Belen, Banana e il corto circuito

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Il dubbio che Belen Rodriguez avesse goduto di eccessiva esposizione mediatica, e che fosse esageratamente utilizzata per spot e show televisivi di qualsiasi tipo per ragioni non troppo chiare, l'abbiamo avuto tutti. È davvero inutile nasconderlo, o giustificare la fama sotto la voce "Stava con Corona", o ammettere che sì, in Italia di gente lì senza troppi meriti ce n'è così tanta. È così per lei, per un'intera schiera di "colleghe": un po' per il "pensar male" tipico di chi legge e vede, di chi guarda la tv o di chi è preda di invidia sociale, un po' perché siamo italiani e forse funziona così. "Chissà come c'è arrivata". 

Certo vale per altri, è sempre valso, ma non basta: nel caso, il personaggio in questione è stato simbolo di un meccanismo difficilmente riscontrabile per altre "protagoniste" della scena-con-le-paiette. Un sistema che autoriproducendosi l'ha aiutata - e parecchio - in un'ascesa troppo repentina e ben riuscita, a farla diventare sinonimo di "bellezza", in Italia, e a darcela in pasto ogni giorno.
Ora. Non ho alcuna intenzione di bollare nessuno, di emettere sentenze di terzo grado o di dare "giudizi affretati" alla luce di quanto si legge in questi giorni, non ultime le probabili o potenziali o presunte raccomandazioni di cui Belen Rodriguez avrebbe goduto - ma neanche me ne frega, peraltro. A interessarmi un pochetto di più, semmai, il circuito costruito, il tipo di informazione che si fa e si sta facendo in Italia, laddove tutti-i-media e tutti-nei-media hanno seguito, con fin troppa facilità, la scia di una notorietà probabilmente - sottolineato quattro volte - imposta, forzata, da sempre - come suggerito - dubbia. Fino a proporla come modello femminile. Un'ispirazione per le bambine - come da ricerca Eurispes-Telefono Azzurro. Un guasto.
E il meccanismo, facile facile, fa così. Io aiuto BANANA ad apparire ovunque / giornali, siti e tv - conseguentemente - cominciano a citare BANANA più del dovuto / BANANA diventa testimonial di qualsiasi cosa, conduce Sanremo, conduce altri show, l'ho aiutata per bene / BANANA appare su giornali, siti e tv alla luce dell'aiuto iniziale e delle nuove esperienze televisive malgrado non si parli di chissà che - sì è una bella donna ma ce ne sono - e di chissà quale talento - è famosa e va seguita / BANANA raggiunge vette di fama inusitate / BANANA diventa il modello di riferimento delle bambine / BANANA come termometro di quanto abbiano grattato e corrotto il Paese dalla testa, a partire da chi l'ha proposta e riproposta nell'agenda mediatica. Inconsapevolmente. 
E parlo di una spinta all'ingresso seguita da una sincera eco da parte di media che probabilmente non si sono lasciati condizionare dall'appoggio esterno, ma dal rumore che attorno a Belen stessa era già stato creato. Ad arte. Involontariamente, ma protagonisti dell'ascesa pubblica di una "prescelta". Facendo di un personaggio mediocre e non eccessivamente meritevole una diva da raccontare in ogni dettaglio, da imporre come modello insuperabile di bellezza, e come ideale per i bambini. Tilt.

Vincenzo Marino - The Denial
@valigia blu - riproduzione consigliata

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Myanmar: due giornalisti della Reuters arrestati per il loro scoop sul massacro di Inn Din

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Da tre mesi in carcere, accusati di essere entrati in possesso di presunti documenti segreti, ma probabilmente "colpevoli" di avere prove dell'uccisione di 10 persone della minoranza musulmana Rohingya in Myanmar. Kyaw Soe Oo e Wa Lone, due giornalisti che per la Reuters stavano seguendo nello Stato di Rakhine, nel Myanmar occidentale, al confine con il Bangladesh, l'espulsione dei Rohingya, un gruppo etnico, per la maggior parte di fede musulmana, che vive dal XII secolo a Myanmar, paese prevalentemente buddista, rischiano ora 14 anni di detenzione.

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L'offensiva ha costretto circa 650mila Rohingya a fuggire in Bangladesh e, secondo Medici senza Frontiere, ha causato almeno 6700 morti. Alcune immagini satellitari pubblicate da Human Rights Watch lo scorso settembre hanno mostrato la quasi totale distruzione di 214 villaggi. In occasione della 72esima Assemblea generale delle Nazioni Unite, l'Ong aveva chiesto di adottare una risoluzione che condannasse quella che l'Onu stessa aveva definito "pulizia etnica" da parte della milizia birmana, e al Consiglio di sicurezza di imporre sanzioni mirate e un embargo sulle armi.

Le immagini di Human Rights Watch rivelavano la distruzione di migliaia di abitazioni nelle municipalità di Maungdaw e Rathedaung, «prove scioccanti di una distruzione enorme in un tentativo evidente delle forze di sicurezza birmane di impedire ai Rohingya di tornare nei loro villaggi», aveva dichiarato all'epoca Phil Robertson, vice direttore di Human Rights Watch Asia.

via VOA

Lo scoop della Reuters: il massacro di Inn Din

Lo scorso 9 febbraio, Reuters ha pubblicato il reportage al quale avevano lavorato Wa Lone e Kyaw Soe Oo.

Basata su resoconti di testimoni oculari, l'inchiesta documenta le uccisioni di 10 Rohingya nel villaggio di Inn Dinn, a circa 50 chilometri a nord di Sittwe, capitale dello Stato di Rakhine. Le vittime erano pescatori, commercianti, insegnanti di religione islamica, studenti di scuole superiore, d'età compresa tra i 17 e i 45 anni, almeno due di loro uccise dagli abitanti del villaggio buddista, gli altri da parte delle truppe del Myanmar. I 10 uomini, secondo quanto riferito alla Reuters da un soldato in pensione che ha dichiarato di aver preso parte al massacro, sono stati seppelliti in un'unica fossa. L'articolo mostra le immagini delle vittime inginocchiate e legate prima dell'esecuzione e, successivamente, i loro corpi senza vita nella fossa. Le foto sono state scattate proprio da Wa Lone, uno dei due giornalisti arrestati.

via Reuters

Citando fonti rimaste anonime, l'inchiesta giornalistica mostra che l'ordine di liberare il villaggio di Inn Din era partito dal comando militare e che le forze di sicurezza indossavano abiti civili per evitare di essere scoperti durante i raid. Alcuni abitanti del villaggio hanno dichiarato a Reuters che i militari e la polizia paramilitare avevano addestrato i residenti buddisti di Inn Din e di almeno altri due villaggi per incendiare le case dei Rohingya. I membri della polizia paramilitare avrebbero saccheggiato le abitazioni dei Rohingya, rubato animali e motociclette. Nessuno dei 6000 Rohingya – accusati dal governo di aver bruciato le loro stesse case – che vivevano nel villaggio era ancora a Inn Din lo scorso ottobre.

A gennaio, quando i due giornalisti sono stati incriminati di essere entrati in possesso di documenti coperti da segreto di Stato, il comandante dell'esercito, il generale Min Aung Hlaing, aveva detto che i 10 uomini Rohingya uccisi a Inn Din dagli abitanti del villaggio e dai soldati erano terroristi che avevano attaccato le forze di sicurezza.

Intervistato da Democracy Now, il capo di Reuters in Birmania, Antoni Slodkowski, ha difeso la scelta di pubblicare ugualmente il reportage nonostante Wa Lone e Kyaw Soe Oo siano ancora in carcere e possano essere condannati a 14 anni di reclusione. «Abbiamo deciso di pubblicare questa indagine pionieristica perché abbiamo sentito che questo era il nostro dovere e obbligo nei confronti dell'opinione pubblica in Myanmar. E Wa Lone e Kyaw Soe Oo hanno sostenuto fortemente questa decisione. Alla fine, siamo tutti giornalisti e questo è ciò che facciamo». La pubblicazione del reportage è, in questo senso, spiega ancora Slodkowski, un modo per dare un segnale alle diplomazie internazionali sia per le condizioni difficili in cui lavorano i giornalisti in Myanmar sia per quanto sta accadendo ai Rohingya. «Penso che la storia alla quale hanno lavorato Wa Lone e Kyaw Soe Oo  sia davvero importante per tre ragioni principali. Prima di tutto, è un resoconto scrupoloso e dettagliato dell'esecuzione di questi 10 uomini, che sono stati scelti a caso dalle forze di sicurezza, tenuti durante la notte in una scuola e giustiziati il giorno dopo. Inoltre, la storia non è limitata solo al villaggio di Inn Din, ma va oltre e analizza le dinamiche, i meccanismi di questa operazione militare in un'area più ampia. Ci sono state segnalazioni provenienti da villaggi a diversi chilometri a nord di Inn Din, abbiamo ascoltato racconti molto simili a quelli di Rakhine, di come le forze di sicurezza e gli abitanti dei villaggi buddisti hanno bruciato le case dei Rohingya, e via dicendo. E penso che la terza cosa davvero importante è, per la prima volta, a parlare sono le persone che hanno eseguito tali atti da soli. Quindi, abbiamo resoconti degli abitanti e degli agenti di polizia che descrivono in che modo hanno effettivamente fatto irruzione in quei villaggi. Non solo una o due persone, ma molti, molti, molti».

L'arresto di Kyaw Soe Oo e Wa Lone

Kyaw Soe Oo e Wa Lone sono stati arrestati il 12 dicembre dopo aver ricevuto in un ristorante – secondo l'accusa – alcuni documenti coperti da segreto di Stato da due agenti di polizia, che avevano lavorato nello Stato di Rakhine e dai quali erano stati convocati. Stando a quanto dichiarato dai loro familiari, i due giornalisti sono stati arrestati senza nemmeno aver avuto il tempo di leggere quelle carte e portati in tribunale a Yangon, la capitale commerciale della Birmania. Ora rischiano una condanna a quattordici anni di carcere sulla base dell’Official Secrets Act, una legge che risale al 1923, quando il paese era sotto il dominio britannico.

Kyaw Soe Oo aveva iniziato a lavorare per Reuters lo scorso settembre mentre Wa Lone era entrato nell'agenzia di stampa nel giugno 2016 e aveva coperto una serie di storie, tra cui proprio la crisi dei Rohingya nello Stato di Rakhine.

Nella foto: Wa Lone – via Reuters

In una dichiarazione ufficiale, il presidente e redattore capo, Stephen J. Adler, aveva definito la decisione di perseguire i giornalisti "un attacco totalmente ingiustificato e palese alla libertà di stampa". Diversi gruppi per i diritti umani hanno accusato la polizia di aver teso una trappola ai due giornalisti della Reuters, dando loro dei documenti, considerati in quel momento segreti di Stato .

Nel frattempo, sorgono dubbi sulla ricostruzione della polizia. Durante l'ultima udienza, mercoledì scorso, è stato ascoltato il tenente Myo Ko Ko, chiamato dall'accusa a testimoniare sull'accaduto. La sua testimonianza ha in parte contraddetto la versione della polizia: Myo Ko Ko ha detto di far parte della squadra che ha portato all'arresto, ma di non aver visto i documenti che i due giornalisti avrebbero avuto tra le mani e che entrambi sarebbero stati fermati lungo una strada fiancheggiata da fabbriche, smentendo di fatto una mappa precedentemente prodotta dalla polizia e inserita nel fascicolo del tribunale, che mostrava ristoranti e negozi di tè, ma non fabbriche.

L'avvocato difensore Khin Maung Zaw ha detto ai giornalisti che Myo Ko Ko ha ammesso durante il contro interrogatorio di non avere familiarità con le regole procedurali della polizia del Myanmar e pertanto non è stato considerato dall'accusa "testimone affidabile". Il giudice, inoltre, ha respinto la richiesta della difesa di rendere pubblico e mostrare alla Corte come prova il registro di bordo della stazione di polizia dove sono stati registrati gli arresti, dicendo che non è possibile metterlo agli atti nell'attuale fase del procedimento.

In un incontro del Consiglio di sicurezza, gli Stati Uniti hanno condannato l'arresto e chiesto la liberazione dei due giornalisti, incarcerati «per il crimine di denunciare la verità», ha detto l'ambasciatrice Usa all'Onu, Nikki Haley. «La libertà di stampa è di vitale importanza. I giornalisti come i due reporter della Reuters, ora in carcere, sono una fonte di informazione indispensabile». Anche il Regno Unito, la Francia, l'Olanda e il Kazakistan hanno chiesto la liberazione di Wa Lone e Kyaw Soe Oo, mentre l'inviato del Myanmar alle Nazioni Unite ha detto che i due giornalisti non sono stati arrestati per i loro articoli, ma sono stati accusati di «possesso illegale di documenti governativi riservati».

