minori trattenuti nel centro di Clint hanno sconvolto chi le ha ascoltate. «Siamo rimasti semplicemente inorriditi», ha dichiarato Binford al Washington Post.

Grazie alle interviste si è potuto appurare che i minori non solo non venivano assistiti ma erano abbandonati, trascurati, dimenticati. Bambini che non si lavavano da giorni, alcuni con i pidocchi, altri con l'influenza. Bambini, gli unici a prendersi cura di altri bambini.

«Erano sporchi, avevano muco sulle magliette.... E cibo. Anche sui pantaloni. Ci hanno detto di essere affamati. Ci hanno detto che alcuni di loro non avevano fatto la doccia o non l'avevano fatta fino a uno o due giorni prima del nostro arrivo. Molti hanno raccontato di aver lavato i denti solo una volta. Il centro sapeva dalla settimana precedente che saremmo arrivati. Il governo da tre settimane».

«Ho sempre fame qui a Clint. Sono così affamato che mi sveglio nel cuore della notte. A volte mi sveglio per la fame alle 4 del mattino, a volte in altre ore. Ho troppa paura di chiedere agli agenti altro cibo, nonostante non ce ne sia mai abbastanza per me», ha raccontato uno dei piccoli testimoni a Binford.

I bambini hanno detto agli avvocati che nessuno si occupa di loro. In alcuni casi sono quelli più grandi a farlo con i più piccoli, in altri casi viceversa. Sono gli stessi agenti a chiedere ai ragazzi di scegliere chi accudire tra piccoli di due, tre, quattro anni. Nonostante poi accada, col passare del tempo, che i ragazzini più grandi mollino e che i piccoli siano consegnati ad altri bambini o restino soli.

Durante l'intervista ad una ragazzina di 14 anni, il bimbo da lei accudito di 2 anni ha fatto la pipì bagnandola perché sprovvisto di pannolino. Al centro non ci sono neanche quelli. La ragazza ha guardato Binford sollevando le spalle, consapevole di non sapere cosa fare.

Molti minori hanno raccontato di aver dormito su un pavimento di cemento. La maggior parte ha riferito di avere ricevuto due coperte, del tipo di quelle usate dai militari, di lana ispida, una da mettere a terra, l'altra da utilizzare per coprirsi. Altri ne hanno avuta una soltanto e non sapevano se usarla per stendersi o per proteggersi dall'aria condizionata.

Gli esperti legali che monitorano il trattamento dei bambini migranti raramente diffondono i rispettivi resoconti, ma Binford e i suoi colleghi sono rimasti talmente tanto scossi da ciò che hanno visto e sentito da doverlo rendere pubblico.

«Per 12 anni ho visitato bambini detenuti in custodia sotto l'autorità del servizio federale di immigrazione», ha dichiarato al Guardian Elora Mukherjee, direttrice del dipartimento di Clinica legale per i diritti degli immigrati alla Columbia Law School, un'altra dei legali che hanno avuto accesso al centro. «Non ho mai visto nulla di simile. Non ho mai visto, odorato, dovuto testimoniare condizioni così degradanti e inumane». Anche lei, come la collega Binford, ha visto i vestiti sporchi indossati dai bambini, alcuni macchiati di fluidi corporei tra cui latte materno, urina e muco, gli stessi abiti che avevano quando hanno attraversato il confine, giorni o settimane prima.

Mukherjee ha raccontato che sono sette i minori morti mentre si trovavano sotto la custodia del servizio federale o poco dopo essere stati rilasciati. Nei 10 anni precedenti non era stato registrato alcun decesso. «Ci siamo estremamente preoccupati e abbiamo pensato che altri bambini sarebbero potuti morire se non avessimo parlato pubblicamente», ha detto.

Una volta arrivati a Clint, gli avvocati sono venuti a conoscenza della presenza di alcuni minori in quarantena a causa di un'epidemia di influenza. I ragazzi non sono stati intervistati di persona, per assicurare cure mediche adeguate, per cui i legali hanno comunicato telefonicamente soltanto con quelli più grandi.

Secondo quanto previsto dalla legge i minori non dovrebbero essere trattenuti. La maggior parte avrebbe dovuto essere rilasciata dopo poco per essere accudita da un genitore, un parente o un tutore negli Stati Uniti.

Clara Long, ricercatrice senior sugli Stati Uniti di Human Rights Watch, che ha fatto parte del gruppo entrato nel centro di Clint, ha raccontato di essere rimasta devastata da ciò che ha visto.

Come l'incontro con due fratelli, una bambina di tre anni con i capelli arruffati, tosse secca, pantaloni sporchi di fango e occhi che a malapena si aprivano per la stanchezza e suo fratello di 11, entrambi rinchiusi prima in una gabbia e poi in una cella dopo essere stati separati dallo zio di 18 anni con cui avevano attraversato il confine a maggio scorso.

«Le cose che ho visto durante questa settimana sono in linea con le precedenti conclusioni a cui era giunta Human Rights Watch sulle conseguenze dei danni subiti dai bambini causati da settimane di detenzione invece che da giorni. Il Congresso dovrebbe indagare e agire con urgenza per fermare questi abusi senza senso, e chiedere alle agenzie di immigrazione di rilasciare questi bambini prima possibile per lasciarli ricongiungere ai loro familiari», ha dichiarato Long.

Se i resoconti di Binford, Mukherjee e Long disegnano un quadro già grave, peggiori sono i racconti di Dolly Lucio Sevier, un medico che si è occupato di 39 minori reclusi nel centro detentivo Ursula a McAllen, Texas, dopo la segnalazione di alcuni avvocati che avevano scoperto un'epidemia di influenza a causa della quale cinque bambini erano stati ricoverati nell'unità di terapia intensiva neonatale.

Per avere la possibilità di far accedere Lucio Server alla struttura di McAllen i legali che rappresentano i bambini hanno minacciato di denunciare il governo se la visita fosse stata negata. Questi avvocati appartengono a un team che lavora per verificare l'applicazione dell'accordo di Flores del 1997 che ha definito gli standard di detenzione per i minori non accompagnati, incluso il trattenimento per non più di 72 ore in "un ambiente meno restrittivo possibile, appropriato all'età del bambino e alle sue particolari necessità".

"Le condizioni detentive potevano essere paragonate a quelle delle strutture dove viene praticata la tortura", ha scritto Lucio Sevier in una relazione medica rilasciata in esclusiva ad ABC News.

"Temperature fredde estreme, luci accese 24 ore al giorno, nessun accesso adeguato a cure mediche, servizi igienici di base, acqua o cibo".

Secondo quanto riportato da Lucio Sevier, tutti i bambini che sono stati visitati hanno mostrato sintomi da trauma psicologico. Gli adolescenti hanno raccontato di non aver potuto lavare le mani durante tutto il periodo di detenzione. Secondo il medico questo comportamento ha causato "intenzionalmente la diffusione della malattia". Per Lucio Sevier la struttura "era peggio di una prigione".

«Immagina i tuoi figli in quel posto - ha detto il medico ad ABC News - Io non riesco ad immaginare che mio figlio possa stare lì senza subire conseguenze devastanti».

Secondo la relazione medica le condizioni dei neonati erano ancora più spaventose. Molte madri adolescenti in custodia hanno descritto di non avere la possibilità di lavare i biberon.

"Negare ai genitori la possibilità di lavare i biberon dei propri bambini è irragionevole e potrebbe essere considerato un abuso mentale ed emotivo intenzionale", ha scritto Lucio Sevier.

Ai piccoli che avevano superato i 6 mesi non è stato fornito cibo adeguato all'età e al loro fabbisogno nutrizionale.

Nessun accesso ai centri è stato consentito ai giornalisti che sono stati tenuti alla larga e che non hanno potuto scrivere i propri articoli basandosi su testimonianze dirette.

Come racconta Paul Fahri in un articolo pubblicato dal Washington Post "il blackout informativo ha lasciato la maggior parte degli americani all'oscuro sulle condizioni delle strutture governative progettate per gestire i migranti che hanno attraversato il confine. Le fotografie e le immagini televisive sono rare e spesso datate. Ancora più rare le interviste rilasciate da dirigenti e dipendenti delle agenzie federali o dai bambini stessi.

Giornalisti, funzionari governativi e difensori dei diritti dei migranti concordano sul fatto che consentire ai giornalisti di vedere in prima persona le strutture cambierebbe le percezioni pubbliche sul trattamento dei migranti ma non sul come".

«Se i giornalisti avessero accesso ai centri di detenzione al confine dove i bambini sono tenuti in condizioni disgustose, quei centri non esisterebbero», ha detto ai giornalisti Elora Mukherjee. «Se i video fossero pubblicati ci sarebbero forti cambiamenti» perché la protesta sarebbe enorme.

Caitlin Dickerson che si occupa di temi riguardanti l'immigrazione per il New York Times, ha detto che ottenere l'accesso alle strutture di detenzione - mai facile in nessuna circostanza - è diventato ancora più difficile da dicembre, quando due bambini sono morti mentre si trovavano in custodia federale. Dickerson non è sicura se i funzionari stiano intenzionalmente impedendo l'accesso ai giornalisti o se non riescano a gestire l'aumento delle richieste di accesso da parte dei media.

In ogni caso le visite consentite riservate alla stampa sono generalmente brevi ed estremamente organizzate, senza interviste. L'accesso è solitamente limitato a una parte della struttura.

Quando si sono diffuse le notizie sulle condizioni dei centri molte persone hanno espresso il desiderio di dare una mano ai bambini ospitati nelle strutture. Ma dopo aver acquistato giocattoli, sapone, spazzolini da denti, pannolini e medicine hanno saputo che nessun tipo di donazione sarebbe stato accettato.

Intervistati da Texas Tribune i residenti locali, che hanno tentato invano di donare alle strutture di Clint e McAllen, hanno confermato l'impossibilità di poter consegnare quanto acquistato.

Il deputato democratico del Texas Terry Canales ha twittato raccontando che dopo aver parlato con la polizia di frontiera, gli è stato detto che le donazioni non erano gradite.

"A questi ragazzi non vengono offerti i servizi essenziali e non ottengono ciò di cui hanno bisogno", ha detto Canales in una conversazione con un responsabile della polizia di frontiera di Rio Grande Valley degli Stati Uniti, Border Patrol. "Abbiamo discusso di pannolini, prodotti per l'igiene, e ho insistito sul fatto che sembra terribile non soddisfare i loro bisogni e non accettare le donazioni della gente".

L'1 luglio scorso un gruppo di deputati del Congresso, tra cui Alexandria Ocasio-Cortez, si è recato nel centro di Clint. In una serie di tweet Ocasio-Cortez ha raccontato di aver incontrato donne che piangevano per la paura di essere punite, di contrarre malattie, per disperazione, per mancanza di sonno, perché traumatizzate.

Ocasio-Cortez ha anche raccontato dettagli terrificanti di donne costrette a bere dalle tazze del gabinetto a causa della mancanza di accesso all'acqua.

Come molti altri membri del Congresso che hanno visitato le strutture, Ocasio-Cortez si è detta scioccata dalla mancanza di responsabilità di chi lavora al centro.

In un'intervista alla CNN la deputata Madeleine Dean ha raccontato il suo incontro dietro un vetro con alcuni bambini migranti rinchiusi in una gabbia. «Abbiamo cercato di urlare e qualcuno gli ha detto che eravamo membri del Congresso che speravano di aiutare, di capire, e quando ho scritto velocemente una frase su un pezzo di carta e l'ho appoggiato sul vetro, la guardia mi ha bloccata. La frase diceva semplicemente: 'Vi vogliamo bene, vi amiamo' e i bambini ci hanno sorriso».

«E sapete cosa hanno fatto? Ci hanno passato un biglietto attraverso il pavimento, sotto la porta, e siamo finiti nei guai. La guardia temeva che gli stessimo dando qualcosa mentre erano stati i bambini ad averci scritto un biglietto che diceva: 'Come possiamo aiutarvi?'. I bambini volevano aiutarci».

Nonostante le visite a Clint e McAllen abbiano messo in luce le condizioni aberranti e sconvolgenti a cui sono sottoposti i minori trattenuti, il presidente Trump continua a fare dell'immigrazione un punto fermo della politica "tolleranza zero" della sua amministrazione e una questione chiave in vista delle prossime elezioni presidenziali del 2020. Dopo aver minacciato di espellere più di 2.000 immigrati senza documenti e comunicato di prorogare di due settimane il termine previsto per procedere a quest'operazione, il presidente ha twittato la sua intenzione di "sistemare il confine meridionale" invitando i Democratici a sostenerlo.

Lo stesso giorno in un'intervista rilasciata a Chuck Todd per la trasmissione "Meet the Press" di NBC incalzato da varie domande in cui gli si chiedeva conto delle condizioni dei minori migranti nei centri detentivi Trump ha accusato il suo predecessore Barack Obama di aver disposto la separazione delle famiglie (effettivamente l'amministrazione Obama ha previsto la separazione delle famiglie ma solo in casi molto rari in cui la sicurezza del bambino veniva messa seriamente a rischio) e di averne ereditato la legge a cui ha posto fine col provvedimento del 2018 e ha criticato i Democratici per non voler cambiare le leggi sull'immigrazione causando, di fatto, questa emergenza, non approvando, inoltre, lo stanziamento di 4,6 miliardi di dollari destinati all'emergenza migranti al confine con il Messico, di cui 2,88 riservati ai minori non accompagnati.

In un articolo pubblicato da Houston Chronicle la situazione relativa alle separazioni delle famiglie immigrate che giungono al confine meridionale statunitense appare ben diversa da quella raccontata dal presidente. Ad un anno dalla firma dell'ordine esecutivo che avrebbe dovuto porre fine a questa politica crudele e controversa e dall'ordinanza di un giudice federale che ha disposto il ricongiungimento di più di 2.800 bambini separati dai propri genitori, è stato concesso al governo di continuare a dividere le famiglie esclusivamente quando il genitore rappresentava un pericolo per il figlio o se aveva commesso qualche reato o fosse affiliato a qualche gruppo non riconosciuto. In realtà da giugno 2018 a maggio 2019, secondo i dati forniti dal governo all'American Civil Liberties Union (ACLU), più di 700 bambini hanno continuato ad essere separati dai propri genitori o da parenti spesso per ragioni poco chiare o con motivazioni di poca consistenza.

«Negli ultimi mesi questi casi sono aumentati drasticamente», ha dichiarato allo Houston Chronicle Lee Gelernt, avvocato della ACLU che sostiene che il governo sta applicando regole restrittive rispetto a casi che dovrebbero rappresentare un'eccezione.

Secondo Gelernt molti casi coinvolgono bambini piccoli, figli di genitori accusati di aver commesso reati come violazioni del codice stradale.

«Il governo decide unilateralmente che i genitori sono un pericolo e poi li separa senza informare le strutture che ospitano i bambini che il bambino è stato separato dalla famiglia, senza dire al genitore il motivo della separazione e senza concedere alcun diritto alla famiglia di contestare la decisione», ha proseguito Gelernt.

Lo scorso 25 giugno, nonostante la Camera abbia approvato un nuovo disegno di legge per lo stanziamento di 4,5 miliardi dollari da destinare all'emergenza, un nuovo scontro politico si è aperto tra i Democratici e il presidente Trump che ha minacciato di porre il veto al provvedimento che potrebbe passare anche in Senato senza essere modificato e quindi prevedendo di non porre restrizioni su come i fondi possano essere usati, come lui avrebbe voluto.

«La mia speranza è che sia partito dalla Camera un messaggio importante e che il Senato faccia ciò che ha detto di voler fare, destinando gli aiuti umanitari ai più vulnerabili di cui ci stiamo occupando» ha dichiarato ad Al Jazeera la deputata democratica di El Paso Veronica Escobar.

La legge approvata alla Camera prevede, infatti, finanziamenti per "letti, coperte, pannolini, cibo e assistenza legale", ha detto Escobar ai giornalisti, oltre a sostenere "alternative alla detenzione, politiche che sappiamo hanno funzionato in modo efficace in passato, ma che sono state abbandonate da questa amministrazione a favore della carcerazione. Stiamo anche finanziando un programma pilota per assicurarci che le organizzazioni no-profit e le forze dell'ordine siano in grado di accelerare l'arrivo delle famiglie presso i loro sponsor".

A seguito dell'approvazione del provvedimento alla Camera, attraverso una dichiarazione la Casa Bianca ha accusato i deputati democratici di "aver ignorato la richiesta dell'amministrazione di approvare finanziamenti disperatamente necessari per affrontare la crisi umanitaria alla frontiera", aggiungendo che stanno cercando di "approfittare dell'attuale crisi inserendo decisioni politiche che renderebbero il nostro paese meno sicuro".

Dopo la diffusione delle notizie sulle condizioni detentive a Clint e a McAllen il New York Times ha riportato che circa 249 bambini sono stati trasferiti in una struttura di accoglienza gestita dall'ufficio per il reinsediamento dei rifugiati, secondo quanto dichiarato da Evelyn Stauffer, portavoce del dipartimento della Sanità e dell'ufficio del servizio umanitario per il reinsediamento dei rifugiati, mentre un altro numero imprecisato è stato inviato in una struttura temporanea di El Paso, secondo quanto riferito da Elizabeth Lopez-Sandoval, portavoce della deputata Veronica Escobar che ha aggiunto che a Clint sarebbero timasti circa 30 minori.

Un funzionario del dipartimento per la Sicurezza nazionale ha dichiarato che le condizioni nella struttura temporanea di El Paso, costruita appositamente per le famiglie, sono di gran lunga migliori di quelle di Clint, sebbene non si sappia se i bambini abbiano avuto accesso a sapone o docce dal momento in cui sono arrivati. Certamente sono stati sottoposti a un controllo medico una volta trasferiti.

Intanto, il 25 giugno, il commissario ad interim per la sicurezza delle frontiere John Sanders, ha presentato le dimissioni diventate effettive il 5 luglio scorso, dopo appena due mesi e mezzo dall'assunzione dell'incarico. La situazione è precipitata dopo quanto emerso a Clint e a McAllen. In un'intervista esclusiva rilasciata alla CNN Sanders ha spiegato quanto è stato difficile per lui il 20 maggio (ad un mese dall'insediamento) apprendere la notizia della morte del 16enne guatemalteco Carlos Gregorio Hernandez Vasquez mentre si trovava in custodia. Da allora ha provato a raddoppiare gli sforzi per tutelare i minori in custodia.

A detta di un funzionario del dipartimento per la Sicurezza nazionale Sanders, che non ha criticato esplicitamente alcuna politica dell'amministrazione, non era d'accordo con l'operazione che l'Agenzia per l'immigrazione e le dogane (ICE) sta conducendo da domenica 14 luglio (secondo quanto riferito dal New York Times) che prevede operazioni di arresto e rimpatrio nei confronti di 2.000 nuclei familiari di immigrati sprovvisti di documenti disposte da tribunali in 10 città americane.

L'operazione, rimandata di 15 giorni rispetto alla data inziale, sembra sia stata posticipata anche a causa della resistenza riscontrata tra i funzionari dell'agenzia di immigrazione.

Una volta arrestate le famiglie dovrebbero rimanere insieme nei centri di detenzione in Texas e in Pennsylvania ma, a causa di problemi di capienza, alcune potrebbero essere ospitate in alberghi fino a quando non saranno pronti i documenti di viaggio. L'obiettivo dell'Agenzia per l'immigrazione e le dogane è quello di rimpatriare le famiglie il più rapidamente possibile.

«Sono arrivati illegalmente e li riportiamo legalmente», ha dichiarato Trump ai giornalisti.

Immagine in anteprima via Jackie Speier 

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

La mail di Savoini a Buzzfeed del 2018 smentisce Salvini. Le tre domande a cui il ministro deve rispondere


[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

Gianluca Savoini, al centro dello scoop de l'Espresso e Buzzfeed che lo vede protagonista della trattativa avvenuta al Metropol di Mosca per far arrivare nelle casse della Lega 65milioni di dollari, era nel "mirino" della testata americana già dal luglio 2018. La testata chiedeva per quale motivo e in che ruolo il presidente dell'Associazione Lombardia-Russia partecipasse a incontri ufficiali tra ministri del governo italiano e quello russo.

Leggi anche >> La Lega di Salvini: dai 49 milioni euro alla rete sovranista internazionale passando per Mosca alla conquista del Sud Italia

In una foto del 16 luglio 2018, twittata dallo stesso Salvini, si vede al tavolo dei lavori Savoini.

In quell'occasione vennero discusse anche questioni concernenti la condivisione di informazioni e buone pratiche fra agenzie di sicurezza e di intelligence.

E Savoini fu poi ringraziato pubblicamente per aver organizzato, durante quella visita, l'incontro con Salvini e l'agenzia di stampa russa Tass

Alberto Nardelli di Buzzfeed già allora chiese pubblicamente di sapere in base a quale ruolo e perché fosse presente.

Savoini risponderà a Buzzfeed con una mail: era lì perché faceva parte della delegazione di Salvini "come membro dello staff del ministro". E aggiunge: "Faccio parte della Lega dal 1991, ho sempre fatto parte dello staff di Salvini ancor prima che il ministro degli interni entrasse nel governo". Spiega, inoltre, di aver contribuito a organizzare tutti i viaggi di Salvini a Mosca e di aver partecipato a precedenti incontri con il presidente Vladimir Putin nel 2014, nonché al ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e ad altri alti funzionari russi. Savoini si rifiuta di approfondire la natura precisa del suo ruolo nello staff del ministro: "Non ho un ufficio al ministero, ma collaboro direttamente con Matteo Salvini sulla base delle sue richieste. Conoscendoci da sempre".

Buzzfeed riporta che due portavoce del ministro degli Interni italiano allora specificarono che Savoini non era nella lista interna della delegazione del ministero per il viaggio di Mosca, ma che forse era un "collaboratore esterno" del ministro. Tuttavia, precisa ancora Buzzfeed, il ministero non rispose alle ripetute richieste di chiarire l'esatta relazione tra il ministro dell'Interno e Savoini, in quale misura Savoini abbia partecipato alle riunioni a Mosca e se aveva la necessaria autorizzazione di sicurezza per partecipare a quella tipologia di riunioni.

In un altro articolo del 13 settembre 2018, Buzzfeed tracciò i contatti di Savoini con mercenari che combattevano al fianco di milizie filorusse e neonaziste in Ucraina.

La mail di risposta di Savoini a Buzzfeed del 2018 di fatto smentisce le dichiarazioni di questi giorni di Salvini. Sollecitata da La Repubblica, come racconta Carlo Bonini, la portavoce del vice premier avrebbe risposto così: «L'associazione Lombardia-Russia non ha nulla a che vedere con la Lega. Gianluca Savoini non ha mai fatto parte di delegazioni ufficiali in missione a Mosca con il ministro. A nessun titolo. Né a quella del 16 luglio 2018, né a quella del 17 e 18 ottobre dello stesso anno. Quanto poi alla foto scattata alla cena di gala offerta dal premier Giuseppe Conte al presidente Putin il 4 luglio scorso, Savoini non figurava tra gli invitati del ministro dell' Interno né, a quanto ci risulta, tra quelli della presidenza del Consiglio. In ogni caso, nessuno parla a nome del ministro. Il ministro parla per sé». Buzzfeed ne parla qui e qui. E ancora alla domanda precisa durante la conferenza stampa del 12 luglio da parte dei giornalisti: "A che titolo partecipò Savoini all'incontro con il ministro dell'Interno russo", Salvini risponde: "Ma che ne so, chiedetelo a lui".

La versione di Salvini anche rispetto alla presenza di Savoini a Mosca il 17 ottobre, "Savoini? Non l'ho inviato io, non so cosa facesse a Mosca", è messa in crisi dalla foto del 17 ottobre scorso, pubblicata da L'Espresso tre giorni fa, che mostra il capo della segreteria del ministro, Andrea Paganella, parlare con Savoini al convegno di Confindustria Russia al Lotte Hotel, dove è intervenuto il vice premier. Il giorno prima, dunque, della trattativa del Metropol svelata da L'Espresso lo scorso febbraio (smentita a suo tempo da Savoini durante un'intervista al sito russo Sputnik) e confermata dall'audio di Buzzfeed.

Scrivono i due giornalisti, Stefano Vergine e Giovanni Tizian autori dell'inchiesta:

"Nella foto che pubblichiamo, scattata da noi quel giorno all'interno del Lotte Hotel, nella sala dove si è svolta la conferenza stampa, si vedono tre persone a colloquio. Oltre a Savoini, ci sono due uomini dello staff del ministro. Uno è Andrea Paganella, capo della segreteria del Viminale, uno dei più stretti collaboratori di Salvini. L'altro, girato di spalle, è Claudio D'Amico, anche lui leghista, socio d'affari di Savoini nell'impresa russa Orion, nominato il 29 agosto 2018, quindi due mesi prima della foto, “consigliere strategico per le attività di rilievo internazionale” di Salvini. Savoini, che il giorno dopo ritroveremo all'Hotel Metropol a trattare il finanziamento multimilionario per la Lega, il 17 ottobre stava dunque parlando con due strettissimi collaboratori di Salvini".

Ieri Marco Pasciuti, sul Fatto Quotidiano, ha ricostruito 9 viaggi ufficiali a Mosca del leader leghista dal 2014 al 2018. Ed era sempre presente Savoini. Salvini definisce lui  e Claudio D'Amico, in una intervista del 2014 al sito International Affairs, "I miei rappresentanti ufficiali".

Il nome di Claudio D'Amico ritorna proprio in queste ore. Salvini ha negato di sapere perché Savoini fosse presente alla cena con Putin organizzata dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Oggi la nota di Palazzo Chigi:
"È stato Claudio D'Amico, consigliere per le attività strategiche di rilievo internazionale del VicePresidente Salvini a far invitare Gianluca Savoini alla cena che si è tenuta a Roma, a Villa Madama, la sera dello scorso 4 luglio, in onore del Presidente Putin".

Dunque le risposte del ministro dell'Interno, al di là delle battutine che rivelano un certo imbarazzo nel gestire le rivelazioni di questi giorni, così come sono imbarazzanti i tentativo di allontanare la figura di Savoini e sminuire i suoi legami con Salvini e la Lega, non reggono. Il ministro dell'Interno davanti a questa storia opaca è obbligato a fare chiarezza, in modo serio e trasparente. "Se trovo un rublo fuori posto, mi arrabbio", non sono queste dichiarazioni e tono che si addicono a un ministro in un contesto così grave. Quella trattativa, fatta a suo nome e a nome del suo partito, anche se non è andata in porto (ad oggi nessuno sa come sia finita, anche se l'avvocato, Gianluca Meranda, che ha scritto a La Repubblica dicendo di aver preso parte all'incontro e che presto sarà sentito dai magistrati di Milano, dice che la trattativa non si è perfezionata) rivela un metodo, un modo di muoversi, di agire di uomini della Lega, stretti collaboratori del ministro dell'Interno.

Le tre domande, sollevate da Alberto Nardelli, a cui il ministro dell'Interno ha il dovere di rispondere senza svicolare, ma assumendosi anche la responsabilità di esserci circondato di personaggi alquanto discutibili, sono chiare ed esigono risposte altrettanto nette:

1) “Qual è il suo rapporto con Savoini? Perché un uomo che non ha alcun ruolo ufficiale nel governo va in viaggio ufficiale a Mosca con il ministro, siede agli incontri con i ministri russi e partecipa alla cena con il presidente Vladimir Putin. In quale ruolo fa tutto questo?”.

2) “Cosa sa Salvini dell’incontro al Metropol del 18 ottobre scorso? Era al corrente del negoziato e dell’accordo proposto per finanziare il suo partito e la campagna elettorale? Conosce gli altri italiani che erano all’incontro?”.

3) “Cosa ha fatto Salvini la sera del 17 ottobre a Mosca dopo essere intervenuto alla conferenza al Lotte Hotel? Perché i funzionari russi che avrebbe incontrato quella sera sono gli stessi citati il giorno successivo durante l’incontro al Metropol Hotel?”.