Per il reportage, martedì scorso Wa Lone e Kyaw Soe Oo sono stati premiati da PEN America, un'organizzazione senza scopo di lucro che sostiene la libertà di espressione, con il "Freedom to Write Award", che riconosce il lavoro di coloro che rischiano la loro vita per la libertà di espressione. I due giornalisti "incarnano i principi che la PEN America sostiene", ha spiegato il redattore capo di Reuters, Stephen J. Adler, al Washington Post. "La loro indagine sul massacro di Inn Din illustra sia l'importanza vitale della libertà di stampa che l'incredibile potere della parola scritta". Questo premio, ha spiegato la direttrice esecutiva di PEN America, Suzanne Nossel, potrebbe dare una svolta diplomatica al caso. Ben 37 dei 42 giornalisti in carcere che hanno ricevuto il "Freedom to Write" sono stati poi rilasciati, spiega il Washington Post.

Il giro di vite contro i giornalisti in Myanmar

L’arresto di Wa Lone e Kyaw Soe Oo è solo l'ultimo di una serie di arresti di giornalisti da quando è iniziata l'epurazione dei Rohingya. «La loro detenzione arriva dopo l'arresto di giornalisti in diverse parti della Birmania, sottoposti a crescenti pressioni per aver criticato il governo e l'esercito», ha affermato Richard Weir, ricercatore di Human Rights Watch. Il governo del Myanmar, scrive il New York Times, ha bloccato i giornalisti indipendenti impedendo loro di seguire l'epicentro della violenza e rendendo difficile raccogliere prove delle atrocità commesse.

Eppure quando il partito guidato da Aung San Suu Kyi ha vinto le elezioni, forte era la speranza che i giornalisti sarebbero stati finalmente liberi di denunciare quanto accadeva. «In un sistema democratico, la sicurezza e libertà dovrebbero essere in equilibrio: quando i diritti dei giornalisti sono controllata, il concetto stesso di democrazia è messo in discussione», aveva dichiarato nel luglio 2014, Suu Kyi, all'epoca parlamentare di opposizione. Tre anni e mezzo dopo, il suo pensiero, scrive Todd Pitman di Ap sul Washington Post, sembra essere cambiato radicalmente, al punto da presiedere un'amministrazione i cui tribunali perseguono decine di giornalisti e uno Stato in cui i media sono costantemente screditati.

Da quando la Lega nazionale per la democrazia, il partito di governo di Aung San Suu Kyi, ha preso il potere nel 2016, almeno 32 giornalisti sono stati accusati di vari reati, riporta il New York Times. Molti sono stati incarcerati dopo aver riferito di abusi che si sono verificati nelle terre di frontiera del Myanmar. U Swe Win, giornalista ora in pensione ed ex prigioniero politico, che si sta difendendo da diverse accuse di diffamazione che potrebbero riportarlo in carcere, ha notato che i media, che erano stati imbavagliati durante il governo militare, hanno goduto di una rinascita durante un periodo di governo transitorio dal 2011 al 2015, guidato da U Thein Sein: «Ora non abbiamo trasparenza e non sappiamo cosa sta succedendo all'interno del governo", ha affermato Swe Win. "Tutto quello che sappiamo è che noi giornalisti abbiamo sempre problemi con i militari, il che significa che il governo civile non ha potere».

L'ostilità nei confronti dei media (e, in particolare, le agenzie di stampa internazionali che seguono il Myanmar), è aumentata notevolmente dopo la brutale operazione di "liquidazione" della minoranza Rohingya da parte dell'esercito, iniziata lo scorso agosto. Stanno «facendo tutto ciò che è in loro potere per bloccare il flusso di notizie, per garantire che nessuna informazione dannosa venga alla luce», ha detto al Washington Post Shawn Crispin, rappresentante per il Sud-Est asiatico del "Comitato per la protezione dei giornalisti" di New York. «Stanno usando minacce legali, stanno bloccando l'accesso alle aree in cui si sono verificati presunti abusi, stanno rendendo più difficile per gli stranieri ottenere i visti», ha aggiunto Crispin. «Hanno creato anche un clima di paura tra i giornalisti locali e il messaggio è chiaro: se sei critico, rischi di andare in prigione». Alcune agenzie hanno ritirato i giornalisti dal paese. La corrispondente di AP Esther Htusan ha lasciato il Myanmar a fine novembre, dopo minacce di morte ricevute sui social network ed essere stata pedinata da uomini non identificati nella sua casa di Yangon.

A novembre, un giudice ha condannato due giornalisti stranieri, Mok Choy Lin, malese, e Lau Hon Meng, di Singapore, in missione per TRT World, l'emittente televisiva turca, il loro interprete e il loro autista a due mesi di carcere con l'accusa di aver filmato con un drone senza autorizzazione ufficiale. A giugno, i militari hanno arrestato tre giornalisti che avevano scritto su un evento organizzato da un esercito ribelle nel nord dello Stato Shan. I tre sono stati accusati di violare un'altra legge di epoca coloniale e rilasciati dopo oltre due mesi di detenzione.

Foto in anteprima via Reuters

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Il ragazzo nero senza biglietto sul treno: la storia vera è il razzismo

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

Dopo due giorni di discussione dalla pubblicazione della storia del post virale razzista basato tra l'altro su una storia risultata falsa (rimosso poi dall'autore sotto la spinta delle critiche), voglio riflettere su alcune questioni emerse: la vera storia che noi (non solo come giornalisti) dovremmo coprire al centro di questa vicenda non è il racconto falso, ma il razzismo spudorato e vigliacco; Facebook ha un problema con le segnalazioni e con le sue stesse policy; discutere su algoritmi è, in questo caso, fuori fuoco.

Leggi anche >> Il post razzista sul “rifugiato senza biglietto” diventa virale: un linciaggio pubblico spaventoso e la storia era pure falsa

Partiamo dai fatti: un utente di Facebook è su un treno Roma-Milano e assiste alla scena del controllore che chiede il biglietto al ragazzo nero. Decide di fotografare il ragazzo a sua insaputa e di pubblicare la foto su Facebook senza avere la sua autorizzazione. Accompagna la foto a un testo mezzo delirante sugli immigrati che ci fregano, sulla politica che ci prende per il culo, a un certo punto fa riferimento anche alla morte atroce, terribile di Pamela Mastropietro. In una connessione logica incomprensibile mette insieme un ragazzo nero senza biglietto (nuovo crimine contro l'umanità) – che non parla italiano, ma non parla nemmeno inglese (come la maggior parte degli italiani tra l'altro) – con il problema dell'accoglienza e dell'integrazione fino al terribile omicidio di Pamela per mano di un gruppo di nigeriani (le indagini sono ancora in corso). Esponendo così di fatto il ragazzo a un linciaggio pubblico spaventoso.

Dopo circa 9 ore e moltissimi commenti di odio, di una violenza impressionante estesi a quel punto non solo al ragazzo ma a tutti gli immigrati in generale, quel post arriva a ottenere oltre 100mila like e più di 70mila condivisioni (non conosciamo dati sulla qualità e la tipologia delle condivisioni).

Come Valigia Blu abbiamo contattato Trenitalia per sapere come erano andate davvero le cose, dopo aver letto diversi commenti che mettevano in dubbio quel racconto. Altri commenti contestavano l'intento razzista del post e la violenza di moltissime reazioni. Trenitalia ci ha inviato il rapporto del capotreno che noi abbiamo pubblicato. Abbiamo pensato molto al titolo e al taglio del post. Dopo una discussione nel gruppo ci siamo resi conto che la questione centrale non era se la storia fosse vera o falsa, ma il razzismo e cosa quella viralità ci stava raccontando... Così abbiamo deciso di fare un titolo che denunciasse il linciaggio ignobile a cui era stata sottoposta una persona solo perché nera, per di più per una storia che si è rivelata falsa.

Nel frattempo Luca Caruso, autore del post, aveva rimosso la foto e il suo commento. La prima versione della foto non aveva quei cinque pallini inseriti nella seconda versione nel tentativo - non riuscito - di rendere non riconoscibile il ragazzo (qualcuno in ogni caso aveva già salvato e rilanciato la prima versione della foto). La persona risultava infatti comunque identificabile. In molti, me compresa, gli hanno fatto notare che poteva anche scattare una denuncia (e forse questo è stato uno dei motivi che lo ha spinto alla fine a rimuovere il post, non solo la violenza dei commenti scatenati per cui lo stesso Luca a un certo punto si è spaventato).

Per tutto il giorno ieri però questa vicenda è stata coperta, rilanciata da altri giornali e dalle TV e commentata come se la storia ruotasse intorno alla "fake news" e non si trattasse invece di una bruttissima storia di razzismo e istigazione all'odio, con cui dovremmo fare i conti. Perché quei 100mila like in poche ore ci dicono proprio questo: c'è un problema di razzismo nella società e Facebook ce lo sta facendo vedere. Ho provato a dirlo anche durante una intervista su RaiNews ieri, mentre l'attrice Lina Sastri diceva che il problema è Facebook e c'è bisogno di leggi che lo regolamentino e con i giornalisti in studio si rammaricava dei bei vecchi tempi quando a fare da filtro alle notizie c'erano solo i giornalisti.

Ieri ho tentato invano di sottolineare questo aspetto: il punto non è la "fake news" o il fact-checking, questa roba (dalla foto per esporre un ragazzo nero al linciaggio a quei 100mila like) non la contrasti col fact-checking. Anche se la storia fosse stata vera, il problema di quel post era il sentimento razzista che ha spinto Luca Caruso a fare la foto e a pubblicarla e tantissime persone a esprimere il loro apprezzamento.

Anche alcuni candidati politici hanno condiviso il post, così tanto per ribadire ancora una volta che il problema della disinformazione va ben oltre le cosiddette "fake news": un esponente di CasaPound dell'Umbria, che dopo varie critiche sulla sua pagina ha rimosso il post, e una esponente della Lega, Chiara Tomassini, anche lei candidata in Umbria, hanno condiviso quel contenuto perché ormai è vissuto come "normale" che l'istigazione all'odio sia un'arma della campagna politica.

Tra l'altro, come mi ha spiegato l'avvocato Bruno Saetta, in teoria sono configurabili le seguenti ipotesi di illecito:

1) Pubblicazione dell'immagine in violazione dell'art. 10 cod. civ., che espone ad un risarcimento del danno.
2) Diffusione di dati personali identificativi senza consenso (art. 167 Cod. Privacy) al fine di recare ad altri un danno (reclusione da 6 a 24 mesi).
3) Diffamazione con offesa arrecata con mezzo di pubblicità e con attribuzione di fatto determinato (reclusione fino ad 1 anno o multa).

In uno scambio su Facebook con alcuni esperti di social media si discuteva della questione dell'algoritmo: come se il problema fosse tecnologico. Insomma il cambio di algoritmo che ora privilegia i post personali (rispetto alle pagine) avrebbe permesso a un utente con un limitata rete di contatti di macinare tutti quei like in poche ore e di diffondere in modo imponente il messaggio razzista.
A parte che è impossibile stabilire se sia stato o meno il cambio di algoritmo a generare quella viralità, è interessante notare che quella stessa viralità ha permesso di bucare la bolla intorno a quel contenuto e così molte persone, che mai avrebbero apprezzato quel post e non lo avrebbero visto scorrere sul loro feed, ne sono venute a conoscenza. Questo ha contribuito a una massiccia mobilitazione di utenti che si sono attivati, impegnandosi in commenti critici sulla bacheca di Caruso (e non solo anche su altre bacheche e pagine che avevano ripreso il post), contestandone il contenuto razzista e contrastando la gogna pubblica e i commenti di odio verso il ragazzo "senza biglietto" e verso gli immigrati.

Mafe De Baggis ha centrato, a mio avviso, con alcuni commenti, il cuore della questione, questione di cui come società dovremmo farci carico: "Dovremmo chiederci perché un contenuto del genere ha una reazione così ampia, invece di guardare sempre e solo al ruolo degli strumenti. Al di là di tutto, anche se fosse stato vero e non falso, era un ragazzo senza biglietto; più che di razzismo ormai possiamo parlare di psicosi, per questo preoccuparci del ruolo del cambio di algoritmo di Facebook nel diffondere l’aneddoto del biglietto mi sembra parte del problema. C’è chi crede che siamo alla mercé degli extracomunitari e chi è talmente ossessionato dal ruolo dei social media dal pensare che siano al cuore di tutto, razzismo compreso.” E a proposito di psicosi e paranoia, ieri abbiamo ricevuto una mail di una persona che ci chiedeva se Trenitalia avesse fatto controlli per stabilire che quella persona non fosse un ricercato: "Non vorrei ritrovarmi quella persona in foto su un TG per altri fatti. Conservatela....non si sa mai. Io lo faccio".

Il mio amico Andrea Iannuzzi su Facebook ha reso in modo molto efficace il significato vero del post di Luca Caruso:

Disclaimer: questo è un post sul razzismo, non sulle fake news (così vi regolate nei commenti 😊)

Un distinto signore a bordo di un freccia rossa nota davanti a se un passeggero davvero insopportabile macchiarsi di gravi colpe. Nell’ordine:

1) Ha uno smartphone (strano, a bordo di un freccia rossa nessuno usa lo smartphone. Ma forse al signore da’ giustamente fastidio il fatto di non riuscire a riconoscere il modello, che forse è un S8 o forse no signora mia)

2) non parla bene inglese (strano nel paese in cui manco i candidati premier sanno l’inglese)

3) sembra sprovvisto di documenti (strano nel paese del “lei non sa chi sono io”)

4) pare - al signore - che stia usando un biglietto sbagliato, che costa meno (strano, nel paese dei miliardi evasi al fisco)

5) ma soprattutto la sua grave colpa è essere nero, come gli assassini di Pamela (anche noi siamo bianchi come Charles Manson, ma che c’entra)

Giustamente infastidito da un passeggero così indegno, il signore estrae la sua metaforica pistola (lo smartphone) prende la mira e senza chiedergli il permesso gli scatta una foto in faccia - bum. Poi va su facebook e bum, posta la foto, bum bum bum, scrive tutta la sua rabbia.

A quel punto nel giro di poche ore, 120 mila distinte persone prendono le loro pistole e bum bum bum, sparano raffiche di like contro questo delinquente macchiatosi di gravi colpe, non perché è nero eh ma perché forse non ha il biglietto.

Ecco, ha avuto il fatto suo. Come dite, il biglietto ce l’aveva? Vabbè ma sai quanti come lui la fanno franca? Per fortuna non siamo un paese razzista, se no sai che storie...

Cito ancora Andrea, che nel commentare criticamente l'articolo di Gramellini sulla vicenda ha giustamente invitato a smetterla con questo giustificazionismo “se lui era in regola ce ne sono centinaia fuori legge quindi l’esasperazione è giustificata”.

E adesso veniamo a Facebook.

Questo caso ha svelato incoerenze e punti deboli della fatidica "lotta alla disinformazione" annunciata qualche settimana fa (iniziativa che noi abbiamo criticato: in sintesi a nostro avviso Facebook dovrebbe semplicemente far rispettare le sue regole, la sua policy. Niente di più).

L'iniziativa contro la disinformazione consiste nell'aver affidato a Pagella Politica il lavoro di fact-checking: se un post contiene un link a una possibile notizia falsa, chiunque potrà segnalarlo a Facebook, che avvierà un processo di controllo affidato, appunto, a Pagella Politica. Questi articoli di verifica sono poi correlati su Facebook insieme alla notizia risultata falsa. Pagella Politica, però, può occuparsi sono di URL di articoli (cioè l'indirizzo che noi digitiamo nel browser quando cerchiamo una pagina o un file su un motore di ricerca e che identifica una risorsa su Internet come un documento o un'immagine), non di video, foto o di post su Facebook. Però se annunci la lotta alla disinformazione di fatto sbufalando solo qualche innocua bufaletta e lasci che un post così grave possa diffondersi, moltiplicarsi facendo i danni che si possono immaginare, be' mi viene da dire: finiamola, vi prego, di prenderci in giro. Perché le questioni di quel post sono due: non solo è falso (e allora avrebbe avuto senso un intervento di Pagella Politica, ma sappiamo che non lo possono fare), ma contravviene alle stesse policy della piattaforma:

1) La foto è stata pubblicata senza l'autorizzazione della persona ritratta e la persona nella foto è facilmente riconoscibile.
2) Il post ha un intento razzista, istiga all'odio - bastava farsi un giro sui commenti.

Come mai dunque il post (foto inclusa) è ancora sulla bacheca di un candidato politico come Chiara Tomassini (sebbene sia stato segnalato da moltissime persone)? Alla propaganda politica è permesso mentire, istigare all'odio, disinformare?

La vera sfida che abbiamo tutti noi davanti - giornalisti, politici, esperti di social e comunicazione, fino agli stessi social network, comunità digitali - sarà far capire ai vari Luca Caruso perché fotografare un ragazzo (solo perché nero, con o senza biglietto) a sua insaputa, pubblicare la foto ed esporre quella persona a un linciaggio pubblico è un'azione vile profondamente ingiusta, immorale, disumana.
Tra l'altro lo stesso Caruso, in una intervista radiofonica, si lamenta di aver subito un linciaggio mediatico per quel post, senza rendersi conto di aver fatto esattamente questo al ragazzo che ha fotografato.

Così come, infine, dovremmo affrontare il problema di quelle persone - sono tantissime - che hanno aderito ciecamente al racconto di Luca Caruso e ieri mettevano in dubbio la versione dei giornali (vogliamo vedere questo documento di Trenitalia, non ci fidiamo) o la versione stessa di Trenitalia.

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Macerata, il dibattito di questi giorni e la strada lunga e faticosa contro razzismo e fascismo

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

In questi giorni siamo stati costretti a impegnarci su due fronti: l'attacco da destra al significato e al valore della partecipazione democratica contro fascismo e razzismo, l'incapacità da parte del centro-sinistra di dare nome alle cose e la giusta risposta a un attacco terrorista di matrice razzista e fascista, tramite un gesto rivendicato dal suo autore.

Ne voglio parlare ancora oggi, perché dobbiamo essere consapevoli che la strada del nostro impegno contro razzismo e rigurgiti fascisti sarà lunga e faticosa. Voglio ricapitolare alcuni punti e questioni emerse in questi giorni di dibattito. Mi serve per avere chiaro il quadro della situazione e rimettere come dire le cose al loro posto.

L'attacco razzista a Macerata e la reazione dei partiti

I principali partiti politici, tutti (tranne poche eccezioni), non sono stati in grado di dare una risposta unitaria, imponente e chiara a un tentativo di strage per motivi razzisti. Da un lato, la destra, disinteressata, minimizza ("è un folle") e strumentalizza in modo vile e disumano la morte di Pamela Mastropietro, nonostante i ripetuti appelli della madre a non farlo: «Non siamo razzisti, non vogliamo vendetta, vogliamo giustizia. Non usate la morte di nostra figlia per scopi politici, mia figlia avrebbe avuto orrore dell'attacco di Macerata». Dall'altro, il maggior partito di centro-sinistra afono e confuso – ancora ieri Matteo Renzi parlava di «deriva pistolera» –, incapace di pronunciare la parola "fascismo". (Il Movimento 5 stelle non lo nomino su questi temi è sempre stato ambiguo e fumoso. L'invito di Di Maio ad abbassare i toni e la non partecipazione a manifestazioni contro razzismo e fascismo non mi sorprende).

Macerata e le manifestazioni spontanee dei cittadini

I cittadini organizzati dal basso e in modo spontaneo hanno salvato la dignità e la faccia dell'Italia davanti agli occhi del mondo. Una manifestazione a Macerata, organizzata contro tutto e tutti in un clima di paura e tensione immotivata (generata e alimentata da politici e media: "città blindata", "ritrovate mazze per gli scontri", notizia risultata poi falsa), ha visto la partecipazione di oltre 20mila persone. Un corteo pacifico che ha saputo mandare un messaggio chiaro: la democrazia non si fa intimidire. Alla paura dei rigurgiti fascisti rispondiamo riprendendoci le strade. All'appello al silenzio e a restare a casa, rispondiamo organizzandoci da soli e dando il nome alle cose: impegno contro fascismo, solidarietà alle vittime. Non solo Macerata, altre città si sono mobilitate. Una su tutte Milano con una partecipazione spontanea straordinaria, incredibile, commovente: si parla anche di 20mila persone.

Su cosa è stata realmente Macerata consiglio la lettura della testimonianza di Adriano Sofri su Facebook.

Cosa avrebbero dovuto fare tutte le istituzioni lo ha detto in modo definitivo Emma Bonino:

La xenofobia è un prodotto del nazionalismo. Penso che bisogna cominciare a dire che a Macerata ci dovevano essere tutti, tutte le istituzioni. Perché fosse stato l'inverso, un nero che sparava a italiani, saremmo corsi tutti. Secondo me, non si sconfigge la paura con la caricatura di tutte le derive che pulsano in questo Paese. Di queste derive occorre parlare, non negarle.

Faccio notare che all'indomani della manifestazione il questore  di Macerata, che non ha vietato il corteo (non riscontrando problemi di ordine pubblico) a soli tre mesi dall’insediamento è stato trasferito, dicono fonti del Dipartimento della pubblica sicurezza che si tratterebbe di “un normale avvicendamento“ all’interno di “un più ampio movimento di dirigenti e prefetti”. E come dicono fonti della questura di Macerata al Corriere della Sera pare che servisse un «cambio di passo» dopo gli ultimi avvenimenti.

Il coro sulle foibe e la reazione mediatico-politica

Il coro sulle foibe c'è stato, erano in pochi e nel corteo quasi nessuno li ha sentiti. Nessuno ha aderito a quello slogan, che è rimasto sostanzialmente isolato. I media ci si sono fiondati per sensazionalismo non per giornalismo (poi dicono che abbiamo un problema con gli algoritmi etc etc, cominciamo a parlare del problema che abbiamo con il filtro umano), un episodio che andava segnalato ma che di certo non meritava la copertura mediata da "prima pagina"; i partiti di destra si sono fiondati per squalificare la manifestazione. Ma in modo sorprendentemente triste ci si sono fiondati anche loro come sciacalli, i politici di sinistra che non hanno partecipato a Macerata, dividendo ancora una volta la loro base. Quei cori sono ributtanti e lo dobbiamo dire in maniera netta, frutto di ignoranza e miseria umana. Così come lo striscione che inneggiava a Tito, che per inciso non era a Macerata, ma a Modena.

Lo scempio propagandistico del dolore altrui e quel silenzio che smaschera

Lo scempio propagandistico intorno al corpo di Pamela, il silenzio che smaschera sull'omicidio di Jessica. Una destra senza scrupoli, cinica e bastarda usa la morte di Pamela, per mano di un gruppo di nigeriani (le indagini sono ancora in corso), come fosse una "contro-argomentazione" all'attacco di Macerata. Manifestate per gli immigrati e non per lei. Siamo costretti a spiegarlo: c'è una differenza fra un delitto efferato e un tentativo di strage per razzismo. Manifestare dopo quell'attacco significa manifestare per tutelare, ribadire e presidiare i nostri più alti principi democratici e costituzionali.

Un momento della fiaccolata svoltasi il 6 febbraio a Macerata. Foto via Ansa

A chi ancora ieri chiedeva perché non ci fossero state manifestazioni per Pamela va ricordato che in realtà il 6 febbraio c'è stata una fiaccolata in suo nome e contro ogni violenza. Non solo, la comunità nigeriana di Macerata aveva deciso di organizzare un sit-in previsto per sabato 3 febbraio contro ogni forma di violenza "Per esprimere immenso dolore e sincera vicinanza alla famiglia della vittima e condannare fermamente ogni forma di violenza e strumentalizzazione rispetto al tragico evento". L'iniziativa poi è stata annullata per paura come spiega uno degli organizzatori in questa intervista a La Stampa.

A smascherare gli ipocriti e la loro strumentalizzazione e spregiudicatezza il silenzio sull'omicidio, avvenuto in questi stessi giorni, di Jessica per mano di un "uomo bianco". A svelare e smascherare l'ipocrisia, lo squallore, l'abisso ci ha pensato Vittorio Feltri che ha definito Pamela "una ragazza oca, drogata fino al midollo".

Chiediamo noi in ginocchio perdono ai genitori e mi raccomando ai colleghi continuate a invitarlo nei talk show per chiedere la sua dotta opinione. Mi raccomando ai giornalisti pronti a denunciare i bassifondi del web, su questo tacete, come sempre.