Il vicepremier leghista, infatti, non ha mai chiarito dove sia stato e cosa abbia fatto durante le 12 ore intercorse tra la sera del 17 ottobre, quando vide il vicepremier del Cremlino Dmitry Kozak, e l’incontro del giorno successivo tra Savoini e i russi.

Secondo la ricostruzione de L'Espresso, Salvini, in quelle ore, avrebbe incontrato il vice primo ministro con delega alle questione petrolifere nello studio dell’avvocato Vladimir Pligin. Incontro mai smentito dal ministro dell’Interno italiano.

Di fronte a tutto questo, la strategia "E allora il PCI?" non funzionerà.

Leggi anche >> Savoini, i soldi di Mosca, Salvini e "i pettegolezzi giornalistici"

Foto via Avvenire

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Uccisi, picchiati, censurati: fare giornalismo ambientale sta diventando sempre più pericoloso


[Tempo di lettura stimato: 10 minuti]

Il 13 novembre 2008, il giornalista russo Mikhail Beketov, caporedattore del giornale locale Khimkinskaya Pravda, viene fermato da due uomini sull'uscio di casa. Con una sbarra di ferro gli fracassano le mani e le gambe e gli fratturano il cranio. In seguito all'attacco Beketov rimane paralizzato, senza 4 dita, la gamba destra amputata, con danni al cervello che gli impediscono di parlare. Morirà nel 2013 per un attacco cardiaco.

L'8 novembre del 2010, Oleg Kashin, giornalista del Kommersant, viene aggredito da due uomini, armati di una mazza metallica. Gli rompono le gambe, le braccia e la mandibola, infieriscono sulla sua mano destra con la quale il giornalista scriveva. Dopo una settimana in coma, Kashin riesce a riprendersi dalle violenze subite e ora scrive per testate russe e straniere, tra cui il Guardian, e si batte per la libertà della stampa russa.

Pochi giorni prima dell'attacco a Kashin, era toccato ad Anatoly Adamchuk, reporter del giornale locale Zhukovskie Vesti, essere fermato e picchiato anche lui da due uomini. Adamchuk viene addirittura accusato di aver pagato mille rubli i suoi assalitori e di organizzato il proprio pestaggio.

Gli attacchi a Beketov, Kashin e Adamchuck sono legati tutti dallo stesso filo rosso. I tre giornalisti si stavano occupando degli impatti ambientali derivanti dalla costruzione di un'autostrada da Mosca a San Pietroburgo che avrebbe permesso di velocizzare il trasporto di merci da una capitale all'altra.

L'idea di costruire la nuova autostrada era stata discussa la prima volta dal ministero dei Trasporti nel 2004. Il percorso prevedeva di tagliare in due il Khimki Forest Park, una foresta di querce secolari, abitata da alci e tantissime specie diverse di uccelli, ritenuta dagli ecologisti un ecosistema unico vicino Mosca. Se realizzata, spiegavano gli esperti, l'autostrada avrebbe potuto danneggiare irrimediabilmente un sito speciale di interesse scientifico: la palude mesotrofica di mirtilli e l'alveo del fiume Klyazma. Dal 2004, però, spiega la giornalista ambientale Yevgenia Chirikova, il progetto viene portato avanti nella più grande segretezza, fino al 2006, quando l'allora sindaco di Khimki, Victor Strelchenko, svela il percorso definitivo, scelto tra 3 alternative possibile, senza aver coinvolto la cittadinanza: era quello più impattante da un punto di vista ambientale.

Beketov e Kashin iniziano a scrivere articoli che criticano la distruzione della foresta di Khimki, cercano di svelare gli interessi pubblici e privati dietro la realizzazione dell'autostrada e accusano di corruzione i funzionari locali. Adamchuck si occupa delle proteste degli ambientalisti e, contestualmente, inizia ad approfondire anche il caso della foresta di Djukovskiy, un altro bosco nei pressi di Mosca che si pensava di abbattere. Fino a quando la loro voce non viene messa a tacere – nel caso di Kashin e Adamchuk solo temporaneamente – dagli attacchi di ignoti assalitori.

giornalisti, ambiente, censura, cambiamento climatico
via CPJ

Si pensa che i giornalisti ambientali si occupino di notizie "leggere" sulla natura, che scrivano di delfini, orsi polari, uccelli, alberi o cerchino al massimo di destare l'attenzione dell'opinione pubblica sull'emergenza del cambiamento climatico. Un lavoro privo di rischi, insomma, e che non mette a repentaglio la propria vita.

Ma, come mostrano le storie di Beketov, Kashin e Adamchuck, così non è. Perché, spesso, chi si occupa di giornalismo ambientale fa inchieste sul campo, per raccontare storie che parlano di politiche energetiche, sviluppo industriale e rurale, rendite fondiarie, inquinamento e consumo di suolo, e hanno a che fare con intrecci di potere e di conflitti tra interessi privati e diritti delle comunità locali.

Per capire cosa fanno i giornalisti ambientali e cosa li mette in difficoltà, spiega il giornalista investigativo Marc Shapiro sul Guardian, c'è un termine proveniente dalle scienze naturali: la "cascata trofica". Ad esempio, "l'aumento delle temperature crea le condizioni per la nascita di nuovi insetti, che trasmettono nuove malattie alle colture, che a loro volta provocano un calo dei raccolti, che porta a prezzi alimentari più alti e tutto ciò può provocare tensioni e conflitti sociali". Sul campo, i giornalisti ambientali ripercorrono la cascata al contrario. Partono dalla contaminazione di un fiume da parte di una fabbrica o dalla distruzione di ecosistemi da parte di una miniera e poi vanno a ritroso chiedendosi: Come è successo? Chi sono i responsabili? "Per arrivare spesso a società occidentali quotate in borsa che non rispettano i diritti umani e che cercano di non avere tra i piedi chi può portare alla luce eventuali abusi".

I luoghi dove i giornalisti fanno ricerche e inchieste sul campo sono crocevia di interessi sovra-locali che hanno impatti territoriali. E così, l'avvicinarsi a questi interessi di potere porta loro a esporsi ad aggressioni, violenze, pressioni, minacce. «Un problema non nuovo – ha commentato il direttore esecutivo del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), Joel Simon – diventato più acuto con l'accelerazione dei cambiamenti climatici e di cui è importante parlare sempre di più».

Secondo il CPJ sono 13 i giornalisti ambientali uccisi negli ultimi 10 anni. Ma almeno altri 16 omicidi potrebbero essere associati a inchieste giornalistiche su tematiche ambientali che vanno dal business dell'agricoltura ai disboscamenti illegali, dagli illeciti nelle concessioni per le estrazioni minerarie ai casi di inquinamento di falde acquifere e fiumi.

Tra i casi raccolti da CPJ, le storie di Desidario Camangyan, anchorman di una stazione radio locale, ucciso dopo aver dedicato 4 puntate di seguito al disboscamento illegale nella provincia di Davao nelle Filippine, e di Ardiansyah Matra’is, giornalista dell'emittente locale Merauke TV, ucciso mentre stava seguendo i progetti per un grande sviluppo dell'agrobusiness a Merauke, in Indonesia.

In India, nel 2015, il giornalista indipendente Jagendra Singh è stato ucciso, assalito da una banda che, dopo essere riuscita a entrare nella sua abitazione, lo ha cosparso di benzina e gli ha dato fuoco. Poche settimane prima di morire il giornalista aveva pubblicato un post sui social in cui raccontava di essere stato minacciato: “Politici, criminali, poliziotti, tutti mi stanno dando la caccia. Scrivere la verità sta condizionando pesantemente la mia vita”.

Singh – che secondo la polizia si è suicidato – stava indagando sull’estrazione illegale di sabbia dal fiume Garra, utilizzata per estrarre minerali e prelevata per realizzare progetti di costruzione di bonifica. Un business multimiliardario vietato in sempre più Stati di tutto il mondo a causa dell’erosione delle coste, delle inondazioni e degli effetti sull’ambiente di tale attività. Dopo la morte di Singh, altri due giornalisti sono stati uccisi mentre indagavano sull'estrazione di sabbia in India: Karun Misra nel 2016 e Sandeep Sharma nel marzo 2018.

Poi ci sono i giornalisti rimasti uccisi mentre stavano documentando sul campo manifestazioni e scontri tra forze dell'ordine e nativi indigeni. Come la giornalista della radio Renacer Kokonuko, María Efigenia Vásquez Astudillo, colpita nel 2017 mentre stava documentando gli scontri tra la polizia antisommossa e i membri della comunità indigena Kokonuko contro la presenza di una compagnia privata su un territorio visto come ancestrale, nel dipartimento di Cauca nel sud-ovest della Colombia. L’indagine è ancora aperta e sta cercando di stabilire se il colpo di arma da fuoco che poi ha ucciso la giornalista sia partito dagli agenti o dai manifestanti. Secondo la Fundación para la Libertad de Prensa (FLIP), Vásquez stava partecipando alla protesta come membro della comunità, ma stava anche documentando l'evento, pratica comune nei territori indigeni. «Aveva la stessa missione di tutti noi: documentare [cosa stava succedendo]», ha detto a FLIP Emildre Avirama, una collega di Renacer Kokonuko, unico mezzo di informazione ufficiale nel comune di Puracé.

In Brasile, nel 2017, sono state uccise 57 persone tra giornalisti e attivisti. L’allora presidente Michel Temer – scrive Global Witness – ha indebolito le misure di protezione nei confronti di reporter e attivisti ambientali, rendendo più facile a società impegnate nell'agrobusiness - associate ad almeno 12 degli omicidi del 2017 - di imporre i loro progetti alle comunità senza che sia richiesto il loro consenso. In totale, si legge in un altro rapporto di Global Witness, sono stati uccisi 207 attivisti solo nel 2017, a testimonianza, commenta ancora Marc Shapiro sul Guardian, di quanto sia rischioso occuparsi di ambiente e di come il rispetto dei diritti umani e della libertà di informazione non possano essere separati.

"L'omicidio – scrive CPJ – è la forma massima di censura", che viene esercitata in tanti modi, attraverso pressioni e altre forme di condizionamento. Di recente, un rapporto del relatore delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani, Philip Alston, ha duramente condannato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per aver "messo a tacere" la scienza del clima e ha criticato il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, per aver promesso di realizzare delle miniere nella foresta pluviale amazzonica.

In particolare, negli Stati Uniti, il Sabin Center for Climate Change Law e il Climate Science Legal Defense Fund hanno avviato subito dopo le elezioni del 2016 un progetto dal titolo “Silencing Science Tracker” per tenere traccia dei tentativi del governo di limitare o proibire la ricerca scientifica, la formazione, la discussione, la pubblicazione o l'uso di informazioni scientifiche.

Trump, USA, clima, ricerca, censura

Nel 2013 Rodney Sieh, giornalista indipendente della Liberia, ha rivelato il coinvolgimento di un ex ministro dell'Agricoltura in un caso di corruzione nell'utilizzo di fondi stanziati per combattere la malattia parassitaria e infettiva del verme della Guinea. Sieh è stato condannato a 5mila anni di carcere e multato per quasi 1,5 milioni di euro per diffamazione, ha scontato tre mesi nel carcere più famoso della Liberia, prima di essere scarcerato dopo una enorme protesta internazionale.

Sempre nel 2013, il reporter canadese Miles Howe è stato arrestato più volte mentre seguiva le proteste della Elsipotog First Class a New Brunswick contro il fracking. «Molte volte ero l'unico giornalista presente a documentare arresti violenti. Durante una manifestazione, un membro della Royal Canadian Mounted Police mi indicò come uno dei manifestanti», racconta Howe. La sua attrezzatura fu sequestrata e la polizia perquisì la sua abitazione oltre a proporgli di spiare i manifestanti in cambio di un lauto pagamento.

Nel caso del giornalismo ambientale – nota Eric Freedman, professore di Giornalismo al Knight Center for Environmental Journalism della Michigan State University – le linee di demarcazione tra giornalismo e attivismo sono più sfumate e questo porta molto spesso le società oggetto di inchieste giornalistiche ad accusare i reporter di solidarizzare o impegnarsi in prima persona con le istanze dei manifestanti.

Questa situazione, aggiunge Freedman, autore anche di una ricerca sulle condizioni professionali dei giornalisti ambientali, è ancora più frequente quando il tema dell’ambiente incrocia la questione dei diritti dei nativi e sono i giornalisti indigeni a far scoprire lo sfruttamento legale e illegale delle risorse naturali, delle foreste e della terra, come abbiamo visto nel caso di María Efigenia Vásquez Astudillo, in Colombia, o della battaglia dei nativi americani di Standing Rock contro la costruzione di un oleodotto sulle loro terre. In questi casi, si legge nella ricerca, sembra esserci meno consapevolezza da parte dei giornalisti ambientali dei rischi che corrono nella loro attività, percepita come meno pericolosa rispetto a chi si occupa di criminalità organizzata, droga, guerra e corruzione, rendendoli così ancora più vulnerabili alle violenze, alle pressioni, agli abusi di potere che spesso restano impuniti.

Infine, ci sono le conseguenze sulla salute psico-fisica. I pochi studi al riguardo evidenziano effetti persistenti, tra cui disturbi da stress post-traumatico, depressione e ricorso a sostanze stupefacenti. Se ci sono giornalisti in grado di riprendersi e trarre anche forza dalle sofferenze subite, altri vivono nella paura di ritorsioni o provano senso di colpa se sono sopravvissuti mentre altri colleghi sono morti sul campo.

«In generale, i giornalisti sono una tribù piuttosto resiliente», spiega Bruce Shapiro, direttore esecutivo del Dart Center for Journalism and Trauma della Columbia University. «I loro tassi di stress post-traumatico e depressione sono di circa il 13-15%, simile a quelli di chi si occupa di pronto soccorso. I giornalisti ambientali hanno spesso un senso della missione superiore alla media». Questo atteggiamento, però, spiega Freedman, a volte si traduce in riluttanza a cercare aiuto o nel sottovalutare gli effetti delle pressioni cui devono far fronte. Miles Howe, ad esempio, ha ammesso di aver sofferto di gravi problemi psicologici in seguito ai suoi ripetuti arresti, ma di essersi rivolto a uno psicologo solo due anni dopo aver lasciato il giornalismo e di essersi pentito di non averlo fatto.

Il Green Blood Project

"Forbidden Stories" – un gruppo di 15 media partner, tra cui il Guardian, El País e Le Monde, che lo scorso anno ha pubblicato un'indagine sull'omicidio di Daphne Caruana Galiziaha lanciato il progetto Green Blood che ha l’obiettivo di proseguire le indagini avviate da giornalisti ambientali che sono stati costretti ad abbandonare il loro lavoro per le pressioni, minacce e ritorsioni ricevute.

In 8 mesi, i partner di Green Blood hanno collaborato con i giornalisti locali per raccogliere documenti e testimonianze e condurre ricerche scientifiche per monitorare i danni ambientali di tre contesti: una miniera d'oro in Tanzania, una di nichel in Guatemala e l'estrazione di sabbia nel sud dell'India.

In Tanzania, Green Blood ha ripreso l’inchiesta che giornalisti stranieri e locali non hanno potuto portare avanti in seguito alle pressioni di polizia e autorità statali sull’impatto di una miniera d’oro, di proprietà di Acacia Mining, il cui azionista di maggioranza è il colosso canadese Barrick, nella regione del North Mara. Sono almeno una decina i reporter che sono stati arrestati, minacciati o censurati dalle autorità tanzaniane per aver tentato di indagare e documentare sulla miniera. Due giornali sono stati chiusi e parecchi giornalisti hanno perso il lavoro.

Anche solo avvicinarsi alla miniera, a più di mille chilometri da Dar er Salaam, la più grande città della Tanzania, era diventato rischioso, scrive Marion Guégan e Cécile Schilis-Gallego su Green Blood. Nel 2011, quattro giornalisti furono arrestati mentre erano in viaggio per denunciare la morte di diverse persone nei pressi della miniera d’oro.

Forbidden Stories ha tracciato la filiera dell’oro che parte dalla miniera di North Mara fino alla raffineria MMTC-PAMP in India per poi essere distribuito a diverse società tecnologiche come Apple, Canon e Nokia che pure, scrivono le due giornaliste, si promuovono come etiche e rispettose dell’ambiente. Gli abitanti dei villaggi intorno alla miniera hanno dovuto convivere per decenni con le conseguenze ambientali dell’estrazione dell’oro. Tra i sottoprodotti, alti livelli di metalli pesanti sono stati rinvenuti nelle acque del fiume Mara che dà il nome alla regione. Le autorità locali hanno multato la Acacia Mining per 5,6 miliardi di scellini tanzaniani (pari a poco più di 2 milioni di euro) per l’inquinamento di una diga di contenimento. La società ha dichiarato a Forbidden Stories di «aver iniziato la pianificazione e la progettazione di un nuovo magazzino di stoccaggio».

I reati ambientali non sono gli unici di cui la società mineraria è stata accusata. Organizzazioni non governative hanno documentato 22 presunti omicidi da parte della polizia o dei responsabili della sicurezza della miniera dal 2014, oltre a numerosi casi di violenze e stupri nei confronti di abitanti dei villaggi che tentavano di avvicinarsi alla miniera per estrarre da soli l’oro. Con la privatizzazione dell'industria mineraria tanzaniana, gli abitanti del villaggio di North Mara hanno perso infatti la loro fonte primaria di reddito: l'estrazione artigianale.

Carlos Choc, Guatemala, nichel, miniera, giornalismo, minacce
Il fotografo Carlos Choc via Guardian

In Guatemala, il giornalista Carlos Choc, membro di una comunità Maya di Q'eqchi in El Estor, ha subito dal 2017 minacce e ritorsioni da parte degli agenti di polizia locali per aver documentato gli scontri tra forze dell’ordine e pescatori nei pressi di una miniera di nichel. Un gruppo di pescatori stava protestando contro le autorità locali e la Solway, proprietaria della miniera, accusata di aver contaminato il lago Izabal, la loro principale fonte di mezzi di sussistenza.

Choc, che aveva ripreso l’uccisione di un pescatore, colpito al petto da un poliziotto, è stato presto accusato di aver fomentato i pescatori contro i lavoratori della miniera: «La Solway mi ha accusato di aver portato armi da fuoco, un machete, un bastone e di essermi messo alla guida del gruppo. Le uniche mie armi erano una macchina fotografica, un registratore, il mio cellulare e il mio portatile».

Choc ha dovuto vivere clandestinamente per oltre un anno, lontano dai suoi figli, per evitare la detenzione preventiva (come accaduto a un suo collega, arrestato con le stesse accuse) in attesa di un’udienza.

In India, la giornalista Sandhya Ravishankar ha subito minacce dopo aver iniziato a scrivere articoli sull’estrazione illegale di sabbia (e su cui stava indagando Jagendra Singh nel 2015) da parte della V. V. Mineral nello Stato del Tamil Nadu, nel sud del paese.

La compagnia di estrazione mineraria estrae più sabbia di quella ufficialmente consentita in luoghi in cui l’attività estrattiva è proibita. In un rapporto pubblicato a maggio, il Programma ambientale delle Nazioni Unite ha sottolineato gli impatti ambientali e sociali dell'estrazione della sabbia - sia da fiumi che da spiagge - affermando che si tratta di una questione di importanza globale.

Da quando ha iniziato a coprire giornalisticamente la questione, Ravishankar ha cominciato a essere pedinata, video-sorvegliata, minacciata telefonicamente e via Internet. «Sandhya Ravishankar ha un'antipatia personale verso la nostra compagnia", ha affermato il portavoce della società d’estrazione mineraria in una dichiarazione ufficiale insinuando anche che la giornalista lavorasse per compagnie concorrenti. Ravishankar non torna nella sua regione dal 2015 perché teme per la sua incolumità.

Immagine in anteprima via greenubuntu.com

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Sea Watch: perché le critiche all’ordinanza del Gip non reggono e le responsabilità dell’Italia


[Tempo di lettura stimato: 16 minuti]

I fatti salienti

12 giugno del 2019

La nave Sea Watch 3, battente bandiera olandese, effettua il soccorso di 53 persone nella zona SAR (search and rescue) libica. Una segnalazione dell’aereo Colibri avvertiva di una potenziale situazione di pericolo. La Sea Watch, più vicina al punto di evento SAR, soccorreva i naufraghi, informando i centri di coordinamento dei soccorsi di: Italia, Olanda, Malta, e Libia. La Libia dichiarava di assumere il controllo dell’evento SAR, ma la motovedetta libica, una volta raggiunto il punto, si allontanava senza dare alcuna indicazione alla Sea Watch. Quest’ultima, quindi, procedeva a richiedere alle autorità di Italia, Malta, Olanda e Libia, l’indicazione del POS (place of safety). La Libia assegnava il POS al porto di Tripoli, la Sea Watch rispondeva che la Libia non è considerata “punto di soccorso sicuro”, quindi richiedeva un diverso POS, o il trasbordo su altra unità. L’Italia, invece, rispondeva di non essere l’autorità competente, senza però indicare alcun POS. La Sea Watch si dirigeva, quindi, verso nord.

13 giugno

Il Ministero dell’interno italiano inviava una comunicazione alla Sea Watch intimando di non entrare in acque italiane, perché l’ingresso sarebbe stato considerato “non inoffensivo”. La Sea Watch si avvicinava a Lampedusa pur rimanendo in acque internazionali con manovra “up and down”.

14 giugno

Veniva pubblicato in G.U. il decreto legge 53/2019 (decreto sicurezza bis) che modificava il T.U. in materia di immigrazione (D.Lgs 286/1998), inasprendo le sanzioni per alcune fattispecie delittuose legate all’immigrazione clandestina. In particolare l’art. 1 recita: “Il Ministro dell'interno, Autorità nazionale di pubblica sicurezza ai sensi dell'articolo 1 della legge 1° aprile 1981, n. 121, nell'esercizio delle funzioni di coordinamento di cui al comma 1-bis e nel rispetto degli obblighi internazionali dell'Italia, può limitare o vietare l'ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale, per motivi di ordine e sicurezza pubblica ovvero quando si concretizzano le condizioni di cui all'articolo 19, comma 2, lettera g), limitatamente alle violazioni delle leggi di immigrazione vigenti, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, con allegati e atto finale, fatta a Montego Bay il 10 dicembre 1982, ratificata dalla legge 2 dicembre 1994, n. 689. Il provvedimento e' adottato di concerto con il Ministro della difesa e con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, secondo le rispettive competenze, informandone il Presidente del Consiglio dei ministri”.

15 giugno

In attuazione della nuova formulazione dell’art. 1 del decreto sicurezza bis, veniva emanato il Provvedimento interministeriale a firma del Ministro dell’Interno, di concerto col Ministro della Difesa e quello delle Infrastrutture e Trasporti, col quale veniva disposto il divieto di ingresso, transito e sosta della nave Sea Watch 3 nel mare territoriale nazionale.

Veniva predisposto un sopralluogo sulla Sea Watch, e nei giorni successivi alcuni naufraghi sbarcavano per motivi sanitari. La comandante della Sea Watch reiterava più volte la richiesta all’Italia di assegnazione di un POS, allegando rapporti dettagliati sulla situazione dei naufraghi a bordo. L’Italia perseguiva nel non indicare alcun POS.

26 giugno

La Sea Watch si dirigeva verso le acque territoriali, e due motovedette della G.d.F. le intimavano l’alt, ordinando di uscire dalle acque territoriali in base al provvedimento interministeriale di cui sopra. La Sea Watch non ottemperava e si fermava solo in vicinanza del porto di Lampedusa, chiedendo dove ormeggiare. La G.d.F. saliva a bordo per controlli ed acquisizioni documentali, invitando la nave ad attendere disposizioni.

28 giugno

Veniva aperto fascicolo di indagini a carico della comandante Carola Rackete da parte della procura di Agrigento.

29 giugno

La Sea Watch avviava i motori e si dirigeva verso Lampedusa. Giunta all’ormeggio, un’unità della G.d.F. si frapponeva fra la banchina e la motonave nel tentativo di impedire l'attracco, comunque la Sea Watch ormeggiava urtando la nave della GDF, che però riusciva a sfilarsi e ad allontanarsi. La comandante veniva arrestata dalla GDF e posta agli arresti domiciliari.

Leggi anche >> Sea Watch: i 16 giorni in mare, il porto vicino più sicuro, l’impatto con la Gdf, la decisione del Gip di liberare la comandante

L’ordinanza del Gip

La Procura della Repubblica di Agrigento chiede la convalida dell’arresto della comandante della Sea Watch, e l’applicazione del divieto di dimora in Agrigento. Con l’ordinanza emessa il 2 luglio 2019, il Giudice per le indagini preliminari di Agrigento, invece, non convalidando l’arresto ordina la scarcerazione della comandante. Ovviamente si tratta di un provvedimento interlocutorio, limitato all’applicazione della misura cautelare richiesta e non riguardante il merito dell'accusa.

I reati contestati sono:

  • Il delitto di cui all’art. 1100 del codice della navigazione, perché “compiva atti di violenza nei confronti della nave da guerra” della GDF. Il riferimento è al mancato rispetto dell’ordine di fermarsi e non entrare nel porto di Lampedusa, e di aver urtato la motovedetta della GDF.
  •  E il delitto di cui all’art. 337 c.p. perché “usava violenza per opporsi ai pubblici ufficiali presenti a bordo della vedetta” della GDF, mentre compivano atti di polizia marittima. Il riferimento è alle stesse condotte di cui all’art. precedente.

La motivazione richiama implicitamente un altro provvedimento del tribunale di Agrigento (sentenza del 7 ottobre 2009, caso Cap Anamur), riprendendone degli stralci. Si tratta di una vicenda con molte analogie con quella della Sea Watch, anche se i reati contestati erano differenti. Il comandante della nave Cap Anamur e l'equipaggio erano imputati di aver compiuto attività diretta a favorire l’ingresso clandestino nel territorio nazionale di migranti (che non avevano i requisiti per l’ingresso nel territorio italiano). La vicenda è del 2004, e nel 2010 gli imputati sono stati tutti assolti per “adempimento di un dovere”, cioè il fatto, pur commesso, non costituisce reato.

Allo stesso modo anche il Gip di Agrigento conclude nel senso che il comportamento della comandante della Sea Watch è scriminato dall’adempimento di un dovere imposto da una norma di diritto internazionale.

Il quadro normativo

Per comprendere la decisione del Gip occorre ricostruire il quadro normativo in materia di soccorso in mare. In particolare occorre evidenziare che lo Stato italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. Sono norme derivanti da varie fonti, come ad esempio fonti comunitarie (Unione europea), oppure trattati o convenzione internazionali. Tali norme sono richiamate a livello costituzionale dall’art. 10.

Art. 10. L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

L’art. 10 si riferisce appunto alle norme di diritto internazionale sancendone l'obbligatorietà all’interno dell’ordinamento italiano. È emanazione del fondamentale principio pacta sunt servanda (cioè i patti vanno rispettati), come da art. 26 della Convenzione sul diritto dei trattati di Vienna (1969): “Ogni trattato in vigore vincola le parti e deve essere da esse eseguito in buona fede”. Tali accordi assumono un carattere sovraordinato rispetto alle norme interne, come previsto dall’art. 117 Cost. (livello subcostituzionale). Il diritto internazionale, infatti, si basa sulla fiducia tra gli Stati e il mancato rispetto di accordi firmati e ratificati ha sempre delle conseguenze importanti per lo Stato in violazione.

Art. 117 Cost. La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali

La fonte primaria del diritto del mare è la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare di Montego Bay (UNCLOS 1982), ratificata da 164 Stati, compreso l’Italia nel 1994. L’art. 98 è la norma principale in materia, pienamente sussunta nell’ordinamento italiano.

Articolo 98 Convenzione Montego Bay - Obbligo di prestare soccorso
1. Ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l'equipaggio o i passeggeri:
a) presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo;
b) proceda quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto, nella misura in cui ci si può ragionevolmente aspettare da lui tale iniziativa;
c) presti soccorso, in caso di abbordo, all'altra nave, al suo equipaggio e ai suoi passeggeri e, quando è possibile, comunichi all'altra nave il nome della propria e il porto presso cui essa è immatricolata, e qual'è il porto più vicino presso cui farà scalo.
2. Ogni Stato costiero promuove la costituzione e il funzionamento permanente di un servizio adeguato ed efficace di ricerca e soccorso per tutelare la sicurezza marittima e aerea e, quando le circostanze lo richiedono, collabora a questo fine con gli Stati adiacenti tramite accordi regionali.

L’art. 98, quindi, impone ad ogni comandante di prestare soccorso alle persone in pericolo in mare nel modo più veloce possibile. Il secondo comma prevede che gli Stati creino un servizio permanente di ricerca e soccorso (SAR) in mare, e che collaborino con gli Stati adiacenti. Tale norma è espressione del principio fondamentale della “solidarietà in mare”, come sancito dalla medesima Convenzione, e rientra tra le norme che non possono essere derogate da accordi tra gli Stati. L’art. 311 dispone che sono salvi soltanto gli altri accordi internazionali compatibili con la Convenzione stessa.

A tale Convenzione si affiancano altre norme internazionali, come la Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo (Convenzione di Amburgo o SAR), entrata in vigore nel 1985, che asserisce che “Tutti i soggetti, pubblici o privati informati di avaria o difficoltà per imbarcazioni o persone in mare, devono intervenire quando ci siano vite in pericolo”. Tale convenzione si basa sul principio della cooperazione internazionale e stabilisce che il riparto delle zone SAR avvenga d’intesa con gli Stati interessati. Anche la Convenzione SAR impone uno specifico obbligo di soccorso e assistenza alle persona in mare, “indipendentemente dalla nazionalità dallo stato di tale persona o dalle circostanze in cui la persona si trova”, quindi senza alcuna distinzione, nemmeno di stato giuridico, imponendo altresì il dovere di sbarcare i naufraghi in un “luogo sicuro”.

Al punto 3.1.9 la Convenzione SAR dispone: “Le Parti (cioè gli Stati, nda) devono assicurare il coordinamento e la cooperazione necessari affinché i capitani delle navi che prestano assistenza imbarcando persone in pericolo in mare siano dispensati dai loro obblighi e si discostino il meno possibile dalla rotta prevista, senza che il fatto di dispensarli da tali obblighi comprometta ulteriormente la salvaguardia della vita umana in mare. La Parte responsabile della zona di ricerca e salvataggio in cui viene prestata assistenza si assume in primo luogo la responsabilità di vigilare affinché siano assicurati il coordinamento e la cooperazione suddetti, affinché i sopravvissuti cui è stato prestato soccorso vengano sbarcati dalla nave che li ha raccolti e condotti in luogo sicuro, tenuto conto della situazione particolare e delle direttive elaborate dall’Organizzazione (Marittima Internazionale). In questi casi, le Parti interessate devono adottare le disposizioni necessarie affinché lo sbarco in questione abbia luogo nel più breve tempo ragionevolmente possibile”.

È da notare che all’epoca l’Italia fu il primo paese del Mediterraneo a stipulare accordi con i paesi frontisti.

La Convenzione SAR trova corrispondenza negli articoli 68 e 70 del Codice della navigazione.

Art. 69. (Soccorso a navi in pericolo e a naufraghi). L'Autorità marittima, che abbia notizia di una nave in pericolo ovvero di un naufragio o di altro sinistro, deve immediatamente provvedere al soccorso, e, quando non abbia a disposizione ne' possa procurarsi i mezzi necessari, deve darne avviso alle altre autorità che possano utilmente intervenire.
Art. 70. (Impiego di navi per il soccorso). Ai fini dell'articolo precedente, l'autorità marittima o, in mancanza, quella comunale possono ordinare che le navi che si trovano nel porto o nelle vicinanze siano messe a loro disposizione con i relativi equipaggi.

Poi c’è la Convenzione di Londra (SOLAS) firmata nel 1974 e resa esecutiva in Italia nel 1980, che impone al comandante di una nave di prestare soccorso alle persone in pericolo in mare.

Il quadro normativo, che il Gip ricostruisce solo sinteticamente, evidenzia, quindi, un obbligo positivo in capo agli Stati di predisporre tutte le misure e di adottare tutte le prassi per garantire una salvaguardia effettiva della vita umana in mare. I comandanti delle navi, indipendentemente dalla bandiera della stessa, che entrino in contatto con persone che si trovino in pericolo o che ricevano chiamate di soccorso sono obbligati ad intervenire, e chi si rifiuta si rende colpevole di omissione di soccorso (art. 1158 Cod. Nav.).

La conclusione pacifica è che il comandante della Sea Watch aveva un doppio obbligo:

  1. L’obbligo di ricercare le persone in pericolo segnalate in mare, e di prestare loro soccorso, indipendentemente dal fatto che siano migranti o meno (dal loro status giuridico), nel momento in cui gli viene segnalata la situazione di pericolo o comunque ne viene a conoscenza.
  2. L’obbligo di condurre i naufragi in una località che sia davvero sicura.

Solo in tal modo il comandante viene sollevato dalle responsabilità giuridiche derivanti dalle norme internazionali e interne.

Questo è chiarito anche nella relativa pagina della Guardia Costiera: “L'obbligo di prestare soccorso dettato dalla convenzione internazionale di Amburgo, non si esaurisce nell'atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta anche l'obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro (c.d. "place of safety")”. Lo Stato deve coadiuvare al massimo il comandante della nave, non ostacolarlo.

Place of safety

L'Organizzazione marittima internazionale (IMO, dall'inglese International Maritime Organization) è l'istituto della Nazioni Unite che si occupa di sviluppare i principi e le tecniche della navigazione marittima internazionale al fine di promuovere la progettazione e lo sviluppo del trasporto marittimo internazionale rendendolo più sicuro ed ordinato. L’IMO, ad esempio, definisce i protocolli per le indagini sugli incidenti marittimi, gli standard per gli abbordi in mare, per le dotazioni e le impiantistiche di sopravvivenza e salvataggio (SOLAS). L’IMO emana linee guida e emendamenti alle Convenzioni internazionali che sono vincolanti.

Con le linee guida della IMO (e gli emendamenti alle Convenzioni) viene, infatti, definito il concetto di POS, place of safety (risoluzione 153/2004, 155/2004 e in particolare le risoluzione Maritime Safety Commitee 167 del 2004, Guidelines on the treatment of persons rescued at sea). Il POS è “la località in cui le operazioni di soccorso si considerano concluse e dove la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non sia minacciata; dove le necessità umane primarie (cibo, alloggio, servizi medici) possano essere soddisfatte e possa essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale” (6.12).

Le linee guida chiariscono anche (6.13) che la nave soccorritrice non può essere considerato un “luogo sicuro” solo perché in quello specifico momento i naufraghi non sono in immediato pericolo, precisando che la nave soccorritrice, quindi, è solo un “luogo sicuro temporaneo”. I governi devono, continua l’emendamento, fare in modo che i naufraghi rimangano il minor tempo possibile sulla nave soccorritrice.

Le linee guida stabiliscono inoltre che “lo Stato responsabile per la regione SAR in cui sono stati recuperati i sopravvissuti deve occuparsi di fornire un luogo sicuro o di assicurare che tale luogo venga fornito”. Le linee guida sono vincolanti per l’Italia.

In sintesi il “luogo di sbarco” deve essere un “luogo sicuro”, nel senso che deve garantire, oltre alla integrità fisica dei naufraghi anche la possibilità di fare valere i diritti fondamentali, a partire dalla richiesta di asilo. Non può essere qualificato “luogo sicuro” un porto di sbarco nel quale i naufraghi vengano arrestati e detenuti dalle autorità di polizia senza un controllo giurisdizionale e senza potere accedere all’esercizio effettivo dei propri diritti fondamentali. Le linee guida insistono particolarmente nel ruolo attivo dello Stato costiero nel sollevare la nave soccorritrice dal “peso” non indifferente di gestire a bordo le persone salvate.

Il concetto di Place of Safety è strettamente legato al principio di non respingimento affermato dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra. L'interpretazione della Corte europea dei diritti dell’uomo stabilisce che gli Stati devono astenersi dal rinviare (anche indirettamente) una persona in uno Stato dove potrebbe correre il rischio reale di essere sottoposta a tortura o a pene o a trattamenti inumani o degradanti. Né gli Stati possono rinviare una persona in territori dove la loro vita è minacciata per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un gruppo sociale. Sempre secondo la CEDU le azioni eseguite da una nave possono chiamare in causa la responsabilità di uno Stato interessato quando questo Stato non garantisce lo sbarco in un porto sicuro, porto sicuro che non è quello dello Stato di bandiera né quello più vicino geograficamente. Il POS può essere individuato solo in uno Stato che garantisca effettivamente l’applicazione della Convenzione di Ginevra e delle altre Convenzioni internazionali a tutela dei diritti dell’uomo. La Libia, ad esempio, non ha mai aderito alla Convenzione di Ginevra.

In estrema sintesi la nave che materialmente effettua il soccorso è solo il tramite temporaneo del soccorso (luogo sicuro provvisorio, emendamenti IMO, 6.14), che è a carico della nazione competente. Il comandante della nave rimane, però, responsabile delle persone soccorse fino a quando dette persone non siano state portate in un luogo effettivamente sicuro. Insomma, lasciare sulla nave i naufraghi, oppure portarli in un luogo non sicuro non solleva in alcun modo il comandante della nave dalle sue responsabilità nei confronti dei naufraghi, né lo Stato.

In tal senso gli obblighi scaturenti dalle norme internazionali sono rivolte a due soggetti differenti. Da un lato il comandante della nave che effettua materialmente il soccorso, dall’altro lo Stato che ha una serie di specifici obblighi consistenti nel sollevare la nave soccorritrice dal “peso” di gestire i naufraghi a bordo. È evidente che la valutazione relativa a tale “peso” non deve necessariamente concretarsi in una emergenza medica grave, ma è una banale valutazione in termini di mantenimento, vitto, assistenza medica ecc…. (sentenza trib. Agrigento 2010).

È importante notare che i due ordini di obblighi scaturenti dalla normativa internazionale sono del tutto sciolti dalle questioni sulla ripartizione dei naufraghi qualora siano essi anche migranti, ripartizione che è determinata da altre convenzioni internazionali, ma che non interessano in alcun modo la fase SAR. Ad esempio le linee guida IMO stabiliscono che anche le operazioni di identificazione e definizione dello status delle persone soccorse non vanno effettuate se determinano degli ostacoli o ritardi alle operazioni di sbarco. Gli obblighi in materia di immigrazione non limitano in alcun modo gli obblighi del comandante della nave, imponendo, ad esempio, di portare i migranti in un certo Stato piuttosto che in un altro, né l’obbligo a carico della Stato competente per la SAR, il quale è tenuto a coadiuvare in tutto e per tutto il soccorso e il trasferimento al POS.

A conferma l’art. 10 ter del D. Lgs 286/98 (T.U. sull’immigrazione) che recita: “Lo straniero rintracciato in occasione dell'attraversamento irregolare della frontiera interna o esterna ovvero giunto nel territorio nazionale a seguito di operazioni di salvataggio in mare è condotto per le esigenze di soccorso e di prima assistenza presso appositi punti di crisi allestiti nell'ambito delle strutture di cui al decreto-legge 30 ottobre 1995, n. 451, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 dicembre 1995, n. 563, e delle strutture di cui all'articolo 9 del decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142. Presso i medesimi punti di crisi sono altresì effettuate le operazioni di rilevamento fotodattiloscopico e segnaletico, anche ai fini di cui agli articoli 9 e 14 del regolamento UE n. 603/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 ed è assicurata l'informazione sulla procedura di protezione internazionale, sul programma di ricollocazione in altri Stati membri dell'Unione europea e sulla possibilità di ricorso al rimpatrio volontario assistito”.

Cioè lo Stato ha l’obbligo “di soccorrere e fornire prima assistenza, allo straniero che abbia fatto ingresso, anche non regolare, nel territorio dello Stato (ordinanza GIP).

Si può quindi sintetizzare la situazione in questo modo:

  • Il comandante della Sea Watch una volta ricevuta la segnalazione della presenza di naufraghi è obbligato a recuperare i naufraghi e caricarli a bordo.
  • Il comandante deve quindi chiedere un POS.
  • Una volta ricevuta l’indicazione del POS il comandante ha l’obbligo di valutare se il POS sia effettivamente un “luogo sicuro”, altrimenti rimane comunque responsabile del destino dei naufraghi.
  • La Libia è l’unico Stato (tra i 4 contattati) ad aver indicato un POS, cioè Tripoli;
  • In base ad una serie di valutazioni esterne (es. la Libia non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sulla stato dei rifugiati, né ha preso parte alle principali Convenzioni internazionali in materia di diritti umani contro le torture, le raccomandazioni del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, recenti pronunce giurisprudenziali come la sentenza del GUP di Trapani del 3 maggio 2019, ecc...) la Libia non è identificabile come POS (vedi anche altro articolo su ValigiaBlu).
  • L’Italia non ha mai indicato alcun POS, limitandosi a intimare alla Sea Watch di non entrare in acque territoriali, pur essendo lo Stato competente ai sensi della SAR (escluso la Libia ovviamente).
  • Il comandante della Sea Watch non ha avuto altra scelta che identificare da sé il POS e quindi portare i naufragi al POS così determinato.

Sintetizzando in maniera brutale:

  • Il comandante della Sea Watch ha ottemperato agli obblighi derivanti dai trattati internazionali, salvando i naufragi e portandoli al POS.
  • L’Italia non ha ottemperato agli obblighi derivanti dai trattati internazionali, rifiutandosi di indicare un POS, rifiutandosi di cooperare nel salvataggio dei naufraghi e nello sbarco, addirittura frapponendo ostacoli allo sbarco dei naufraghi.

Le critiche all’ordinanza

Il provvedimento del Gip di Agrigento nella sua motivazione è stringata ma fa riferimento o richiama altri provvedimenti e norme nazionali ed internazionali. La prima considerazione da fare, quindi, è che una lettura del provvedimento non è sufficiente per comprendere il percorso argomentativo del giudice.

La seconda considerazione è che parte della motivazione ricalca un precedente provvedimento (sentenza del 15 ottobre 2010, caso Cap Anamur), per cui non si tratta affatto di un provvedimento estemporaneo di un singolo giudice, bensì di un percorso argomentativo che parte da lontano, e che ritrova le sue basi nelle norme internazionali (citate). Il Gip di Agrigento si muove, quindi, nel solco di precedenti decisamente ben motivati.

Le critiche al provvedimento sono state molte. Ad esempio si è scritto che il Gip avrebbe rilevato un contrasto tra norme (norme internazionali recepite nell’ordinamento italiano) e il decreto sicurezza bis, e che in presenza di una situazione di questo tipo il giudice non può disapplicare la legge ma deve sollevare la questione al giudice delle leggi, la Corte Costituzionale. In realtà il Gip ha escluso un conflitto tra norme, sostenendo che il decreto sicurezza bis non si applica semplicemente al caso in questione (salvataggio di naufraghi) ma si applica ai soli casi di traffico di migranti (“limitatamente alle violazioni delle leggi di immigrazione vigenti”). La nave, infatti, non era impegnata nel “carico o lo scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero” (nel qual caso la sua attività sarebbe stata in violazione della Convenzione di Montego Bay) bensì in operazioni di search and rescue imposte dalle Convenzioni internazionali. Il comandante impegnato in una SAR è soggetto agli obblighi della normativa internazionale specifica, ed è obbligato a salvare i naufraghi e trasportarli in un POS che sia realmente sicuro. La normativa in materia di regolamentazione dei migranti casomai interviene in un secondo momento, dopo lo sbarco.

Ai migranti, infatti, deve essere garantito il diritto di essere sottoposti alle verifiche amministrative necessarie per stabilirne l’identità e la provenienza. Ma queste non sono incombenze a carico del comandante della nave soccorritrice, ma a carico dello Stato. Quindi la normativa impone prima di procedere allo sbarco (o al trasbordo su altra nave), cioè a mettere in sicurezza i naufraghi, sollevando la nave soccorritrice da responsabilità nei loro confronti, e poi si attivano le procedure relative alla ripartizione e gestione dei migranti. Lo Stato italiano, nel caso specifico, eccetto alcuni migranti sbarcati per motivi di salute, si è limitato a rifiutarsi di cooperare con la nave senza indicare alcun POS, mancando proprio ai suoi obblighi in materia di SAR.

Questi obblighi nascono dalle convenzioni internazionali ratificate dall’Italia, e costituiscono un dato normativo al quale deve conformarsi l’intero ordinamento italiano. Al giudice spetta in prima battuta l'interpretazione delle norme e quindi, prima di sollevare una questione di costituzionalità, come da giurisprudenza dominante della Consulta, deve rinvenire un'interpretazione delle norme che sia conforme alla Costituzione e ai trattati internazionali. Cosa che ha fatto il Gip di Agrigento.

Molte discussioni si sono avute sul POS e sulla sua individuazione. Questo è un falso problema perché, come detto, si tratta di obblighi a carico dello Stato. Vi sono convenzione che stabiliscono la ripartizione delle aree SAR e quindi l’individuazione del POS. Ma l’individuazione del POS non avviene tramite i criteri stabiliti dal Regolamento di Dublino e norme collegate, che si limita ad individuare lo Stato competente a esaminare le richieste di asilo o comunque la ripartizione dei migranti. Cioè, anche se lo Stato destinatario finale è diverso dall’Italia (rimanendo al caso specifico) questo non incide assolutamente sulla individuazione del POS come luogo di sicurezza effettivo dove sbarcare i naufraghi/migranti. Insomma, le questioni relative all’individuazione del POS sono secondarie rispetto all’obbligo primario derivante dalla normativa SAR. In tale prospettiva, poi, occorre non dimenticare che l’Italia non ha mai indicato alcun POS, con ciò contravvenendo proprio a tale normativa.

Come pure si è sostenuto che la comandante avesse scelto discrezionalmente il POS. Cosa non vera, perché la comandante ha contattato ben 4 Stati chiedendo un POS, laddove l’unico POS indicatogli (dalla Libia) era palesemente (sulla base di valutazioni già effettuate da altri, compreso il Tribunale di Agrigento) un porto non sicuro. Nessuno degli altri Stati ha indicato un POS, nemmeno l’Italia, pur essendone obbligata in base alle norme internazionali. E quindi alla fine la comandante ha dovuto fare la sua valutazione. L’errore che si fa in questo caso è nel ritenere che al comandante non deve interessare il luogo di sbarco, laddove invece il comandante è responsabile del destino dei naufragi e viene sollevato da responsabilità solo nel momento in cui li porta in un “porto sicuro”. Piuttosto, nel caso specifico, è mancata la cooperazione da parte dell’Italia, anch’essa imposta dalle norme internazionali. A tal proposito va evidenziato che gli emendamenti IMO del 2004 stabiliscono che anche i naufraghi possono concorrere ad indicare il luogo di sbarco sicuro e comunicarlo al comandante della nave sulla quale si trovano, il quale, sulla base degli elementi a sua conoscenza ha il potere finale di stabilire la rotta della nave.

Altri hanno sollevato dubbi sulla questione della “nave da guerra”, sostenendo che una motovedetta della Finanza sarebbe effettivamente una nave da guerra nonostante il Gip non la consideri tale. Infatti vi è una sentenza della Cassazione del 2006 che la qualifica come tale sulla base di una legge del 1956. Il Gip rimarca, però, che la Corte Costituzionale, cioè il giudice delle leggi, precisa che le navi della G.d.F. sono navi da guerra solo “quando operano fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia una autorità consolare” (sent. 35/2000). Come riportato nell’altro articolo di ValigiaBlu sulla vicenda, secondo l’ex comandante della Guardia Costiera, De Falco, la convenzione di Montego Bay all'articolo 29 «definisce cos’è la nave da guerra: dice che la nave da guerra è una nave militare, come quella della finanza, purché sia comandata da un Ufficiale di Marina. Non da un finanziere. Allora, io credo se ne possa discutere, ma in base alle regole internazionali la nave da guerra è un’altra cosa». In effetti se ne può discutere, ma questo elemento è probabilmente il meno rilevante all’interno della intera vicenda.

Conclusioni

In conclusione il Gip di Agrigento ha ritenuto che il comandante della Sea Watch avesse agito nell’esecuzione di un dovere fondamentale imposto da una norma di diritto internazionale, o quanto meno nella ragionevole persuasione di trovarsi in tali condizioni. In tal senso, quindi, stabiliva che le condotte fossero scriminate.

Non si tratta, come pure qualcuno ha adombrato, di uno sconfinamento del potere giudiziario nel campo della regolamentazione dei fenomeni migratori, anzi la particolarità dell’ordinanza sta proprio nel fatto che il tutto viene ricondotto nel suo giusto alveo, la valutazione di un singolo evento che, nello specifico è stato configurato come operazione di salvataggio in mare. Le considerazioni relative alla gestione dei migranti non sono entrate nel provvedimento in questione.

Di contro, non si può non osservare che il rinvio di migranti in porti non sicuri di fatto significa consentire agli Stati di liberarsi dagli obblighi derivanti dalle Convenzioni internazionali col pretesto delle operazioni di controllo delle frontiere, e cioè subordinare alla difesa dei confini la vita delle persone. Che è esattamente quello che sta succedendo oggi in Italia.

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Libra: (tanti) dubbi e (alcune) certezze sulla moneta virtuale annunciata da Facebook


[Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

(L'autore è professore associato di Organizzazione Aziendale)

L’annuncio era atteso da tempo e il 18 giugno Facebook ha svelato il progetto di creare una propria moneta virtuale: Libra. L’iniziativa potrebbe avere un impatto radicale sia sulla quotidianità di molte persone – facilitando il trasferimento di denaro – sia su alcuni settori economici, in primis quello bancario.

Come la immagina Facebook

Vado al bar e pago con 2 Libre la colazione, poi prenoto la vacanza con gli amici in Giappone e pago 300 Libre per l’alloggio direttamente via cellulare. Mando agli amici sul gruppo WhatsApp il totale e le quote individuali di 100 Libre a testa. Mi rispondono direttamente via WhatsApp mandandomi le Libre dovute, che sono direttamente accreditate nel mio portafoglio virtuale.

1. Non ho dovuto comprare Yen né convertire gli Yen in Euro per permettere ai miei amici di pagarmi.
2. La transazione internazionale è stata quasi immediata (e la promessa è con commissioni molto più basse di quella delle carte di credito).
3. I miei amici mi hanno pagato subito (tranne quello che è permanentemente in ritardo, ma quella è una storia diversa).

Vediamo ora cosa si sa del progetto, se e perché dovrebbe interessarci e quali sono le (molte) domande che non hanno una risposta chiara. Il tutto complicato da qualche dubbio su privacy e modello organizzativo.

Le (poche) certezze

Chi: Facebook è il promotore e l’attore principale che sta portando avanti il progetto. Dal 2020 l’impegno è di far gestire Libra da un’associazione d’imprese che sarà costituita ad hoc e si chiamerà Libra Association, indipendente e non profit.

Che cosa: Libra, come moneta digitale, vuole essere un mezzo di pagamento semplice e rapido che permetta di trasferire denaro con la stessa facilità con cui inviamo una foto su WhatsApp o Messenger (non a caso entrambi di proprietà di Facebook).

Quando: Facebook ha pianificato di essere operativa sul mercato con Libra dal 2020. Per ora quindi ci sono solo un annuncio e un white paper, che è una descrizione pubblica del progetto.

Dove: Essendo una moneta digitale non ha confini. Si potrà mandare una Libra all’amico in Spagna come riceverne dal parente che vive in Cile senza bisogno di passare da un conto corrente bancario ma semplicemente tramite un portafogli virtuale (chiamato wallet).

Perché: Facebook punta a “reinventare una moneta globale e un’infrastruttura finanziaria semplice” e soprattutto a servire quella fascia di persone che non ha (o non vuole avere) diretto accesso ai servizi bancari tradizionali. I pagamenti sarebbero via smartphone e la promessa è che saranno veloci, sicuri e semplici.

Quanto: Secondo delle stime, ci sono circa 1,7 miliardi di persone (circa il 30% della popolazione mondiale) che non hanno accesso ad un sistema bancario tradizionale. Inoltre, anche per chi ha un conto corrente, i costi e i tempi per trasferire delle somme di denaro all’estero o per concludere una transazione sono spesso alti.

In che modo: Sapete già come ricaricare il vostro credito telefonico. Probabilmente con una modalità simile (ad oggi non ci sono certezze su questo punto) potrete ricaricare il vostro portafogli virtuale di Libra. Ad esempio ricaricate dal tabaccaio vicino casa 10 Libra e li pagate 8 Euro (o 9 Dollari, o 973 Yen a seconda di dove siate). Quelle Libre possono poi essere inviate ovunque nel mondo e a chiunque le accetti direttamente attraverso l’app selezionata.

Con quali mezzi: Facebook dichiara che partirà con una blockchain privata e permissioned (con permesso), ovvero seguendo il modello in cui un’autorità centrale seleziona preventivamente i nodi che possono verificare le transazioni. Forse anticipando le critiche di eccessiva centralizzazione, Facebook dichiara di tendere in futuro a una blockchain permissionless – dove chiunque può partecipare al processo di verifica dei blocchi senza dover avere un’autorizzazione ex-ante. Questa intenzione è nobile ma difficile da realizzare: il processo da un sistema completamente centralizzato a uno decentralizzato è complesso e in assenza di cambiamenti nelle motivazioni degli attori privati coinvolti sembra poco realistico.

Le (tante) domande aperte

Chi controlla Libra?

Oggi il controllo è al 100% di Facebook. Dal 2020 dovrebbe passare alla Libra Association, che potrebbe contare sui 28 membri fondatori tra cui Facebook, Visa, Mastercard, Paypal, Vodafone, Iliad, Stripe, eBay, Uber, Coinbase e su altri che si andranno aggiungendo nel tempo. I fondatori formalmente dovrebbero avere lo stesso peso sulle decisioni, ma c’è un’alea di incertezza sia sulle modalità operative di questo meccanismo sia sull’effettiva possibilità che attori piccoli possano concretamente condizionare decisioni e interessi di aziende molto più grandi e influenti.

Di sicuro tutte le decisioni su Libra, da quelle tecniche a quelle commerciali, saranno prese in maniera centralizzata da un unico attore, la Libra Association.

Dati e informazioni dettagliati sull’Associazione? 

Galullo e Mancuzzi sul Sole 24 Ore del 27 giugno hanno verificato che l’associazione non è stata ancora formalmente costituita a Ginevra e che il palazzo in cui dovrebbe avere sede ancora non ospita i loro uffici. Qualche giorno prima il New York Times confermava che i primi 28 fondatori ancora non hanno versato la loro quota (stimata in almeno 10 milioni a testa). In questo momento, l’Associazione è un progetto aperto i cui dettagli non sono pubblici (e forse nemmeno tutti ben definiti, a giudicare dalle dichiarazioni di alcuni dei manager delle diverse società coinvolte). Dato il ruolo centrale dell’Associazione, capire in dettaglio in che modo funzionerà e quali sono esattamente i meccanismi di governance è fondamentale per capire come Libra potrebbe evolvere.

Perché ci sono così tante aziende interessate a partecipare a Libra? 