Immagine in anteprima via Ansa

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Il post razzista sul “rifugiato senza biglietto” diventa virale: un linciaggio pubblico spaventoso e la storia era pure falsa

[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

Ieri mattina Luca Caruso, un passeggero diretto da Roma a Milano, ha pubblicato sul proprio profilo Facebook una foto visibile a tutti gli utenti del social network, accompagnata da un lungo testo in cui raccontava un episodio a cui aveva assistito durante il tragitto. La fotografia ritraeva un ragazzo nero immortalato nel momento in cui la capotreno stava chiedendo il titolo di viaggio. Per tentare di rendere non riconoscibile la persona ritratta nella foto, Caruso aveva applicato dei pallini bianchi per oscurare gli occhi (ma la persona rimaneva riconoscibile. Il volto nella foto è stato oscurato da noi). Un post che è diventato in pochissime ore virale e che sin da subito ha portato al linciaggio pubblico non solo della persona fotografata, ma virtualmente di tutte le persone immigrate nel nostro paese, scatenando sentimenti di odio e commenti razzisti e violenti. La storia risulterà falsa come vedremo, ma il punto non è quello quanto piuttosto questi atteggiamenti apertamente razzisti che alimentano odio e ostilità verso "l'altro". Anche se la storia fosse stata vera, quel post, le intenzioni di quel post, i commenti che ha scatenato - senza alcuna moderazione - vanno stigmatizzati e respinti, è stata sdoganata una forma aperta e quasi autocompiacente di razzismo di cui come società dobbiamo farci carico e che dobbiamo contrastare con ogni mezzo.

Nel testo che accompagnava l'immagine Caruso forniva importanti dettagli per contestualizzare l'accaduto di cui lui era stato testimone oculare:

  • La scena si è svolta di lunedì mattina, sul treno Frecciarossa 9608 del 12 febbraio 2018, partito da Roma Termini e diretto a Milano Centrale (ndr il treno parte ogni giorno da Napoli alle ore 6.10, ferma a Roma alle 7.20, a Bologna alle 9.25 prima di arrivare a Milano alle 10.29).
  • L'uomo ritratto nella foto stava viaggiando sul Frecciarossa con un biglietto per un Interregionale, non parlava italiano, era sprovvisto di documenti e denaro, non aveva bagagli con sé, ma possedeva uno smartphone Samsung S8.
  • Quando si è avvicinata la capotreno ("minuta, esile e giovane, nonché educatissima"), l'uomo che, secondo quanto scritto da Caruso, fino a un attimo prima stava parlando al cellulare, ha abbassato il berretto sugli occhi e ha fatto finta di dormire.
  • Nel momento in cui ha accertato che il passeggero era sul treno sbagliato, la capotreno non ha potuto fargli la contravvenzione perché l'uomo non aveva documenti con sé che permettessero di rilevarne l'identità.

Morale della favola? Quanto accaduto, concludeva Caruso, era "l’esempio lampante della totale assenza di certezza della pena che il nostro paese ha regalato a queste persone che non sono più disponibile a chiamare 'rifugiati'. L'uomo arriverà a Milano, viaggiando su un posto che costa 86€, con 4€. Impunemente. Senza poter sperare che gli facciano neppure in una multa, perché tanto quando l’avrebbe pagata?". Caruso ci teneva a precisare che il suo non era un post razzista, ma poche righe dopo associava quanto accaduto sul treno alla triste sorte di Pamela Mastropietro, "barbarizzata e vilipesa da gente che senza diritto e senza motivo ha varcato l’uscio di casa nostra, perché la porta era ed è spalancata. Senza regole. Senza alcuna sicurezza". Questa associazione tra fatti così lontani ed evidentemente non connessi tra di loro diventava il pretesto narrativo per parlare dell'arrivo in Italia di persone che non meriterebbero di essere accolte:

Questo sta andando a Milano senza alcun bagaglio. Non ha pagato un biglietto e dice di non avere soldi. Non parla la nostra lingua.
Parlano di integrazione. Di comprensione. Di accoglienza.
Ci prendono per il culo e noi li tolleriamo.
E ora mi raccomando scannatevi tra “razzista” e “buonista” eh....

Taccio.

Leggendo le reazioni suscitate dal post, Caruso ha più volte nel corso della giornata modificato il contenuto, sostituendo la fotografia iniziale (nella versione finale con i pallini bianchi sugli occhi), rendendo più sfumate alcune affermazioni

"La signora delle Ferrovie gli ha chiesto un documento per poter elevare la contravvenzione, ma ovviamente ne è sprovvisto" è diventato "La signora delle Ferrovie gli ha chiesto un documento per poter elevare la contravvenzione, ma ne è sprovvisto"

"Ma lui ha detto di non aver soldi (smartphone Samsung S8)" è diventato "Aveva con sé solo lo smartphone da cui guardava un film... aveva un Samsung...S8? Vabbè, indifferente"

e aggiungendo un commento finale che spiegasse il senso delle sue affermazioni:

- Prima che dimostriate di non aver letto il post per quello che è, accusando che sia un post razzista, riflettete.

- E ora mi raccomando scannatevi tra “razzista” e “buonista” eh....

- Questo signore (non mi importa il colore della sua pelle)

- Ho dovuto mio malgrado accettare offese, accuse, minacce, e tutto per aver descritto un fatto accaduto e preso posizione manifestando il mio pensiero come da diritto costituzionale.
Il fatto che la foto ritragga una persona di diversa cultura (“di colore”, questo sì è razzismo) NON DEVE E NON PUÒ IMPEDIRE A NESSUNO di esprimere il proprio pensiero.
Perché contrariamente a quanto cantato per le Foibe, a me le violenze fanno schifo tutte.
Mi avete costretto a dover spiegare il mio post per evitare fraintendimenti, lasciatemi dire che avete fallito. Ed io con voi.

Nel corso della giornata il post diventa virale, ricevendo 120mila like, più di 70mila condivisioni e migliaia di commenti, alcuni di richiesta di ulteriori elementi per verificare quanto raccontato, la stragrande maggioranza offensivi, razzisti contro gli immigrati (che "arrivano senza controlli in Italia", "approfittano della nostra accoglienza" e "possono vivere al di sopra e al di fuori della legge") nei cui confronti "non si deve avere pietà" e "vanno riaperte le camere a gas", portando al linciaggio pubblico di un uomo, parzialmente riconoscibile nella foto pubblicata e di cui non si sapeva nulla se non quanto raccontato da Caruso sul suo profilo Facebook.

Alcuni commenti critici hanno evidenziato la possibilità che la foto fosse passabile di denuncia perché la persona era identificabile e la pubblicazione non era autorizzata, altri hanno messo in discussione il racconto stesso, facendo notare che, stando all'orario della foto postata, lungo quella tratta, subito dopo il controllo ci sarebbe stata la fermata di Bologna e, come da prassi nei casi di passeggeri sprovvisti di biglietto, il controllore avrebbe dovuto far scendere l'uomo alla prima fermata disponibile. Bologna, appunto. Inoltre, come accade quando si è in presenza di passeggeri senza documenti e titoli di viaggio validi, la capotreno avrebbe dovuto chiamare la polizia ferroviaria. Tutti aspetti che l'autore del post ha omesso di specificare. Anzi, Caruso ha iniziato a eliminare i commenti e le osservazioni di chi segnalava questo tipo di incongruenze. Noi stessi, con Arianna Ciccone, abbiamo posto delle domande, successivamente cancellate da Caruso:

1) Sai che la foto è passibile di denuncia visto che la persona non ha autorizzato alla pubblicazione della foto ed è riconoscibile (anche se hai modificato la foto sostituendola rispetto alla prima versione con questa foto con gli occhi in parte coperti da pallini)?

2) Sei sicuro del racconto che hai fatto? Perché in base all'orario della pubblicazione del tuo post lungo quella tratta subito dopo ci sarebbe stata la fermata Bologna. Ho sentito le Ferrovie dello Stato e presumibilmente il controllore avrà fatto scendere la persona sprovvista di biglietto lì. Se poi la persona è priva di documenti ed è senza biglietto per prassi il controllore chiama la polizia.

3) Come mai hai cambiato versione sul tipo di cellulare tre volte?

Trenitalia, da noi contattata per avere un riscontro di quanto accaduto, ci ha inviato la relazione ufficiale della capotreno, che smentisce la versione raccontata da Caruso su Facebook: è vero, il passeggero non parlava italiano, il suo inglese era stentato ed era sprovvisto di documenti, ma aveva con sé due biglietti, quello mostrato in un primo momento, non valido per un Frecciarossa, e un secondo, presentato successivamente, idoneo per il treno 9608. La storia raccontata da Caruso era dunque falsa.

Nel frattempo, col passare delle ore, di fronte al proliferare di commenti critici o razzisti, Caruso ha iniziato a restringere la privacy del proprio profilo e successivamente ha rimosso il post. Restano, però, impressi i commenti razzisti, il linciaggio pubblico e la sensazione di una situazione esplosiva sempre più prossima ad accendersi per la benzina gettata irresponsabilmente - bacheche Facebook incluse.

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L’articolo sull’uomo che ha pagato Pamela per fare sesso e gli errori del Corriere

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

I fatti sono noti: il 7 febbraio esce sul Corriere della sera un articolo di Fabrizio Caccia (inviato a Mogliano) sull’uomo che, poco prima che Pamela Mastropietro fosse orribilmente uccisa nei pressi di Macerata (mentre scrivo non sono ancora chiare le cause della sua morte), aveva avuto con la ragazza un rapporto sessuale in cambio di denaro. In poche ore il pezzo suscita sui social media reazioni di rabbia, sconforto, indignazione e un gran numero di critiche anche ben argomentate, a tal punto che due giorni dopo il Corriere decide di eliminarlo. Così, di colpo, senza commenti né scuse per l’errore.

Un errore gravissimo, invece, sul quale una testata giornalistica come il Corriere della sera (che è il quotidiano più venduto in Italia) avrebbe dovuto fare una riflessione pubblica e trasparente, scusandosi con i lettori e le lettrici, facendo autocritica e proponendo una ricostruzione diversa di quanto accaduto alla ragazza prima che fosse barbaramente uccisa. Cerco di spiegare perché l’errore del Corriere è pesante, innanzi tutto dal punto di vista umano ed etico, poi giornalistico e comunicativo.

Primo errore: umano. L’articolo assumeva, dalla prima all’ultima riga, il punto di vista del 45enne «con la tuta rossa e i sandali da francescano», esprimendo per giunta una buona dose di empatia nei suoi confronti, perché faceva ipotesi sulle emozioni che l’uomo poteva aver provato: «chissà che peso grande ha sul cuore», «lo assilla il pensiero…», «gli vengono mille pensieri, mille rimorsi, e anche un po’ di vergogna», «ora non resta che il dolore e nessun piacere». Il protagonista del racconto (il titolo lo definiva «Il personaggio») era descritto come un uomo normale, uno che guarda «Mattino Cinque» in tv, un lavoratore dei campi («si scalda lavorando nel campo attiguo alla casa»), un fratello che va a trovare spesso la sorella. Una persona mite, insomma, che nella sua quotidianità più ordinaria si concede una parentesi di sesso a pagamento su un «materasso nel garage» della sorella, appunto.

Il raccontino quasi lirico del Corriere non problematizzava in alcun modo il fatto che solo un grande distacco emotivo potesse aver permesso a un uomo di mezza età di approfittare sessualmente del disorientamento e della dipendenza da eroina di una ragazza 18enne, appena fuggita da una comunità di recupero. Nessuna preoccupazione, nessuna tenerezza, nessuna comprensione per una giovanissima che avrebbe potuto essere sua figlia? Peggio ancora: l’articolo non alludeva neanche lontanamente allo stato di fragilità e difficoltà della ragazza (facilissimo da immaginare, invece), ma esprimeva empatia solo ed esclusivamente per l’uomo, il che equivale ad aver condiviso, da parte di chi lo ha scritto, la stessa indifferenza del 45enne in questione. Cosa che io trovo – e come me molti in rete – umanamente agghiacciante. Per un'analisi dettagliata di tutte le implicazioni sessiste del pezzo, si veda l'articolo di Marina Terragni.

Secondo errore: etico. Rappresentare come normale il comportamento di questo signore, al punto da esprimere empatia nei suoi confronti, implica – diciamolo senza mezzi termini – giustificare il cliente di un atto di prostituzione. Ora, è vero che in Italia e nel mondo la prostituzione è così diffusa da poter essere considerata «normale». Tuttavia, anche nei paesi in cui è legale come in Italia (illegale da noi è solo il suo favoreggiamento e sfruttamento), la prostituzione è comunque molto discussa dal punto di vista etico, quando comporta violazione della dignità della persona e/o disparità di genere, il che accade in tutte le situazioni in cui a prostituirsi siano donne in condizioni di forte subalternità economica, sociale e/o psicologica. Ora, è il caso che la più diffusa testata giornalistica italiana non problematizzi minimamente una pratica così controversa? Non direi proprio. Soprattutto se consideriamo la condizione in cui era Pamela: senza soldi, senza cellulare (tutto era rimasto in comunità) e senza aver risolto, visto che fuggiva, la dipendenza da eroina. Era in condizione di subalternità economica e psicologica massima, dunque.