Per alcune aziende l’interesse è chiaro. Pensate a Uber, se tutti i clienti potessero pagare in Libra invece delle carte di credito ne avrebbe un chiaro vantaggio (ipotizzando che le commissioni possano essere più basse). Altre aziende, come Vodafone o Coinbase hanno già una forte esperienza in progetti simili. Vodafone dieci anni fa ha lanciato il progetto "m-pesa", un servizio di trasferimento di denaro via cellulare ad oggi attivo in 10 Paesi (Kenya, Egitto, Albania, etc.). Coinbase è una piattaforma di exchange per le cryptovalute. Interessante anche chiedersi come gli interessi di queste aziende siano allineati con quelli di realtà come Visa e Mastercard (o anche Paypal) il cui core business attuale è proprio fondato sul sistema di pagamenti. Se Libra fosse una soluzione radicalmente innovativa, cosa potrebbe portare tutte queste aziende a collaborare in un’unica direzione? La chiave è di nuovo nei meccanismi di governance e nel modello di business che si dovrebbe chiarire in futuro.

Come guadagna l’Associazione?

La premessa è che il Business Model, ovvero il modello attraverso cui l’Associazione crea e raccoglie valore, non è chiarissimo. Ci dovrebbero essere delle commissioni sulle transazioni effettuate (ad esempio una percentuale della somma inviata o una quota fissa ogni tot invii), ma non sono specificate. Il primo dubbio è proprio su questi margini. Se fossero zero, l’Associazione rinuncerebbe a una fonte di ricavi, se fossero troppo alti i potenziali clienti perderebbero parte dei motivi per non rivolgersi ai canali di pagamento tradizionali (dalle banche alle carte di credito ai sistemi di pagamento elettronico come Paypal). Un’altra possibile fonte di ricavi potrebbe essere costituita dagli interessi sui depositi. Quando compro con i miei Euro delle Libre, passerà del tempo finché quelle monete digitali saranno convertite di nuovo da me o da qualcun altro in Euro. Durante quel tempo l’Associazione ha la disponibilità degli Euro e quindi potrebbe maturare un interesse che tratterrebbe per sé. È importante notare che queste due fonti di ricavi (commissioni e interessi) sono storicamente sempre state usate dalle banche tradizionali per generare profitti.

I miei dati sono sicuri? La mia privacy?

Negli ultimi anni Facebook è incappata in diversi comportamenti almeno poco trasparenti, il più famoso è lo scandalo di Cambridge Analytica, o situazioni in cui degli hacker hanno avuto accesso a dati di milioni di utenti (nome, telefono, mail, indirizzo, ultimi luoghi visitati etc) come successo nell’estate del 2018. Facebook ha cercato di rassicurare i possibili clienti di Libra creando un’altra azienda, chiamata Calibra e posseduta al 100% da Facebook. Sarà Calibra e non direttamente Facebook a entrare formalmente in Libra Association. Che questa distinzione formale sia sufficiente a rassicurare gli utenti e conquistarne la fiducia è una sfida aperta. Finché il modello organizzativo e quello di business di Libra Association non sarà chiaro in tutti i dettagli e validato sul mercato ci sarà sempre il dubbio che l’uso dei dati dei nostri pagamenti, magari insieme a quello dei social network e dei nostri spostamenti fisici, si riveli talmente utile per le aziende da diventare una fonte di profitto in sé. I più critici verso questo esperimento già hanno richiamato il concetto di “colonialismo digitale” di Tom McPhail per sensibilizzare al rischio dell’accentramento di troppe attività e troppi dati nelle mani di poche aziende.

Ma almeno i miei soldi sono sicuri?

Ci sono almeno tre tipi principali di rischio associabile alle monete digitali:
1) volatilità; 2) furto; 3) solidità del gestore.

La volatilità è la tendenza a variazioni forti e imprevedibili del prezzo. Bitcoin (qui per approfondire) ad esempio è una cryptovaluta altamente volatile, perché il suo prezzo può variare anche molto in pochissimo tempo (con aumenti o contrazioni di oltre il 30% del prezzo anche in intervalli molti brevi). Libra intende invece essere uno stablecoin ovvero uno strumento poco soggetto a volatilità perché ancorato a un paniere di asset stabili e a basso rischio, come titoli di debito a breve e altre valute internazionali. La promessa è che ogni Libra acquistata sarà garantita da un investimento ragionevolmente sicuro che sarà mantenuto all’interno della Libra Reserve gestita sempre dall’Associazione. Inoltre il whitepaper assicura che ogni Libra sarà creata solo come contropartita di un versamento di una "moneta fiat" (Euro, Dollaro, ecc) e dell’accantonamento di quella moneta nella Riserva. Solo nel momento in cui un utente versa degli Euro l’Associazione creerà l’equivalente in Libra; simmetricamente quando l’utente richiederà di convertire le sue Libra (e ritirare l’equivalente in Euro) quelle verranno “distrutte” nel sistema. Questo meccanismo, ben conosciuto storicamente in tutti i sistemi, dovrebbe riuscire a garantire contenute oscillazioni del prezzo della Libra, ma ancora mancano dettagli su come questo complesso sistema dovrebbe funzionare (anche in relazione ai dubbi precedenti sul modello di business).

Dal punto di vista della sicurezza tecnica poco si può per ora dire con certezza. La tecnologica blockchain ormai è ben collaudata, ma è nell’uso e nel modello di implementazione del sistema di pagamento che più spesso si trovano le vulnerabilità. Ovviamente la presenza di attori importanti già attivi nel sistema di pagamenti genera una certa fiducia dal punto di vista operativo, ma dovremo attendere maggiori dettagli per poter capirne di più.

L’ultimo punto riguarda la solidità del sistema in sé. In Italia ad esempio un conto corrente ha una serie di garanzie che dovrebbero assicurare il correntista per un massimo di centomila euro. In caso di fallimento della banca, i soldi che ho nel conto corrente fino a quel massimo dovrebbero essere garantiti da un apposito fondo. Libra, non essendo un soggetto bancario non deve (ad oggi) rispettare queste garanzie e quindi ogni utente si fida che le Libra che ha in portafoglio verranno veramente convertite in valuta tradizionale dietro sua richiesta. Nel caso non avvenisse, si aprirebbero scenari nuovi e altrettanto incerti.

E i criminali?

Qualsiasi sistema di pagamento ha una certa probabilità di essere usato per attività illecite o criminali. I contanti sono per esempio un mezzo da sempre molto gradito a chi opera in modi non trasparenti. Potenzialmente anche Libra potrebbe essere usato per attività criminali. Facebook ha precisato che tutti i possessori di wallet saranno identificati attraverso un documento e che l’Associazione sarà disponibile a fornire i dati necessari alle autorità giudiziarie in caso di formale richiesta. I rischi ci saranno, ma potenzialmente non saranno più alti di quelli già sopportati da altri sistemi di pagamento.

Alla fine Facebook ha ricreato Bitcoin?

Libra si basa su una blockchain privata e permissioned posseduta da un attore centrale che può prendere qualsiasi decisione sul proprio sistema (tanto da mettere in dubbio l’utilità di utilizzare una soluzione basata su blockchain). Cosa vuol dire in concreto? Che la Libra Association de facto assume il ruolo di banca centrale del proprio sistema di pagamenti. Dove Bitcoin è per sua natura decentralizzato e creato per evitare un soggetto intermediario, Libra Association è un broker, un gestore che centralizza le decisioni. La centralizzazione delle decisioni è sicuramente uno strumento efficiente, è invece più problematico assicurare che le decisioni siano prese in maniera trasparente o nell’interesse dei più. Libra Association potrebbe teoricamente decidere che alcuni tipi di transazioni non devono avvenire, o che alcuni utenti non possano più accedere al proprio sistema o imporre altri tipi di limitazioni. Essendo un attore privato e essendo il decisore finale di quel sistema di pagamento poco si potrebbe fare per contrastarne la discrezionalità.

Ma quindi è una banca?

No, e non solo perché in caso affermativo dovrebbe ottenere le necessarie autorizzazioni. Alcune caratteristiche sembrano avvicinare Libra Association all’operatività tipica di una banca, con la gestione dei portafogli, la raccolta di denaro e del relativo interesse, l’applicazione di commissione sui pagamenti. Altri fattori la rendono distante, a cominciare dalla mancanza di chiara regolamentazione, all’assenza di obblighi a garanzia e alle caratteristiche dell’impianto di business.

Reazioni delle istituzioni?

Il più forte e chiaro effetto dell’annuncio di Facebook è stata la presa di posizione delle varie istituzioni. Quando a muoversi è un colosso di questa portata, l’attenzione sale. Pochi giorni fa House Financial Services Committee della Camera degli Stati Uniti ha convocato in udienza i vertici di Facebook e Libra per chiedere chiarimenti. Il giorno prima, il 16 luglio, si terrà un’udienza simile presso il Senato. Richieste di chiarimento sono arrivate anche dalle principali banche centrali, a cominciare dalla Banca Centrale Europea (BCE). Il Garante europeo per la protezione dei dati ha espresso interesse ma anche auspicato un accurato controllo da parte delle diverse agenzie.

Futuro? 

Il primo effetto che avrà quest’annuncio sarà un aumento dell’interesse nel regolare il settore delle monete virtuali. Fino ad ora con Bitcoin le istituzioni avevano avuto una controparte non convenzionale. Non c’era un unico interlocutore, non c’era una nazione di riferimento. Inoltre quando il prezzo dei bitcoin è precipitato, stessa sorte ha avuto l’attenzione del grande pubblico. Facebook e Libra hanno invece un chiaro volto, sono (o saranno) soggetti chiaramente individuabili giuridicamente e quindi inizierà una più lunga partita per regolare un settore che ad oggi continua ad essere in una zona di opacità per quanto concerne la normativa di riferimento.

Una lunga battaglia si profila all’orizzonte.

Immagine in anteprima via Techcrunch.com

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Sea Watch: i 16 giorni in mare, il porto vicino più sicuro, l’impatto con la Gdf, la decisione del Gip di liberare la comandante


[Tempo di lettura stimato: 25 minuti]

di Angelo Romano, Claudia Torrisi, Andrea Zitelli

Ieri sera la gip di Agrigento ha deciso di liberare la comandante della nave Sea Watch 3, Carola Rackete, dopo alcuni giorni trascorsi agli arresti domiciliari.

In questo articolo abbiamo ricostruito la vicenda della Sea Watch 3, dal salvataggio dei naufraghi fino all'arresto della comandante della nave, affrontando tutte le questioni al centro delle discussioni in questi 16 giorni: le convenzioni internazionali sul soccorso in mare, come si individua e si stabilisce che cos’è un luogo sicuro dove far sbarcare i naufraghi, quali sono le responsabilità dello Stato di bandiera della nave, il contesto giuridico, istituzionale e politico in cui Carola Rackete ha dovuto prendere una decisione per individuare un luogo verso cui dirigersi, i reati contestati alla capitana di Sea Watch 3 fino al presunto speronamento della motovedetta della Guardia di Finanza durante le fasi di attracco al porto di Lampedusa.

Sea Watch 3: dal salvataggio dei naufraghi alle scarcerazione della comandante della nave

Il 12 giugno la nave dell’ONG tedesca, Sea Watch 3, battente bandiera olandese, comunica di aver soccorso 52 persone su un gommone a circa 47 miglia di Zawiya, città a Nord-ovest della Libia.

Dopo il salvataggio, l'ONG pubblica una comunicazione ricevuta dalla 'Libyan Navy Coast Guard' in cui viene indicato Tripoli come luogo sicuro più vicino "dove prendersi cura dei bisogni urgenti dei soccorsi a bordo". Sea Watch risponde però che non sbarcherà i naufraghi nella città indicata perché la Libia "non è porto sicuro". Il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini avverte però che se l’ONG non avesse riportato i migranti in Libia, ne avrebbe risposto pienamente.

Sea Watch comunica che, "avendo ricevuto come unica indicazione il porto di un Paese in guerra", si sta dirigendo verso Nord, "il porto sicuro più vicino alla posizione del soccorso: Lampedusa".

Nel frattempo, sulla vicenda, interviene la Commissione europea tramite la portavoce Natasha Bertaud che conferma che la Libia non è un luogo sicuro: "Tutte le imbarcazioni che navigano con bandiera Ue sono obbligate a rispettare il diritto internazionale quando si tratta di ricerca e soccorso, cosa che comprende la necessità di portare le persone salvate in un porto sicuro. La Commissione ha sempre detto che queste condizioni attualmente non ci sono in Libia”. Che il paese libico non fosse definito un "luogo sicuro" era già stato chiarito in precedenza dalla Comunità internazionale. I libici infatti non hanno mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951 dei diritti dei rifugiati e, secondo un rapporto di dicembre delle Nazioni Unite, basato su diversi sopralluoghi, in diversi campi di detenzione in Libia migranti e rifugiati vengono sottoposti a "orrori inimmaginabili" e “violazioni e abusi” da parte di funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri e trafficanti di uomini. Da oltre tre mesi, inoltre, è in atto un conflitto interno per la conquista del controllo del paese. Proprio ieri notte un attacco aereo sul centro di detenzione di Tajoura, alla periferia di Tripoli, ha ucciso almeno 40 migranti, 80 sono rimasti feriti, secondo fonti ufficiali del governo di Tripoli.

Leggi anche >> Il caos libico, il dramma umanitario, il pericolo ISIS, gli allarmismi sui “clandestini” pronti a partire

Lo stesso ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, dichiarerà il 28 giugno: «La definizione di porto sicuro viene dalle convenzioni internazionali, queste condizioni per la Libia non ci sono. Non siamo noi a dirlo. So che da questo nascono varie precisazioni di carattere mediatico su convergenze di posizioni o meno, ma è un dato di fatto del diritto internazionale».

Una volta arrivata nelle vicinanze di Lampedusa, la nave della ONG resta al limite delle acque territoriali per rispettare un divieto di ingresso contenuto nelle nuove disposizioni del "Decreto sicurezza bis" voluto da Salvini – entrato in vigore il 15 giugno e ora in Parlamento per la sua conversione in legge –, che tra le altre cose consente al Ministero dell’Interno di vietare l'ingresso nell'acque territoriali italiane ad alcune navi «per motivi di ordine e sicurezza», pena il pagamento di multe di migliaia di euro e anche la possibilità del sequestro dell'imbarcazione in caso di reiterazione della condotta.

Intanto, dalla Sea Watch 3 comunicano che, dopo tre giorni in mare senza aver ricevuto l'indicazione di un luogo sicuro, è stato annunciato loro dal Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo di Roma un controllo medico dei naufraghi sulla nave. Al termine della visita, dieci persone vengono fatte sbarcare per ragioni mediche (sempre per urgenze mediche nei giorni successivi verranno fatte sbarcare sull'isola una persona il 22 giugno e altre due nella notte tra il 24 e il 25 giugno). Tra i naufraghi che restano sulla nave, anche tre minori non accompagnati.

Nel frattempo da diverse parti arrivano proposte per accogliere i naufraghi sulla nave in mare a 15 miglia da Lampedusa. Cinquanta Comuni tedeschi offrono la loro disponibilità, ma da parte del governo federale tedesco si comunica che si aspetta una soluzione condivisa a livello europeo. Anche in Italia la Diocesi di Torino si rende "disponibile ad accogliere senza oneri per lo Stato i migranti della Sea Watch". Il ministro dell’Interno italiano respinge però la disponibilità avanzata dall'arcivescovo di Torino.

Dopo più di 10 giorni in mare senza l'indicazione di un porto sicuro, alcuni naufraghi presentano un ricorso alla CEDU (la Corte europea dei diritti dell’uomo) per denunciare una “grave violazione dei diritti umani” da parte del governo italiano e richiedere "misure provvisorie" per chiedere all'Italia di consentire lo sbarco. Rivolgono anche un appello in cui dichiarano: «Siamo stanchi, siamo esausti. Fateci scendere». La portavoce della ONG, Giorgia Linardi, denuncia che «le persone rimaste a bordo ci chiedono fino a che punto bisogna sentirsi male per potere essere sbarcate. Alcuni naufraghi cominciano a minacciare di buttarsi in mare». Il ministro dell'Interno resta sulla sua posizione: «Attendo con pieno rispetto la sentenza di Strasburgo ma qualunque essa sia il mio atteggiamento non cambia di una virgola. La Sea Watch in Italia non arriva, può restare in mare fino a Natale e Capodanno».

Il 25 giugno, la Corte di Strasburgo rende nota la propria decisione: respinge il ricorso perché per i richiedenti non ci sarebbe nell'immediato il rischio di danni irreparabili, ma dice comunque “al governo italiano che conta sulle autorità del Paese affinché continuino a fornire tutta l’assistenza necessaria alle persone che si trovano a bordo della nave in situazione di vulnerabilità a causa dell’età o dello stato di salute ”.

Come si legge in un'analisi da parte del sito specializzato Diritto penale contemporaneo, la decisione della CEDU non deve però essere interpretata "né come un’anticipazione della posizione della Corte rispetto ad un eventuale ricorso proposto dalle stesse persone per violazione dei propri diritti fondamentali" né come un avallo sovranazionale alla politica del governo italiano nei confronti delle organizzazioni non governative. "La portata della pronuncia – invece – deve essere contestualizzata nel quadro di un consolidato orientamento restrittivo in materia di misure provvisorie, le quali vengono concesse soltanto a fronte di un imminente rischio di danno irreparabile («an imminent risk of irreparable harm»)". Diritto penale contemporaneo spiega inoltre che più della metà delle richieste che sono state accolte proviene da persone in procinto di essere espulse o estradate verso Paesi dove rischiano di subire torture o morire, una situazione almeno in parte diversa da quella sulla Sea Watch 3, "dove non è in corso un respingimento verso la Libia, i naufraghi essendo pur sempre nelle mani dei loro soccorritori".

Il giorno prima della decisione della Corte, la comandante della nave, Carola Rackete, in un'intervista rilasciata a Repubblica, aveva dichiarato di star aspettando cosa avrebbe stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo, ma che poi non avrebbe avuto altra scelta che far sbarcare i naufraghi a Lampedusa «per portarli in salvo»: «So cosa rischio. (...) Io sono responsabile delle 42 persone che ho recuperato in mare e che non ce la fanno più. Quanti altri soprusi devono sopportare? La loro vita viene prima di qualsiasi gioco politico o incriminazione. Non bisognava arrivare a questo punto».

Dopo 14 giorni in mare, il 26 giugno, così, l'ONG comunica di aver preso le decisione di entrare nelle acque territoriali italiane "non per provocazione ma per necessità", nonostante il divieto imposto dal governo Lega-M5s. Una volta arrivata a circa 3 miglia dalla costa di Lampedusa, la Sea Watch 3 viene affiancata da una motovedetta della guardia costiera. La comandante Rackete dichiara in un video che le autorità italiane sono salite sull'imbarcazione, controllando documenti e passaporti in attesa di istruzioni ulteriori da parte dei loro superiori: «Spero vivamente che possano presto far scendere dalla nave le persone soccorse». Intanto Salvini definisce l'azione della ONG "una provocazione" e "un atto ostile", chiama in causa l'Olanda, avverte che i migranti "non sbarcheranno", di voler schierare "la forza pubblica" e invoca il sequestro della nave e l'arresto della comandante e dell'equipaggio.

Da parte invece del Commissario ai diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic, arriva la richiesta di "dare il permesso alla Sea Watch di far sbarcare le persone senza conseguenze per il capitano, l'equipaggio e l'armatore". Mijatovic assicura inoltre che continuerà a "sollecitare gli altri Stati a prendersi la loro parte di responsabilità" nelle operazioni di ricerca e salvataggio e nell'accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo. Il commissario ricorda poi che "assistere le persone in pericolo in mezzo al mare e farle sbarcare rapidamente in un posto sicuro è un diritto umano e un obbligo umanitario e non può divenire un ostaggio di considerazioni politiche". Il Commissario europeo per le migrazioni, Dimitris Avramopoulos, dichiara che si sta lavorando per ricollocare in alcuni Stati membri, che si sono resi disponibili, i naufraghi sulla nave ma avverte che questa soluzione "è possibile solo una volta sbarcati. Per questo spero che l'Italia, in questo caso, contribuisca a una veloce soluzione per quanti sono a bordo".

Il giorno dopo, la Sea Watch 3 si avvicina ulteriormente al porto di Lampedusa, a una distanza di circa 500 metri da terra. Accanto però restano una motovedetta della Guardia di finanza e una della Guardia costiera. Arriva poi una prima risposta dei Paesi Bassi in cui si dichiara di comprendere le preoccupazioni per le azioni della nave, ma che loro non sono obbligati a prendere i naufraghi. La comandante Rackete, parlando con i giornalisti a bordo, dice che le autorità «ci hanno promesso una soluzione rapida» e avverte che «la situazione a bordo è peggiorata, abbiamo gente che ha detto che si vuole buttare a mare, dobbiamo entrare in porto per prevenire i problemi». Intanto, una delegazione di parlamentari (Partito democratico, +Europa, Sinistra Italiana) sale a bordo della Sea Watch 3.

Riccardo Magi, deputato di +Europa, dichiara che i parlamentari non scenderanno fino a quando non sarà trovata una soluzione. Il ministro dell'Interno, ospite di "Diritto e Rovescio" su Rete 4, ribatte però che, al contrario di quanto richiesto dalla Commissione europea per trovare una soluzione condivisa tra diversi Stati, l'autorizzazione dello sbarco su suolo italiano è legato a determinate condizioni:

Intanto, però, secondo quanto riportato da Magi, la situazione durante il sedicesimo giorno in nave, diventa sempre più problematica:

Nel frattempo sembra proseguire positivamente la possibilità di un accordo a livello europeo sulla possibile ricollocazione dei naufraghi sulla nave.

La portavoce della Commissione europea, Natascha Bertaud, torna a ribadire però che il ricollocamento sarà possibile solo in caso di sbarco dei naufraghi.

Sempre il 28 giugno, viene pubblicata la notizia che la comandante Rackete è indagata dalla Procura di Agrigento per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e violazione dell'articolo 1099 del Codice della navigazione contestato al comandante che non obbedisca all'ordine di una nave da guerra nazionale per essere entrata nelle acque territoriali dell'Italia nonostante l'ordine di fermarsi da parte delle autorità. Dalla procura, scrivono i media, sottolineano che si tratta di un atto dovuto dopo l'informativa della Guardia di Finanza trasmessa agli uffici giudiziari di Agrigento.

L'avvocato della ONG, Leonardo Marino, parla dell'esistenza di una "scriminante" perché per "stato di necessità" la sua assistita sarebbe stata costretta ad entrare nelle acque territoriali italiane. L'avvocato si riferisce all'articolo 54 del Codice penale italiano che stabilisce che "non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo". Sempre il 28 giugno la portavoce Linardi dichiara che la situazione a bordo continua a essere insostenibile: «C'è un via vai continuo di navi e ispezioni. Situazioni che creano scompiglio, aspettative. Una situazione difficile per l'equipaggio da tenere sotto controllo perché non sappiamo quando la situazione si risolverà».

Nella notte del 29 giugno, dopo più di due settimane in mare senza indicazione di un luogo sicuro dove sbarcare, la Sea Watch decide di entrare nel porto di Lampedusa.

Ad accogliere la nave sulla terra ferma, diverse persone presenti applaudono l'arrivo, mentre altre riempiono di insulti l'equipaggio. L'ex senatrice della Lega, Angela Maraventano, urla: «Non fate scendere nessuno perché questa sera ci scappa il morto» e a chi le chiedeva se si trattava di una minaccia, Maraventano risponde annuendo: «Una minaccia, qual è il problema?». I 40 naufraghi presenti a bordo sbarcano poi all'alba dopo 17 giorni in mare.

Durante la manovra di avvicinamento al porto della Sea Watch 3, una motovedetta della Guardia di Finanza tenta di bloccare l'imbarcazione (del peso di 600 tonnellate) della ONG frapponendosi fra la Sea Watch e il molo. Quando i finanzieri vedono che l'operazione di blocco non stava riuscendo perché la Sea Watch non si stava fermando, spostano velocemente la propria imbarcazione.

In base a quanto riportato dall'agenzia Ansa, uno dei finanzieri presenti a bordo della motovedetta afferma: «Avevamo tentato di fermarla più volte prima ancora che entrasse in porto, quando ha messo la prua in direzione Lampedusa, e poi quando è arrivata in prossimità del molo, mettendoci di traverso. Ma il comandante non ha risposto all'alt, non ha voluto sentire ragioni e ha continuato a manovrare, venendo verso di noi». «La Sea Watch – proseguono gli uomini delle fiamme gialle – si è avvicinata manovrando con le eliche di prua, spinta dal vento. Da bordo ci hanno detto 'spostatevi' e nient'altro, il comandante non ha fatto nulla per evitarci». I finanziari spiegano che il loro compito «era quello di non far attraccare la nave che era priva di autorizzazione. Ed è quello che abbiamo fatto finché abbiamo potuto. Poi ci siamo dovuti sfilare, se fossimo rimasti lì, se fossimo rimasti incastrati, la nave avrebbe distrutto la motovedetta».

Sulla manovra effettuata, la portavoce della Sea Watch, Linardi, dichiara che la comandante si è scusata con la Guardia di Finanza «per quell'incidente», ma spiega che Rackete ha dichiarato che non aveva altra scelta se non quella di entrare in porto: «Ciò detto, Carola ha effettuato le proprie manovre molto lentamente e in qualche modo è anche un fatto che l'unità della Guardia di Finanza ha deciso di infilarsi nello spazio già ridotto della nave e la banchina nel momento in cui la nave stava attraccando». Riccardo Magi (+Europa), presente sulla scena, dichiara di essere stato sorpreso dalla motovedetta dei finanzieri che «a manovra iniziata si è andata a infilare» tra la nave dell'ONG e la banchina. Il politico afferma inoltre di essere pronto a testimoniare quanto ha visto «in ogni sede».

Una volta terminata la manovra di attracco, Carola Rackete viene poi fermata in flagranza di reato "per resistenza o violenza contro una nave da guerra" (art. 1100 del Codice della navigazione) e per resistenza a pubblico ufficiale (era già indagata a piede libero, come visto prima, per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina), condotta agli arresti domiciliari e la nave sequestrata.

Riguardo alla contestazione dell'articolo 1100 del Codice della navigazione, alcuni hanno avanzato diverse critiche. Secondo l'ex comandante della Guardia Costiera e ora senatore del Gruppo Misto, Gregorio De Falco, la convenzione di Montego Bay all'articolo 29 «definisce cos’è la nave da guerra: dice che la nave da guerra è una nave militare, come quella della finanza, purché sia comandata da un Ufficiale di Marina. Non da un finanziere. Allora, io credo se ne possa discutere, ma in base alle regole internazionali la nave da guerra è un’altra cosa». In una sentenza della Cassazione del 2006, però, la motovedetta della Guardia di Finanza viene qualificata come 'nave da guerra' "soprattutto perché è lo stesso legislatore che indirettamente iscrive il naviglio della Guardia di Finanza in questa categoria, quando nell'art. 6 della legge 13.12.1956 n. 1409 (norme per la vigilanza marittima ai fini della repressione del contrabbando dei tabacchi) punisce gli atti di resistenza o di violenza contro tale naviglio con le stesse pene stabilite dall'art. 1100 cod. nav. per la resistenza e violenza contro una nave da guerra".

Intanto, il ministro dell'Interno esulta per la conclusione della vicenda, con l'arresto della comandante e il sequestro della Sea Watch 3 e annuncia che sarebbe già pronto, in caso non fosse confermata la galera a Rackete, "un decreto di espulsione" per la Germania. Nel frattempo, diversi esponenti di paesi membri, tra cui il ministro degli esteri della Germania e del Lussemburgo chiedono che la comandante venga liberata. Vengono anche lanciate diverse raccolte di fondi (una anche in Germania) per sostenere l'ONG tedesca che superano in pochi giorni il milione di euro.

Nel pomeriggio del 1 luglio si svolge poi l'interrogatorio della comandante davanti al Gip (Giudice per le indagini preliminari). La procura di Agrigento chiede la convalida dell'arresto in flagranza di reato dalla Guardia di Finanza dopo l'approdo forzato a Lampedusa ma, come misura cautelare, ritiene sia sufficiente il divieto di dimora rispetto agli arresti domiciliari. Lo stesso giorno, durante una conferenza stampa, il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio parla di manovra azzardata da parte della comandante della Sea Watch: «In particolare è stato valutato negativamente come volontario la manovra effettuata con i motori laterali che ha prodotto lo schiacciamento della motovedetta verso la banchina». Inoltre, la procura non ritiene che c'era uno "stato di necessità" perché la Sea Watch «aveva ricevuto nei giorni precedenti assistenza medica ed era in continuo contatto con le autorità marittime e militari per ogni tipo di assistenza». Nei prossimi giorni (il 9 luglio), Rackete dovrà essere sentita dai magistrati del pool anti-immigrazione della Procura di Agrigento riguardo poi alla contestazione di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina nei suoi confronti.

Si apre inoltre un altro caso: inizia a circolare in Rete, rilanciata anche da diversi media come l'agenzia Adnkronos, una foto segnaletica della comandante. Un'immagine che per legge non potrebbe essere diffuso pubblicamente. Per questo la questura di Agrigento avvia un'indagine interna per capire chi ha diffuso per primo la foto.

Alcuni osservatori hanno infine ricordato la vicenda della nave 'Cap Anamur' che 15 anni fa, dopo giorni di stallo in acque internazionali, "forzò il blocco navale imposto dal governo Berlusconi per impedire lo sbarco a Porto Empedocle dei naufraghi salvati". Nel 2009, dopo cinque anni, il tribunale di Agrigento ha assolto tutti gli imputati, arrestati subito dopo lo sbarco, dall'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina perché "il fatto non costituisce reato". Come sottolinea però Pagella Politica le dinamiche tra i due casi sono differenti, come il reato per cui i due comandanti delle navi sono stati arrestati.

Il 2 luglio arriva poi la decisione del Gip di Agrigento: l'arresto non viene convalidato e nei confronti della comandante della Sea Watch 3 non viene disposta nessuna misura cautelare. Rackete torna dunque libera. Il Gip, nella sua ordinanza, esclude il reato di resistenza e violenza a nave da guerra perché, come scritto  in una sentenza della Corte Costituzionale* del 2000 (n. 35), "le unità navali della Guardia di Finanza sono considerate navi da guerra 'solo quando operano fuori dalle acque territoriali (...)'", mentre nel caso della Sea Watch la motovedetta dei finanziari "operava in acque territoriali". Inoltre, il giudice ritiene che il reato di resistenza a pubblico ufficiale sia stato giustificato da una 'scriminante' legata all'avere agito 'all'adempimento di un dovere' (si tratta cioè di una scriminante, regolata dall'articolo 51 del codice penale, in base alla quale è esclusa la punibilità in caso di adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine dell'autorità), in base agli obblighi stabiliti dal diritto internazionale (e dalle leggi italiane) per quanto riguarda il salvataggio in mare di persone in pericolo, che non si esaurisce nella presa a bordo di naufraghi, ma nella loro conduzione finale in un luogo sicuro. La scelta di dirigere la nave verso Lampedusa, poi, non è stata strumentale ma obbligata in quanto i porti della Libia e della Tunisia non sono ritenuti sicuri. Infine, secondo il giudice, il 'decreto legge Sicurezza bis' “non è applicabile alle azioni di salvataggio in quanto riferibile solo alle condotte degli scafisti“. Il procuratore Patronaggio dichiara che dopo aver letto le motivazioni, «valuterà un'eventuale impugnazione».

Il ministro dell'Interno ha criticato duramente la decisione del Gip, affermando che "la sentenza non fa onore all'Italia". Sentito dall'Adnkronos, inoltre, il prefetto di Agrigento Dario Caputo dichiara di aver firmato un decreto di espulsione nei confronti di Rackete: «Vedremo cosa accade adesso perché è previsto un ulteriore interrogatorio ma nulla impedisce la firma del decreto di espulsione». Il Fatto quotidiano spiega però che "la convalida di un eventuale provvedimento di allontanamento dovrebbe essere disposta dal giudice monocratico. Ma, sussistendo a carico della comandante un procedimento penale pendente per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, comunque la giovane tedesca non potrebbe essere mandata via dall’Italia senza il nulla-osta della Procura di Agrigento che la indaga e che la interrogherà il 9 luglio".

Nelle stesse settimane in cui la nave della ONG non aveva ricevuto l'indicazione di un luogo sicuro dove sbarcare i naufraghi,  a Lampedusa sono arrivati oltre 200 migranti con barchini in maniera autonoma o salvate dalla di Guardia di Finanza e Guardia Costiera. Secondo i dati ufficiali dell'UNHCR, poi, dall'1 gennaio 2019 in Italia sono arrivate oltre 2mila persone, circa 1050 a Malta, 12.522 in Spagna e 18mila in Grecia.

via UNHCR

In Italia, nello stesso periodo, in base ai dati del Ministero dell'Interno, erano arrivate nel 2018 oltre 16mila persone, mentre nel 2017 85mila. In totale gli sbarchi in Italia sono calati dell’80% tra il 2018 e il 2017. Un diminuzione iniziata a partire da luglio di due anni fa  – anche grazie in particolare all'accordo raggiunto con le milizie libiche dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti durante il governo Gentiloni e il sostegno alla cosiddetta “Guardia costiera libica” – e poi proseguita durante il governo Conte.

Il luogo sicuro dove sbarcare: Olanda, Libia, Malta, Tunisia o Lampedusa?

Perché la Sea-Watch 3 ha fatto rotta proprio verso l’Italia e non verso altri paesi?  Oltre alla Libia sono state tirate in ballo come altre possibili destinazioni la Tunisia, Malta, la Spagna o la Grecia. Salvini, addirittura, ha detto alla trasmissione su Radio1 "Radio Anch’io" che in quel lasso di tempo la nave “sarebbe andata e tornata dall’Olanda due volte”.

Ma la dichiarazione del ministro dell'Interno è una distorsione di quanto previsto dal diritto internazionale. Diverse convenzioni internazionali infatti disciplinano il soccorso in mare e stabiliscono che i naufraghi, una volta soccorsi, debbano essere portati nel primo “luogo sicuro” (Place of safety o POS) con la minore deviazione di rotta possibile della nave soccorritrice. 

Ideato dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), il Place of safety è un luogo dove non vi sia serio rischio che la singola persona possa essere soggetta alla pena di morte, a tortura, persecuzione, trattamenti inumani o degradanti, o anche dove la sua vita o la sua libertà siano minacciate per motivi di razza, religione, nazionalità, orientamento sessuale, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o orientamento politico.

Secondo l’UNHCR, il POS è “un luogo che fornisca le garanzie fondamentali ai naufraghi”. Le persone tratte in salvo devono essere portate dove:

  1. La sicurezza e la vita dei naufraghi non è più in pericolo. Per questa ragione, non sono considerati “sicuri”, paesi dove vige la pena di morte o dove anche un solo migrante salvato in mare possa essere perseguitato per ragioni politiche, etniche o di religione. 
  2. Le necessità primarie (cibo, alloggio e cure mediche) sono soddisfatte.  
  3. Può essere organizzato il trasporto dei naufraghi verso una destinazione finale.

Un “luogo sicuro”, aggiunge l’agenzia delle Nazioni Unite, “deve essere individuato dal MRCC (Maritime Rescue Coordination Centre) che ha la responsabilità del coordinamento delle operazioni stesse. In altre parole, se è la centrale operativa di Roma a ricevere la richiesta d’aiuto deve anche scegliere il luogo dove portare i naufraghi”.

Nel caso specifico della Sea Watch 3, come ha ricordato Fabio Sabatini, professore associato di Politica economica all’Università La Sapienza, altre destinazioni ipotizzate, come Grecia o Spagna, sono state scartate “perché sono più lontane". Anche l’Olanda è “un porto sicuro ovviamente troppo lontano. Per raggiungerla, la Sea Watch avrebbe dovuto passare per l’Oceano Atlantico, che è molto più pericoloso del Mediterraneo. Ciò avrebbe messo a rischio la vita dei naufraghi (...)”. La nave, insomma, non poteva andare “due volte in Olanda”, in Spagna o in Grecia. Inoltre, poi, avrebbe potuto farlo solo se uno di questi paesi avesse dato disponibilità per rompere lo stallo, come nel caso dell’Aquarius nell’estate del 2018, che si diresse verso la Spagna dopo che il premier Pedro Sanchez aveva indicato Valencia come porto di attracco. In quell’occasione, comunque, la nave era stata scortata da alcune motovedette italiane per garantire la sicurezza di migranti – in parte trasferiti su navi italiane – ed equipaggio in una traversata lunga e dunque potenzialmente pericolosa. 

Pur essendo poi i Paesi Bassi lo Stato di bandiera della Sea Watch 3, il paese non aveva nessun obbligo internazionale di accogliere i migranti, come molti hanno invece detto. E non lo aveva né sulla questione dell’individuazione del porto di sbarco – sulla quale hanno rilevanza le convenzioni internazionali e il diritto del mare – né sull’esame delle domande d’asilo e l’accoglienza delle persone soccorse. 

Il professor Fulvio Vassallo, Paleologodel Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Palermo, ha spiegato che nelle operazioni SAR, “il criterio dello Stato di bandiera è arbitrario e non garantisce una sollecita conclusione delle operazioni di soccorso in un porto sicuro”. Non a caso, ha aggiunto, questo criterio “non è mai stato applicato in anni di soccorsi nel Mediterraneo perché è sussidiario. Non garantisce lo svolgimento rapido delle procedure di soccorso imposto dalle convenzioni internazionali”.

La Sea Watch 3 è sicuramente territorio olandese, in base alla Convenzione di Montego Bay del 1982 che stabilisce che lo Stato di bandiera eserciti una giurisdizione esclusiva sulla nave che ha la sua bandiera. Questo però non significa automaticamente che in base al Regolamento di Dublino spetti ai Paesi Bassi farsi carico delle domande di asilo dei migranti saliti a bordo. Come ha spiegato il contrammiraglio Nicola Carlone (Capo del terzo reparto del Comando generale del Corpo delle Capitanerie di Porto-Guardia Costiera italiana) in audizione in Commissione Schengen nel 2017, infatti, «Dublino si applica nel momento in cui si arriva a terra, non è applicabile a bordo delle navi. Il caso Hirsi lo dimostra. Unità governative che non hanno personale specializzato a bordo per poter fare lo screening non possono essere considerate la frontiera d'ingresso per l'applicazione della Convenzione di Dublino».  Il “caso Hirsi” a cui si riferisce Carlone è una vicenda giudiziaria che ha visto la condanna nel 2012 dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per la politica dei “respingimenti in mare” dei migranti voluta dall’ultimo governo Berlusconi. La sentenza dice che le procedure per l’esame delle richieste di protezione internazionale dei migranti sono talmente complesse che non è pensabile vengano fatte a bordo di una nave, e devono quindi essere fatte a terra, in un Place of safety.

Per quanto poi riguarda la Libia, come abbiamo visto sopra, si tratta di una paese non ritenuto sicuro e quindi non adatto per lo sbarco di naufraghi.  Francesca De Vittor, ricercatrice in Diritto internazionale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e socia di ASGI, ha precisato a Radio1 così che la ONG «ha ritenuto che il paese a cui chiedere il porto sicuro fosse l’Italia e l’ha fatto sulla base di una normativa internazionale che in effetti faceva pensare che l’Italia fosse il posto più adeguato». De Vittor si riferisce al fatto che «nella Convenzione SAR sulla ricerca e soccorso in mare si dice che gli Stati rilevanti quando un soccorso avviene – che non sono lo Stato competente per quella zona SAR ma tutti gli Stati coinvolti – cooperano nella definizione di un porto di sbarco sicuro che possa liberare il prima possibile il capitano della nave dalla responsabilità di quel soccorso e concluderlo». Non potendo tornare in Libia, ha aggiunto, la capitana si è rivolta “al porto sicuro più prevedibile sulla base delle convenzioni che si rivolgono a tutti gli Stati costieri coinvolti – come è l’Italia – chiedendo di cooperare”. 

In un’intervista a Repubblica, infatti, la capitana della nave Carola Rackete ha spiegato che Sea Watch 3 non si è diretta a Malta perché le è stata negata l’autorizzazione (e inoltre, come abbiamo visto, era più distante rispetto a Lampedusa) e non ha preso in considerazione la Tunisia perché “non ha una normativa che tuteli i rifugiati”. 

Tuttavia è molto dibattuto se la Tunisia possa essere classificata o meno come un Place of safety. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) il paese nordafricano può essere considerato un luogo sicuro nonostante non abbia ancora adottato una legge che regolamenti le richieste di asilo. 

Come ha spiegato a Valigia Blu la direttrice comunicazioni dell'UNHCR con incarico di portavoce per il Sud Europa, Carlotta Sami, «con il Global Compact on Refugees (GCR), prevediamo che alcuni paesi del Nord Africa adottino la legislazione sui rifugiati quest'anno. Nel frattempo, l'UNHCR continuerà a fornire supporto e competenze come concordato con i paesi ospitanti». Detto questo, «la Tunisia, come tutti i paesi nordafricani (ad eccezione della Libia), è parte della Convenzione di Ginevra del 1951 e ha ratificato la Convenzione OUA del 1969 [ndr, è la Convenzione dell’Organizzazione dell’Unità Africana che regola gli aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa, adottata ad Addis Abeba nel 1969, entrata in vigore nel 1974 e ratificata da 45 paesi nel 2015]» e «dunque è porto sicuro ma necessita di supporto nella fase di gestione delle domande di asilo» e, per questo motivo «non è nella condizione di ricevere flussi di richiedenti molto ingenti».  Inoltre, la Tunisia ha ratificato la convenzione di Amburgo del 1979 ma non ha provveduto “a dichiarare formalmente qual è la sua specifica area di responsabilità SAR”, come precisato a Valigia Blu dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), agenzia specializzata delle Nazioni Unite, istituita con lo scopo di promuovere la cooperazione marittima tra i paesi membri e garantire la sicurezza della navigazione e la protezione dell’ambiente marino.

Proprio perché la Tunisia non si è dotata ancora di una regolamentazione sul diritto di asilo, diversi attivisti, organizzazioni non governative e alcuni giuristi mettono in dubbio che il paese nordafricano possa essere ritenuto un luogo sicuro per migranti e rifugiati. Il mese scorso, ad esempio, Medici senza frontiere (MSF) ha scritto sul suo profilo Twitter che "la Tunisia non ha un sistema di asilo funzionante e quindi non può essere definito un luogo sicuro" e che i place of safety “più vicini per i salvataggi nel Mediterraneo centrale sono l'Italia o Malta".

Una valutazione simile è stata fatta più recentemente da Pasquale De Sena, Professore Ordinario di Diritto Internazionale alla Cattolica di Milano, che su Avvenire ha spiegato che «la Tunisia, a sua volta, non può dirsi "porto sicuro", sia perché non è in regola con la protezione internazionale dei migranti, sia perché di recente una nave con 75 migranti a bordo è stata tenuta ferma per giorni».

De Sena fa riferimento alla vicenda del rimorchiatore egiziano Maridive 601 che il 31 maggio scorso ha salvato a qualche miglia dalla Libia 75 naufraghi, tra cui 30 minori, in maggioranza del Bangladesh, ed è stato tenuto fermo dalle autorità tunisine quasi tre settimane prima di permettergli di attraccare al porto di Zarzis. Il rimorchiatore – stando a quanto sostenuto da Alarm Phone (servizio telefonico che fornisce ai migranti un numero da chiamare in caso di difficoltà) – si è diretto verso la Tunisia dopo essere stato ignorato dalle autorità italiane e maltesi nonostante si trovasse in difficoltà in acque internazionali. 

Secondo quanto ricostruito dal Guardian, le autorità tunisine hanno inizialmente negato l’attracco perché i centri per i migranti di Medenine erano sovraffollati e avrebbero accordato lo sbarco solo dopo che i 75 naufraghi a bordo avessero rinunciato a qualsiasi richiesta di protezione internazionale e accettato di farsi rimpatriare nel paese di origine. 

Una volta sbarcate il 18 giugno, le 75 persone sono state trasferite in un centro di detenzione tunisino. Una settimana dopo, come confermato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), l’organizzazione intergovernativa dell’ONU che segue in Tunisia i programmi di rimpatrio volontario, i primi 32 naufraghi hanno fatto ritorno in Bangladesh “desiderosi di ritornare a casa”. Versione messa in dubbio dal Forum Tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux (FTDES) – che ha denunciato di non essere riuscito a conoscere il luogo dove si trovavano i naufraghi nonostante le ripetute richieste – e da parenti e attivisti per i diritti umani secondo i quali, riporta il Guardian, i migranti provenienti dal Bangladesh sono stati costretti ad accettare il loro rimpatrio pur di non essere rispediti in Libia e sotto la minaccia di vedersi sottratti, una volta sbarcati, cibo, acqua e cure mediche. Il capo missione dell'OIM in Tunisia, Lorena Lando, ha respinto le accuse: «Nessuno dei migranti è stato deportato. [Loro] desideravano tornare. Lo IOM non deporta né costringe nessuno a tornare». 

La vicenda della nave Maridive dovrebbe «far riflettere sul fatto che la Tunisia sia considerata un luogo sicuro, poiché le nostre fonti hanno suggerito che i migranti potrebbero essere immediatamente rimpatriati o espulsi dal paese», ha commentato sempre al Guardian, Giorgia Linardi, di Sea Watch in Italia. 

Nella gran parte dei casi, la Tunisia è una deviazione del percorso migratorio verso l’Europa, spiega a Politico Matteo De Bellis, un ricercatore di Amnesty International. Chi vi arriva, sta scappando disperato dalla Libia e non desidera rimanere in un paese con un tasso di disoccupazione del 15% e un sistema sanitario ed educativo deficitario.

Una volta arrivati in Tunisia, prosegue l’articolo di Politico, i migranti hanno 60 giorni per decidere se vogliono chiedere asilo in Tunisia od optare per il programma di rimpatrio volontario gestito dallo IOM. Se una domanda di asilo viene respinta restano due strade: “Rimanere in Tunisia illegalmente o pagare i contrabbandieri per tornare in Libia e cercare nuovamente di andare in Europa".

In assenza di un sistema di asilo funzionante, i richiedenti asilo che vedono riconosciuta la loro domanda si trovano a vivere in una dimensione sospesa, scrive Sara Creta su Al Jazeera: il paese non ha né la capacità né i mezzi per ospitare i rifugiati. A marzo il governo tunisino ha dichiarato di voler chiudere il centro per migranti a causa del sovraffollamento. Il centro ospitava all’epoca 200 persone, quasi il triplo rispetto alla capienza ufficiale. La maggior parte dei migranti sono stati trasferiti in un edificio affittato dalla Mezzaluna Rossa a Zarzis, altri sono stati spostati in appartamenti privati a Medenine sostenuti economicamente da UNHCR e IOM. 

Inoltre, continua Al Jazeera, non ci sono programmi che favoriscano una maggiore autosufficienza dei rifugiati e più opportunità di sostentamento: ufficialmente, i rifugiati non sono autorizzati a lavorare e, pertanto, non esiste un sistema formale di protezione per coloro che trovano lavoro. Sotto questo aspetto, l’UNHCR sta spingendo per trovare delle soluzioni. 

Unchr, Tunisia, rifugiati, richiedenti asilo, place of safety
via UNHCR

Secondo i dati diffusi dall’Unhcr, nel 2018 c’erano in Tunisia 1066 rifugiati e 256 richiedenti asilo, con un incremento del 73% rispetto all’anno precedente e destinato ulteriormente a salire entro la fine del 2019, come mostrato già dall’ultimo rapporto disponibile, risalente al 31 maggio, secondo il quale sono 1917 le persone seguite dalle azioni dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite.

Carola Rackete, dunque, si è trovata a prendere una decisione in questo contesto istituzionale, giuridico e politico, muovendosi – ha commentato il ricercatore di ISPI, Matteo Villa, in dibattuti thread su Twitter – in una zona grigia del diritto internazionale che non descriverebbe a sufficienza l'individuazione del place of safety.

Il luogo sicuro – ha spiegato Villa a Valigia Blu – è quasi sempre definito in negativo per cui «ti viene detto che non devi sbarcare in un luogo che non è sicuro». C’è consenso sul fatto che la Libia non è un luogo sicuro, come attestato da UNHCR e IOM e sostenuto di recente anche dal ministro degli Esteri Moavero, ce n’è meno su altri, come nel caso della Tunisia. 

A questo poi si aggiungono gli obblighi previsti dal diritto internazionale marittimo, anch’essi a dire del ricercatore così poco stringenti da lasciare spazio alla discrezionalità di Stati e comandanti. «Di solito – prosegue l’analista di Ispi – si dice che il criterio da seguire è quello del luogo geograficamente vicino, ma non è scritto in nessuna convenzione: si desume questa cosa perché le convenzioni internazionali parlano di minima deviazione di rotta». Una situazione che crea una zona grigia in cui muoversi.

«Facciamo l’esempio di un mercantile che sta andando da una zona SAR (Search And Rescue) maltese verso Alessandria d’Egitto», spiega ancora Villa: «Mettiamo che questa nave trovi un gommone sul suo tragitto e inizi un’operazione di salvataggio. Ora non è per niente chiaro che il mercantile debba virare verso Malta, ma potrebbe dire: “Io li porto ad Alessandria perché ero diretto lì e mi costa molto portarli a Malta”. Se tutti sono d’accordo che l’Egitto è un luogo sufficientemente sicuro per le persone imbarcate, questa operazione si può fare». 

Nel caso di una nave che sta in mare per svolgere un’attività di ricerca e salvataggio, invece, non ci si può appellare al criterio di “minima deviazione della rotta” perché «la rotta sarà decisa solo dopo l’operazione di salvataggio».

Nel caso specifico, Sea Watch 3 ha fatto il salvataggio in zona SAR libica, informando tra le varie autorità anche l’RCC libico che ha indicato per la prima volta Tripoli come luogo sicuro. L’ONG ha risposto di non poter far sbarcare i naufraghi in un luogo non sicuro, come la Libia, chiedendo che fosse indicato un altro place of safety senza però ricevere alcuna risposta. A quel punto, commenta ancora l’analista di Ispi, «la nave si trova in acqua internazionali. In assenza di altre indicazioni da parte del coordinamento della zona SAR di competenza, il comandante può decidere dove dirigersi». Per questo motivo, non c’è una certezza giuridica in base alla quale stabilire un place of safety, ma la nave che ha effettuato il salvataggio può dichiarare di non andare in determinati luoghi perché ritenuti non sicuri. Allo stesso tempo, gli Stati non possono porre limitazioni a delle imbarcazioni che si muovono verso i luoghi ritenuti sicuri all’interno del proprio territorio. 

A tutto questo si aggiunge il “paradosso libico”. Per le convenzioni internazionali, il responsabile del coordinamento dei salvataggi è lo Stato che coordina la zona di ricerca e soccorso in cui è avvenuto il salvataggio. Da quando a giugno 2018 la Libia ha annunciato di aver ricostruito il coordinamento sulla sua zona SAR, riconosciuta dall’IMO, ha i requisiti tecnici per poter coordinare le operazioni di salvataggio e sicurezza, nonostante sia ritenuta luogo non sicuro per i migranti che potrebbero sbarcare. Tutto questo crea la situazione paradossale che quello libico «è l’unico RCC al mondo che tecnicamente quando coordina un salvataggio non può indicare se stesso come luogo sicuro», afferma Villa. Una contraddizione enorme «non risolvibile perché non si può dichiarare decaduta la zona SAR libica finché la Libia continuerà a voler coordinare i salvataggi».

*Aggiornamento 4 luglio 2019: in un precedente versione avevamo scritto che la sentenza a cui si richiamava la Gip di Agrigento per la non configurazione come "nave da guerra" di una motovedetta della GdF era della Corte di Cassazione, mentre è della Corte Costituzionale.   

Foto in anteprima via Ansa

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Un business model tossico espone i media alla manipolazione. Un problema per la democrazia


[Tempo di lettura stimato: 17 minuti]

La sostanza di cui è fatta la mente umana

L’impiego della psicanalisi di massa nella pubblicità risale ai primi anni ‘50. Terminata la seconda Guerra Mondiale le società occidentali si preparavano al boom economico. Le aziende volevano che la gente svuotasse gli scaffali di negozi e supermercati. L’assorbimento dell’iperproduzione necessitava, però, di nuove tecniche per convincere le persone. Le aziende, infatti, sanno che se non s’interviene l'offerta dei beni di consumo supera inevitabilmente la possibilità dei consumatori di assorbirla.

Ma come intervenire? Gli esperti avevano constatato che spesso la gente non dice la verità rispetto ai propri desideri: la preoccupazione delle persone è di passare, di fronte al mondo, per esseri sensati, intelligenti e razionali. Non è che la gente sia irrazionale, il problema sta nel comprendere quali sono le reali motivazioni alla base del comportamento umano. Per i “persuasori”, secondo l’efficace definizione di Vance Packard, nulla è sacro, nulla può salvarsi da queste ricerche e manipolazioni. Il cittadino è trattato come un miscuglio di vaghe aspirazioni, segrete velleità, complessi di colpa e blocchi emotivi irrazionali. In breve, un adoratore di simboli dedito ad atti impulsivi e compulsivi.

Il narcisismo è una malattia molto diffusa, e la gente è attratta più che altro da se stessa. La pubblicità non deve fare altro che vendere alla gente un’immagine di sé (Vance Packard)

L’“analisi motivazionale” (anche analisi qualitativa di mercato) è la ricerca delle motivazioni in base alle quali la gente fa le proprie scelte, e si serve di metodi atti a raggiungere l’inconscio e il subconscio della mente umana. Secondo Clyde Miller (Il meccanismo della persuasione) i persuasori più accorti si servono sempre di parole-chiave e di immagini-chiave per suscitare le reazioni desiderate. In fondo non siamo altro che “creature dai riflessi condizionati”, e tutti i problemi della persuasione si riducono a uno solo: sviluppare i riflessi condizionati attraverso l'utilizzo di simboli-chiave. I messaggi razionali non servono, quello che spinge la gente ad acquistare un prodotto (o a votare un politico) è un bisogno sostanzialmente inconscio. Che può essere indotto artificialmente o stimolato.

Per condizionare e convincere la gente occorre quindi intervenire sui livelli più profondi, oltre il livello di coscienza, fino al subconscio (in psicologia preconscio), cioè il livello dei pregiudizi, delle credenze e degli impulsi emotivi, fino al livello dove noi non solo siamo ignari dei nostri moventi reali, ma addirittura ci rifiutiamo di discuterli. È l’inconscio, il livello incaricato di custodire le emozioni che si manifestano involontariamente, gestire l’attività onirica, immagazzinare istinti e impulsi, gestire l’intuito. Come ebbe a dire il presidente della Public Relations Society of America: “il materiale sul quale lavoriamo è la sostanza stessa di cui è fatta la mente umana” (Howard Chase).

Un pubblicitario in redazione

Dire che l’editoria oggi è in difficoltà è un eufemismo. Il capitalismo ha plasmato a sua immagine ogni settore della nostra società, imponendo il mantra del ritorno sull'investimento a breve termine. Una forma di capitalismo corrosiva che si spande senza adeguati controlli ed equilibri. Ogni azienda, per rispettare le “regole” del capitalismo, deve fare sempre più soldi, trimestre dopo trimestre. Ed anche l'industria delle notizie deve sottostare alle nuove “regole”. Gli hedge fund hanno occupato le redazioni già dai primi anni ‘80, e gli investitori privati non si interessano delle notizie, per loro sono solo un prodotto come un altro, un modo per fare più soldi, e quindi ogni considerazione di etica o morale finisce in secondo piano.