Terzo errore: giornalistico. Cancellare un contenuto pubblicato in rete a seguito di critiche numerose e pesanti è un errore che non fa (da anni) nemmeno un/a blogger alle prime armi. Se metti online un testo che viene attaccato dai lettori e dalle lettrici in modo argomentato, allora devi discutere con loro e, laddove necessario o possibile, correggere ciò che hai scritto, ringraziando chi ti ha permesso di migliorare il testo. Nel caso di errori gravi e non emendabili (come quello del Corriere), cambi tutto e chiedi scusa, prometti di non farlo più e, anche stavolta, ringrazi chi ti ha fatto comprendere un errore che avevi commesso in buona fede. Solo così si esce da una crisi a testa alta: nelle discipline della comunicazione e nel marketing questo lavoro di negoziazione con i lettori e le lettrici (che per le aziende sono clienti e per i politici sono elettori) si chiama crisis management, è qualcosa che si studia (o almeno si dovrebbe) all’università, nei master e nei corsi di formazione professionale e che i giornalisti del Corriere dovrebbero conoscere.

Invece niente, il Corriere ha cancellato tutto senza aggiungere una parola né chiedere scusa, il che è un errore giornalistico gravissimo, perché i casi sono due: o non conoscono le regole di base della gestione di crisi, e questo indicherebbe una grande lacuna professionale, o, se le conoscono e hanno deciso di non seguirle, vuol dire che considerano i lettori e le lettrici online come persone delle cui opinioni possono non tener conto, lettori di serie B insomma. L’accaduto, al contrario, dimostra che i lettori online non sono affatto di serie B, anzi: è stata la loro reazione di massa a determinare la cancellazione del pezzo. D’altra parte l’articolo era uscito anche su carta, e di quella che fare? Forse i lettori online e quelli del cartaceo sono vasi non comunicanti? Suvvia. Il Corriere avrebbe dovuto pubblicare un’autocritica e le scuse sia su carta sia in rete, punto. Con tempestività massima.

Ultimo errore: comunicativo. Come dicevo, il crisis management è un settore disciplinare che dovrebbe essere noto e praticato non solo dai giornalisti ma, più ampiamente, da chiunque (azienda, istituzione, organizzazione non profit, leader politico) faccia comunicazione. Se non sai gestire al meglio le crisi che incontri nella tua professione, infatti, rischi di perdere credibilità e reputazione. Ne va della tua immagine, insomma, e ciò può portare a perdite più o meno rilevanti – a breve, medio o lungo termine – in termini di profitto, sostenibilità, lettori, voti, a seconda di chi sei. In questo senso l’errore del Corriere è più ampiamente comunicativo, non solo giornalistico. E data la grave crisi (di vendite e reputazione) in cui versa il giornalismo italiano da anni, su errori come questo dovrebbero meditare tutte le testate giornalistiche, non solo il Corriere.

Solo oggi il Corriere della Sera ha risposto genericamente a due delle tante proteste ricevute. Tutto qui?

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A Macerata 20mila persone, una sola voce: la democrazia non si fa intimidire

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

Lo scorso 3 febbraio, intorno alle 11 del mattino, Luca Traini ha aperto il fuoco contro tutte le persone di pelle nera che ha incontrato mentre a bordo della sua auto percorreva le vie di Macerata. Ne ha ferite 11, alcune in maniera grave, ma l’intenzione era quella di “ucciderli tutti”. Traini, che sostiene di averlo fatto dopo aver sentito in radio gli aggiornamenti sul caso di Pamela Mastropietro, dopo aver sparato una trentina di colpi in diversi punti della città, è stato fermato dalla polizia in piazza della Vittoria, davanti al Monumento ai Caduti: alla vista degli agenti è sceso dalla macchina, ha fatto il saluto romano e si è avvolto nella bandiera tricolore. Un attentato terroristico, di matrice fascista e razzista. Il gesto è stato rivendicato da Traini, che si dice non pentito di quello che ha fatto.

Già il giorno dopo la sparatoria un presidio spontaneo antifascista e antirazzista si è riunito ai giardini Diaz, mentre a una settimana di distanza una grande manifestazione, organizzata dal centro sociale Sisma di Macerata, ha attraversato le strade della città: un corteo “che accoglie e non respinge”, in solidarietà alle vittime dell’attentato di Traini e contro ogni fascismo e razzismo.

Alla manifestazione hanno  partecipato migliaia di persone: stime parlano di quindicimila (trentamila secondo gli organizzatori) provenienti da Macerata e da diverse parti d’Italia. E questo nonostante le polemiche, l’allarmismo e i tentativi di boicottare il corteo.

Pochi giorni dopo l’attentato di Traini, infatti, il sindaco di Macerata, Romano Carancini, del Partito Democratico, aveva chiesto che in città non si tenesse nessuna iniziativa per non turbare la popolazione: «È il tempo della comunità, della nostra comunità (...) Chiedo a tutti di farsi carico del dolore, delle ferite e dello smarrimento della mia città. Si fermino tutte le manifestazioni, si azzeri il rischio di ritrovarsi dentro divisioni o possibili violenze, che non vogliamo, non vogliamo». Il riferimento era in maniera particolare al corteo antifascista di sabato.

Carancini si è appellato «alle donne e agli uomini, in particolare ai giovani, di buona volontà per sospendere spontaneamente ogni pur legittimo desiderio di far sentire la propria voce, in questi giorni difficili e fragili. Io sento forti le responsabilità per la città, per la comunità di cui sono parte e credo che ci sia un tempo per il silenzio e un tempo per manifestare, tutti insieme, a favore della vita, per la nostra Costituzione, per i diritti alla legalità. Questo è il tempo della riflessione e dell’impegno a riprendersi e ritrovarsi, tra noi, verso quello che siamo». Le dichiarazioni del sindaco facevano eco a quella che è stata la reazione del maggiore partito di centrosinistra dopo la sparatoria di Traini: un generale invito ad “abbassare i toni”.

Con una nota, l’Anpi, l’Arci, la Cgil e Libera hanno fatto sapere di accogliere l’invito del sindaco e quindi di “sospendere la manifestazione nazionale del 10 febbraio” (nonostante non figurassero tra gli organizzatori), chiamando “fin d'ora a raccolta tutti i sinceri antifascisti e democratici per una grande manifestazione nazionale unitaria, da realizzare prossimamente”. «La nostra è stata una scelta molto difficile, non è una sospensione definitiva ma solo un rinvio», ha spiegato la presidente nazionale dell’Anpi, Carla Nespolo, a Radio Popolare, aggiungendo che non si tratta «certo un atto di resa o di paura, è un atto di rispetto verso una richiesta di un sindaco di una città molto provata, già provata dal terremoto, che chiede di non fare una manifestazione che potrebbe essere troppo turbante della vita democratica».

Nella stessa giornata in cui veniva diffuso l’appello di Carancini, intanto, al centro di Macerata, presidiato dalle forze dell’ordine, si teneva un comizio del segretario e candidato premier di CasaPound, Simone Di Stefano. Per il giorno seguente era previsto un sit-in di Forza Nuova – poi vietato dal Questore e finito con tafferugli.

La scelta di Anpi, Cgil, Arci e Libera ha ricevuto il plauso del ministro dell’Interno Marco Minniti, che ha ringraziato le organizzazioni «che hanno accolto la richiesta del sindaco di Macerata di sospendere le manifestazioni in questo momento così delicato per la città, che ora ha bisogno di pace e di tranquillità». Minniti ha poi aggiunto di augurarsi che «anche altre organizzazioni che hanno annunciato manifestazioni accolgano l'invito del sindaco di Macerata. Se questo non avverrà, ci penserà il ministro dell'Interno a evitare tali manifestazioni». Anche la Prefettura di Macerata ha emesso un comunicato sulla stessa linea d’onda.

I promotori della manifestazione di sabato hanno ribadito l’intenzione di portare avanti l’iniziativa di sabato mattina, denunciando “la messa al bando di un esercizio democratico fondamentale come quello di manifestare contro un atto terroristico di stampo fascista”. Dall’altro lato, diversi circoli Arci e sezioni dell’Anpi si sono dissociati pubblicamente dalle decisioni dei coordinamenti nazionali, e hanno confermato la loro presenza in piazza, così come la Fiom.

Successivamente l’Anpi, ribadendo la sua non partecipazione ufficiale, ha chiesto alle autorità competenti di “autorizzare la manifestazione” e ha invitato “tutti coloro che vi parteciperanno a far sì che essa si svolga in modo assolutamente pacifico". Hanno comunicato la loro presenza, invece, Potere al Popolo, +Europa ed esponenti di Liberi e Uguali, che hanno definito la scelta di “vietare la possibilità di manifestare” a Macerata “sbagliata e pericolosa”.

Il corteo, dopo una riunione tra le autorità e gli organizzatori, alla fine ha ricevuto il beneplacito definitivo della Prefettura, che ha ravvisato come non ci fossero “ragioni di ordine e sicurezza pubblica per un provvedimento di divieto”.

Il Partito Democratico però ha mantenuto la sua opposizione, di fatto non riconoscendo il corteo e organizzando un'altra manifestazione per il 24 febbraio a Roma. «Quando accadono fatti così gravi il compito di un sindaco è quello di abbassare i toni. E recuperare un clima di tranquillità», ha detto Matteo Renzi. «Se il Sindaco Carancini ha fatto quell’appello, noi stiamo con lui. Nessuno rinuncia alla piazza antifascista, ma se viene fatta a Roma anziché a Macerata, con il consenso dell’Anpi, non ci vedo nulla di male. Eviterei di fare polemica anche su questo».

Il sindaco Carancini ha diffuso dal suo profilo Facebook le precauzioni prese per la giornata di sabato, facendo propria “la preoccupazione di tutte le famiglie”, comunicando la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado e la sospensione del trasporto pubblico.

La manifestazione annunciata per sabato 10 febbraio impone la necessità per il Sindaco e l’Amministrazione di far...

Pubblicato da Romano Carancini su venerdì 9 febbraio 2018

A questi provvedimenti si sono accompagnate ricostruzioni dei media che per giorni hanno raccontato una città blindata, impaurita e paventato il rischio di possibili incidenti, alimentando una tensione che non ha mai avuto ragione di esistere.

Si è parlato anche del ritrovamento di “mazze per gli scontri” in una zona del centro storico, salvo poi specificare che “per le circostanze che hanno portato al ritrovamento e anche per il luogo dove sono state recuperate, sottolineano fonti investigative, le mazze non hanno nulla a che fare con il corteo in programma”.

Nonostante le continue rassicurazioni degli organizzatori che a più riprese hanno spiegato l’intento di «fare una manifestazione pacifica per ribadire i valori dell'antifascismo e dell'antirazzismo», fino alla mattina stessa del corteo il sindaco ha dichiarato di non sentirsi sereno e per questo motivo di non partecipare: «Col cuore oggi sarò in piazza ma, per coerenza, riconfermo che la città ha bisogno di respirare (...) Ad una manifestazione del genere avrebbero partecipato almeno 20 mila dei miei concittadini. Non so quanti andranno oggi. Sono stato accusato di indegnità per aver sostenuto che Macerata non doveva ospitare sfilate e manifestazioni di piazza. La mia posizione non cambia».

Tutti questi appelli a protezione della quiete pubblica e questo allarmismo hanno fatto sì che sabato mattina in centro a Macerata non ci fosse quasi nessuno: le strade erano praticamente deserte – se si fa eccezione per giornalisti e forze dell’ordine – e la maggior parte degli esercizi commerciali chiusi, non solo nei luoghi interessati dal percorso del corteo. Su corso Cavour, la via che sfocia sul monumento ai caduti, dove si è consumato l’ultimo atto della sparatoria di Traini, già dall’ora di pranzo in molti stavano montando delle barriere di vario tipo davanti all’ingresso dei negozi. Alcune vetrine erano state coperte con del semplice cartone, evidentemente inadatto in caso di reale pericolo: Macerata non è una città abituata a grandi manifestazioni o a stare al centro delle cronache, e probabilmente i cittadini hanno semplicemente dato ascolto a chi li ha avvertiti di proteggersi.