In una prima fase le redazioni si sono date da fare per cercare di placare i finanziatori, tagliando costi e riducendo il personale. Ma la chiusura delle redazioni locali ha comportato un costante arretramento del giornalismo dal tessuto sociale (oltre che un controllo più centralizzato sull'informazione). Un tempo molti conoscevano un giornalista personalmente, oggi è raro. La fiducia è radicata nelle connessioni, gli anchorman acquisivano fiducia perché entravano in casa e le persone sentivano di conoscerli. Ed è questo il motivo per il quale tanti “influencer” creano regolarmente podcast o canali YouTube. L'allontanamento dalla società ha determinato un calo della fiducia nei giornali.

Ma il taglio dei costi non bastava. Quindi gli editori si sono rivolti alla pubblicità, che è entrata in redazione espandendosi sempre più. Capita sempre più spesso che la pubblicità sia mischiata con le notizie confondendo sempre più il confine tra le due. Inoltre, nelle redazioni si sono fatte spazio le tecniche di manipolazione della gente, che hanno trovato nella tecnologia un valido alleato. Dopo una prima fase di “pubblicità generica” si è passati alla pubblicità contestuale (personalizzata). Le tecnologie di tracciamento delle persone, già applicate nell'ambito commerciale, vengono usate anche nel settore editoriale, per manipolare i lettori stessi, per vendere il prodotto “notizia”. L’Advertising technology (AdTech), però, ha mostrato immediatamente i suoi limiti. L’AdTech incentiva l’originalità a scapito della qualità. Ciò che fa “vendere” di più è il titolo strillato, la notizia originale, ciò che fa la differenza è la “viralità”. Perché affannarsi a cercare una notizia, controllare le fonti, se puoi semplicemente inventarne una? L’AdTech ha incentivato progressivamente le pubblicazioni di articoli poco curati perché l’importante è arrivare per primi; di contenuti usa e getta perché ciò che conta è fare traffico; di titoli sensazionalistici perché ciò che fa guadagnare è il click. Con scarsa attenzione alla qualità e al contenuto. Fino alle vere e proprie "fake news" (es. Noa Pothoven, Greta Thunberg, Carlo Rubbia, Trieste al posto di Chernobyl), con conseguente deformazione della realtà.

Ma la viralità e i contenuti polarizzanti minano la fiducia nei giornali. È un circolo vizioso, un business che ormai per sopravvivere è costretto a remare contro se stesso. E non è un problema della tecnologia, ma è un problema del modello di business. Il giornalismo investigativo non è compatibile con questo modello finanziario, con le trimestrali sempre in crescita che gli investitori si aspettano. E la fiducia dei lettori non si riguadagna raddoppiando i proventi pubblicitari, casomai intervenendo sulle grandi piattaforme del web con una regolamentazione (redistribuzione) dei profitti pubblicitari.

Soprattutto, viralità vuol dire contenuti viscerali, che parlano alla pancia delle persone, contenuti polarizzanti, che possono essere branditi contro gli altri, che alimentano i contrasti, i dissidi, le violenze. I contenuti polarizzanti si sono rivelati i migliori perché, alimentando “l’uno contro l’altro”, creano “identità”.
La politica identitaria è sostanzialmente una politica tribale fortemente basata su simboli piuttosto che sulle idee. Ed è una politica del risentimento contro le politiche di inclusione viste come politiche di cancellazione della specificità dell’esperienza, contro il disagio economico, contro una presupposta indifferenza delle élite ai problemi. Una politica che riflette il fallimento dei partiti di sinistra nel parlare a persone il cui status sociale è diminuito a causa della globalizzazione e del cambiamento tecnologico. La politica identitaria non è un male in sé, in quanto ha consentito l’emergere delle ingiustizie sociali, come col movimento #MeToo, ma ha portato la sinistra a concentrarsi sui singoli gruppi percepiti come minoritari, abbandonando il resto (i lavoratori ad esempio), perché è più facile discutere sulle questioni culturali piuttosto che cambiare le politiche economiche. Inoltre l’attenzione sull'esperienza vissuta dei gruppi porta a una progressiva riduzione dello spazio della libertà di parola, perché un’asserzione vista come offensiva per un gruppo viene vista come motivo per censurare l’individuo stesso. La costante scoperta di nuove identità crea sempre nuovi limiti e nuove regole al discorso (Francis Fukuyama, Identity: The Demand for Dignity and the Politics of Resentment).

La politica della manipolazione

Quindi, verso la metà degli anni ‘50 le tecniche di manipolazione “profonda” utilizzate in ambito commerciale furono applicate anche per condizionare in maniera massiva le scelte dell’elettorato americano. Nixon fu uno dei primi a provare i nuovi strumenti, i democratici vennero subito dopo.

Per il politico un cittadino non è altro che un “cane di Pavlov” condizionato dall'uso massiccio di simboli convenientemente manipolati e reiterati. La base di partenza era che l’elettore non dà sufficienti garanzie di comportarsi in modo razionale. Da qui la necessità di nuove tecniche di indagine. Non serve correggere il modo di ragionare, discutere sulle idee, tutto quello che occorre è manipolare le emozioni e gli istinti. Tutto questo mentre veniva in risalto l’importanza del fattore personalità nel successo politico. Dietro al personaggio politico, si ipotizzò, è necessario che vi sia l’immagine del “padre” (Burdick, The ninth wave).

Attraverso i media, vecchi e nuovi, il leader propone idee e valori che verranno introitati dal gruppo. I media ormai non hanno più il compito di veicolare informazioni razionali sui quali la gente si forma un’opinione per poi decidere. Il loro scopo è quello di veicolare simboli e modelli che verranno interiorizzati dal grande pubblico. Le questioni politiche assumono sempre meno importanza a fronte del "condottiero" eroico di tipo totalitario che si esprime esclusivamente tramite slogan ad effetto di poche parole piuttosto che idee compiute.

L’elettore, quindi, è assimilato al consumatore che deve essere convinto a comprare una merce, anzi, a un consumatore-bambino che cerca l'immagine del padre. La merce è il candidato. I metodi sono gli stessi, la manipolazione dell’individuo passa dall'influenza sui tre aspetti principali: carattere, cultura, scelte. La “pubblicità del profondo” è perfettamente in grado di influenzare queste ultime, anche con facilità, molto più di quanto si creda. Più difficile è manipolare le altre due componenti, per le quali è stato necessario attendere l’evoluzione delle tecniche, fino allo “storytelling” (narrazione) e la “finestra di Overton”.

La costruzione del pubblico

L’elezione del presidente Usa Trump ha segnato il punto di passaggio alla nuova era della manipolazione dei contenuti online. Le “fake news” (information disorder) invadono l’ambiente digitale, disgregando le certezze dell’elettorato e favorendo la nascita di movimenti populisti e nazionalisti. Questo è quello che tanti, troppi, ci hanno raccontato. Ma la storia dell'oscura Research Agency il cui obiettivo era influenzare le elezioni americane non regge più di tanto ad una analisi più approfondita. Le pubblicità dei russi sono state una goccia nel mare della campagna del presidente Trump.

È la stessa merda che usiamo in ambito commerciale, solo ha nomi più fantasiosi” (Brad Parscale, coordinatore della campagna per Trump)

L’idea di sfruttare i media digitali è obbligata. Non perché i media tradizionali, giornali e Tv, siano impermeabili a manipolazioni, anzi. È che i sostenitori di Trump (come i populisti in Italia) non avevano un media che pensavano li rappresentasse adeguatamente, non avevano alcuno sbocco mediatico. Il digitale, invece, consentiva di portare il messaggio direttamente alla gente.

Facebook fornisce alcuni degli strumenti migliori per arrivare agli elettori. Il “pubblico personalizzato” (Custom Audiences) e il “pubblico simile” (Lookalike Audiences) consentono agli inserzionisti di caricare elenchi di dati anonimi dei loro clienti (es. indirizzi email, numeri di telefono) e quindi indirizzare gli annunci agli utenti di Facebook che l'azienda può rinvenire utilizzando tali dati. E mentre la stampa era distratta a guardare i “troll russi”, la campagna di Trump sezionava gli elettori inviando montagne di contenuti scoraggianti ai possibili sostenitori di Hillary Clinton.

Non che Clinton non abbia usato gli stessi strumenti, ma la differenza è che Trump è un imprenditore, uno che sa vendersi. E che ha capito che la prima cosa è costruire un pubblico da raggiungere tramite i media, i social. Un pubblico che, comunque vada la campagna, gli rimarrà, e potrà essere utilizzato per scopi futuri: venderlo per altre campagne, usarlo per una futura televisione, ecc…
Quel pubblico è il futuro del partito repubblicano.

La campagna presidenziale di Trump passa progressivamente dalla persuasione dei moderati a una retorica apocalittica, egli tende sempre più a mostrarsi come i leader populisti di estrema destra cresciuti in Europa. All'inizio ben pochi credono nella sua vittoria, ma comincia a girare la voce che la campagna di Trump potrebbe essere come la Brexit. Il voto sulla Brexit ha scioccato gli esperti che non credevano che la maggioranza dei cittadini britannici avrebbero votato per lasciare l’Unione europea. Anche lì si tireranno in ballo fake news, russi, alieni e altro per spiegare qualcosa che gli “esperti” non erano stati in grado di capire.

L’emersione dell’Alt-right

Nell'ottobre del 2016 Wikileaks pubblica 20mila mail dall'account di John Podesta, presidente della campagna di Hillary Clinton. Nei giorni successivi una serie di siti, a partire da 8chan, evidenziano materiale tratto dalle mail. Vengono diffuse accuse su finanziamenti di George Soros a favore dei democratici, su tentativi di danneggiare la campagna di Trump, su una vasta rete di pedofili a Chevy Chase. Le accuse sempre più assurde si diffondono velocemente nel web tra i blog legati alla destra. Secondo 8chan i media non fanno il loro lavoro, su tante mail le cose riportate dai media sono marginali, dicono.

Nei mesi seguenti molti siti legati all'estrema destra americana (far-right) promuovono contenuti a favore di Trump e messaggi populisti. I messaggi si diffondono tramite meme e Facebook, canali Youtube e Twitter. Molti di questi gruppi si definiscono alt-right(alternative right, destra alternativa), un movimento di massa nato in Internet che si presenta con mille sfaccettature, molte caratterizzate da ironia e volgarità, ma che alla base è fortemente ideologico. L’obiettivo è di consolidare una contro-cultura stabile per poi portarla a diventare la cultura dominante dell’Occidente. I valori sono: l’antisemitismo, perché gli ebrei sono dietro tutte le cose, dal femminismo ai media, dalla pornografia a Hollywood e al sistema bancario; il razzismo, perché le razze non sono tutte uguali; l’anti-femminismo, perché il ruolo delle donne è quello di produrre bambini, e non di lavorare; il suprematismo bianco, perché è la razza bianca che si occupa di mantenere il pianeta.

Milo Yiannopolous spiega: l'alt-right è un movimento nato dai confini giovanili, sovversivi e sotterranei di Internet, 4chan e 8chan sono hub di alt-right. Molto prima dell'alt-right, i membri di 4chan hanno giocato a trollare i media nazionali.
Yiannopolous, la cui leadership in realtà è conferita dai media mainstream ma non dal movimento che lo considera più che altro un profittatore dei loro metodi, si è distinto per la capacità di vendere il proprio brand, costruendo un personaggio provocatore e cinico, scorretto e dedito a offese spesso razziste e sessiste. Fonda una rivista online a metà tra la tecnologia e lo scandalismo, avendo capito che il settore della tecnologia è perfetto per costruirsi un seguito di fedeli che apprezza il suo carisma e il suo essere un troll maschilista di destra. Ma le sue performance vanno ben oltre l’ambiente digitale, ottenendo ampi spazi dai media mainstream. Il suo giornale, Kernel, fu acquistato da Daily Dot, e lui stesso è stato ospite dalle più importanti testate: The Times, BBC News.

Il movimento alt-right e i suoi maggiori esponenti si inseriscono nel vuoto generato dai media tradizionali, che continuano a vagare nella nebbia della Brexit e della vittoria di Trump.

Pillola rossa

Nel saggio “Media manipulation and disinformation online”, Marwick e Lewis descrivono le tecniche principali utilizzate dal movimento alt-right e in genere dai manipolatori dei media. I manipolatori non sono solo gli estremisti di destra, ma appartengono a varie sottoculture: troll, gamers, antifemministi, pick-up artist (manosphere), antislamici, antimmigrati, teorici delle cospirazioni.

Lo spazio primario utilizzato è quello online, perché Internet fornisce uno spazio condiviso e aperto, non presidiato all'accesso, Internet democratizza la capacità manipolativa prima monopolizzata dai media. Ma soprattutto perché queste sottoculture non si rispecchiano in alcun modo nei media tradizionali.

Una caratteristica comune alle sottoculture sopra elencate è, infatti, un sentimento di avversione ai media tradizionali, ritenuti diffusori di menzogne. I media mainstream non farebbero altro che diffondere ed amplificare le bugie prodotte dalle élite dominanti. Queste ultime possono spaziare dai Savi di Sion, agli Illuminati, ma più spesso globalisti, George Soros, ecc….

Le motivazioni sono varie, a partire dai soldi. Spargere articoli sensazionalistici e acchiappa-click è spesso un modo per alimentare un traffico più che sufficiente a generare profitti pubblicitari, come per gli adolescenti di Veles in Macedonia. Molto spesso, però, alla base vi è una motivazione ideologica, che è proprio quella di contrastare la cultura dominante di massa diffusa dai media mainstream. L’obiettivo è quello di “svegliare” la gente (i normies, persone incapaci di elaborare obiettivamente le informazioni e che utilizzano invece slogan programmati ogni volta che vengono presentate idee in conflitto con il loro sistema di valori), tramite un processo piuttosto simile alla radicalizzazione: il redpilling, dalla pillola rossa del Morpheus di Matrix.

Lo spiegano Berger e Luckmann (The Social Construction of Reality). La realtà sociale è costantemente costruita e ricostruita tramite la socializzazione. La socializzazione primaria è acquisita durante l’infanzia e conferisce all'individuo l’identità sociale. La socializzazione secondaria è data dall'istruzione, la formazione professionale e così via. E conferisce all'individuo una serie di ruoli nella società, come la professione e l'identità che può essere fluida a seconda delle circostanze. La realtà sociale è un insieme di istituzioni che devono essere interiorizzate dall'individuo per diventare realtà oggettiva. Col tempo costruiamo socializzazioni secondarie sulla nostra socializzazione primaria. La realtà quotidiana è continuamente riaffermata tramite l’interazione dell’individuo con altre persone. Il sé non è altro che un sistema dinamico di relazioni sociali, ogni nuova interazione sociale apporta una modifica al nostro mondo. Sono le persone significative a definire la nostra realtà, ed è per questo che molte comunità vietano relazioni significative con comunità con credenze diverse. In tal senso la realtà di uno straniero è una minaccia al nucleo della nostra stessa realtà.

Una continua interazione sociale (conversazione, comunicazione non verbale, ecc…) con altre persone per noi significative è quindi il principale veicolo per la decostruzione e ricostruzione della realtà. Ad esempio, si possono avere dei dubbi sulla propria religione, ma questi dubbi diventano reali mentre li si discutono. Berger precisa che “la frequenza della conversazione aumenta la sua potenza generatrice di realtà, ma la mancanza di frequenza a volte può essere compensata dall'intensità della conversazione quando ha luogo”.

La predilezione dei media mainstream per il sensazionalismo fa il resto. La necessità di novità costanti e l'enfasi sui profitti rispetto alla responsabilità civica li rende vulnerabili alla manipolazione strategica. Ad esempio i media mainstream hanno approfittato dell’appeal delle teorie cospirative. Vi sono molti documentari che investigano su tali teorie. La CNN e Fox – proseguono Marwick e Lewis – coprono spesso teorie di questo tipo.

Ancora, durante le elezioni del 2016, molti politici fungevano da amplificatori di idee estreme e teorie cospirative. Lo stesso Trump avanzò l’idea che Obama non fosse nato negli Usa. La teoria cospirativa, ribattezzata Birther, fu ampiamente diffusa tramite i media. Quando è un politico, specialmente se di primo piano, a diffondere idee estreme, i media mainstream si sentono giustificati a riproporle e quindi ad amplificarle, proprio per l’importanza del soggetto che se ne fa portatore. In questo modo i media mainstream elevano argomenti generalmente confinati in ambiti di diffusione ristretti ad argomenti legittimi e meritevoli di dibattito, portandoli a conoscenza dell’intera opinione pubblica. Come quando alla CNN l’intervistatore invitò i presenti in studio a discutere l’idea di uno dei leader dell’estrema destra, presente in studio in quanto parte di un movimento che supporta il presidente Trump, e cioè “se gli ebrei sono delle persone”.


Oppure come quando RaiNews cita Breitbart, noto sito americano di bufale di estrema destra, come fonte autorevole al pari di AlJazeera e Reuters.

Nel profondo della tana del bianconiglio

Portando argomenti “estremi” nelle discussioni in televisione o sui giornali, ciò che si ottiene è l’apertura del ristretto spazio ideologico nel quale i media tradizionali si muovono discutendo di politica (“finestra di Overton”), e che in genere va dal centro-destra al centro-sinistra. Imponendo la presenza di persone alt-right con le loro ideologie in quello spazio pubblico la finestra si allarga permettendo l’inserimento di nuovi concetti ideologici nell'ambito dello spazio ideologico consentito, in tal modo tali concetti vengono alimentati e amplificati. I media, in fondo, sono il business dell’amplificazione.

La particolarità sta nel fatto che la finestra di Overton da anni si allarga solo verso destra, e non verso sinistra. Anzi, per quanto possibile idee tipiche della sinistra sono sempre meno presenti sui media tradizionali. E alcune idee tipiche di destra sono presentate dai politici come fossero di sinistra, con un progressivo spostamento verso destra della sinistra “accettabile” sui media.

L’alt-right, ma non solo, da sempre ha utilizzato queste tecniche per manipolare i media mainstream. I manipolatori dei media sfruttano un processo psicologico noto come “apofenia”. Creano connessioni tra idee non connesse e in questo modo deformano l’immaginario culturale decostruendo e ricostruendo la realtà soggettiva. Invitano le persone a vedere degli schemi artificiali lì dove non esistono. Il primo passo è portare le “reclute” a credere che i media tradizionali siano manipolatori e menzogneri, e che gli stessi manipolatori siano, invece, dei perseguitati (vittimismo). Come i maschi bianchi, di fatto l’etnia dominante, ma "raccontati" come fossero vittime del femminismo, o della sostituzione etnica.

È un sistema che funziona, i media (anche quelli nuovi, come Twitter e Facebook) sono molto sensibili all'argomento di essere di parte. Accusare le aziende tecnologiche di essere anti-conservatori porta le persone erroneamente a credere che Google stia valutando i fatti invece dei risultati di ordinamento che corrispondono alle parole chiave immesse.

La stampa, dal canto suo, si giustifica sostenendo che occorre “coprire” entrambi i lati di una storia. Ma da quando l’intolleranza e l’odio sono un lato legittimo? L’obiettivo è di incoraggiare la gente a vedere dei pregiudizi anche dove non ci sono.

Apofenia: riconoscimento di connessioni significative tra fenomeni che non hanno alcuna relazione tra loro

Spiega Francesca Tripodi, i conservatori della classe medio-alta hanno votato per Trump non perché ingannati dalle fake news o dai russi, piuttosto perché trovavano incongruenze nella narrazione dei media mainstream, i quali distorcevano le parole di Trump per adattarle a una narrazione con la quale non erano d’accordo. In questo modo, così come i loro antenati studiavano la Bibbia senza curarsi delle interpretazioni dei preti, gli elettori hanno dato autorità al testo originale (le parole di Trump) piuttosto che all'interpretazione corrotta delle élite (i media mainstream). A questo si aggiunge il flusso costante di fatti accuratamente selezionati per contraddire la narrazione opposta.

Durante la sua campagna, il presidente Trump ha preso in giro le disabilità fisiche di un giornalista, ha descritto i messicani come stupratori e criminali, e si è vantato delle sue performance con le donne. Vere e proprie trasgressioni che, però, in un periodo nel quale molti americani credono che il discorso pubblico sia eccessivamente “controllato”, rappresenta una sorta di autenticità da ammirare. È bigotto? Forse, ma almeno dice quello che pensa. L’ascesa di Trump, come dei movimenti populisti, riflette l’abbraccio della destra delle politiche identitarie. I sostenitori di Trump sono per lo più formati dalle classi lavoratrici bianche che sentono di essere ignorati dalle élite, membri dell’etnia dominante si considerano però, anche in Europa, vittime ed emarginati, invisibili. In Trump e nei nuovi movimenti populisti hanno cercato quella voce che gli mancava da troppo tempo. La destra, anche estrema, ha saputo approfittare di questo risentimento, trasformando le politiche identitarie. I suoi sostenitori si lamentano del fatto che non è più possibile parlare di politiche per i bianchi senza essere tacciati di essere razzisti. E di questo vengono accusati specialmente i media mainstream che, di contro, reagiscono aprendo la “finestra di Overton” alle ideologie di estrema destra, proprio per dimostrare di non essere di parte. In questo modo le politiche identitarie si sono trasformate progressivamente in forme di nazionalismo bianco esplicitamente xenofobo e razzista.

L’utilizzo di titoli e argomentazioni sensazionalistici è visto dai media come un modo per aumentare i profitti, senza nemmeno dover spendere troppi soldi nella ricerca di notizie, e quindi le idee estreme trovano un modo di proliferare proprio tramite i media. Nello studio di Marwick e Lewis sono esplicitate le principali tattiche utilizzate dai manipolatori, come lo sfruttamento della ribellione dei giovani maschi, i discorsi di odio col pretesto del Primo Emendamento (per l’Italia l’art. 21 Cost.; scegliere cosa amplificare non equivale a censurare la libertà di espressione di qualcuno, nessuna legge impone che tutti debbano essere amplificati), l’ironia per mascherare l'ideologia, le immagini sconvolgenti per filtrare l’appartenenza, il trolling tramite comportamenti antisociali, l’inversione delle cause e degli effetti (la prevalenza di maschi bianchi come figure storiche a significare che la razza bianca è migliore, piuttosto che a indicare una società che fa emergere solo maschi bianchi), e così via.

Tra le varie tecniche c’è anche la manipolazione degli algoritmi di ricerca. In particolare quello di YouTube, che non è solo un sito per la musica e i video ma è anche un social e un motore di ricerca e raccomandazione. Danah Boyd spiega come funziona. I motori di raccomandazione sono manipolabili. Ad esempio, se un utente guarda il contenuto A e poi anche il contenuto B, il contenuto B viene consigliato a tutti gli utenti che guardano il contenuto A.

La manipolazione degli algoritmi di ricerca è semplice. Quando c’è un picco nelle ricerche e il motore non riesce a trovare fonti, si rivolge alle fonti alternative. Nel frattempo i manipolatori hanno costruito una rete di notizie “alternative” che danno una spiegazione di comodo all'evento. Questa “rete” viene raccolta dal motore di ricerca. Quando i media tradizionali non sanno cosa pensare di un evento, la prima cosa che fanno è rivolgersi, appunto, ai social e ai motori di ricerca. In questo modo i termini utilizzati dai manipolatori emergono e vengono amplificati dai media mainstream.

Utilizzando tali tecniche i “manipolatori” riescono a diffondere le loro idee e i loro messaggi, e riescono a guadagnare l’attenzione dei media ricevendone un’enorme amplificazione. I manipolatori non cercano di convincere i giornalisti a riportare le loro idee come buone idee, il loro obiettivo è solo quello di far amplificare quelle idee ai media mainstream. Anche se i giornalisti negano quella visione ideologica (ad esempio una teoria cospirativa) le persone che sono più aperte a quell'idea, non fidandosi dei media, saranno spinte a cercare autonomamente nuove fonti, alternative. La negazione finisce per avere un effetto boomerang.

Ed è lo stesso anche in Italia, al politico di turno basta inventarsi un qualcosa di “sensazionale” perché quella cosa divenga virale su Internet e poi approdi, senza alcuna analisi critica, sui media mainstream (del resto il giornalismo italiano non ha mai avuto una vera vocazione da "quarto potere" preferendo una tendenza al fiancheggiamento di tutti i poteri e di vera e propria indulgenza nei confronti dei potenti di turno). Non si tratta di un trucco magico ma semplicemente dell’incapacità dei media mainstream di comprendere un banale meccanismo e mostrarne l’evidenza, smontandolo, piuttosto che amplificarne gli effetti.

Nel profondo della tana del bianconiglio la verità è banale: non vince chi spende di più in sponsorizzazioni, ma vince chi diventa virale e riesce a far abboccare all'amo il pesce grosso: la stampa (e la Tv).

L’individuo eterodiretto

Marwick e Lewis evidenziano la crescente diffidenza nei confronti dei media mainstream, che investe in modo particolare i giovani, e se facciamo riferimento a categorie politiche USA, i repubblicani. La mancanza di fiducia nei media mainstream spinge a cercare fonti alternative per le notizie. Inoltre, il modello di business dell’industria delle notizie la rende permeabile alla manipolazione (Whitney Phillips, The Oxygen of Amplification), e questo ne espone la debolezza, che alimenta ulteriormente la sfiducia nei media.

La sottocultura alt-right esiste da tempo, la novità è che oggi riesce più facilmente a “bucare” i media mainstream affamati di sensazionalismo.

Attraverso la continua ripetizione di argomenti “estremi”, e l’amplificazione tramite i media mainstream, come sostenuto da Berger e Luckmann, il linguaggio porta a modificare la visione della realtà di un individuo. E non risolve il problema l’operazione di debunking, quello che occorre è interrompere l'amplificazione di questo tipo di messaggi (Marwick e Lewis, “Media manipulation and disinformation online”).

Il sociologo David Riesman (La follia solitaria) descrive il concetto di “individuo eterodiretto”, che rappresenta, nella società moderna, il modo attraverso cui viene applicato oggi il conformismo sociale. La solitudine è una delle paure fondamentali dell’individuo, e il conformismo è uno dei metodi per affrontare questa paura. La necessità psicologica per l’individuo di avere l’approvazione degli altri, qualunque cosa si faccia, il desiderio di relazionarsi per opinioni e comportamenti nella continua ricerca di apprezzamento. Il gruppo è sempre più facile da controllare, ecco perché si pone sempre più l'accento sul valore del singolo in quanto parte di un gruppo. L'uomo contemporaneo si lascia più facilmente convincere a seguire un capo in una folla di seguaci che a battersi da solo per la medesima causa (John Price Jones, The Engineering of Consent).
È evidente che i social network si basano molto sull'espansione di questi bisogni, che diventano un ausilio imprescindibile nell'orientamento delle scelte e dei comportamenti sociali.

Packard, nel 1958, col suo libro rivelò al grande pubblico americano l’utilizzo di metodi psicoanalitici in pubblicità, ma evidenziò anche che tali tecniche, intervenendo subdolamente sull'inconscio, minano i presupposti stessi della libertà d’opinione. E questo soprattutto in relazione all'uso spregiudicato per le campagne politiche, dove fin dagli anni ‘50 si sono moltiplicate le visioni grottesche di candidati con immagini-simbolo tese a manipolare l'opinione pubblica. L’ipnosi collettiva conseguente per Packard rappresenta non certo un progresso bensì un regresso nella lotta che l’uomo conduce per diventare un essere razionale e indipendente. Adlai Stevenson ebbe a rimarcare che il fatto che si pretenda di vendere i candidati alle massime cariche dello Stato come se si trattasse di dentifrici, costituisce l'estrema indegnità del processo democratico. Perché? Perché tale manipolazione implica necessariamente il disprezzo per l'elettore. 