Il titolare di un ortofrutta ha serrato la saracinesca con dei pannelli “per tutelarsi”, ma quando gli è stato chiesto da cosa, non ha saputo dare una risposta se non che fosse “meglio farlo”. Alla stessa domanda il proprietario di un negozio di vestiti ha suggerito di “chiederlo al sindaco”, che da giorni dice che c’è da aver paura.

A questa paura alimentata politicamente e mediaticamente la città e la società civile hanno reagito. Il corteo è partito con un’ora di ritardo dai giardini Diaz per il continuo afflusso di gente e di pullman da altre regioni, e in piazza c’erano anche molti maceratesi: qualcuno marciava nel serpentone, altri aspettavano ai lati delle strade o stavano affacciati al balcone.

Manifestazioni analoghe si sono tenute in altre città.

Manifestando in maniera chiara e inequivocabile contro fascismo e razzismo, il corteo di sabato ha fatto diverse cose che in una settimana la politica non è stata in grado di fare. Innanzitutto dare un nome alle cose: quello di sabato scorso è stato un atto terroristico di stampo fascista e razzista. Sembra banale, ma al principale partito italiano di centrosinistra è mancata la capacità di dirlo.

In secondo luogo: creare un argine o perlomeno un’alternativa al discorso costruito dalle destre attorno alla attentato di Traini e alla morte di Pamela Mastropietro, rimasto fino a questo momento praticamente incontrastato.

E, infine, esprimere solidarietà e vicinanza alle vittime della sparatoria, riconsegnando loro dignità di soggetti in questa vicenda.

Per alcuni giorni, infatti, praticamente quasi nessun esponente dell’intero arco politico si è recato a fare visita in ospedale ai feriti. Nessun rappresentante del governo  (nonostante Minniti fosse andato a Macerata la sera stessa dell’attentato di Traini e il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina si fosse recato alla sede locale del PD la mattina dopo) fino a mercoledì, quando è arrivato il ministro della Giustizia Andrea Orlando.

Diversi giornali hanno rilanciato la notizia che in mezzo al corteo sono stati scanditi dei cori inneggianti alle foibe. Per molti questo è diventato il titolo o la prima pagina da dedicare alla manifestazione antifascista e antirazzista di Macerata.

Chiunque sia stato presente sabato pomeriggio sa che questo coro non è attribuibile all'intero corteo.

Ma questo in realtà lo sanno anche i giornali che hanno dato risalto a questa notizia. Repubblica, ad esempio, nonostante la metta nell’occhiello ha specificato nel corpo dell’articolo che “il coro, isolato, non è stato ripreso dal resto dei manifestanti”, così come scritto da diverse agenzie. Altri giornali hanno direttamente tagliato questa parte di testo.

Per questa ragione, focalizzarsi su questo episodio, che va sì stigamtizzato ma a cui va dato giusto peso, è una precisa scelta di campo: si mette in luce un dettaglio di proporzioni minime, mentre si ignora l’esistenza di una parte di società che resiste alla direzione che le vorrebbe imprimere una discussione pubblica sempre più povera, superficiale e violenta.

Distorcere il significato e sminuire l’importanza e la valenza della manifestazione di sabato pomeriggio vuol dire non riconoscere una risposta di partecipazione dal basso che è stata enorme: lo è stata se si guardano i numeri (migliaia di persone in una città che ne conta circa 40 mila, e chi dice che erano “solo centri sociali” sbaglia) e se si considera la volontà degli attivisti di portare avanti il corteo avendo la grande maggioranza del panorama politico e mediatico contro, in un clima di generata tensione a paura. E lo è stata se si tiene conto dello sconcertante dibattito che è seguito all’attentato di Traini, a destra come a sinistra, volto a derubricare, depoliticizzare o andare oltre il più in fretta possibile.

Foto in anteprima di Luca Mengoni

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Non è vero che le fake news rischiano di condizionare il voto, come sostiene La Stampa

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Un nuovo articolo pubblicato ieri da La Stampa arricchisce il filone del pericolo “fake news” sulle elezioni e, quindi, sulle nostre democrazie. “Le fake news rischiano di condizionare il voto: tre italiani su dieci ci credono” titolava il pezzo, facendo riferimento ai risultati di un sondaggio realizzato dall’Osservatorio Findomestic, società di credito al consumo del Gruppo BNP Paribas, in collaborazione con l’azienda di ricerche e analisi sul mercato, Doxa.

Nell’attacco del pezzo, si legge:

A meno di un mese dal voto del 4 marzo, il rischio che le fake news possano influenzare i comportamenti di voto resta molto alto. Un sondaggio realizzato da Doxa per Findomestic svela un aspetto che rischia di neutralizzare gli sforzi per smascherare le bufale che circolano soprattutto in rete. Tre persone su dieci, spiega Doxa, credono a notizie false anche se sono state palesemente certificate come tali.

Andando a leggere il report del sondaggio presentato all’interno dell’Osservatorio mensile di febbraio della società di credito, le cose non stanno in questo modo. Il rilevamento non mette in correlazione credere alle notizie false e come le persone votano (un passaggio questo tutto da dimostrare), ma si limita a registrare che per l’80% degli intervistati le “fake news” sono in grado di influenzare l’opinione pubblica, che il 50% del campione ha creduto ad almeno una bufala nell’ultimo anno e che una buona fetta non ha saputo riconoscere tre notizie rivelatesi non vere: il 30% è convinto che la presidente della Camera Laura Boldrini abbia una sorella che gestisce centinaia di cooperative che offrono assistenza ai migranti, il 63% crede alla notizia della bambina musulmana di 8 anni data in sposa a Padova a un uomo di 35 anni, il 26% che Donald Trump abbia effettivamente dichiarato che la Statua della Libertà incoraggia l’immigrazione.

Come questo possa influenzare i comportamenti di voto dei cittadini è tutto da dimostrare e, come detto, il report del sondaggio non vi fa riferimento. Inoltre, nella descrizione della composizione del campione, non c’è alcuna indicazione dell’orientamento di voto (ci sono solo i dati su fasce d’età, distribuzione territoriale e se laureati o no), come avviene in altri sondaggi e ricerche del genere, per cui non ci sono elementi per capire se chi ha creduto a notizie false siano indecisi o persone già polarizzate e ideologicamente schierate.

Leggi anche >> F**e News: un anno di approfondimento con Valigia Blu

Il titolo dell’articolo de La Stampa, dunque, è falso e la correlazione tra “fake news” e comportamenti di voto dei cittadini, suggerita nell’attacco del pezzo, è indimostrata e arbitraria.

Cosa dice il sondaggio

In collaborazione con Doxa, Findomestic ha sottoposto a un campione di 750 persone un sondaggio per sapere qual è la loro percezione del fenomeno “fake news”, quali media utilizzano per informarsi, se hanno creduto ad alcune notizie false nell’ultimo anno e quali accorgimenti usano per evitare di abboccare.

L’86% degli intervistati via CAWI (acronimo di Computer-Assisted Web Interview, cioè il questionario, pubblicato su internet, è stato compilato in autonomia dagli intervistati senza l’intervento dell’intervistatore) ha dichiarato di aver sentito parlare della questione delle “fake news” e per l’80% di loro si tratta di un fenomeno che può influenzare l’opinione pubblica. E, se per la metà del campione, un maggiore “controllo” (“meglio se a opera di un ente imparziale”, si legge nel report) che certifichi cosa è vero e cosa è falso può essere uno strumento utile a contrastare il dilagare delle notizie false, per il 39% devono essere i cittadini a saper distinguere le informazioni che leggono, senza l’intervento di soggetti terzi.

Nell’ultimo anno, il 50% degli intervistati ha ammesso di aver creduto a una bufala: di questi, il 10% una sola volta, il 27% tra le 2 e le 5 volte, il 13% più di 5.

Inoltre, è stato chiesto al campione di valutare 3 notizie “strane ma vere” e 3 “fake news” circolate negli ultimi mesi “per vedere quanti di loro erano in grado di riconoscere le vere notizie dalle bufale”. Le tre notizie vere (anziano muore e lascia in eredità 1 milione di euro ai suoi cani; negli Emirati Arabi Uniti un uomo ha chiesto il divorzio dopo aver visto per la prima volta la moglie senza trucco; nella provincia cinese di Shanxi è stata inaugurata una grande statua di un cane con le fattezze di Donald Trump) sono state individuate correttamente dal 76% del campione nel primo caso, dal 42% nel secondo e dal 15% nel terzo. Le tre notizie false (la sorella della presidente Laura Boldrini gestisce 340 cooperative che si occupano di assistenza ai migranti; a Padova una bambina mussulmana di 8 anni viene data in sposa a un uomo di 35 anni; Donald Trump ha dichiarato che la Statua della Libertà incoraggia l’immigrazione) sono state indicate come false dal 70% degli intervistati nel primo caso, da appena il 37% nel secondo (notizia diffusa da Il Messaggero e poi rilanciata da diverse testate giornalistiche mainstream) e dal 74% nel terzo.

Il 52% degli intervistati ha dichiarato di fidarsi di una notizia se riconosce la fonte come attendibile, il 44% ha sempre qualche dubbio sulla veridicità di quello che legge, appena il 3% ci crede senza verificare. Il 71% ha affermato di consultare anche altre fonti per verificare la credibilità di una notizia e di valutare in seconda battuta la fonte da cui proviene (67%). Nel 17% dei casi si presta attenzione ai titoli (se sono esagerati o meno) e nel 13% alla formattazione delle notizie, anche se va sottolineato che in diverse occasioni sono stati giornali di carte e testate giornaliste accreditate ad avere diffuso notizie false o contenuti fuorvianti.

Il campione ha, infine, dichiarato di consultare principalmente internet per informarsi (il 55% del campione: il 29% utilizza i siti delle testate giornalistiche, il 18% blog e forum online, l’8% i social network), il 27% la televisione, il 10% i quotidiani di carta.

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A Macerata è stato terrorismo e dobbiamo dirlo

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

La sparatoria di Macerata è stata terrorismo politico di matrice fascista: va riconosciuto e detto, e poi affrontato. Lo è dal background dell'esecutore, Luca Traini - il tatuaggio neonazista sopra l'occhio destro, la rivendicazione col braccio destro teso e la bandiera tricolore, la militanza politica e le testimonianze sulla sua progressiva estremizzazione - e dalla dinamica dell'azione - il proiettile contro la sede del partito democratico, i sei stranieri feriti.

Lo è contestualmente al clima di propaganda diffuso dall'estrema destra che trova cassa di risonanza nei mezzi di informazione - dalle prime pagine di Libero e Il Giornale a trasmissioni giornalisticamente fasulle come Quinta Colonna, fino alla debolezze strutturali del giornalismo, che diffonde nei titoli i virgolettati più beceri, e così ne aumenta la portata - i commenti e le analisi arrivano dopo il boato degli slogan, intanto che questi si moltiplicano nelle condivisioni in rete e assediano il nostro sguardo. Questo clima consiste in quotidiane ondate di immondizia ideologica, in bufale conclamate che cementano di rabbia e paura parte dell'opinione pubblica. Invocazioni di ruspe, gli "Stop Invasione", i "Prima gli italiani", gli "Aiutiamoli a casa loro", gli appelli alla pulizia etnica, l'indicare gli oppositori come a libro paga di Soros o di qualche altro cosiddetto "potere forte", l'equiparazione tra stranieri e potenziali terroristi, la fuffa xenofoba del piano Kalergi, la criminalizzazione delle Ong, l'accusa di "buonismo" per chi parla di diritti umani, gli strumentali attacchi alla Presidente della Camera Laura Boldrini a ogni fatto di cronaca che coinvolge immigrati o persino dopo attentati di matrice islamica. E quelle stesse bocche da odio ora apostrofano come "sciacalli" chi punta il dito contro Salvini & co, nella patetica inversione della realtà che vorrebbe farli passare persino per vittime.

Una retorica denigratoria e violenta che non ammette chi è riconosciuto come diverso o chi dissente e alimenta lo scontro sociale per polarizzare le posizioni, intanto che sono normalizzati messaggi e contenuti politici al limite dell'eversione. Le parole non sono azioni, ma nel discorso pubblico contribuiscono a spostare l'asticella di ciò che è socialmente sanzionabile, forniscono modelli ed esempi, creano frame, rendono plausibile prima il pensare e poi il gridare ciò che, fino a un attimo prima, era una pulsione tra le tante che si agitano nell'animo, fuoco sotto la cenere. Per questo, quando esplode la violenza eversiva, come a Macerata, occorre in primo luogo empatia per le vittime: i sei feriti, chi ha assistito e ha temuto per la propria incolumità, chi, in quella stessa città, ha perso una figlia o un'amica morta in modo atroce, e ha dovuto subire la politicizzazione della sua morte. E occorre respingere con fermezza quei tentativi di disinformazione che passano per dettagli allusivi e privati, non riscontrati ma fatti circolare lo stesso. È il caso dell'intervista audio alla segretaria provinciale della Lega Nord, Maria Letizia Marino, che ha diffuso l'informazione - senza alcun riscontro - secondo cui Traini aveva una storia con una tossicodipendente romana, alludendo alla "povera Pamela" Mastropietro. Derubricando così l'attentato di Macerata all'eroico gesto di un innamorato distrutto dal dolore. La segretaria provinciale è stata rapidamente smentita, una volta che l'Ansa ha sentito la famiglia della ragazza, ma intanto la tossina di parole depistanti è circolata, incontrastata, per qualche ora nell'ecosistema dell'informazione, facendo tutto il male che doveva fare.

Come per Gianluca Cassieri, il militante di estrema destra che nel 2011, a Firenze, uccise due senegalesi e poi si sparò, già si parla del "gesto di un folle". Evidentemente le competenze psichiatriche dei commentatori aumentano allo sbiadire del colore della pelle dell'attentatore.

Macerata. Italia in piena emergenza sicurezza. Oggi una sparatoria, un gesto folle da criminali squilibrati, senza...

Pubblicato da Giorgia Meloni su Sabato 3 febbraio 2018

Questa retorica sortisce un effetto nefasto, perché deresponsabilizza il colpevole e alza una cortina di fumo sul contesto in cui sono avvenuti i fatti. Analogamente ai casi di violenza di genere, dove chi li attua è deresponsabilizzato agli occhi del pubblico attraverso il ricorso al "raptus", alla "gelosia" e alla "passione, negli attentati il beneficio della patologia è concesso ogni qual volta il responsabile non può essere identificato con un gruppo etnico o religioso estraneo alla propria comunità di riferimento. Se è bianco è folle, se è di colore o islamico è un terrorista - anche per Breivik si parlò di "follia". Un problema che non è solo italiano: basti pensare alla copertura da parte dei media americani della strage di Charleston, e alle critiche per la ritrosia nel parlare di terrorismo. O quando, dopo la strage di Orlando, il giornalista e attivista inglese Owen Jones abbandonò lo studio di Sky News perché il presentatore Mark Longhurst si rifiutò di riconoscere la matrice omofoba dell'attentato.

Tornando ai fatti di Macerata, nelle reazioni politiche trova spazio la ritrosia a parlare di fascismo. È il caso Renzi, che su Facebook ha parlato di una persona "squallida e folle", invitando a non strumentalizzare. Parole che fanno il paio con quelle di Maio, che ha invitato a non fare campagna elettorale sull'uccisione di Pamela Mastropietro e i feriti di oggi, dando una lettura politica a somma zero dei due episodi. E del redivivo Berlusconi, che sposa la tesi del "folle gesto" privo di "una lucida connotazione politica". E c'è Salvini che ancora ieri attribuiva all'immigrazione fuori controllo lo scontro sociale - una menzogna, come da copione.

Viene da chiedersi, per chi invita a "non strumentalizzare", cosa debba fare una persona, nel 2018, per essere definita fascista. Forse che il fascismo è un fenomeno politico finché non arrivano gli spari, dopodiché diventa immediatamente un fatto privato o materia per psichiatri? Non è invece la violenza e la sua successiva negazione la strategia per eccellenza con cui i fascismi muovono la corsa vero il potere, finché non si sentono abbastanza protetti da poterla esibire apertamente? Sulla matrice fascista non ha certo dubbi Forza Nuova, che ha in pratica rivendicato ideologicamente l'azione e ha annunciato di voler sostenere le spese legali di Luca Traini. Stranamente l'estrema destra sembra immune agli appelli alla moderazione.

Se c'è strumentalizzazione, questa proviene da chi parla di follia intanto che invoca maggiore sicurezza (Salvini, Meloni), perché da una parte isola il fatto rispetto al tessuto politico e sociale, dall'altra chiede consenso per rafforzare quel tessuto. Se si credesse fino in fondo alla follia come movente, per coerenza si dovrebbe parlare di rafforzare le strutture e l'assistenza psichiatrica, o di rendere più efficaci i controlli per ottenere il porto d'armi. Invece, ancora una volta e senza vergogna, da destra vorrebbero far passare il messaggio che gli extracomunitari, oltre a rubare il lavoro, minano l'equilibrio psichico degli italiani, andando poi impunemente a sbattere contro i proiettili.

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Dissenso comune: la lettera delle attrici italiane contro le molestie sessuali è per ora un’occasione sprecata

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

Centoventiquattro attrici, registe, produttrici e lavoratrici dello spettacolo italiano hanno firmato una lettera-manifesto contro le molestie sessuali. L’appello si chiama “Dissenso comune”, è nato da “due mesi di incontri e confronti tra un gruppo sempre più largo di donne” ed è stato diffuso da Repubblica, per poi essere ripreso su tutti i giornali.

“Questo documento non è solo un atto di solidarietà nei confronti di tutte le attrici che hanno avuto il coraggio di parlare in Italia e che per questo sono state attaccate, vessate, querelate, ma un atto dovuto di testimonianza. Noi vi ringraziamo perché sappiamo che quello che ognuna di voi dice è vero e lo sappiamo perché è successo a tutte noi con modi e forme diverse. Noi vi sosteniamo e sosterremo in futuro voi e quante sceglieranno di raccontare la loro esperienza”, si legge nella lettera.

Le lavoratrici dello spettacolo scrivono che il loro “non è e non sarà mai un discorso moralista. La molestia sessuale non ha niente a che fare con il ‘gioco della seduzione’. Noi conosciamo il nostro piacere, il confine tra desiderio e abuso, libertà e violenza”. Si tratta, invece, di “un fenomeno trasversale”, parte “di un assetto sotto gli occhi di tutti, quello che contempla l’assoluta maggioranza maschile nei luoghi di potere, la differenza di compenso a parità di incarico, la sessualizzazione costante e permanente degli spazi lavorativi”.

Noi non siamo le vittime di questo sistema ma siamo quelle che adesso hanno la forza per smascherarlo e ribaltarlo. Noi non puntiamo il dito solo contro un singolo “molestatore”. Noi contestiamo l’intero sistema. Questo è il tempo in cui noi abbiamo smesso di avere paura.

La lettera è sicuramente un primo passo: era ottobre del 2017 quando in tutto il mondo è scoppiato lo scandalo molestie sessuali in seguito al caso Weinstein, ed è da allora che in Italia si attendeva una presa di posizione da parte del mondo dello spettacolo. Bene che sia arrivata, dunque. Pur apprezzando lo sforzo, però, “Dissenso comune” non è abbastanza. Anzi, è un’occasione sprecata. E questo per diverse ragioni.

La prima è di ordine temporale. Per mesi abbiamo cercato di spiegare come nella denuncia delle molestie il “quando” non sia importante e che il fatto che un episodio sia denunciato dopo 15 minuti, 15 giorni o 15 anni non ne intacchi la serietà (al di là del livello legale). Per lo stesso motivo, la questione temporale su cui voglio soffermarmi non tanto è legata al ritardo di aver parlato dopo quattro mesi dall’inizio dello scandalo, quanto a cosa è successo in questo periodo di tempo.

Negli Stati Uniti è stato uno sconquasso. Da quando le denunce sono iniziate, un centinaio di figure di pubblico rilievo sono state accusate di abusi e molestie sessuali sul luogo di lavoro, con conseguenze anche concrete: produttori, attori, registi, potenti anche di altre industrie che per anni avevano agito nella totale impunità sono stati costretti a fare i conti con il fatto che certi comportamenti non sono più tollerati. Nel frattempo, il movimento #metoo si è espanso a macchia d’olio, tanto da essere nominato persona dell’anno dalla rivista TIME. Successivamente è arrivata la campagna "Time’s up", lanciata alla serata di Golden Globe da decine di attrici vestite di nero in segno di protesta: si vuole fare ancora un altro passo, attraverso un fondo di difesa legale e pressioni per lavorare a livello legislativo. Anche in altri paesi #metoo si è diffuso.

In Italia non c’è stata nessuna presa di posizione forte collettiva o individuale a partire da quanto stava accadendo a Hollywood. Per quattro mesi nessuno ha sentito il bisogno di usare la cassa di risonanza della propria notorietà per dire “è vero, succede a tutte e succede anche qui”. È un problema che ovviamente non riguarda solo il cinema: la discussione sulle molestie sessuali non è mai decollata nel nostro paese neanche nel mondo dei media, dell’arte o della tecnologia, laddove anche in questi ambiti altrove sono fioccate accuse. Però tutto questo processo è partito dalla denuncia di attrici, dipendenti e collaboratrici dello spettacolo che hanno parlato contro un grosso produttore di Hollywood, prendendosi gli onori e – più spesso – gli oneri di questa scelta. Per questo motivo anche qui lo sguardo è stato puntato su quell’industria in particolare.

In questi quattro mesi, comunque, di cose ne sono successe anche in Italia. Nel nostro paese si è parlato molto del caso Weinstein perché la prima persona a decidere di esporsi con nome e cognome contro l’ex presidente Miramax è stata Asia Argento. L’attrice è stata bersaglio di critiche, insulti, editoriali volgari, veri e propri processi mediatici per alcune settimane. Non una parola è stata detta in suo supporto dalle colleghe.

Attrici e lavoratrici del cinema si sono invece pronunciate in sostegno di Giuseppe Tornatore, accusato da Miriana Trevisan – la cui versione è stata immediatamente messa in dubbio – di averle messo le mani addosso durante un incontro avvenuto venti anni fa, e di Fausto Brizzi. Quest’ultimo era stato oggetto di diverse denunce da parte di giovani attrici, che avevano raccontato a Dino Giarrusso de Le Iene di essere state molestate sessualmente dal regista. Brizzi è stato difeso a spada tratta da collaboratori e attrici – ad esempio Nancy Brilli, Claudia Gerini o Cristiana Capotondi, che pure è tra le firmatarie di “Dissenso Comune” – mentre sulle ragazze che avevano parlato si è abbattuta una tempesta di accuse, insinuazioni e discredito, senza che nessuna collega dicesse nulla.

La lettera di “Dissenso comune” così com’è scritta, dunque, sarebbe andata bene forse tre mesi fa: il periodo in cui il mondo dello spettacolo italiano è rimasto in silenzio non è stato solo lungo, ma denso, decisivo, a tratti doloroso, sfiancante.

La seconda ragione per cui l’appello delle 124 donne italiane non può bastare è che è una lettera monca di una parte fondamentale. Nel ringraziare ed esprimere solidarietà e sostegno verso “tutte le attrici che hanno avuto il coraggio di parlare in Italia” sono proprio queste ultime a mancare: non si fa cenno esplicito ad Asia Argento, a Miriana Trevisan o alle donne che hanno accusato Fausto Brizzi. È una solidarietà astratta, che non raggiunge – neanche tardivamente – coloro che si sono esposte.

In un’intervista al Fatto Quotidiano Asia Argento ha raccontato di essere stata contattata tempo fa dall’attrice Jasmine Trinca, che l’aveva informata che insieme ad altre stavano stilando la lettera. «Quando mi hanno chiamata avevano già buttato giù una prima stesura dell’appello senza neanche consultarmi», ha spiegato, precisando che il testo era «ancora più vago» e «non venivano nominate le attrici italiane che hanno denunciato». Argento ha detto di essere stata messa in una chat di gruppo, e di aver chiesto che tra le partecipanti venisse inserita anche Miriana Trevisan. «Non l’hanno contattata fino a un paio di giorni fa, forse non la reputavano all’altezza. Io e Miriana abbiamo aperto questa porta e ci siamo beccate delle bastonate», ha aggiunto.

L’attrice ha dunque espresso il suo dissenso «per una cosa troppo annacquata», chiedendo alle firmatarie «di specificare i nostri nomi».

Nell’intervista Argento ha anche ricordato di non aver «mai ricevuto un sms di sostegno» da parte delle firmatarie: «Capisco che magari si vergognavano a parlare con i giornali e le televisioni, ma almeno privatamente avrebbero potuto dimostrare solidarietà. Invece è stato silenzio assoluto. Un silenzio assordante».

Infine, “Dissenso Comune” è insufficiente perché nella dichiarata volontà di non ridurre la questione molestie a qualche caso specifico ma di affrontarla come questione sistemica, si adagia su una vaghezza che vanifica qualsiasi intento politico. Le firmatarie dicono di non voler puntare “il dito contro un singolo ‘molestatore’”, di non essere interessate alla “gogna mediatica”.