La stampa e in genere i media mainstream hanno un ruolo unico, insito nella capacità unica di amplificare le informazioni. Oggi non sono più gli unici custodi di tale potere, che è comune anche ai nuovi media, ma questo non significa che la stampa debba abdicare alle sue responsabilità nei confronti dei cittadini e della stessa democrazia. Il ruolo dei media mainstream dovrebbe essere quello di amplificare ciò che è davvero importante per consentire una cittadinanza informata e per spiegare questioni complesse, per creare delle identità più ampie, nazionali e sovranazionali, non certo quello di seguire le storie scandalistiche e il click ad ogni costo. Gli editori italiani preferiscono non riflettere sul proprio ruolo, sulla compatibilità di un modello di informazione di tipo scandalistico ed emotivo con gli imperativi costitutivi della professione. È proprio questo che ha portato al crollo della fiducia dei cittadini nei confronti della stampa. E questo sta diventando un problema per la stessa democrazia.

Gli editori… attaccano le piattaforme senza mai riconoscere le proprie colpe per la polarizzazione della nostra società (Jeff Jarvis)

Leggi anche >> La normalizzazione mediatica dell’estrema destra: dall’alt-right ai “sovranisti”

Immagine in anteprima via datasociety.net

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

La normalizzazione mediatica dell’estrema destra: dall’alt-right ai “sovranisti”


[Tempo di lettura stimato: 24 minuti]

L’alt-right e Charlottesville

Nell’agosto 2017, la città di Charlottesville in Virginia vide sfilare neonazisti, suprematisti bianchi e altri gruppi di estrema destra nel raduno Unite the right. Un raduno indetto per protestare contro la decisione di rimuovere la statua del generale sudista Robert E. Lee. La rimozione fu vista dall’estrema destra come un attacco all’uomo bianco e la concretizzazione della sua apocalisse razziale: la sostituzione etnica, portata nel cuore dell’America dal cavallo di Troia del multiculturalismo.

Ci furono scontri con i contro-manifestanti - dai militanti antifa ai semplici cittadini che non vedevano di buon occhio quell’invasione di svastiche, bandiere confederate, slogan antisemiti e sfilate paramilitari. Le tensioni raggiunsero un terribile punto di non ritorno quando un suprematista balzò su un veicolo e investì i contro-manifestanti, uccidendo una donna, Heather Heyer, e ferendo 19 persone. Al volante era il neonazista James Alex Fields Jr, che proprio ieri è stato condannato all'ergastolo per l'attentato.

Charlottesville e il raduno Unite the right sono stati un punto di svolta per la percezione nel mainstream dell’alt-right: un calderone che fino ad allora era perlopiù considerato un fenomeno soprattutto online, da community come 4chan, il sito creato da Christopher Poole e diventato negli anni un massiccio aggregatore per troll e sottoculture digitali – come Anonymous e la stessa alt-right. Il presidente Trump, a caldo, su Twitter condannò in modo generico odio e violenza, mentre in una successiva conferenza stampa difese il monumento del generale Lee (“Che ne pensate di Thomas Jefferson? Vi piace. Bene. Vogliamo tirare giù la sua statua? Era un grosso schiavista. Voi così cambiate la storia e la cultura”)” e rimarcando che entrambe le parti avevano commesso violenze, che in entrambe le parti c’erano “persone perbene”, ma che i media si erano concentrati in un racconto a senso unico.

A guidare le marce neonaziste a Charlottesville c’era Richard Spencer, un suprematista bianco che ha coniato il termine “alt-right” (in origine "alternative-right") e ne ha fatto una maschera semantica con uno scopo ben preciso: il rebranding. Un’operazione condotta attraverso il ripensamento del linguaggio, una certa intellettualizzazione portata avanti anche grazie a think-thank dai nomi tutto sommato istituzionali e sobri (come il National Policy Institute dello stesso Spencer e la New Century Foundation, che pubblica American Reinassance), disinformazione, atteggiamenti provocatori e dissimulazione di tutto ciò. Mescolare l’agenda politica suprematista con la provocazione e il trolling produce un miscuglio certo tossico, ma metabolizzabile dal mainstream.

Richard Spencer aveva già dato al grande pubblico un assaggio delle sue idee nel 2016. The Atlantic lo aveva ripreso quando, a un convegno del National Policy Institute, aveva apostrofato i media mainstream col termine tedesco - e riconducibile alla propaganda nazista - di “Lügenpresse” (“stampa bugiarda”), esibendo un saluto a tema nell’inneggiare a Trump: “hail Trump, hail our people, hail victory!”. Il tutto condito da discorsi su come l’uomo bianco sia “un crociato, un esploratore, un conquistatore”. “Noi riconosciamo la bugia al centro delle relazioni razziali in America”, continua Spencer, “loro hanno bisogno di noi, e non il contrario”.

Circa i fatti di Charlottesville, nel 2019 Spencer ha dichiarato che Unite the right non sarebbe stato possibile senza la presidenza Trump, chiudendo così il cerchio dello sdoganamento: “L'alt-right ha trovato qualcosa in Trump. Ha cambiato il paradigma e reso possibile questo tipo di presenza pubblica per l'alt-right".

Se ci fossero dubbi sulla natura politica dell’alt-right, e sulla centralità ideologica che riveste il suprematismo bianco, basta leggere quanto scrive Andrew Anglin, neonazista e fondatore del sito Daily Stormfront. Sito in cui nel 2016 pubblica A normie guide to the alt-right: sorta di manifesto dell’alt-right dedicato ai “normali” intrappolati nelle “gabbie mentali del sistema giudaico”. Il titolo della guida è una risposta polemica a quella scritta da Milo Yiannopoulos su Breitbart, An Establishment Conservative’s Guide To The Alt-Right. Nell’affermare la natura senza leader del movimento (“la folla è il movimento”), Anglin ne mappa i vari riferimenti culturali e le idee cardine. “In un’epoca di nichilismo” scrive, “l’idealismo assoluto deve nascondersi nell’ironia per essere preso sul serio”. E questo “idealismo assoluto” è ovviamente una "riedizione [reboot nell'originale, ndr] del movimento nazionalista bianco”:

Il concetto centrale del movimento, su cui tutto il resto si basa, è che i bianchi stanno andando incontro a uno sterminio, attraverso l’immigrazione di massa nei paesi bianchi che è stata resa possibile da un’ideologia liberal di bianchi che odiano se stessi, e gli ebrei sono al centro di questa agenda.

Se le istituzioni sono viste entro un gioco di parti contrapposte - dove abbiamo bianchi fieri contro bianchi che si odiano e prigionieri del “sistema giudaico” - questa contrapposizione si estende naturalmente anche ai luoghi di rappresentanza istituzionale, nel momento in cui da posizione espressa diventa azione politica. E se il "sistema giudaico" è qualcosa che va smantellato, questa operazione non può che passare per lo smantellamento di pezzi sostanziali della democrazia tradizionale, perché in tutto o in parte, secondo questa visione, è contaminata. Ma lo smantellamento non può che portare a una transizione autoritaria, come già sottintende una visione etnica o razziale delle nazioni. Solo negando diritti costituzionali è possibile fermare “l’immigrazione di massa” o connotare razzialmente uno stato, e solo rompendo e poi normando queste rotture, trasformando ciò che è culturale in diritto, slittando verso governance più autoritarie, è possibile trattare gruppi sociali solo e soltanto come se fossero cose da gestire. O distruggere. Non a caso tra i bersagli dell’alt-right possono rientrare anche i “cuckservative”. Un gioco di parole tra “conservative”, per l’appunto l’area conservatrice, e “cuck”, insulto a sfondo sessuale che si rifà a una categoria del porno in cui uomini di solito bianchi si eccitano a vedere la propria moglie fare sesso con altri uomini - in genere neri. I “cuckcservative” sono quei conservatori troppo flessibili verso le posizioni della sinistra e - manco a dirlo - troppo morbidi sulle questioni razziali.

Possiamo indicare la visione politica accentrata dall’alt-right con vari termini, o addobbarla con un’espressione come “anti-establishment”. Possiamo ragionare in termini di appartenenza (un sito come Breitbart è alt-right? Per Steve Bannon, ex collaboratore di Trump e fondatore del sito ovviamente sì, per Anglin decisamente no). Ma la costante è che queste posizioni dovrebbero stare agli estremi, rispetto alle opinioni più moderate e più condivise, com'è in sociologia per la finestra di Overton. Tuttavia la finestra di Overton è una scala plasmabile, non fissa, e molte posizioni radicali, legate all'estrema destra, attraverso la loro continua riproposizione nel mainstream sono diventate un tema quotidiano, muovendosi quindi al centro della finestra, dove sta quella ragionevolezza condivisa che chiamiamo senso comune, o buonsenso, con cui si confrontano i politici quando mettono in moto la macchina della propaganda. E prima o poi è inevitabile che arrivi qualcuno col desiderio di capitalizzare qualunque sguardo entro quell’orizzonte, a capo di quel movimento che è la folla stessa. Certo la presidenza Trump e la sua agenda politica hanno dato una decisiva spinta alla normalizzazione di contenuti radicali - la continua delegittimazione dei media mainstream, il muslim ban, la gestione dei migranti dal Messico, solo per citare alcuni elementi.

Italia, Europa

Anche l’Europa così come l’Italia, sta conoscendo da alcuni anni a questa parte un processo di normalizzazione dell’estrema destra. Quei contenuti e quegli atteggiamenti che prima stavano ai confini del panorama mediatico sono diventati pian piano parte integrante della nostra fruizione quotidiana.

Di recente sulla Bbc si è assistito a un sipario tra il giornalista Andrew Neil e Ben Shapiro. Shapiro, ex editor at large di Breitbart, è uno di quei pensatori radicali dell'estrema destra divenuto famoso soprattutto per la sua supposta capacità di "distruggere con FATTI e LOGICA" (il caps lock è tipico in questo tipo di comunicazione) gli argomenti della sinistra liberal. Quando Andrew Neil gli chiede conto della recente ondata di leggi anti-abortiste, con legislazioni che vietano l’aborto dopo sei settimane, da principio Shapiro risponde con un’affermazione ampiamente discutibile (“la mia risposta è qualcosa chiamato scienza, la vita umana inizia al concepimento”). Poi inizia ad attaccare senza tregua un serafico Neil sulla sua presunta faziosità - nonostante il giornalista sia un noto conservatore. Alla fine dello scambio e della scenetta un po’ penosa, un po’ vittimista, di fatto Shapiro evita di rispondere alla domanda, guadagnando però un’amplificazione dell’intervento. E su Twitter non ha avuto problemi a scrivere “Neil 1, Shapiro 0”. Perché l’obiettivo di Shapiro era partecipare, non vincere.

Commentando il segmento, Nesrine Malik ha scritto sul Guardian:

La valuta di Shapiro non sta nella sua abilità di dibattere o nelle credenziali intellettuali, è puramente nel mostrarsi in giro in modo che la sua ubiquità diventi un surrogato di successo. Questa è una tattica di altri della sua tribù, costruire un profilo online tale che i media mainstream caschino nell’illusione ottica, ed eventualmente forniscano il passaggio alla rispettabilità. Interviste in cui questi personaggi sono messi alla prova, con successo o meno, sono parte dei loro tour. Loro possono dire che si tratta della prova della cattiva fede o dei bias dei media, o presentare questi scambi come incontri sportivi, dove ci sono sconfitti, vincitori e rivincite. Il contenuto dei loro messaggi diventa secondario, la serietà banalizzata.

Questo è uno schema che per noi italiani è collaudatissimo. Nel teatrino televisivo dei talk-show, dove a contare è la riconoscibilità del personaggio, assistiamo da anni e quotidianamente a figure magari definite “controverse” che portano posizioni radicali verso il cuore della pubblica opinione, tra una “provocazione” e l’altra, come mestieranti che passano da un talent all’altro nella speranza di essere notati e, se va bene, sfondare. L’idea di partigianeria e di fazione, del resto, è un’impalcatura discorsiva che veicola la contrapposizione come un contenuto di valore - se ci sono due parti che litigano allora è un confronto, a prescindere - ed è quindi la premessa accettabile per un gioco al ribasso sulla qualità dell’informazione. A che serve un esperto di qualunque campo, se non puoi mettergli contro qualcuno che sostenga a prescindere un’idea di direzione opposta?

Così un Fusaro può essere messo sullo stesso piano della portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi, e di fronte all’ennesima emergenza sfruttata per calcolo politico ripete le pappardelle cospirazioniste su Soros, senza neanche essersi informato prima su chi finanzia la Ong - tanto basta evocare Soros come per fare “buh!” agli spettatori. Si dà per scontato che nessuno, in uno studio televisivo, si sentirà chiedere “Perché, di fronte a una persona che annega, è sensato pensare se la salvo aiuto la finanza apolide? Lo faresti se fossi di fronte a una persona che rischia di morire davanti ai tuoi occhi? E se fosse qualcuno che conosci? Ti è mai morta una persona davanti agli occhi? Hai mai rischiato di morire, e la tua salvezza è dipesa dalla persona che ti stava di fronte? Se sì, quella persona si è prima messa a controllare il tuo paese di provenienza, o chi finanzia l’ospedale? O il colore della tua pelle?” Nessuno se lo sentirà chiedere, perché, se si iniziasse a farlo, la fila di ospiti messi in imbarazzo di fronte al pubblico diventerebbe cospicua. E perché si dovrebbe ragionare sul fatto che anche chi migra, o fugge per sopravvivere, ha diritto di parlare davanti alle telecamere, invece di essere trattato solo come un argomento per bianchi. Ma accade invece che, dal giorno dopo, queste figure torneranno di nuovo nella parte, pronte in caso a giocarsi la carta della “censura del politicamente corretto” contro chi muove critiche, indossando una maschera eroica sopra il volto ciarlatano. E così, dietro la facciata dell’intellettuale indipendente e scomodo, il presenzialismo dei Fusaro è utile alla causa della normalizzazione. Ne è la versione con le glosse colte.

In un certo senso per noi è sempre stato consuetudine concepire l’informazione così, quasi che la divulgazione e l’approfondimento siano viziati dal sospetto di essere troppo noiosi. Un Santoro, per dire, nelle sue trasmissioni ha qualcosa del guru, del sacerdote che officia la grande messa del giornalismo d’inchiesta. Non ci è mai apparso come un compassato conduttore anglosassone. Eppure, allo stesso tempo, siamo ormai a un punto in cui qualcosa è drasticamente cambiato, e in peggio. Guardare sul lungo periodo a queste dinamiche è come sfogliare un album di fotografie e, girata una pagina, iniziare a notare delle incongruenze evidenti. Il consenso politico arriva dopo, o al limite durante. Ci si trova così, un giorno, per la precisione a una settimana dalle recenti elezioni europee, a fissare increduli un servizio del Tg2 che dipinge la Svezia come un paese in cui in alcuni quartieri “vige la sharia”, impacchettando, in mezzo a un paio di interviste, bufale d’annata su record di stupri e “no go zones”. Una specie di Scandinavia Saudita, in pratica, con tanto di tweet ad annunciare che in Svezia “fa molto discutere il fallimento del modello di integrazione”.

Al servizio è seguita una rettifica dell’Ambasciata svedese in Italia. Ma questo non ha certo impedito al Ministro dell’Interno, pochi giorni dopo e in spregio del silenzio elettorale, di riprendere comunque il servizio, aggiungendovi le scritte “SVEZIA INVASA” e “STOP EURABIA”. Contenuti e stili che, fino a qualche anno fa, caratterizzavano le pagine o i canali YouTube complottisti, nelle periferie più paranoiche del web, oggi sono diventati i codici espressivi canonici della comunicazione istituzionale o del servizio pubblico. Informazioni completamente false, o parzialmente vere ma prive di contesto, sono confezionate per trasmettere emozioni. Le nuove leve tra gli spin-doctor sono le voci che si presentano falsamente come indipendenti e che mimano il fact-checking per veicolare bufale di estrema destra. Sono i re-informatori, quelle figure che forniscono una lettura politicamente orientata della realtà, però occultandola sotto il mantello della contro-informazione. Come Matteo Montevecchi, ex consigliere comunale di Santarcangelo di Romagna eletto con Fratelli d’Italia, reclutato a marzo da Simone Pillon. Se a parlarti di sostituzione etnica ed Eurabia è uno che sembra il figlio sgobbone e sveglio del tuo vicino di casa, magari ti impressioni meno rispetto a quando lo fa quell’altro vicino, che cita il Mein kampf come fosse la Bibbia.

Questo stile paludante non è inedito. Lo troviamo anche in una trasmissione come La gabbia (andata in onda fino al 2017), in particolare nei video di “Io sono Nessuno”, a cura di Francesco Borgonovo. A parlare nei video non è un giornalista, né si tratta della canonica voce fuori campo che parla mentre scorrono le immagini. A parlare è un simbolo - “Nessuno”, per l’appunto - una maschera che talvolta si palesa fisicamente in studio, con una mimica didascalica. Nessuno ci porta nei meandri di oscuri enigmi politici, si rivolge direttamente a noi (“sentite”, “ascoltate”, “lo sapete...?”), la sua enfasi allarmista e torva  (“adesso ve la faccio vedere io la giustizia sociale”) accompagna le grandi scritte che sintetizzano le terribili, incombenti minacce - come “GRANDE INVASIONE”.

Video come L'Europa sta affondando ma a tenerla a galla ci pensano le potenti lobby o Il piano della Boldrini per la grande invasione, sul piano giornalistico denotano più che altro un'inquietante ossessione per Laura Boldrini. Mentre l’annuncio che dopo la sconfitta del “No” al referendum del 2016 gli “eurocrati” avrebbero vendicato Renzi mandando in Italia la Troika può essere annoverato tra le mancate profezie. Sul piano della narrazione, invece, ci troviamo in una versione aggiornata dei Visitors o Dell’invasione degli ultracorpi, con gli stranieri al posto degli alieni. Tuttavia una figura limite come Nessuno, che dalle sponde del giornalismo volge la faccia alle teorie del complotto, svolge la funzione di apripista.

Questa versione europeizzata della Grande sostituzione (e del Genocidio dei bianchi), in tutto e per tutto analoga all'alt-right americana e che talvolta si accompagna a una giustificazione pseudocumentale (il cosiddetto Piano Kalergi), è almeno dal 2015 che si fa strada nei media mainstream, anche grazie alla cassa di risonanza delle forze politiche che l'hanno inglobata nella propaganda. Giova citare Valerio Renzi, giornalista e autore della Politica della ruspa, libro uscito sul finire di quell’anno:

Nell’incubo del mondo globalizzato le destre elaborano una visione della realtà estremamente precisa, che alimenta le paure, spesso irrazionali, di chi si trova ad affrontare una realtà che cambia. Il modello negativo, l’incubo, è il melting pot della società americana, dove l’identità e la tradizione si snaturano in un tutto indistinto. Sarebbe in atto una vera e propria “sostituzione di popoli”, espressione usata più volte in questi esatti termini dallo stesso Salvini, su Facebook o in prima serata sul piccolo schermo. La sostituzione non sarebbe che la volontà di oscuri poteri, indicati spesso con il termine di “mondialismo”, che starebbero mettendo in atto un piano per sostituire i popoli indigeni con le popolazioni immigrate.

Tuttavia a queste scheggie che circolavano a gran velocità nel panorama mediatico mancava ancora qualcosa. Una narrazione che potesse accentrarle, strutturarle, e farne sostanza politica a vocazione maggioritaria.

La Grande narrazione sovranista

In Italia non abbiamo avuto bisogno di un’alt-right per normalizzare l’estrema destra. La ricercatrice Julia Ebner, riguardo alle strategie delle community italiane di estrema destra per le scorse elezioni politiche, faceva notare che “Nel caso dell’Italia, abbiamo osservato discussioni tra gruppi neofascisti dove si discuteva dell’opportunità di sostenere Salvini e dove alla fine si decideva di condividere i contenuti della Lega”. Ma un punto di svolta politico per il processo di normalizzazione è stata la comparsa della Grande narrazione sovranista (il cosiddetto “sovranismo”). Come ricordato da Davide Maria De Luca sul Post, “sovranismo” nell’accezione corrente è entrato nell’uso comune da pochi anni (dal 2017 è nel dizionario Treccani). La lingua inglese, per esempio, non ha un equivalente di “sovranismo”, e usa di solito l’espressione “national populism” (o la più estensiva "right-wing populism"). Ossia populismo nazionalista, che è un’area politica tradizionalmente di estrema destra. Solo che da noi “nazionalismo” sta meno al centro della Finestra di Overton, rispetto a “sovranità popolare”.

Perché quella del sovranismo è una grande narrazione? Perché, a differenza di un’ideologia e come la propaganda, si appoggia soprattutto sulla sospensione d’incredulità, non su concetti separabili dal racconto. Si basa sul credere e sul coinvolgimento, non sul pensare. Il credente non sottopone a verifica l’oggetto del suo culto: se ne scrive o ne parla, tende all’agiografia, non alla riflessione critica. Come ogni racconto, l’epicità della Grande narrazione sovranista prevede eroi ed antagonisti. L’eroe in questo caso è il politico anti-establishment, che come un novello Amleto si trova a corte, sì, ma per vendicare la morte del padre, ovvero la volontà popolare. La volontà popolare era legittima e assoluta: nella versione italiana, infatti, si fonda sulla mitizzazione dell’art. 1 della Costituzione: “la sovranità appartiene al popolo”. Poco importa, ai fini della storia, che nella realtà quell’articolo poi prosegua con “che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione”.

Il politico anti-establishment non deve limitarsi a governare. Amleto parla di vendetta, e la vendetta è la hybris di chi ha subito un’ingiustizia che non augureremmo a nessuno, pure se ha in sé una certa dose di speranza: quella che l’empio non la faccia franca. Ma a differenza di Amleto il politico anti-establishment ha pochi dubbi, anzi, è forse questa la sua principale virtù, l’andare dritto al punto senza tanti fronzoli e senza tante mediazioni. E quindi possiamo ancora più liberamente proiettare i nostri desideri di vendetta e identificarci con lui. Passa in secondo piano che, edipicamente, l’eroe sotto sotto vorrebbe giacere nello stesso letto dell’establishment, o che forse ci ha già dormito. Questo perché nella grande narrazione sovranista l’eroe ha un bel daffare. C’è ben più di un nemico da sconfiggere, c’è un’intera rete di potentati che hanno cospirato fuori scena: il globalismo, la finanza apolide, gli eurocrati. E le streghe Boldrini e Bonino al servizio dell’oscuro Soros. Di fronte a forze così terribili e minacciose non vorreste anche voi aggrapparvi a un qualunque barlume di speranza, intanto che rabbia, odio e paura vi avvelenano l’animo?

Nella narrativa, come nel teatro, portiamo a galla contenuti che sono socialmente repressi - come odio, vendetta, pulsioni omicide, traumi personali e collettivi - e restituiamo complessità al reale in una dimensione simbolica. La finzione è una quarta parete che ci protegge mentre esploriamo, attraverso storie e personaggi, regioni oscure dell’animo umano che nel quotidiano o in noi stessi magari non vogliamo vedere. Il nostro orizzonte d’attesa è in qualche modo sfidato dall'opera. È centrale l’elaborazione del messaggio. Nella propaganda si opera una sintesi, una semplificazione, perché bisogna veicolare messaggi complessi in un modo che sia il più semplice possibile. È centrale il legame tra mittente e destinatario. Dunque nella propaganda di qualunque colore politico c’è sempre una maggiore o minore quantità di rimosso socialmente rilevante. Al limite a variare è la spregiudicatezza dell’operazione. Nella propaganda l’orizzonte d’attesa va continuamente ricreato e mantenuto attraverso il consenso.

Sotto questa lente la Grande narrazione sovranista è dunque un palinsesto per rimuovere la natura reale di contenuti politici di estrema destra, in particolare del nazionalismo e del suprematismo. Attraverso l’imposizione di frame nell’agenda mediatica e la crescita del consenso, questi contenuti possono via via diventare più espliciti. Sappiamo quanto i media nostrani tendano a riprodurre il linguaggio della politica, ponendosi mimeticamente, invece di interpretarlo e quindi di mediarlo agli occhi dell’opinione pubblica. In questo approccio mimetico e acritico, o anche nella semplice riproposizione di virgolettati a effetto nei titoli, è già all’opera la normalizzazione. Ci svegliamo la mattina, magari assonnati beviamo il caffè e scorriamo Facebook sul cellulare, e veniamo a sapere dal tal politico che siamo invasi da terroristi infiltrati nei barconi. Finiamo il caffè e ci prepariamo per la giornata. In autobus poi leggiamo l’ennesima polemica su Giorgia Meloni contro Soros, solo che stavolta il suo partito lo chiama “usuraio”, sdoganando uno stereotipo antisemita.

Oppure la sera, guardando distrattamente la televisione, vediamo i servizi su Torre Maura e Casal Bruciato, con i militanti di CasaPound in prima linea. Poi in studio qualcuno ci spiega che CasaPound almeno dà voce al disagio delle periferie. Una versione che non viene praticamente mai contestata dai media mainstream, quando invece gli elementi per sollevare più di un dubbio ci sarebbero. Capita poi che i media e politici di opposizione, nel leggere le notizie, abbiano introiettato i frame anti-immigrazione al punto che ormai non serve più un linguista come Lakoff, ma direttamente Freud. Lo si è visto nelle recenti elezioni danesi, che da più parti sono state lette secondo lo schema “i socialdemocratici hanno vinto scegliendo la linea dura sull’immigrazione”. Non è andata esattamente così - anzi, il crollo del Partito del Popolo Danese, di estrema destra, è probabilmente dovuto al fatto che la campagna elettorale non è stata dominata dai temi dell’immigrazione, sottraendo così un facile terreno di consenso.

Ma vediamo le strategie retoriche della grande narrazione sovranista, premettendo che il loro impiego non è sinonimo di appartenenza a quell’area politica, ma attesta un contributo al processo di normalizzazione.

1) La prima è la creazione di un’identità nazionale fittizia. Il popolo dei sovranisti è qualcosa di a-storico e pre-sociale: è un unicuum astratto. Qualunque politico vagamente assennato cercherà di parlare a nome del popolo, ma solo i demagoghi più spregiudicati si mettono alla testa di un popolo che ha sempre ragione. Così, se c’è oppressione, viene dall’esterno, o da elementi estranei al popolo. Questo discorso identitario è naturalmente un dispositivo retorico per poter imporre nel discorso pubblico “decidiamo noi chi è popolo e chi no”. La cittadinanza dei sovranisti è un fatto etico ed etnico. Il cittadino è un bravo suddito. Lo straniero vi può rientrare solo quando è “integrato” secondo il volere di chi “lo ospita”, l’italiano smette di essere popolo quando commette un reato da impugnare contro la folla aizzata - e allora in quel caso è solo un criminale che deve “marcire in galera”. Chi esprime dissenso è etichettato e stigmatizzato, quindi isolato rispetto al popolo.

Addirittura in queste europee si è parlato di una “internazionale sovranista”, al di là di confini e contesti nazionali specifici - si sa, noi italiani siamo sempre stati un po’ gli ungheresi del Mediterraneo. I media si sono prestati al giochino, magari parlando di “alleanza sovranista che sfida l’Europa”, o di “Santa alleanza sovranista a guida Salvini”. Peccato che poi, a urne chiuse, l’area sovranista non solo abbia conseguito un risultato nel complesso ancora marginale, ma via via si sono sfilati alcuni esponenti - Victor Orbán ha preferito restare nel Ppe. Nel collocarsi nei gruppi europarlamentari, gli interessi dei partiti sovranisti sono tutto fuorché convergenti. Ad esempio i polacchi di Diritto e Giustizia sono fortemente orientati contro la Russia - differenza non da poco.