Che quella delle molestie sessuali sia una questione fortemente legata a un sistema di potere è fuor di dubbio. Quello che è altrettanto pacifico, però, è che se negli Stati Uniti sono "saltate delle teste" ed è iniziata una seria riflessione è stato perché qualcuno ha deciso di denunciare il caso concreto, di fare nomi e cognomi. Se non ci fossero state le silence breaker, nessuna azienda avrebbe iniziato indagini interne, nessun giornalista avrebbe lavorato a queste storie, nessun caso sarebbe finito in tribunale. E, probabilmente, non saremmo qui dopo quattro mesi a parlarne. Il sistema è animato da persone, braccia, gambe. Se non si "colpiscono" quelle, è difficile che si senta anche solo lontanamente sotto attacco.

Intervistata da Vanity Fair, Cristina Comenicini, una delle firmatarie di “Dissenso Comune”, ha ribadito che la scelta «di ignorare i casi singoli» è stata fatta «per guardare il disegno nel suo complesso. Abbiamo scelto di non fare nomi, per denunciare l’intero sistema. Abbiamo scelto di fare un passo indietro, per farne uno in avanti». La lettera, ha aggiunto, «è un documento politico, di analisi di un sistema intero. Non volevamo perderci in querelle, in gossip che lasciano il tempo che trovano».

Derubricare le denunce o il riferimento a casi concreti come “gossip”, però, depotenzia ulteriormente il messaggio che la lettera vorrebbe far passare. Il gossip, semmai, è quello che già succede da tempo: nomi che circolano in corridoi, chat private e camerini.

Giulio Cavalli ha scritto su Left che sarebbe stato bellissimo se le firmatarie avessero avuto “il coraggio di ammettere di avere paura”: “Scrivere nero su bianco che fare i nomi costa. C’è più forza nell’ammettere la paura che nel proclamarsi paladine di una battaglia che nasce già piuttosto spuntata”.

Fare i nomi non è un obbligo, come non lo è a prendersi il rischio di esporsi (specialmente dopo quello che abbiamo visto in questi quattro mesi). Ma qual è il senso politico di un appello generico contro “il sistema” se neanche si appoggiano esplicitamente le denunce di coloro che il rischio se lo sono preso? La speranza è che sia davvero solo un primo passo, la paura è che possa essere l’unico, fuori fuoco e tardivo.

“Facciamo finta che non siano passati quattro mesi. Che abbiamo appena cominciato. Che una battaglia che durerà anni stia ancora contando i suoi soldati”, ha scritto su Facebook Giulia Blasi, che in Italia è stata fra coloro che hanno lanciato #quellavoltache. “Dite di voler cambiare il sistema. Come volete farlo? Da dove intendete cominciare? Come possiamo aiutarvi?”

I nostri articoli a partire dal caso Weinstein:

Hollywood e lo scandalo Weinstein: lo scoop che i media per anni non hanno pubblicato

Molestie sul lavoro: perché in Italia un caso “Weinstein” non c’è e non ci sarà

Violenze e denunce: dopo Hollywood travolto il mondo dei media

Molestie sessuali: è importante continuare a parlarne

Scandalo Weinstein: ex spie e giornalisti pagati dal produttore per fermare le inchieste

Molestie sessuali: i commenti e il dialogo con i nostri lettori su Facebook

Molestie sessuali: un sistema che crolla e le accuse alle vittime

Molestie sessuali: nel silenzio assordante politico-mediatico, noi continuiamo a parlarne

Molestie sessuali e movimento #metoo: dalla copertina del Time all’intervista sconcertante al comico Brignano

Molestie: il trattamento ad Asia Argento, l’intervista a Brignano, cosa è violenza. La discussione su Valigia Blu

Molestie sessuali: nuove denunce, casi controversi e critiche. Il movimento #metoo sotto attacco

Foto in anteprima via Ansa

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I cambiamenti di Facebook, le lamentele degli editori e le nostre libertà

[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

di George Brock* – Docente di giornalismo alla City University di Londra

I due annunci di Facebook riguardo il suo ‘news feed’ – che diminuirebbe la priorità delle notizie e consentirebbe agli utenti di classificare la qualità dei media – hanno innescato una straordinaria ondata di autocommiserazione da parte dei media. Data la portata di Facebook (2 miliardi di utenti) e la mole di pubblicità che ha sottratto ai media, questo non sorprende. Ma gran parte di questa indignazione è miope. Ecco allora qualche consiglio alle redazioni e a chi le gestisce.

1. Non dite che non eravate stati avvertiti. Facebook non ha mai garantito, per quanto mi risulta, nessun flusso di entrate particolari a nessun editore, o che non avrebbero cambiato la sua politica e i suoi algoritmi. Quando gli Instant Articles entrarono in scena, molte voci sagge dissero agli editori “Provateli, ma non fateci affidamento. Mai”. Non fingete di non aver sentito questo consiglio.

2. Ma l'imprevedibilità è adesso la più grande minaccia di Facebook per i media. Invece di cercare di provare a costringere Facebook a restituire del denaro che pensate che dovrebbe essere destinato a voi, provate a fare qualcosa con maggiori probabilità di successo. Se Facebook vuole essere gentile con i media (e almeno una parte della compagnia sembra volerlo), fategli capire che un avviso preventivo delle decisioni che influenzeranno le entrate dei gruppi editoriali sarebbe sensato.

3. Attenti agli accordi privati con le piattaforme. Requisiti di trasparenza più ampi e più approfonditi per le piattaforme (quasi certamente imposti dalla legge) sono la chiave per dare un senso e risolvere la sfilza di problemi riguardanti disinformazione, manipolazione elettorale e altre arti oscure a cui Facebook si è prestato, sia volontariamente che inconsapevolmente. Il rapporto tra un cittadino e i propri dispositivi sarà centrale per le democrazie del ventunesimo secolo. Il modo in cui veniamo a conoscenza di ciò che sappiamo (e di cui possiamo fidarci) è un problema che va oltre l'agonia commerciale dei media. Facebook è prima di tutto una gigantesca macchina pubblicitaria, ma ora è anche una macchina “sociale”. O una macchina politica, se preferiamo. La politica riguarda il modo in cui il potere è distribuito all’interno di una società. I dispositivi che utilizziamo per connetterci e raccogliere dati giocano un ruolo sempre più grande in quella distribuzione di potere. E a proposito di potere: provate ad aiutare Mark Zuckerberg a parlare del potere di Facebook. Quella parola non viene mai fuori nelle sue blande divagazioni su "comunità" e "connessione".

4. Scordatevi qualsiasi idea che le piattaforme possano essere costrette a pagare per sostenere i media tradizionali. Rupert Murdoch ha approfittato questa settimana del trambusto di Facebook per suggerire che le piattaforme online dovrebbero pagare gli editori di notizie per i loro contenuti allo stesso modo in cui le TV via cavo pagano i creatori dei programmi per i diritti di trasmissione. Murdoch dovrebbe mandare chiunque abbia abbozzato quella dichiarazione a occuparsi di qualcosa di oscuro in Tasmania: il parallelo è un'assurdità. Le compagnie via cavo non hanno nulla da vendere ai consumatori se non hanno contenuti. I social network vendono spazi pubblicitari sfruttando gli effetti della connessione tra amici. Non hanno bisogno di notizie. Dato che le notizie non hanno mai rappresentato più di una bassa percentuale delle attività totali di Facebook e che sono sfociate in una mare di controversie, posso facilmente immaginare i suoi dirigenti sostenere che andrebbero lasciate perdere per sempre.

5. Ma non è possibile. Facebook adesso non può evitare di essere coinvolto con le notizie. Quindi le persone che a Menlo Park sognano un social network senza notizie saranno deluse. Facebook è semplicemente troppo grande e troppo utilizzato per poter aggirare i dilemmi legati alle notizie e alle forti tensioni ed emozioni che provoca. Facebook fa parte dell'infrastruttura della libertà di parola. Punto.

6. Seppelliamo il termine ‘fake news’. Ad esempio, i portavoce del governo britannico questa settimana hanno annunciato due iniziative per "combattere" (come piace scrivere ai titolisti) le ‘fake news’. Una di queste riguardava in realtà una nuova unità per rilevare la disinformazione diffusa dagli Stati, una cosa completamente diversa. Pur tenendo conto del fatto che l'attuale Governo (conservatore) è in fase di lento declino terminale, è chiaro che chi ha scritto quegli annunci non avesse idea di cosa stesse dicendo. A parte il problema di definire le notizie che il governo non apprezza come “fake”, questa sorta di riflesso istintivo rischia di capovolgere lunghe tradizioni di protezione della libertà di espressione. Un professore di intelligenza artificiale, dal nome emblematico Yorick Wilks, ha centrato la questione: “Qualcuno a Westminster ha perso completamente il senso di cosa sia una società libera se pensa che il Governo debba interferire nel determinare ciò che è vero e ciò che è falso online”. Un semplice test per valutare le politiche sulla disinformazione: è un rimedio preciso per un danno specifico?

7. Tutti - giornalisti ed editori inclusi - hanno il dovere di aiutare Facebook ad affrontare le questioni filosofiche, politiche e morali che ha di fronte. Trattare le piattaforme come se fossero semplici mezzi tecnici di trasmissione aperti allo sfruttamento da parte di attori cattivi è esattamente ciò che Facebook, Google e Twitter hanno iniziato (a velocità diverse) a riconoscere di non essere. Colpire Facebook e gongolare davanti alle sue difficoltà non lo farà scomparire. Simili questioni su diritti in collisione (es. libertà d’espressione vs privacy vs diritto alla conoscenza) hanno dato per secoli emicranie agli editori e ai legislatori. Paesi simili tra loro, in Europa per esempio, adottano approcci radicalmente diversi basati su storia, cultura ed esperienza. Esempio: l'approccio contrastante ai diritti alla privacy tra Spagna o Francia e Scandinavia.

8. Continuate a ripetere: le news non sono belle. Il problema difficile di Facebook è la tensione tra il suo modello di business e il valore di interesse pubblico delle notizie. Il modello di business si basa sull'interazione tra gli utenti e il tempo trascorso sul social (che Mark Zuckerberg ora vuole che sia "tempo ben speso"). Ciò dà priorità alle emozioni e alla "condivisibilità". L’indignazione e lo sdegno diventano facilmente virali. Le notizie pubblicate e distribuite nell'interesse pubblico fanno probabilmente appello più alla ragione che all'emozione. Possono essere spiacevoli, complicate. Peggio ancora (dal punto di vista di Facebook) le news potrebbero essere meglio veicolate da persone più competenti di altre e perciò svilire il concetto che sui social tutti sanno tutto. L’informazione potrebbe costringerci ad apprendere ciò che preferiremmo non sapere. Niente di tutto ciò si allinea facilmente con "community" o "connessione", che sono così importanti per Facebook. Problema complicato, ma non insolubile.

9. Due cose che potete ripetere a Facebook tutte le volte che volete: sii trasparente e accetta i consigli. Il social network sta conducendo ogni tipo di ricerca (effetti psicologici sui social media, rischi di manipolazione, ecc.); condivide a mala pena pochi dettagli. Mi stupisce che né Facebook né Twitter abbiano mai creato gruppi di consulenza di esperti indipendenti che li consiglino su problemi di interesse pubblico (lo ha fatto Google, con buoni risultati). Ancora meglio, cercate di convincere Facebook a unire trasparenza e consigli. A permettere a esperti e studiosi esterni all'azienda di essere coinvolti nella ricerca, consentendo loro di parlare e scrivere a riguardo. Se questi temi sono davvero i test con cui Facebook vuole determinare la qualità delle notizie, hanno bisogno di aiuto per rafforzarli. (Qui, un interessante lavoro accademico su questo argomento della studiosa olandese Natali Helberger).

10. Infine, smettete di trattare il futuro dei media di notizie come se fosse un gioco a somma zero tra il giornalismo da una parte e le piattaforme dall’altra. I cittadini non vedono chiaramente la distinzione (anche se i media mainstream sono ritenuti più affidabili). Quello di cui tutti - utenti, piattaforme, mezzi di comunicazione - devono preoccuparsi è come distinguere ciò che è affidabile da ciò che non lo è,  e come verificare. Nuovi problemi, come la sempre più facile falsificazione del video, sorgono continuamente. Risolvere quel tipo di cose richiederà cooperazione.

Articolo pubblicato su georgebrock.net il 25 gennaio 2018

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