Rientra in questa costruzione fittizia il richiamo alle “radici cristiane dell’Europa”, un modo molto suggestivo di buttare agli estremi della Finestra di Overton temi come la laicità dello Stato o il diritto di scelta quando si parla di aborto. Perché, tralasciando la cultura ellenica, o quella latina, o quella ebraica, o di qualunque popolazione di epoca pre-cristiana, quali sarebbero queste radici? Quelle che hanno prodotto lo scisma protestante? Quelle che hanno portato Galileo Galilei ad abiurare e Giordano Bruno a essere arso vivo? Il cuius regio eius religio? E Leopardi, che era materialista, è autore anti-europeo? Gli storici atei sono meno europei di un qualunque cristiano? Gli studenti che scelgono attività alternative all’ora di religione perdono il legame con le radici dell’Europa? Noè fa parte delle nostre radici perché sta nella Bibbia, e Utnapishtim no perché è nell’Epopea di Gilgamesh? E così via.

2) Complementare a questa identità fittizia è la creazione di nemici esterni, tanto più pericolosi quanti immateriali. Le élite sono sempre esterne al popolo, o sono nemiche della sua identità (ciò non vale per le élite sovraniste). Oppure sono nemici in seno al popolo, portatori di una visione “multiculturale”, e quindi pro-Unione Europea ("gli euroinomani"), il tutto all'ombra della sostituzione etnica. Una narrazione che si appoggia agevolmente sulla crisi dei partiti tradizionali, ma che offre una lettura semplificata e unilaterale. Prima del “Governo del cambiamento” il Movimento 5 Stelle dava addosso alla Lega in pieno stile “anticasta”, salvo poi diventare il Pd MenoElle di questo governo, costretto a sostenere posizioni indigeribili per il suo elettorato, e non a caso punito poi in termini di consenso a ogni tornata elettorale. Ma se i governi precedenti erano opera degli “eurocrati”, questo è stato sancito da Giuseppe Conte, “avvocato del popolo”. Eppure esistono partiti che hanno un forte carattere identitario, come lo Scottish national party (primo partito in Scozia): indipendentista, ma social-democratico e pro-unione Europea. Mentre i verdi, che alle ultime europee hanno segnato un successo forse sottovalutato dai media, sono caratterizzati da forti elementi ideologici, ma su tematiche ambientaliste. Chiamano quindi in causa le élite, in particolari industriali e politiche, mentre sensibilizzano l’elettorato su un’agenda politica ben precisa. Quest’ultimo è un forte elemento di rottura dello schema “popolo vs élite”, e spiega in parte come mai, nella Grande narrazione sovranista, una Greta Thunberg sia attaccata in modo molto meschino e rancoroso, con tutto il corollario di complottismi ad hoc.

3) Questa costruzione identitaria ha bisogno di una retorica post-ideologica. Aiuta a essere meno circoscrivibili, e quindi più liquidi, più permeabili. Se definisco le mie posizione di “buonsenso” o come “né di destra né di sinistra”, se dichiaro superate le categorie politiche tradizionali, come se dall’oggi al domani fossero diventati elettrodomestici rotti, mi colloco nel dibattito pubblico in una posizione che è difficile definire, e che quindi può muoversi più facilmente rispetto alle contrapposizioni canoniche. Creo inoltre un ostacolo, laddove aumenta il consenso, per chi vuole evidenziare la radicalità delle posizioni e i pericoli che rappresentano e, soprattutto, la continuità storica di queste posizioni - com’è per l’appunto con il mito della Grande sostituzione e il suprematismo bianco. In pratica sto limitando l’applicabilità di strumenti interpretativi ridefinendo il vocabolario del dibattito pubblico.

Rientra in questa strategia la banalizzazione del fascismo (“è un fenomeno storico, superato”, “CasaPound ha preso lo 0,3 alle elezioni”). Questa banalizzazione sfrutta un’accezione estesa del termine “fascismo”, che in Italia è usato sia per il fascismo storico, sia per i movimenti neofascisti, sia come sinonimo di “autoritario”. Sfrutta anche la falsa idea che un partito di estrema destra sia un problema solo quando la maggioranza delle persone inizia a girare con il fez o fa il saluto romano. Ma lo Stato autoritario è un problema del passato, o un fenomeno che esiste nel presente? Ovviamente la seconda. E la transizione da democrazia a stato autoritario (o, per dirla come Orbán, a “stato illiberale”) avviene da un giorno all’altro o per gradi e strappi? Consideriamo inoltre gli omicidi della parlamentare britannica Jo Cox e del politico tedesco Walter Lübcke. La prima è stata uccisa da un neonazista, il secondo, dopo una campagna d'odio alimentata dall'estrema destra, ha visto le indagini portare alla confessione di Stephan Ernst, estremista proveniente da ambienti neonazisti - un caso che in Germania ha sollevato un dibattito nazionale sul pericolo del terrorismo di estrema destra. La loro morte va considerata come la parte più visibile e tragica di un pericolo sociale, oppure per poterci allarmare dobbiamo aspettare che nei rispettivi paesi i neonazisti vincano le elezioni con almeno il 51%? Chi ha bisogno di una risposta può trovarla nelle parole del Ministro degli esteri tedesco, che ha commentato così l'omicidio di Lübcke: "Troppo spesso si è parlato di casi individuali o follia omicida, nel commentare attentati della destra. Il terrorismo è terrorismo. Non c'è niente da relativizzare."

Vi è una componente psicologica in chi, magari in buona fede, accoglie questa banalizzazione e la fa propria, prestando il fianco alla normalizzazione. Come spiegato dal filosofo e scrittore Rob Reiner la negazione è un atteggiamento umano, di fronte a verità scomode o cattive notizie. Per cui negare la matrice ideologica di un’agenda politica di estrema destra e la sua contestualizzazione è anche un modo abbastanza primitivo di proteggersi. E tanto più si è socialmente in alto, tanto più si avrà qualcosa da proteggere.

4) Oltre alla retorica post-ideologica la grande narrazione sovranista ha bisogno del vittimismo. Il vittimismo è un atteggiamento politico abbastanza diffuso nella politica nostrana: pensate a quanti politici, negli anni, avete visto andare in tivù a lamentarsi di avere tutti i media contro - Renzi è ancora convinto di aver perso per colpa delle fake news. Questa strategia si è di recente acutizzata in Salvini, come fatto notare da Luca Sofri, che parla di “simulazioni di fallo” e di “Golia buono”, visto che l’aumento del consenso elettorale rende meno credibile lo schema Davide vs Golia.

Rispetto alla costruzione identitaria, inoltre, il vittimismo contribuisce ad annullare le differenze di classe e quindi i conflitti particolari all’interno delle fasce elettorali, proprio perché quel popolo e quelle élite sono uniti nell’essere vittime degli oscuri poteri sovranazionali e multiculturali. Abbiamo perciò una narrazione conservatrice rispetto ai rapporti di forza. E che, dato un problema da affrontare, predilige capitalizzare il consenso, magari a scapito del problema stesso. Pensate solo all’uso strumentale dei terremotati, il modo in cui sono contrapposti ai migranti (“invece di pensare ai migranti sui barconi, pensate ai terremotati”). Non è ridicolo e offensivo se a dirlo è un ministro o un parlamentare di una maggioranza governativa? Non è casomai lui che è chiamato a pensarci, e a dover rendere conto di eventuali ritardi o carenze nell’azione politica? E i commentatori che sposano questa retorica, non dovrebbero invece chiedere conto ai politici di cosa hanno fatto a riguardo?

Il vittimismo è anche un modo per far sembrare eroiche le proprie posizioni. Perché se parlo da una posizione di minoranza e sono persino oppresso per le mie idee, ciò che dico ha più forza, rispetto al messaggio nudo e crudo. Il fatto stesso di lanciare un messaggio è un atto di ribellione, e chi manifesta dissenso verso il messaggio può essere additato come oppressore. Quante volte abbiamo sentito l’espressione “pensiero unico dominante”, senza che si capisca bene quale sarebbe questo pensiero, perché sarebbe unico, e perché sarebbe dominante? Perché un giornalista non ride in faccia al politico governativo che si erge contro questo "pensiero unico"? Quante volte abbiamo sentito l’espressione “dittatura del politicamente corretto” (il fascismo è un problema del passato, però esiste una qualche forma di dittatura, al contempo?), per giustificare posizioni provocatorie o persino reati di opinione? Nel commentare la condanna per diffamazione del senatore Simone Pillon, Massimo Gandolfini, organizzatore del Family Day, parla di una “voce pubblica che ha sempre avuto il coraggio di chiamare i fatti con il loro vero nome, senza mai piegarsi alla dittatura del politicamente corretto che tenta di nascondere la verità”. Sarebbe curioso capire perché, nel caso specifico, manipolare materiale didattico sul bullismo omofobo per accusare un’associazione Lgbtq+ di indottrinamento “gender” (come hanno stabilito i giudici) sia una specie di resistenza partigiana. In ogni caso siamo di fronte a una dittatura eclettica, perché lo stesso Pillon, nel commentare a sua volta la recente condanna di Gandolfini, sempre per diffamazione e stavolta ai danni dell’Arcigay, parla di “dittatura del relativismo”.

Questi stratagemmi avrebbero poca efficacia senza l’ultimo e più importante: la polarizzazione. Radicalizzare il dibattito è un modo per giocare al tiro alla fune, è un continuo all-in per buttare agli estremi della finestra di Overton la posizione perdente. Aiuta a stare nel ciclo della notizia, anche solo con la solita sparata provocatoria o trollata, che nel monitoraggio delle conversazioni diventa una sorta di stress-test dell’opinione pubblica. Se c’è un “pericolo relativista”, in Europa, è proprio nella polarizzazione a tutti i costi, perché la polarizzazione chiede di schierarsi, non di capire o fissare dei punti fermi. Ciò può avere senso su temi particolarmente sensibili (ad esempio se un giornalista riceve minacce di morte), ma se è la forma base di un dibattito, la polarizzazione educa i partecipanti - da chi parla al pubblico, passando per chi modera - a stare divisi e a combattersi. Indebolisce l’idea che in politica è importante mediare, rende leciti e ordinari gli attacchi alla persona, o il puro e semplice buttarla in vacca.

Nell’Arte di ottenere ragione, Schopenhauer lo dà come ultimo stratagemma, nell’ottica dei rimedi estremi: “quando ci si accorge che l’avversario è superiore e si finirà per avere torto”, scrive, “si abbandona del tutto l’oggetto e si dirige il proprio attacco contro la persona dell’avversario. Si tratta di un appello delle forze dello spirito a quelle del corpo o dell’animalità”. Oggi è tuttavia una specie di imperativo, e la Grande narrazione sovranista trova nella polarizzazione un vantaggio, quello di rendere accettabili delle posizioni solo perché al di là della barricata c’è qualcuno che si è imparato a detestare a prescindere. Permette inoltre, in fase di legiferazione, di far passare una posizione estrema come più moderata, rispetto al bombardamento mediatico che l’ha preceduta. Se dichiaro per mesi che i rom vanno spazzati via, o che meritano un dossier, poi qualunque provvedimento proposto che sia inferiore a quel grado di estremismo sarà percepito come più moderato, anche se esprime di per sé una visione politica razzista.

Propaganda vs Realtà

Se guardassimo fuori dalla dimensione del racconto, dovremmo vedere tutte le crepe della Grande narrazione sovranista. Primo tra tutti: l’incongruenza nostrana di un partito che si professa anti-establishment pur essendo il più longevo sulla scena politica italiana, e pur essendo stato più volte al governo. Con un segretario che ha avuto il primo incarico elettivo - consigliere comunale - nel 1993, quando la più giovane generazione dei suoi elettori non era ancora nata. E che non manca, specie al Sud, di imbarcare quella classe dirigente contro cui tuona dai pulpiti elettorali. Ma, più in dettaglio e allargando il discorso alla cosiddetta internazionale sovranista, ci viene in soccorso il rapporto del Corporate europe observatory, dal titolo eloquente - Europe’s two face authoritarian right: “anti-élite” parties serving big business interests. Il rapporto, oltre a una panoramica sui vari partiti di estrema destra di 14 paesi europei (tra cui l’Italia), prende in esame i provvedimenti votati al Parlamento europeo. Cioè la misura tra quello che un partito dichiara e quello che effettivamente fa per i cittadini.

Tra i provvedimenti presi a campione, figurano temi come tasse, condizioni lavorative e contrasto alla grande evasione fiscale. Provvedimenti che magari riguardano semplici impegni, o richiami a proposte. Lo schema riassuntivo delle votazioni mostra forti divergenze tra i vari partiti “sovranisti”, a eccezione di tre provvedimenti: la proposta per una direttiva su condizione lavorative dignitose per i lavoratori (paragrafo 62 del testo A8-0271/2017), dove solo i Democratici svedesi hanno votato a favore, l’impegno del Parlamento europeo per proporre una tassazione minima effettiva per le società (emendamento 91 del testo A8-0050/2018), che ha visto i partiti “sovranisti” votare compatti contro, e il richiamo alla Commissione per un emendamento che superi in tempi rapidi i sussidi alle fonti fossili, sul cui impiego grava anche la differente tassazione tra gli Stati membri (emendamento 1 del testo A8-0319/2015), dove l’unico a non votare contro, astenendosi, è stato il Partito del popolo danese.

Ma è nell’analisi dei singoli Stati che la Grande narrazione sovranista si rivela per quello che è: una corrente politica che, a dispetto dei proclami rivoluzionari, premia interessi particolari a senso unico. In Ungheria, forse il paese considerato più forte tra i “sovranisti”, le tassazioni agevolate per le imprese sono le più basse dell’Unione. Un gioco al ribasso fiscale che però fa dipendere l’economia da capitali esteri, in particolare da quelli tedeschi. Il boom di aziende straniere, tanto che secondo il Sole 24 Ore la flat tax ungherese attira un’impresa italiana al giorno, è possibile anche per un altro elemento: il salario minimo in Ungheria è tra i più bassi (sotto troviamo Bulgaria, Lettonia e Bulgaria). Va ricordato inoltre il provvedimento per alzare il tetto degli straordinari a 400 ore annue, pagabili fino a distanza di tre anni. Un provvedimento che nel dicembre scorse ha causato proteste di massa contro la “legge schiavitù”. Anche perché, fa notare il Corporate european observatory, a seguito delle protesta il governo ha reso volontari questi straordinari, ma allo stesso tempo permette alle imprese “di negoziare individualmente con i lavoratori, ignorando trattative collettive e sindacati”. Nel rifiutare gli straordinari un lavoratore si trova quindi da solo dal lato meno piacevole di una pistola puntata. Confrontando queste politiche con quelle anti-immigrazione, viene da parafrasare le Domande di un lettore operaio di Bertolt Brecht, “il muro tra Ungheria e Serbia, chi lo costruì? Non è stato certo Orbán a srotolare il filo metallico.”

Anche in Austria i “sovranisti” dell’Fpö hanno usato le tematiche immigratorie e i proclami contro i “poteri forti” per capitalizzare il consenso elettorale. Poi, una volta al governo, hanno votato una legge che alza il tetto delle ore lavorative settimanali da 48 a 60, senza alcuna garanzia per il pagamento degli straordinari. “Questa legge è simile alle ‘legge schiavitù’ introdotta dal Governo di Fidesz in Ungheria per volere degli interessi aziendali” spiega il report. Va detto inoltre che, pur avendo tenuto alle elezioni europee, lo scandalo che ha travolto l’ormai ex leader dell’Fpö, ripreso di nascosto mentre trattava con una sedicente oligarca russa affari più elitari che populisti, ci dice quanto queste leadership, che si vorrebbero in linea con le grandi masse oppresse, siano giganti dalle caviglie di argilla, quando contropoteri come il giornalismo svolgono fino in fondo il proprio lavoro.

E la Lega? La valutazione del rapporto è perfettamente in linea con quella di altri partiti:

Pare che la Lega stia semplicemente sfruttando il linguaggio di chi critica l’enorme potere delle grandi aziende e degli interessi particolari. Allo stesso tempo le lobby aziendali sembrano vedere nei politici della Lega una via d’accesso al potere, mentre gli europarlamentari e gli alleati politici hanno interessi personali che sollevano dubbi sulla loro indipendenza. Nel frattempo, dove la Lega va gli scandali di corruzione sembrano seguirla.

Le Grandi narrazioni sono purtroppo un problema endemico e di lungo corso per il sistema politico-mediatico del nostro paese. Sono come dei macropalisensti, e diventano il presupposto per qualunque notizia inerente chi è al potere. Certo ha inciso il passaggio a una politica dove è centrale la figura del leader. Però, tralasciando il “rottamatore” assediato dai “gufi rosiconi” e dai “parrucconi”, persino un premier dai modi miti come Mario Monti era presentato in maniera enfatica dai media - ve lo ricordate “Super Mario”? È come se noi italiani, nell’approcciarsi alla dimensione sociale e politica, più di altri popoli fossimo incapaci di fare a meno della teatralizzazione o del tifo da stadio, o avessimo bisogno continuamente di ricordarci questa istintualità culturale, nel passare a un approccio più razionale, in modo da emanciparci da forme surrogate di appartenenza. Quanti, tra chi legge, hanno votato alle elezioni europee studiandosi i programmi?

Certo, è ampia la schiera dei menestrelli di corte, o di chi fa chiasso fuori dalla reggia sperando di essere ammesso. E nel loro strimpellare, o nei cinguettii, dicono che insomma, chi vuoi che guardi i programmi, a contare è ben altro in politica. Chi prende più voti ha ragione, dicono, perciò zitti, muti. Invitano a guardare ciò che guardano loro, come se non esistesse altro: è il primo presupposto di ogni buon narratore, quello di condurre il pubblico dove vuole lui. Ma ci sono aspetti che sono fondamentali perché interrogano ciascuno di noi, al di fuori di sondaggi e croci in cabina elettorale. E allora, mentre con più insistenza si affacciano dagli estremi della finestra di Overton parole come "Italexit", piuttosto che domandarci quali politici scegliere, chiediamoci che cittadini vogliamo essere. Che persone vogliamo essere, quale esempio vogliamo dare per noi stessi e a chi abbiamo accanto. Forse dovremmo educarci a guardare il più possibile fuori dalle bolle cognitive, oltre quei muri che, a dispetto dei proclami, come ogni opera dell’uomo conosceranno prima o poi la polvere. E quel giorno i menestralli taceranno, o come nulla fosse cambieranno spartito.

Immagine in anteprima via @hansalexrazo

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Come una piccola città turca ha saputo accogliere mezzo milione di migranti siriani


[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

Gaziantep è una grande città dalla fiorente industria tessile situata nel sud della Turchia, al confine con la Siria. I primi abitanti si sono insediati nel 3650 a.C.. Ripercorrendone la storia a ritroso si arriva fino agli Ittiti. "Antep", infatti, nella lingua ittita significa "terra del re".

L'insediamento della città antica si chiamava Zeugma, fondata da Alessandro Magno nel 300 a.C. in un piccolo villaggio chiamato Belkis, nei pressi dell'attuale Gaziantep. Il suo nome deriva dall'antica parola greca che significa "ponte", poiché si trovava vicino a un fiume.

Conquistata nel 64 a.C. dall'impero romano (e successivamente dai persiani, dai crociati e infine dagli arabi) Zeugma ha acquisito grande importanza grazie alla sua posizione strategica sulla famosa strada commerciale, la Via della seta, che la rendeva perfetta per una fusione culturale.

L'avvicendarsi di tante civiltà, succedutesi nel corso dei secoli, ha segnato la città in ogni modo possibile e tangibilmente visibile in qualsiasi suo angolo.

Il senso della condivisione, della commistione, della aggregazione sono il tratto distintivo e l'eredità che Gaziantep, la città dove ha sede lo Zeugma Mosaic Museum – il museo più grande al mondo dedicato al mosaico –, del rame e dei sandali yemeniti, della buona cucina e degli uliveti, dei vigneti e dei frutteti di pistacchio, ha portato con sé fino ad oggi.

Zeugma Museum via @_sgokce

Nell'aprile 2011, a causa della devastazione della guerra in Siria, 252 rifugiati provenienti da Aleppo sono arrivati in Turchia. L'anno successivo, nel 2012, i rifugiati sono diventati 23.000. Alla fine del 2015 erano 2 milioni le persone che avevano trovato riparo nello Stato turco. Ad oggi sono 3,7 milioni i rifugiati (o "persone protette", come sono definite) presenti in Turchia, con la maggioranza che vive nel sud, in luoghi come Gaziantep che dista da Aleppo circa 150 chilometri.

via World Easy Guide

Alla sesta città turca, in ordine di grandezza, sono bastate 24 ore per accogliere 200.000 persone. La portata enorme dell'operazione è ancora più evidente se si considera che Istanbul, la città più grande della Turchia che ha una popolazione di 15 milioni di abitanti, ospita in totale 560.000 rifugiati mentre Gaziantep, che ha solo un decimo della popolazione di Istanbul, è riuscita ad accogliere 500.000 persone.

«Già prima della guerra erano molti i legami esistenti tra le persone che vivono nel sud-est della Turchia e quelle che abitano in Siria», racconta al Guardian Azhar Alazzawi che gestisce il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite a Gaziantep. «Ecco perché, generalmente, le persone qui sono chiamate ospiti, non rifugiati. La cultura è simile, come la religione».

Sotto l'impero ottomano, prima che venissero fondati gli Stati moderni di Siria e Turchia, Gaziantep e Aleppo facevano parte della stessa regione. Anche per questo forte senso di appartenenza, i rifugiati tendono a rimanere nel sud della Turchia. Da un lato la storia comune, dall'altro una maggiore facilità nel trovare lavoro grazie all'alta richiesta di manodopera non qualificata.

Nonostante vi fossero tutte le condizioni per una convivenza pacifica, sono stati numerosi i problemi che la città ha dovuto affrontare sia da un punto di vista strutturale che sotto il profilo sociale. Il numero elevatissimo di nuovi arrivati ha messo, infatti, a dura prova, in una prima fase, le risorse della città, soprattutto relativamente a sistemazione nelle case, acqua, trasporti pubblici e assistenza sanitaria. In un seconda fase, invece, si è cercato di offrire un sistema scolastico adeguato ai minori di 18 anni che rappresentano oltre la metà dei rifugiati arrivati in Turchia.

«Inizialmente abbiamo dovuto fornire cibo, vestiti e alloggi temporanei», spiega al Guardian Onder Yalçin, capo dell'ufficio immigrazione della città. «Abbiamo affittato gli hotel e sistemato le persone nei centri sportivi».

Successivamente è stato lanciato un appello alla cittadinanza per chiedere aiuto. La risposta non solo non si è fatta attendere ma è stata di gran lunga superiore alle aspettative. Gli abitanti di Gaziantep hanno portato cibo, coperte, vestiti, fornelli e tanto altro ancora e hanno ospitato nelle proprie case le persone più vulnerabili, come le madri con bambini piccoli.

La scelta di perseguire una politica di integrazione dei nuovi arrivati ospitandoli nelle aree urbane, piuttosto che sistemarli ai margini, in campi profughi, ha messo sotto pressione il patrimonio immobiliare esistente a Gaziantep con il rincaro degli affitti e con criticità emerse anche in ambito lavorativo. Tutto questo, unito alla difficoltà di accesso all'acqua potabile, ha provocato un risentimento crescente da parte dei cittadini turchi meno abbienti verso i siriani che venivano sostenuti dagli aiuti.

«Se giri in un quartiere con un'auto delle Nazioni Unite, tutti sanno chi riceverà gli aiuti e questo può potenzialmente causare tensioni», afferma Khalil Omarshah della sede di Gaziantep dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), uno dei principali organismi mondiali incaricato di sostenere il processo di reinsediamento dei rifugiati nei paesi terzi.

Per evitare questo genere di conflitto Gaziantep ha scelto di adottare un approccio diverso, basato sull'integrazione (per questo motivo il sindaco Fatma Şahin ha istituito un dipartimento di gestione delle migrazioni) con l'obiettivo di offrire pari trattamento e benefici ai cittadini turchi e ai migranti.

Per affrontare la crisi idrica l'amministrazione ha persuaso il governo turco a prevedere un sistema di tubazioni che trasporti l'acqua da oltre 150 chilometri di distanza, mentre per l'emergenza abitativa ha chiesto di istituire un piano per costruire 50.000 nuove case, insieme a nuovi ospedali e servizi pubblici migliori da mettere a disposizione di turchi e migranti. In sostanza la scelta è stata di distribuire equamente gli aiuti ricevuti.

«Puntiamo alla coesione sociale, perché turchi e siriani vivranno qui, insieme. Se si aiuteranno solo i siriani si creerà tensione. Quando si aiutano i siriani negli stessi quartieri in cui i turchi hanno uguali necessità, è necessario dare una mano anche a loro», ha raccontato Yalçin.

OIM e amministrazione comunale hanno deciso di gestire insieme il centro ricreativo Ensar, nel quartiere povero di Narlitepe, dove alle persone di entrambe le comunità vengono offerti corsi di informatica, cucina, lingua, mosaico e break dance. Tutte le attività sono proposte sia in lingua turca che in lingua araba.

«La maggior parte delle centinaia di persone che frequentano il centro è rappresentata da bambini», racconta Omer Atas, coordinatore del centro. Per lo più si tratta di ragazze che hanno maggiore difficoltà a socializzare. Il numero dei ragazzi è inferiore perché costretti a lavorare. Tra le discipline insegnate c'è anche la musica. Ad occuparsene è Mohammed, 19 anni, fuggito da Aleppo con la sua famiglia sei anni fa. Quando è arrivato a Gaziantep ha studiato il turco e, da autodidatta, la lingua inglese. Dopo aver imparato a suonare la chitarra, ha iniziato a lavorare al centro. Non pensa di tornare più ad Aleppo perché non c'è più niente lì, né per lui, né per la sua famiglia. L'opinione di Mohammed è largamente condivisa da chi ha abbandonato la Siria.

Una volta terminata l'emergenza umanitaria, due sono le sfide che si sono poste all'amministrazione della città: l'istruzione e il lavoro. Fino a quando si riteneva che prima o poi i rifugiati sarebbero tornati in patria bambine e bambini, ragazze e ragazzi hanno seguito il programma didattico siriano in lingua araba. Da quando si è capito che molti siriani sarebbero rimasti a Gaziantep, si è scelto (a partire dal prossimo anno) di integrare nel sistema scolastico pubblico turco bambine e bambini, ragazze e ragazzi di tutte le età per ovviare al problema della lingua che permane sia per gli studenti che per chi cerca lavoro.

Dopo un primo periodo in cui le autorità hanno scelto di soprassedere nei confronti delle imprese create dai siriani non munite dei regolari permessi, con la stabilizzazione delle attività si preme affinché regolarizzino il loro status in vista di un'autonomia necessaria quando gli aiuti economici termineranno.

Attualmente la Turchia ha ricevuto 3 dei 6 miliardi di euro stanziati nel 2016 dall'Unione Europea per aiutare i migranti siriani. Sebbene gli Stati membri abbiano concordato quasi un anno fa di pagare gli altri 3 miliardi, la parte rimanente non è stata ancora saldata.

Ciò che ha contraddistinto Gaziantep è l'attivazione immediata, senza attendere l'arrivo delle risorse economiche. Dopo aver rapidamente accettato la realtà che i migranti sarebbero rimasti, il processo di integrazione è stato accelerato poiché si è capito che prima si sarebbe realizzato, più rapidamente si sarebbe raggiunta la soluzione migliore per tutti.

«La migrazione ha sempre fatto parte di noi», conclude Yalçin. «Non è un problema da risolvere, ma una realtà da gestire. Bisogna vederne i vantaggi. E bisogna raccontare alla gente la verità: queste persone non rubano il lavoro, non rubano le case».

A testimonianza di ciò la conferma che oggi Gaziantep, modello di tolleranza e pragmatismo di fronte ad un'emergenza umanitaria di proporzioni enormi, può ritenersi una città economicamente in piena espansione.

Foto anteprima: Nadine Al Lahham

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI