La Chiesa, le tasse e la protesta informata

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Faccio subito una premessa: non sono cattolica e a mio modesto avviso Dio non esiste. Quello che mi interessa è capire.

In questi giorni di indignazione continua in Rete (indignazione legittima, per carità, ma su alcuni meccanismi mi piacerebbe fare una riflessione), dopo auto blu, pensioni d’oro, menù del Senato, è arrivato il momento della Chiesa. Grande mobilitazione, la pagina facebook Vaticano pagaci tu la manovra (qui ne parla Dino Amenduni sul Fatto Quotidiano) che raggiunge 100mila iscritti in due giorni in un curioso corto circuito (e anche questo tema merita una riflessione, che prima o poi mi piacerebbe fare) tra old e new media fino al lancio dell’improbabile evento, sempre su facebook, No Vaticano Day.

Più o meno la sintesi delle critiche che ho letto in giro su facebook è questa: siamo in crisi, basta privilegi alla Chiesa; la Chiesa deve smettere di non pagare l’ICI, di fare concorrenza sleale con i suoi alberghi a 5 stelle e di truffare lo Stato mettendo una semplice cappellina all’interno di strutture dedite ad'attività commerciale e con questo trucchetto accedere alle esenzioni. E poi basta 8x1000 con cui si regalano i soldi degli italiani al Vaticano.

Mi sono chiesta: ma le cose come stanno? A mio avviso, ogni protesta non può che essere informata e la fase centrale dell'informazione è fondamentale. Questo, dunque, è un esercizio di metodo, entrando nel merito. Mi sono documentata e questo è quello che ho capito per esempio sull’esenzione ICI. Per la questione 8x1000 vi consiglio la pagina di wikipedia che ho trovato molto ben fatta.

(ATTENZIONE: Post lungo :D)

Storia di una esenzione

L’ICI, ossia l’Imposta Comunale sugli Immobili, risale al 1992 e da subito sono state previste esenzioni che non riguardano solo la Chiesa cattolica, come si potrebbe pensare, ma tutti gli immobili utilizzati da un “ente non commerciale” e destinati “esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive”. Questo per agevolare soggetti no profit che svolgono attività sociale. Quindi: il proprietario deve essere un ente non commerciale (non ci devono essere utili da distribuire, per intenderci) e quello che guadagna lo deve utilizzare per le attività che svolge. Infine l’immobile deve essere utilizzato solo per le attività descritte.

Nel 2004 la Corte di Cassazione si pronuncia (sentenza 8 marzo 2004, n. 4645 della Corte di Cassazione - Sezione Tributaria Civile: "Il beneficio dell'esenzione dall'ICI non spetta in relazione agli immobili, appartenenti ad un ente ecclesiastico, che siano destinati allo svolgimento di attività oggettivamente commerciali") su un contenzioso che riguarda un immobile di un istituto religioso destinato a casa di cura e pensionato per studentesse. E così aggiunge una nuova interpretazione alla legge: non basta più che l’ente sia no profit (guadagna senza utile ma reinvestendo nell’attività stessa) ma per avere diritto all’esenzione non deve svolgere alcuna attività commerciale. Questo ovviamente per il no profit, che può prevedere corrispettivi per l’attività svolte a copertura dei costi e non per finalità di lucro, diventa un problema. Quindi per tutto il no profit, non solo per la Chiesa.

Nel 2005 lo Stato allora interviene con una prima interpretazione autentica (art. 7 del decreto legge n. 203/2005, governo Berlusconi) ripristinando di fatto l’impostazione originaria della legge. Questa impostazione viene impugnata di fronte alla Commissione europea e denunciata come “aiuto di stato”: gli enti non commerciali che svolgono quelle attività socialmente rilevanti sono comunque da considerare “imprese” a tutti gli effetti, e dunque l’esenzione costituirebbe una distorsione della concorrenza nei confronti dei soggetti (società e imprenditori) che svolgono le stesse attività con fine di lucro soggettivo.

A questo punto lo Stato interviene di nuovo con una seconda interpretazione autentica (art. 39 del D.L. n. 223/2006, governo Prodi), precisando che l’esenzione deve intendersi applicabile se l’attività è esercitata in maniera “non esclusivamente commerciale”. Contemporaneamente presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze è stata istituita una commissione con il compito di individuare le modalità di esercizio delle attività che, escludendo una loro connotazione commerciale e lucrativa, consentano di identificare gli elementi della “non esclusiva commercialità”.

In seguito a questa seconda interpretazione autentica e all’istituzione della commissione, l’UE ha archiviato il caso per ben due volte, nel 2008 e nel 2010.A quel punto i radicali, come si legge in questo articolo di Lettera 43, hanno chiamato in causa direttamente la Corte di giustizia europea di Lussemburgo. Il nuovo Commissiario alla concorrenza Joaquin Alumnia ha deciso di riaprire il fascicolo perché «non si può escludere che le misure costituiscano un aiuto di Stato». Entro 18 mesi (a partire dal 10 ottobre 2010) Bruxelles dovrà decidere se assolvere o condannare l'Italia con multa ed eventualmente porre fine ai privilegi e disporre il rimborso all'erario delle tasse non pagate in cinque anni dagli enti ecclesiastici.

La cosa meravigliosa, in tutto questo, è che il Governo Berlusconi, come si legge su Repubblica, ha infilato nel decreto sul federalismo fiscale municipale approvato il 4 agosto 2010 un comma - mai pubblicizzato - all’articolo 5 che introduce l’imposta unica municipale, che comporterebbe in sostanza, a partire dal 2014, l’annullamento dell’esenzione ICI per la Chiesa per quanto riguarda ospedali, scuole e alberghi (non rientrano dunque i fabbricati per l’esercizio del culto e quelli della Santa Sede previsti dal Concordato).

Questo però è un punto controverso: pare che la versione finale del federalismo fiscale abbia riportato tutto al punto di partenza (non sono riuscita a trovare però un documento ufficiale a riguardo. Se lo trovate voi segnalatemelo. Udpate: l'ho trovato su lavoce.info. Grazie a zetavu per la segnalazione).

Non solo Vaticano 

Chi usufruisce dell’esenzione ICI dunque? Associazioni, fondazioni, comitati, onlus, organizzazioni di volontariato, organizzazioni non governative, associazioni sportive dilettantistiche, circoli culturali, sindacati, partiti politici, enti religiosi di tutte le confessioni: Il mondo del no profit, in sostanza, per cui anche gli enti pubblici sono enti non commerciali. Fondazioni, partiti politici, sindacati, enti pubblici...

A quanto ammonta questo patrimonio immobiliare che usufruisce dell’esenzione ICI?

Per quanto riguarda il Vaticano (sarebbe più corretto dire Chiesa, come mi fa notare Francesco Banfi su facebook) comunque si parla di circa 100mila immobili, di questi 9 mila sono scuole, 26 mila strutture ecclesiastiche e quasi 5 mila strutture sanitarie. Per l'agenzia delle entrate significa un potenziale introito di due miliardi di euro all'anno. (fonte Lettera 43)

Aggiornamento (9/12/2011): La CGIL precisadi pagare l'ICI.

Su twitter scambio fra me e @francobechis in merito alla precisazione della CGIL, il vicedirettore di Libero mi dice: "La CGIL mostrasse i bilanci consolidati, la nota patrimoniale, l'elenco degli immobili posseduti e le ricevute ici di ognuno". Io rispondo che allora lo deve fare anche la Chiesa. IntervieneMarco Castelnuovo (@chedisagio) de La Stampa: "Esatto tutti quanti. La Chiesa, i sindacati e chi gode di benefici. Avanti, fuori le carte".Una puntualizzazione e qualche mito da sfatare 

Non tutti gli immobili di proprietà degli enti non commerciali sono esenti: lo sono solo se destinati alle attività indicata dalla legge. In tutti gli altri casi pagano, inclusa la Chiesa, regolarmente l’imposta: è il caso degli immobili destinati a librerie, ristoranti, hotel, negozi, così come delle case date in affitto. Se non la pagano, vanno denunciati.

Quindi non è vero che per gli alberghi la Chiesa non paga l’ICI, la paga perché quell’attività non rientra nelle attività specificate dalla legge. E non è vero che basta una piccola cappella all’interno di un hotel di proprietà di religiosi per rendere l’intero immobile esente dall’ICI, come trucchetto per rientrare in ogni caso nella clausola dell’attività di natura “non esclusivamente commerciale”. Trucchetto che comunque non reggerebbe visto che per ottenere l’esenzione l’intero immobile deve essere destinato a una delle attività indicate e considerato che l’attività alberghiera non è tra queste, l’intero immobile, cappellina inclusa, dovrebbe essere assoggettato all’imposta.

Ultime tre cose prima di chiudere

1) La pagina Vaticano pagaci tu la manovra secondo me non è nata dal basso: è anche questa una pagina ben strutturata di marketing politico (devo dire che ho apprezzato moltissimo le netiquette che invitano gli iscritti a rispettare le regole della civile conversazione). Embè, direte voi, chi se ne frega. L’importante è la mobilitazione etc. etc.
A me, da osservatrice e da appassionata di informazione e di rete, interessa molto, invece, riflettere su queste dinamiche che investono la psicologia della massa in rete e il rapporto old-new media. Perché una delle tecniche utilizzate è quella di “creare” la notizia di mobilitazioni nate dal basso su facebook per ottenere spazi di visibilità sui giornali e sulle tv (media main stream), visibilità che in altro modo non si riuscirebbe ad ottenere, nonostante la validità dei temi trattati. Varrebbe la pena affrontare pubblicamente queste problematiche.

2) Scrivendo questo post ho trovato un articolo del Sole 24 Ore del 2007 sul turismo religioso. Mi sembra un dato interessante da segnalare. "In Italia il settore cresce di oltre il 20% quest'anno e genera annualmente un giro d'affari intorno ai 5 miliardi di euro, muove oltre 40 milioni di persone e fa registrare 19 milioni di pernottamenti, secondo una indagine Trademark. E la Chiesa cattolica svolge un ruolo chiave, con il 70% dei beni culturali esistenti, 30mila edifici religiosi di valore artistico, 700 musei diocesani e 2.200 tra santuari, monasteri e conventi che in gran parte offrono ospitalità".

3) A proposito di soldi che si possono recuperare e dove, riporto un brano tratto dal libro Soldi rubati di Nunzia Penelope: "I soldi fanno girare il mondo, ma se girano dalla parte sbagliata finisce che il mondo si ferma. E quello che sta accadendo all’economia italiana. Appesantita dalla crisi, certo, ma soprattutto da un tasso d’illegalità che non ha pari nel mondo occidentale...
Partiamo da tre numeri base: ogni anno in Italia abbiamo 120 miliardi di evasione fiscale, 60 miliardi di corruzione, e 350 miliardi di economia sommersa, pari ormai a quasi il 20 per cento della ricchezza nazionale. Ma varrebbe la pena di aggiungere gli oltre 500 miliardi nascosti da proprietari italiani nei paradisi fiscali e su cui non si pagano tasse. Sessanta miliardi di corruzione e 120 di evasione fanno 180 miliardi l’anno. In 10 anni sarebbero 1800 miliardi: esattamente quanto l’intero stock del debito pubblico. Si potrebbe azzerarlo e vivere felici."


A commento di questo passo cito uno spunto del giornalista e blogger Fabio Chiusi, un suo post su facebook dove ha scritto: "Vorrei vivere in un Paese dove 40 mila persone si iscrivono in poche ore a un gruppo contro la legge sul biotestamento, prima che sui privilegi del Vaticano". Anche io vorrei vivere in un Paese dove qualcuno apre la pagina “Evasione fiscale, corruzione, economia sommersa. Adesso basta!”, si iscrivono 800mila persone in 5 minuti. Edizioni straordinarie dei Tg. Il giorno dopo convocazione del Parlamento e la firma di Napolitano sui decreti urgentissimi per combattere evasione, corruzione, sommerso in meno di 24 ore.

Vogliamo togliere l'esenzione ICI e eliminare o dimezzare l'8x1000? Giustissimo, perfetto. Ma per quanto mi riguarda voglio sapere di cosa stiamo parlando. Avendo a mia disposizione un quadro quanto più possibile completo della questione.

Consigli di lettura:

P.S. Chris Potter mi fa notare che anche in altri paesi, come la Gran Bretagna, le attività no-profit (incluse le attività religiose) usufruiscono dell'esenzione dalle tasse. Qui il link di riferimento.

Arianna Ciccone (hanno collaborato Matteo Pascoletti e Angelo Romano)
@valigia blu - riproduzione consigliata

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L’Onu non ha detto che formaggi e prosciutti italiani sono “come il fumo” e vanno tassati

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Onu, agroalimentare italiano sotto accusa: «Olio e Grana come il fumo»

Quello che avete appena letto è il titolo di un articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore il 17 luglio. Il pezzo si apre poi con una denuncia:

Il Parmigiano reggiano, il Prosciutto di Parma, ma anche la pizza, il vino e l’olio d’oliva. Tutti rischiano di fare la fine delle sigarette: tassati, e con tanto di immagini raccapriccianti sulle confezioni per ricordare che «nuocciono gravemente alla salute».

Il quotidiano economico non è però il solo a riportare questa "notizia". Anche Il Giornale titola:

"Il parmigiano come il fumo". L'assurda crociata dell'Oms che penalizza il made in Italy

Anche secondo Il Corriere della Sera, che cita il Sole 24 Ore, il parmigiano sarebbe «nel mirino» dell'Onu.

Di fronte a questi titoli, il lettore non può che trarre una conclusione: l'Onu, attraverso l'Organizzazione Mondiale della Sanità, ha deciso davvero di dichiarare guerra ad alcuni prodotti italiani. Non solo. Da qualche parte, in qualche circostanza, l'Onu avrebbe detto che questi prodotti sono «come il fumo». La similitudine «come il fumo», che Il Sole 24 ore attribuisce all'Onu nel virgolettato riportato nel titolo, è infatti ambigua. Sembra quasi che l'Onu abbia detto che il parmigiano è dannoso tanto quanto il fumo. TGcom24 infatti titola proprio così:

"Il Parmigiano fa male come le sigarette"

La "notizia" che, secondo l'Onu, il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano, il Prosciutto di Parma e altri prodotti italiani andrebbero tassati ed etichettati con immagini raccapriccianti e che addirittura, secondo la stessa Onu, il formaggio farebbe male come le sigarette, ha ovviamente generato scalpore, proteste, polemiche.

Matteo Salvini è intervenuto subito sulla vicenda, affidando il proprio sdegno a un tweet:

Cosa (non) ha detto l'Oms

È bene chiarirlo subito: l'Onu e l'Oms non hanno mai detto né scritto che il Parmigiano, il Grana, il Prosciutto di Parma, l'olio, la pizza, o qualsiasi altro prodotto italiano, siano dannosi come il fumo, come affermato da Salvini e da alcuni media. Non ha neanche sostenuto che questi prodotti debbano essere etichettati come lo sono i pacchetti di sigarette, cioè con immagini raccapriccianti. In verità non hanno proprio parlato di formaggi e prosciutti italiani, né di olio né di pizza. Può sembrare esagerato affermare che si tratta di una completa invenzione. Eppure, di fatto, è così.

Il Sole 24 Ore attribuisce all'Oms dichiarazioni, prese di posizione, intenzioni, senza citare e riportare un solo riferimento, una fonte, un link. Nulla. Ma allora da dove prende spunto l'articolo che ha generato la polemica?

Quello che in realtà è successo è che l'Oms, lo scorso giugno, ha pubblicato un rapporto intitolato Time to deliver: report of the WHO Independent High-Level Commission on Noncommunicable Disesaes. Il documento, frutto del lavoro di una commissione istituita nell'ottobre del 2017, affronta il tema delle "malattie non comunicabili" e delle politiche da adottare per il contrasto a queste patologie.

Le "malattie non comunicabili" (NCDs) sono quelle malattie che hanno in comune il fatto di non essere trasmissibili da persona a persona. In questa categoria vengono comprese numerose patologie, come ad esempio quelle cardiovascolari, tumori, malattie croniche respiratorie, il diabete. Secondo i dati dell'Oms, le NCDs sono responsabili della morte, ogni anno, di 41 milioni di persone nel mondo. Il 71% di tutte le morti. Molte di queste malattie sono causate da una combinazione di fattori: genetici, ambientali, comportamentali (come gli stili di vita, anche alimentari). Uno degli obiettivi dell'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è la riduzione di un terzo delle morti premature causate dalle NCDs, attraverso il trattamento e la prevenzione.

Come spiega il portale Epicentro dell'Istituto Superiore di Sanità, il rapporto Time to deliver dell'Oms elenca sei raccomandazioni, rivolte ai governi e ai decisori politici con l'obiettivo di contrastare le NCDs. Per esempio, la raccomandazione numero 4 ("collaborate and regulate") invita i governi a « collaborare, stabilire accordi e regole con i privati e la società civile» (come sintetizza il portale Epicentro).

Al punto "E" di questa raccomandazione si legge che dovrebbe essere considerata l'introduzione di incentivi e disincentivi fiscali per incoraggiare stili di vita salutari, scoraggiando la commercializzazione, la disponibilità e il consumo dei prodotti non salutari. È un'affermazione abbastanza generica. In ogni caso, anche in questo punto, non si parla né di formaggi né di prosciutti italiani, né si "prende di mira" qualsiasi altro prodotto "Made in Italy".

È vero che in un'altra pagina del documento si parla di "front-of-pack labelling", cioè della etichettatura dei prodotti alimentari (in quel punto viene suggerita allo scopo di scoraggiare il consumo di sale). In alcuni paesi, come il Regno Unito, sono state introdotte etichettature cosiddette "semaforo". Le etichette nutrizionali, che tutti vediamo sui prodotti, indicano il valore energetico e la quantità di carboidrati, proteine, grassi, sali minerali, vitamine contenuti in un alimento.

Le "etichette semaforo" sono chiamate così perché aggiungono un colore alle informazioni nutrizionali. Verde, giallo o rosso, a seconda che la quantità dei nutrienti che è opportuno limitare (come gli zuccheri e il sale) sia bassa, media o alta. In Francia è stato adottato il Nutri-Score, un sistema di etichettatura che utilizza cinque colori, ognuno associato alla lettera A, B, C, D o E. A ogni prodotto vengono assegnati un colore e una lettera, in base a un punteggio che considera la quantità dei diversi nutrienti contenuta in quel prodotto. In Italia di recente si è aperto un dibattito sull'opportunità di introdurre etichettature nutrizionali di questo tipo e sulla loro utilità per i consumatori.

In ogni caso, l'affermazione sull'etichettatura che si legge nel rapporto dell'Oms è generica e senza riferimento ad alcun prodotto specifico, italiano o non italiano.

La "marcia indietro" dell'Oms (che non c'è stata)

Per riassumere: l'Oms non ha mai dichiarato guerra ai prodotti italiani. Se ne è accorto perfino il Consorzio del Parmigiano Reggiano. Che ha fatto una cosa molto semplice, ha letto il rapporto dell'Oms:

Abbiamo letto con attenzione il documento "Time to deliver" e risulta evidente - commenta Riccardo Deserti, direttore Consorzio Parmigiano Reggiano - che l'Oms non ha messo sotto accusa le eccellenze italiane

È il quotidiano Il Messaggero a riportare la dichiarazione del direttore del Consorzio del Parmigiano Reggiano. Lo fa però in un articolo intitolato così:

Onu, marcia indietro sul parmigiano «dannoso come il fumo»: non ci sarà il bollino nero

In sostanza: dopo aver attribuito all'Onu dichiarazioni e intenzioni mai espresse (come appiccicare bollini neri sulle forme di parmigiano reggiano), viene ora attribuita alla stessa organizzazione una "marcia indietro". Che però non è altro che una smentita di quanto era stato scritto dal Sole 24 Ore. Lo stesso Messaggero riporta infatti la dichiarazione di Francesco Branca, direttore del Dipartimento della Nutrizione per la salute e lo sviluppo dell'Oms:

L'Oms non «criminalizza specifici alimenti», ma fornisce indicazioni e raccomandazioni per una dieta sana, ha precisato Francesco Branca, direttore del dipartimento di nutrizione dell'Oms per la salute e lo sviluppo, evidenziando che le notizie di «bollini neri dell'Oms su tale o tale alimento non sono corrette».

Con la presunta "marcia indietro" dell'Oms si chiude il ciclo di una pseudo-notizia, che per 24 ore ha generato confusione, polemiche e propaganda politica.

Foto in anteprima via Pixabay

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“Decreto dignità”: lo scontro Di Maio Boeri sulle stime dell’INPS e gli 8mila contratti in meno in un anno

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Da diversi giorni c'è uno scontro tra alcuni ministri del governo Conte e il presidente dell'INPS, Tito Boeri. Al centro della dibattito, la stima – a cura dell'Istituto nazionale per la previdenza – di possibili effetti negativi sul mercato del lavoro da parte del "decreto dignità" presente all'interno della relazione tecnica della Ragioneria dello Stato che accompagna il provvedimento.

Ecco cosa è successo.

L'approvazione del "Decreto dignità" e le tempistiche della sua entrata in vigore

Lo scorso 2 luglio il consiglio dei ministri approva il cosiddetto "decreto dignità" che punta, tra le altre cose, a limitare l'utilizzo dei contratti a tempo determinato nel mondo del lavoro.

Come spiega il centro studi del Senato, ad esempio, il provvedimento riduce la durata massima del contratto di lavoro a termine da 36 mesi a un massimo di 24 mesi e per quelli che superano il limite di 12 mesi, tramite un rinnovo del contratto a termine, prevede l'obbligo di una "causale" che l'azienda deve fornire per chiarire quali sono i motivi per cui si utilizza un contratto a tempo determinato, invece che indeterminato.  Inoltre, il decreto rende più caro il rinnovo (dello 0,5% del contributo addizionale) del contratto a termine per le aziende.

La firma al testo del decreto da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – un passaggio necessario per essere pubblicato in Gazzetta ufficiale, entrare in vigore e passare all'esame di Camera e Senato – arriva il 12 luglio (alle 21:35, secondo quanto appreso dall'Ansa), dieci giorni dopo la sua approvazione da parte del governo.

Pochi giorni prima della notizia della firma di Mattarella, diversi media avevano pubblicato dei retroscena sulle cause di queste tempistiche e sul perché non fosse ancora entrato in vigore. Giuseppe Colombo sull'Huffington Post scriveva ad esempio che, in base a quanto riferito da "fonti del governo", "il testo definitivo del decreto non si è ancora visto alla Ragioneria dello Stato, il Dipartimento del ministero dell'Economia e delle Finanze a cui spetta il compito di esaminare ogni disegno di legge o atto del governo che può avere una ripercussione diretta o indiretta sulla gestione economica dello Stato. In pratica la Ragioneria deve dare un visto di conformità e certificare che le leggi abbiano la copertura adeguata, ponendo una bollinatura sulla relazione tecnica che accompagna il testo con le norme del provvedimento". Questo perché, continuava Colombo in base a quanto riferito dalle stesse fonti, "alcune norme hanno modificato leggi esistenti (è il caso, ad esempio, dei contratti a termine) e questo implica un lavoro di armonizzazione con la relazione tecnica (ndr della Ragioneria dello Stato). Lavoro che stanno facendo i tecnici del ministero del Lavoro e quelli degli altri ministeri che vengono toccati, seppure marginalmente, dalle nuove misure".

Alla fine, dopo la firma del Presidente della Repubblica, il decreto è entrato in vigore il 14 luglio e pubblicato in Gazzetta ufficiale.

La notizia degli 8mila contratti in meno calcolati dalla Ragioneria dello Stato e il successivo scontro politico

Il 12 luglio esce la notizia che nella relazione tecnica (preparata dalla Ragioneria dello Stato) che accompagna il decreto del governo viene indicato come "non si vedono all'orizzonte benefici occupazionali ma addirittura il rischio che restino a casa 8mila persone l'anno, con la stretta sui rinnovi dei contratti determinati, in attesa che magari arrivi un incentivo - ventilato dall'esecutivo - per facilitare quella transizione alla stabilità che è l'obiettivo dichiarato del dl Dignità", scrive Repubblica.

Nella relazione tecnica vengono stimati gli effetti sul mercato del lavoro delle modifiche, presenti nel decreto, della disciplina che regola i contratti a tempo determinato e anche quali sarebbero gli effetti finanziari.

In base a un'elaborazione su dati del Ministero del Lavoro ci sarebbero ogni anno 2 milioni di contratti a termine attivati (al netto dei lavoratori stagionali, agricoli e P.A. e compresi i lavoratori somministrati), di cui il 4% (cioè 80mila) superano i 24 mesi e quindi, secondo le nuove norme, sarebbe a rischio. Di questi, poi, la Ragioneria dello Stato stima che il 10% – cioè 8mila – "(il tasso di disoccupazione prevalente oggi in Italia) potrebbe non trovare un’altra occupazione, il che porta a concludere che nel 2019 circa 8 mila soggetti (e 3 mila nello scorcio di mesi prima della fine del 2018) sarebbero interessati da questo provvedimento – un numero che rimarrebbe costante negli anni futuri", spiega LaVoce.info. In base a ciò, specifica ancora LaVoce.info, la perdita di occupazione sarebbe dunque in tutto di ottomila unità su due milioni di contratto a termine, cioè lo 0,4%. Su queste stime, l'economista Pasquale Tridico, a capo della squadra dei consulenti tecnici di Di Maio, intervistato dal Fatto Quotidiano dichiara: «È una ipotesi legittima, ma non è affatto detto che le cose andranno così, un’impresa seria che ha fatto lavorare qualcuno per due anni davvero vorrà perderlo allo scadere del contratto? Se ne ha bisogno lo stabilizzerà o, al massimo, assumerà qualcun altro con un nuovo contratto a termine»

Dopo la pubblicazione della notizia, si accende comunque lo scontro politico tra diversi partiti all'opposizione e maggioranza.

Il segretario del Partito Democratico, Maurizio Martina, twitta

Denunce e critiche arrivano anche da Forza Italia

e Fratelli d'Italia

La replica di Di Maio

Il 14 luglio Luigi Di Maio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, pubblica un video sulla pagina Facebook, in cui affronta anche la questione delle stime fornite dalla Ragioneria dello Stato: «Leggo sui giornali che questo decreto farebbe perdere 80mila posti di lavoro. Mi faccio una risata prima di tutto, perché 80mila non sta da nessuna parte». «Invece c'è un altro numero – prosegue il ministro –: 8mila, che i giornali riportano perché nella relazione che accompagna questo decreto c'è scritto che il provvedimento farà perdere 8mila posti di lavoro in un anno». Per il ministro quel numero «non ha nessuna validità» ed è «apparso nella relazione tecnica la notte prima che si avviasse al presidente della Repubblica».

Di Maio denuncia che quelle stime non sono state inserite dai suoi ministeri e non sono state richieste da altri ministri della Repubblica: «Il tema è: c'è un tot di contratti a tempo determinato. La relazione dice che in Italia su quel tot, per effetto di questo decreto, se ne perderanno 8mila». Il ministro domanda: «Perché nella relazione invece non c'è scritto quanti contratti a tempo indeterminato nasceranno per effetto dello stretta ai contratti a tempo determinati?». Per questo motivo, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico si definisce perplesso: «Questo decreto ha contro lobby di tutti i tipi, tanto è vero che c'è voluto un po' per farlo arrivare in porto, al Quirinale (ndr sarebbe quindi questo, per il ministro, il motivo per le tempistiche registrate tra l'approvazione – 2 luglio – e l'entrata in vigore – 14 luglio –)». Di Maio dichiara infine di avere il sospetto che quel numero sia stato un modo per incominciare a indebolire il decreto.

Alle parole di Di Maio, fonti del Ministro dell'Economia specificano all'Ansa che le relazioni tecniche sono presentate insieme ai provvedimenti dalle amministrazioni proponenti – come anche nel caso del decreto dignità, giunto al Mef corredato di relazione con tutti i dati, compreso quello sugli effetti sui contratti di lavoro della stretta anti-precari – aggiungendo che la Ragioneria generale dello Stato prende atto dei dati riportati nella relazione per valutare oneri e coperture.

Lo stesso giorno l'Ansa pubblica la notizia secondo cui fonti qualificate del Movimento 5 Stelle avrebbero annunciato di voler "fare pulizia" nella Ragioneria dello Stato e al ministero dell'Economia, dove cioè sarebbe stata inserita la stima "incriminata".  Il sospetto, per queste fonti citate dall'agenzia, è che ci siano responsabilità di uomini vicini alla squadra dell'ex ministro dell'Economia del Partito Democratico, Pier Carlo Padoan. Quest'ultimo, però, rispondendo a queste indiscrezioni di stampa, respinge queste accuse: «Se insinuano che qualcuno della mia ex squadra si sia comportato scorrettamente, magari perché sobillato, lo respingo sdegnosamente: sarebbero accuse di gravità incredibile».

Le ricostruzioni apparse sui media

Il giorno dopo le dichiarazioni di Di Maio, sui media vengono pubblicate diverse ricostruzioni che, basandosi su retroscena, provano a spiegare quanto è accaduto.

Lorenzo Salvia sul Corriere della Sera scrive che "la relazione tecnica che ieri è diventata l’innesco di uno scontro senza precedenti fra pezzi dello Stato è stata preparata dall’Inps". Difatti, come riportato dall'Ansa, che quelle stime siano state effettuate dall'Istituto nazionale della previdenza sociale, lo si può leggere nella relazione stessa: "Prima della tabella sugli effetti della stretta sui contratti a termine, viene specificato: 'si riportano le stime effettuate dall'Inps in ordine agli effetti sulla finanza pubblica delle disposizioni in esame. Le stime sono state effettuate sulla base dei dati relativi ai nuovi contratti a tempo determinato attivati dal 2014 al primo trimestre 2018 in possesso del Ministero del Lavoro e sulla base delle informazioni desunte dagli archivi dell'Istituto'".

Il giornalista passa poi a raccontare i passaggi che avrebbero portato quel numero all'interno della relazione tecnica:

C’è stata una prima relazione tecnica inviata alla Ragioneria generale dello Stato il 5 luglio. In quel documento non c’è la stima sugli 80 mila posti di lavoro a rischio. Ma la Ragioneria lo considera insufficiente per procedere alla cosiddetta bollinatura, cioè al via libera sulla correttezza delle coperture. In particolare per un passaggio, quello in cui dice che «l’eventuale minore gettito derivante dalla contrazione dei contratti a tempo determinato sia bilanciato» in parte dalle «maggiori entrate derivanti dalla maggiore propensione al consumo dei lavoratori assunti a tempo indeterminato». Troppo vago, soprattutto senza numeri.

A questo punto, continua il Corriere, "la Ragioneria generale dello Stato chiede all’Inps di stimare gli effetti del decreto in modo più approfondito: di quanto potrebbero calare i contratti a termine? E di quanto potrebbero aumentare quelli stabili?". Per questo motivo "i tempi si allungano" ma poi l'11 luglio "arriva la nuova relazione tecnica, quella con il possibile calo di 80 mila posti in dieci anni". il giornalista aggiunge però che secondo l’Inps, invece, il secondo testo è stato mandato due giorni prima, cioè il 9 luglio.

C’è però un altro elemento da considerare, specifica Salvia: "Quando si lavora a documenti così complessi, Ragioneria, Inps e ministeri non si limitano a inviare i testi finali «al buio». Collaborano nella stesura delle bozze successive. E l’Inps, che ha i dati e la competenza tecnica necessaria, è comunque un organo «vigilato», cioè controllato, dal ministero del Lavoro". Per questo motivo, si domanda il giornalista, è "possibile che in quel ministero nessuno sapesse nulla?".

Su Repubblica, Valentina Conte scrive che nella relazione tecnica allegata al provvedimento del testo approvato dal Consiglio dei ministri il 2 luglio si legge che «le modifiche proposte in materia di rapporti di lavoro a termine di cui all'articolo 1 non sono suscettibili di determinare effetti negativi per la finanza pubblica». Dopo dieci giorni, ci sarebbe la sorpresa: "La nuova relazione tecnica, firmata dal Ragioniere generale dello Stato l'11 luglio rivela a sorpresa che la stretta sui contratti a termine non sarà neutra. Ma avrà un impatto sui conti da 60,7 milioni nel 2019 perché brucerà 8 mila posti di lavoro, non più rinnovati né riassorbiti. (...) Non solo. L'emorragia di posti durerà 10 anni al ritmo di 8 mila all'anno".

Ma cos'è successo tra il 2 luglio e l'11? Perché la relazione tecnica cambia?, domanda la giornalista: "Al centro della storia opera un classico triangolo: la Ragioneria, l'Inps e il ministero del Lavoro guidato da Luigi Di Maio. Secondo quanto ricostruiscono più fonti vicine al dossier, il dicastero – come sempre per provvedimenti su lavoro o pensioni – chiede all'Inps un'analisi di impatto della norma. La risposta ufficiale giunge il 5 luglio, tre giorni dopo il cdm che ha approvato un testo in realtà ancora in bozza. Si conferma il contenuto della prima relazione tecnica: nessun impatto né sull'occupazione né sui conti. Gli uffici di via Veneto girano l'analisi alla Ragioneria che nulla eccepisce".

via Repubblica.

La sera dell'11 luglio, alle 20:03, riporta Conte, Luciano Busacca, capo della segreteria tecnica del presidente Inps Tito Boeri, invia una mail alla Ragioneria e all'ufficio legislativo del ministero del Lavoro dove in allegato c'è la seconda relazione tecnica "con la tabella incriminata". Lo staff del ministro del Lavoro a questo punto è rimasto spiazzato, capendo che "la Ragioneria ha chiesto un supplemento di analisi all'Inps senza avvertire il ministro". Il decreto però deve essere firmato da Mattarella e così si "lascia correre".

Il 17 luglio, però, La Stampa fornisce una nuova versione dei fatti, con un articolo a firma di Alessandro Barbera in cui si legge che "ogni procedura è stata rispettata e i collaboratori di Di Maio hanno avuto la stima una settimana prima della pubblicazione del testo del decreto in Gazzetta Ufficiale". Quindi, "una settimana prima, non 24 ore, come apparso in alcune ricostruzioni: La Stampa ha i documenti che lo provano":

Tutto inizia il due luglio, quando l’ufficio legislativo del ministero del Lavoro scrive all’Inps per chiedere di predisporre «con la massima urgenza» la platea dei lavoratori coinvolti «al fine di quantificare il minor gettito contributivo». Detto fatto: quattro giorni dopo, il sei luglio, la segreteria tecnica di Boeri spedisce all’ufficio legislativo del ministero quanto richiesto. Mail certificata e testo non lasciano dubbi: al ministero la scheda che stima impietosamente il calo degli occupati è sul tavolo del ministero sei giorni prima della bollinatura da parte della Ragioneria generale dello Stato, il 12 luglio.

Barbera racconta poi che l'11 luglio la relazione tecnica "verrà ritoccata il giorno prima della pubblicazione in Gazzetta su richiesta della stessa Ragioneria" per ragioni però che non riguardano la stima al centro della polemica politica: "il funzionario della Ragioneria dello Stato, che per mestiere è chiamato a verificare le coperture finanziarie di ogni provvedimento, chiede di quantificare gli effetti del decreto sul sussidio di disoccupazione", cioè la Naspi.

La nota congiunta del MEF e del ministro del Lavoro

Il 15 luglio esce una nota congiunta del Ministero dell'Economia e di quello del Lavoro in cui si legge che "il ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, non ha mai accusato né il Ministero dell’Economia e delle Finanze né la Ragioneria Generale dello Stato di alcun intervento nella predisposizione della relazione tecnica al dl dignità". "Certamente, però, – continua il comunicato – bisogna capire da dove provenga quella 'manina' che, si ribadisce, non va ricercata nell’ambito del Mef". Il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, precisa anche che "le stime di fonte INPS sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto siano prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili".

Rispetto a questa considerazione di Tria, l'agenzia stampa Reuters scrive che "anziché chiudere, la nota alimenta le polemiche. I cronisti cominciano a chiedere all’ufficio stampa del Tesoro perché la Rgs abbia ‘validato’ una relazione con stime discutibili".

Matteo Salvini, che in passato aveva già criticato il presidente dell'INPS, afferma che se Boeri non è d'accordo su niente delle linee politiche del governo si deve dimettere. Di Maio in serata precisa che per legge il presidente dell'INPS non può essere rimosso subito e specifica: "Quando scadrà terremo conto che è un presidente dell'INPS che non è minimamente in linea con le idee del governo, non perché il presidente dell'INPS la debba pensare come noi, ma perché noi vogliamo fare quota 100, quota 41, la revisione della legge Fornero, l'INPS ci deve fornire i dati, non un'opinione contrastante".

La risposta del presidente dell'INPS

Il presidente dell'INPS, con una nota, risponde lo stesso giorno al comunicato dei due Ministeri: "Le dichiarazioni dei ministri Tria e Di Maio rivolgono un attacco senza precedenti alla credibilità di due istituzioni nevralgiche per la tenuta dei conti pubblici e in grado di offrire supporto informativo alle scelte del Parlamento e dell'opinione pubblica. Nel mirino l'INPS, reo di avere trasmesso una relazione 'priva di basi scientifiche' e , di fatto, anche la Ragioneria Generale dello Stato che ha bollinato una relazione tecnica che riprende in toto le stime dell'Inps".

Riguardo poi al merito, Boeri afferma che "siamo ai limiti del negazionismo economico" e spiega che il decreto "dignità" "comporta un innalzamento del costo del lavoro per i contratti a tempo determinato e un aumento dei costi in caso di interruzione del rapporto di lavoro per i contratti a tempo indeterminato. In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l’evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro. In un’economia con disoccupazione elevata, questo significa riduzione dell’occupazione. È difficile stabilire l’entità di questo impatto, ma il suo segno negativo è fuori discussione".

"La stima dell’INPS – aggiunge ancora il Presidente dell'Istituto nazionale della Previdenza sociale – è relativamente ottimistica. Prevede che il 10% dei contratti a tempo determinato che arrivano a 24 mesi di durata non vengano trasformati in altri contratti, ma diano luogo a flussi verso la disoccupazione riassorbiti al termine della durata della Naspi (ndr, cioè l'indennità mensile di disoccupazione). Non si contemplano aggravi occupazionali legati alle causali. In termini assoluti l’effetto è trascurabile: si tratta dello 0,05% dell’occupazione alle dipendenze in Italia".

Boeri poi tiene a precisare "che l’effetto, contrariamente a quanto riportato da alcuni quotidiani, non è cumulativo" e quindi "il numero totale non eccede mai le 8.000 unità in ogni anno di orizzonte delle stime". Per questo, così, "se l’obiettivo del provvedimento era quello di garantire maggiore stabilità al lavoro e più alta produttività in futuro al prezzo di un piccolo effetto iniziale di riduzione dell’occupazione, queste stime non devono certo spaventare".

Di Maio torna sulla questione

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico il 18 luglio torna sulla questione in Commissioni riunite finanze e lavoro della Camera. Durante l'audizione, Di Maio ribadisce che la previsione fornita dell'INPS non è «assolutamente credibile» e aggiunge, rispetto alla sua prima dichiarazione, dettagli sulla dinamica dell'arrivo di quella stima al suo ministero: «Ci sono due diverse relazioni dell'INPS. Una che ci arriva il cinque luglio e una che, per conoscenza, riceviamo la sera dell'11 luglio alle 20 di sera e che leggiamo la mattina dopo [ndr cioè lo stesso giorno della firma del decreto da parte di Mattarella]». Nella prima relazione, continua il ministro, si individua una previsione per quanto riguarda i contratti a termine a rischio (cioè la stima degli 8mila contratti), ma si non parla, «negli impatti finanziari, di disoccupazione, tanto è vero che non prevedono la NASPI. Nella seconda, che non abbiamo chiesto noi del ministero del Lavoro, c'è scritto invece che per oneri finanziari si prevede anche un impatto sulla NASPI».

Questa ricostruzione fornita dal ministro conferma quindi quanto scritto da Barbera su La Stampa – due relazioni; già nella prima, arrivata al Ministero del Lavoro una settimana prima della firma di Mattarella, era presente la stima dell'INPS contestata; nella seconda, non per richiesta dagli uffici Di Maio, vengono anche quantificati gli effetti del decreto sulla NASPI – e contraddice quanto detto dallo stesso Di Maio in precedenza in un video su Facebook: l'ipotesi degli8mila contratti in meno era «apparsa nella relazione tecnica la notte prima che si avviasse al presidente della Repubblica».

Il ministro aggiunge però una considerazione e spiega che il suo ministero non avevo dato importanza a quella stima contenuta nella prima relazione perché mancava la quantificazione degli oneri per l'indennità di disoccupazione: «Quella previsione, più 8mila o meno 8mila, se non si considerano la congiuntura economica, gli investimenti e interventi economici, non significa niente. A me può star bene: è l'idea dell'INPS, non la condividiamo, il decreto va avanti. Se invece nella seconda relazione dell'INPS si dice che dobbiamo prevedere più oneri per la NASPI, allora chi è attento osservatore afferma (...) "state dicendo che licenziate le persone"».

Foto in anteprima via Freenewsonline.

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Come fermare le morti in mare. Proposte per una gestione diversa dei flussi migratori

[Tempo di lettura stimato: 23 minuti]

di Claudia Torrisi e Angelo Romano

Ieri mattina intorno alle 7 e 30 la nave Open Arms ha trovato un gommone distrutto a 80 miglia dalla Libia. A bordo c’erano i cadaveri di una donna e di un bambino e una sopravvissuta con gravi sintomi di ipotermia. Come racconta la giornalista di Internazionale Annalisa Camilli, che si trova a bordo della nave della Ong, la donna “ha aspettato per due giorni che arrivassero i soccorsi, con i vestiti bagnati attaccati alla pelle”, prima di essere salvata da Javier Filgueira di Open Arms, che appena l’ha vista si è tuffato in acqua e “l’ha raggiunta a nuoto tra i detriti sperando che non fosse uno sforzo inutile”. Non ce l’ha fatta invece un bambino tra i tre e i cinque anni che è morto per ipotermia poco prima che arrivassero i soccorsi a fianco di una donna, presumibilmente sua madre. Anche lei è stata trovata morta ricurva su una tavola, la pelle delle braccia bruciata dal gasolio fuoriuscito dalle taniche del gommone su cui viaggiavano.

Riccardo Gatti, portavoce di Proactiva Open Arms ha raccontato a Camilli la cronaca di questi ultimi giorni nel Mediterraneo, ricordando come “il 16 luglio, mentre era al timone del veliero Astral, navigando nel canale di Sicilia, per tutto il giorno” avesse ascoltato “alla radio una conversazione tra un mercantile e la guardia costiera libica, parlavano di due gommoni in difficoltà a circa 80/84 miglia dalle coste libiche. Il mercantile Triades diceva di essere stato allertato dalla guardia costiera italiana e chiamava la guardia costiera libica per intervenire in soccorso dei gommoni. Le imbarcazioni con i migranti a bordo sembravano partite da Khoms, una città a est di Tripoli”.

“La conversazione tra il mercantile Triades, diretto a Misurata, e la guardia costiera libica – scrive Camilli – è andata avanti per molte ore”, finché, in serata, “la guardia costiera libica ha detto al mercantile di ripartire perché sarebbero intervenute le motovedette libiche”. Gatti ritiene che «i libici siano intervenuti». Tuttavia, aggiunge, «non riusciamo a spiegarci cosa sia successo - aggiunge - perché abbiamo trovato i resti di un gommone affondato, due morti e solo un sopravvissuto. Non sappiamo che pensare: chi ha distrutto i gommoni in questo modo? E perché queste persone sono state lasciate morire di freddo attaccate a una tavola?».

L’ipotesi dell’equipaggio della Open Arms è che si sia trattato di omissione di soccorso da parte dei libici.

Il 13 giugno scorso il ministro dell’Interno Matteo Salvini aveva detto: «Io voglio che questi bambini non siano messi su un gommone in condizioni di morire come bestie in mezzo al Mar Mediterraneo. Sono stufo dei bambini che muoiono nel Mar Mediterraneo perché qualcuno li illude che in Italia e in Europa ci siano casa e lavoro per tutti! Sono stufo di questi morti di Stato!». Queste parole erano state pronunciate da Salvini introducendo al Senato la sua relazione per ricostruire le vicende che avevano portato a tenere ferma diversi giorni nel mar Mediterraneo, tra Malta e l’Italia, la nave Aquarius con a bordo 630 persone.

Da quel momento in poi, ogni salvataggio e soccorso nel Mediterraneo si è trasformato in una prova di forza tra l’Italia e gli altri paesi europei giocata sulla pelle dei migranti che sono rimasti bloccati in mare: secondo Salvini, fermare le partenze e disincentivare il lavoro delle Ong (che consapevolmente o meno, sarebbero «complici e protagonisti» del traffico di migranti) contribuirebbe a evitare naufragi e morti, azzerare il traffico di esseri umani e porre fine agli ingressi incontrollati di migranti dall’Africa.

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Negli stessi giorni dell’intervento di Salvini al Senato, il documentarista Gabriele Del Grande, che per anni ha raccontato il Mediterraneo e le migrazioni attraverso viaggi lungo i confini dell’Europa sul suo blog Fortress Europe, pubblica su Facebook una lettera al ministro dell’Interno in cui condivide la volontà di chiudere la rotta del Mediterraneo centrale utilizzata dai migranti provenienti dalla Libia per arrivare in Europa e propone un’alternativa alle politiche di chiusura delle frontiere, dei blocchi navali, dei respingimenti nei paesi di origine e dell’apertura dei centri di detenzione in Libia: introduzione dei visti per la ricerca di lavoro, del meccanismo dello sponsor, ricongiungimenti familiari.

Di fronte a una questione reale – la rotta del Mediterraneo centrale è attualmente la più pericolosa al mondo – qual è la soluzione? Chiudere le frontiere risponde a questo problema? È una soluzione che però crea altre problematiche a breve, medio e lungo termine? Ci sono misure alternative per gestire i flussi migratori? E di che natura sono le migrazioni che stanno interessando il mar Mediterraneo: la sola conseguenza di conflitti e guerre o un fenomeno più strutturale e duraturo?

Abbiamo contattato ricercatori ed esperti per capire la natura e le ragioni del fenomeno migratorio, chiedere loro possibili soluzioni per evitare che sempre più migranti rischino la propria vita partendo alla volta dell’Europa, spendendo tanti soldi e affidandosi a reti criminali di trafficanti e individuare proposte di gestione dei flussi migratori.

Chiudere le frontiere è una soluzione adeguata?

La retorica della chiusura dei porti, la mancata indicazione alle navi di un porto dove poter approdare e l’allontanamento delle Ong dal Mediterraneo non sembrano, al momento, aver ottenuto gli effetti sperati: i migranti continuano a partire, ad arrivare e a morire in mare.

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Anzi, scriveva il 3 luglio scorso Annalisa Camilli, da quando le Ong si sono ritirate e la Guardia Costiera libica ha iniziato a coordinare i soccorsi, “ci sono stati tre naufragi che hanno portato il numero complessivo dei morti e dei dispersi nel solo mese di giugno a 679”. Dall’estate del 2017 il numero degli sbarchi sulle nostre coste è sensibilmente diminuito (al 30 giugno di quest’anno gli arrivi sulle nostre coste risultano calati dell’80,22% rispetto al 2017 e del 76,41% rispetto al 2016), ma, al tempo stesso, è aumentato in proporzione il numero delle persone che perdono la vita durante la traversata. Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), i morti in mare nei primi sei mesi dell’anno, hanno già raggiunto quota mille. Come ha recentemente dichiarato Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), se fino allo scorso anno nel Mediterraneo moriva 1 persona su 39, nei primi sei mesi del 2018 il dato è pressoché raddoppiato (1 morto ogni 19 persone partite) e, nel solo mese di giugno, è morta una persona su 6.

Il numero assoluto di morti e dispersi in mare, scrive su Twitter il ricercatore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), Matteo Villa, è tornato ai livelli precedenti al luglio 2017, quando si era cominciata a registrare una drastica riduzione delle partenze dalla Libia.

Villa ha poi corretto (per un errore nel conteggio) il suo primo tweet

Nei primi sei mesi sono diminuiti i migranti che sono riusciti a raggiungere l’Italia (circa la metà rispetto all’86% del 2017), è aumentato il numero delle persone intercettate dalle motovedette libiche (il 44% rispetto al 12% dell’anno scorso) e quello dei morti durante la traversata (il 4,5%, praticamente il doppio dell’anno prima). In altre parole, per usare un’equazione, ci sono meno sbarchi e più morti. Tutto questo, scrive in un altro tweet Villa, è dovuto essenzialmente a tre fattori: “Le Ong (ndr, dalla primavera del 2015 operative in operazioni di soccorso e salvataggio nel Mediterraneo dopo la chiusura dell'operazione militare umanitaria Mare Nostrum, guidata dall'Italia, l'avvio della missione militare finanziata dall'Unione europea Triton e, successivamente, di Sophia), sono coinvolte sempre di meno nei salvataggi, i mercantili non intervengono perché temono di essere bloccati per giorni in attesa di avere indicazioni sul porto di sbarco e la guardia costiera libica non ha né i mezzi né la competenza per occuparsi dei salvataggi”.

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Per poter capire quali politiche di gestione delle migrazioni attuare, spiegano sempre Matteo Villa e il direttore di Ispi, Paolo Magri, è essenziale conoscere la natura del flusso migratorio in modo tale da uscire da una logica emergenziale e avviare una pianificazione.

La natura dei flussi

Analizzando i dati sui flussi migratori verso il nostro paese, scrivono Magri e Villa, si può notare che negli ultimi 10 anni l’immigrazione netta (europea ed extra europea) è rimasta pressoché costante, oscillando tra i 300mila e i 500mila ingressi l’anno.

Questi dati, spiega a Valigia Blu Stefano Torelli, ricercatore dello European Council of Foreign Relations e Associate Research Fellow all’Ispi, dicono che soltanto negli ultimi anni c’è stato un incremento di arrivi in Europa di persone in fuga esplicitamente da situazioni di conflitto: «Dal 2011 in poi, in maniera particolare, una serie di dinamiche destabilizzanti (come le primavere arabe, il caos in Libia, le insurrezioni e i conflitti in Mali e nella fascia saheliana) che hanno interessato il continente africano, i conflitti in Siria e il protrarsi dell’instabilità in paesi come Iraq e Afghanistan hanno provocato un aumento delle partenze».

Tuttavia, prosegue il ricercatore, si tratta di eccezioni. «Il trend, abbastanza costante, è quello di una migrazione legata non soltanto a conflitti veri e propri, ma a situazioni di repressione e a fenomeni sia demografici che economici che fanno pensare che siamo davanti a una migrazione che non è soltanto caratterizzata da crisi congiunturali legate allo scoppio di un conflitto o di una guerra» e che si fermeranno con la fine di quei conflitti.

È, piuttosto, «una migrazione strutturale», legata al boom demografico che «vedrà la popolazione dell’Africa quasi raddoppiare da qui a trent’anni», arrivando secondo le stime delle Nazioni Unite a quasi 2 miliardi di persone, e al progressivo depauperamento delle aree geografiche anche a causa degli effetti del cambiamento climatico. A fronte di una popolazione che cresce a dismisura diminuiscono le risorse: «Penso, ad esempio, alla zona del lago Ciad, dove 30 - 40 milioni di persone dipendevano soltanto dalle attività legate a quel lago che rispetto a 30 anni fa ha perso il 90% del bacino idrico. E quindi persone, che per effetto di questo tipo di cose, dei cambiamenti climatici, non hanno più disponibilità di risorse e dunque tendono a muoversi». Tutti questi trend, afferma Torelli, fanno pensare che molti sceglieranno di emigrare e «saranno quelle persone che noi definiamo migrante economico, come se il migrante economico fosse un’offesa, quasi, come se fosse qualcosa di pericoloso».

A questo va aggiunto che, per quanto si pensi che l’immigrazione dall’Africa sia un fenomeno incontrollabile e destabilizzante per i paesi dell’Unione europea, solo una piccola parte emigra verso l’Europa. La maggior parte delle persone resta nel continente africano. Ad esempio, solo un quarto dei migranti africani registrati nel 2015, scrive Luca Misculin su Il Post, riportando i dati ufficiali delle Nazioni Unite e dell’Unhcr, viveva in un paese europeo. E di tutta la popolazione africana, meno del 3% (32,6 milioni), aveva lasciato l’Africa. Nel mondo, il 3,3% della popolazione globale (244 milioni di persone) vive in un paese diverso da quello in cui è nato.

Il 93,6% dei migranti africani provenienti dall’Africa occidentale (Mali, Senegal, Gambia, Nigeria), prosegue Misculin, non esce dall’Africa e si reca in un altro paese della stessa area, mentre il 40% dei migranti che partono dall’Africa centrale emigra in Africa orientale (Kenya, Tanzania, Etiopia).

via Il Post

Si tratta di un fenomeno generalizzato che, in base ai dati del Migration Report delle Nazioni Unite del 2017, vale anche per altre parti del mondo: il 67% dei migranti europei si sposta in altri paesi dell’Europa, l’86% dei latino-americani resta nelle Americhe.

Anche chi fugge dalle guerre resta nelle aree vicine ai paesi di provenienza. Secondo i dati dell’Unhcr, 40 milioni dei 68,5 milioni di persone in fuga dalla propria terra resta nel proprio continente. Dei restanti 28,5 milioni, molti si sono spostati nelle zone limitrofe: in Turchia ci sono 3,5 milioni di rifugiati provenienti dalla Siria, in Uganda sono arrivati 1,2 milioni di persone in fuga dai conflitti in Sud Sudan, Burundi e Repubblica Democratica del Congo.

Ad esempio, spiega Riccardo Barlaam su Il Sole 24 Ore, riportando i dati del Global report on internal displacement (Grid) del Norwegian Refugee Council, nel 2017, su 10 milioni di migranti fuggiti da diversi paesi africani, appena poco più di 172mila hanno raggiunto l'Europa. Nord Africa e Medio Oriente hanno accolto 4,5 milioni di rifugiati, a cui vanno aggiunti i migranti economici.

Tuttavia, spiegano ancora Magri e Villa dell'ISPI che l'inatteso aumento degli arrivi in Europa e in particolare in Italia dal 2013 "è solo parzialmente attribuibile a shock improvvisi, come la crisi siriana e il crollo degli apparati statuali in Libia. A spingere sull’acceleratore delle migrazioni ci sono, al contrario, tendenze strutturali di ben più lungo respiro”. Quel che è cambiato è il rapporto tra ingressi regolari e irregolari: “se nel 2007 attraverso canali regolari entrava in Italia il 90% degli immigrati, tra il 2014 e il 2017 gli irregolari sono arrivati a contare poco meno del 40% del flusso” e questo è accaduto, proseguono i due studiosi, perché abbiamo ridotto o eliminato del tutto le quote annuali previste nei “decreti flussi” per i migranti economici extracomunitari, fatta eccezione per i lavoratori stagionali.

Cambiare approccio

Il modo in cui è stata affrontata la questione dell’immigrazione in Italia e in Europa negli ultimi anni è un cane che si morde la coda, sostengono gli esperti da noi intervistati: il discorso pubblico è incentrato alla lotta all’immigrazione clandestina e alla chiusura delle frontiere ma, nei fatti, le politiche che sono state messe in atto non hanno fatto altro che favorire i trafficanti di esseri umani, nonché creare nuovi irregolari.

Come scrive su Refugees Deeply Mattia Toaldo, analista e studioso di Medio Oriente e Nord Africa, di fronte alle immagini di sbarchi e gommoni carichi di migranti davanti alle nostre coste, dovremmo ricordarci che è “praticamente impossibile” oggi per “africani o asiatici migrare legalmente nella maggior parte dei paesi europei”, mentre “fino agli anni ‘90, quando sono stati adottati regimi sui visti sempre più restrittivi, i migranti arrivavano in Europa in aereo”.

Questo legame tra legislazioni restrittive sulle migrazioni regolari e l’aumento di trafficanti di esseri umani, però, il più delle volte “viene perso sia nei [discorsi dei] politici che nel pubblico generale”. Ad esempio, continua Toaldo, “i partiti populisti di destra chiedono la chiusura delle frontiere, tralasciando che queste sono già chiuse per i migranti extra UE, e lo sono da molti anni. Le grandi traversate marittime dalla Libia e dal Nord Africa verso l’Italia sono un fenomeno relativamente recente e una diretta conseguenza di legislazione sempre più restrittive, culminate nel divieto per i migranti che non hanno già firmato un contratto di lavoro con la legge Bossi-Fini del 2002”. La normativa – introdotta in modifica del “Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” – prevede infatti che possa entrare in Italia solo chi è già in possesso di un contratto di lavoro che gli consenta il mantenimento economico, e ha reso più difficile ottenere e mantenere il permesso di soggiorno.

Il problema di queste politiche e dell’assenza di vie legali d’ingresso, per Toaldo, non è solo che “impongono sofferenze ai migranti, il cui unico crimine è quello di cercare un lavoro”, ma anche che “falliscono nel raggiungere il loro obiettivo principale”, ossia il contrasto all’immigrazione clandestina.

L’unico risultato delle “frontiere chiuse” è stato semmai quello di aver creato un “circolo virtuoso per i partiti populisti e anti-immigrati: hanno portato a un aumento dell’immigrazione illegale, che a sua volta ha provocato un senso di insicurezza fra gli abitanti dei paesi di destinazione, il quale mette a rischio l’integrazione dei nuovi arrivati. A sua volta, questa sensazione fa la fortuna degli stessi partiti che hanno invocato le frontiere chiuse”, scrive Toaldo, che afferma la necessità di “spezzare il circolo, che sta danneggiando le democrazie europee e fa soffrire moltissimi migranti e rifugiati”.

Come, quindi, cambiare l’approccio e la prospettiva quando si parla di migrazioni?

Secondo Stefano Torelli, la prima cosa da fare è «prendere coscienza del fatto che non siamo di fronte a un’emergenza». E questo per due motivi: «Primo, si tratta di flussi di persone che, per via delle dinamiche demografiche e socio-economiche in corso in Africa, continueranno a muoversi (diventerà un fattore strutturale, dunque, non emergenziale); secondo, se ci fosse la volontà politica di integrare queste persone, i numeri dimostrano che sono gestibili».

Il sociologo Stefano Allievi, autore di numerosi saggi sul tema tra cui l’ultimo “Immigrazione: cambiare tutto” spiega a Valigia Blu che è fondamentale «cambiare scala, assumendo una visione dall’alto». Per comprendere il fenomeno e per gestirlo, non si può «guardare solo un barcone con 100 persone in mezzo al Mediterraneo, senza sapere cosa c’è prima e cosa c’è dopo, cosa spinge queste persone a partire e cosa succederà in futuro». Bisogna quindi «utilizzare uno sguardo notevolmente più ampio, perché se non capiamo le cause, non capiamo gli effetti e, di conseguenza, non riusciamo a gestire quello che sta accadendo».

La questione dei migranti economici

Secondo Allievi, un primo passo è sostenere la necessità dell’apertura di canali legali, considerato che chiuderli non ha di certo fermato le partenze. «Facciamo finta – afferma – che da domani l’Italia dica: ‘Non vogliamo più alcolici stranieri’. Quindi in teoria gli italiani non dovrebbero più bere vodka, champagne o rum ma solo grappa o prosecco. In realtà quello che succederebbe è che si aprirebbe un vastissimo settore di contrabbando. Ecco, è esattamente quello che abbiamo fatto con l’immigrazione: l’Europa, a mano a mano, ha chiuso tutti i canali regolari di ingresso, e così si è creato un grande meccanismo di ingresso irregolare, regalato alle mafie transnazionali».

Una delle proposte contenute nel saggio del sociologo è quella di superare la distinzione tra rifugiati e migranti economici. Per il professore, il termine stesso ‘migrante economico’ è stato oggetto di «uno straordinario rovesciamento e trasformazione della pubblica opinione»: da categoria neutra e normale nelle migrazioni – gli italiani all’estero sono migranti economici, gran parte dei migranti lo sono – a soggetto che non ha diritto di venire in Europa.

«La pressione dei richiedenti asilo l’abbiamo creata noi, ancora una volta non facendo più entrare migranti economici», spiega Allievi. L’aver chiuso i canali legali per questi ultimi, li ha dunque spinti a ripiegare su quelli dell’asilo. «Oggi – afferma – si dice a queste persone ‘siete migranti economici, non vi facciamo entrare’. Il punto è che poi ci provano ugualmente, e una volta in Europa sanno che per non essere rispediti subito indietro devono dichiararsi richiedenti asilo. Così inizieranno tutte le pratiche, staranno qui alcuni mesi, un anno o due, e intanto si arrangeranno e magari a qualcuno verrà riconosciuto rifugiato. Tutto questo processo è ancora una volta figlio dello stesso meccanismo: ci siamo legati le mani da soli, e stiamo anche spingendo le persone a mentire».

Anche per Torelli eliminare questa distinzione rappresenterebbe «un primo approccio costruttivo», dal momento che il migrante economico «è esattamente la persona che ha possibilità di integrarsi nel lungo periodo e molti studi dimostrano anche che il suo peso sullo stato di accoglienza diventerà molto minore di quello del rifugiato».

Una ricerca pubblicata nel 2014 dalla Direzione Generale per le Politiche Interne del Parlamento Europeo – citata da ISPI nel suo fact-checking sulle migrazioni – mostra ad esempio come per molti anni dopo il primo ingresso in Europa, il tasso di occupazione dei migranti arrivati per motivi umanitari resti molto basso, pari al 26% nei primi cinque anni. Per coloro giunti per motivi di lavoro (e che in larga maggioranza hanno già un’offerta al loro arrivo) invece, il dato è del 79% nello stesso periodo. Con il passare del tempo il tasso di occupazione dei rifugiati aumenta, ma occorrono circa 15 anni perché superi il 60%. “Queste differenze – spiega ISPI – non dipendono solo dalle diverse capacità, qualifiche e predisposizioni dei migranti, ma anche dalle politiche pubbliche dei paesi di arrivo (che spesso pongono limiti legali alla possibilità dei richiedenti asilo di cercare lavoro) e dalla propensione dei datori di lavoro nazionali a utilizzare i richiedenti asilo come manodopera”.

Infine, aggiunge Torelli, «dati i trend demografici ed economici dell’Africa, la figura del migrante economico sarà sempre più presente, mentre i rifugiati o richiedenti asilo sono legati a situazioni contingenti di conflitto».

Perché aprire canali legali

Quello su cui concordano gli esperti che abbiamo interpellato è che per gestire la questione immigrazione, combattere i trafficanti ed evitare i viaggi in mare sia necessario aprire canali legali.

«L’Europa dovrebbe investire di più sulle politiche di integrazione che su quelle dell’accoglienza emergenziale, ma al momento il discorso politico maggioritario insiste sull’emergenza, influenzando anche la stessa opinione pubblica che, a sua volta, è disinformata rispetto ai reali numeri dell’immigrazione», afferma Torelli. Il punto è che anche le stesse politiche di integrazione «non potranno essere messe in atto senza un meccanismo di ingresso per vie legali nell’Europa. Ciò avrebbe l’effetto di fermare i traffici illegali, rendere i viaggi più sicuri per i migranti e avere, dal punto di vista europeo, più garanzie circa chi arriva in Europa. Per far ciò occorrono accordi bilaterali con i paesi di origine e politiche volte allo sviluppo di cooperazione nel lungo termine, mentre attualmente i fondi europei destinati ai paesi di transito e origine sono quasi del tutto concentrati sull’aspetto del controllo delle frontiere e sul blocco delle partenze».

Come spiega a Valigia Blu Marco Paggi, avvocato socio dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI), «né l’Italia, né l’Unione europea hanno fatto politiche di gestione dei flussi migratori. Sia dal punto di vista dei rapporti con i paesi di provenienza sia dal punto di vista della possibilità di entrare e vivere regolarmente, sia per gli ingressi di tipo economico o per motivi di protezione internazionale».

In Italia esiste il cosiddetto “decreto flussi”, che è l’atto amministrativo con il quale il Governo stabilisce quanti cittadini stranieri non comunitari possono entrare nel nostro paese per motivi lavorativi. Viene approvato ogni anno dal 2001, come previsto dalla legge Turco-Napolitano.

Per il 2018 il decreto ha fissato a 30.850 la quota massima dei lavoratori non comunitari che potranno fare ingresso in Italia. Di questi, 12.850 sono destinati al lavoro subordinato e lavoro autonomo e 18.000 al lavoro subordinato stagionale.

I numeri negli anni sono stati disomogenei: nel 2007 e nel 2008, ad esempio, il decreto era mirato al lavoro subordinato (con tetti di 170.000 e 150.000), nel 2009 prevedeva 80.000 posti solo per stagionali, 35 mila nel 2012, 17.850 del 2013 e 2014.

Nel 2017 la quota stabilita era di 30.850, ma di questa cifra nessuna parte era dedicata a ingressi stabili: 17.000 per stagionali, 13.850 per “conversioni in permessi di soggiorno per lavoro subordinato o autonomo per coloro che sono già sul territorio nazionale con permessi di soggiorno ad altro titolo”.

«Il decreto flussi dovrebbe essere annuale e garantire gli ingressi in Italia per motivi di lavoro di un certo numero di persone. Ma è da 6-7 anni che il decreto flussi non viene fatto. O meglio, formalmente c’è, ma i numeri delle persone autorizzate a entrate sono esattamente corrispondenti al numero dei permessi di soggiorno delle persone che sono qui per esempio a titolo di studio, che possono convertire quel permesso lì in quello di soggiorno. E quel numero va poi in detrazione rispetto alla somma totale delle persone che possono entrare», dice a Valigia Blu Dario Belluccio, avvocato socio di ASGI.

Quello che succede, quindi, è che da anni le quote sono bloccate. «Di fatto – afferma – in Italia sono tanti anni che non ci sono ingressi per motivi di lavoro. Per cui, salvo alcuni casi specifici particolari che non incidono sui numeri concretamente, non c’è la possibilità di entrare regolarmente in Italia».

L’avvocato Paggi precisa che «le quote negli anni sono state utilizzate come una forma di sanatoria da persone che erano già in Italia in condizione irregolare: badanti, operai, tutti stavano già qua, arrivati magari in accordo con un datore di lavoro che proponeva loro un contratto. Poi tornavano ancora in maniera illegale nel paese di provenienza per farsi dare un visto di lavoro e poter partire, perché una eventuale segnalazione nella banca dati Schengen da una delle polizie dello spazio Schengen avrebbe inibito comunque il rilascio del visto». Quello che si è creato, prosegue, è «un sistema diabolico»: «In Italia abbiamo avuto diverse sanatorie, e tutte le volte che c’è stato l’utilizzo delle quote sono state una forma di regolarizzazione di chi era già qui. Questo dimostra che l’incontro a distanza tra domanda e offerta non è così facile. Trovare un modo per canalizzare la pressione migratoria convogliandola in percorsi di formazione che poi prevedano un inserimento lavorativo non è semplice, ma è un lavoro che non è mai stato fatto seriamente».

Se il meccanismo del decreto flussi si è rivelato inefficace, l’unica possibilità che resta ai migranti è quella di affidarsi ai trafficanti e affrontare i viaggi in mare, dal momento che anche le ambasciate non rilasciano visti e non esiste la possibilità di richiederne uno per asilo politico prima della partenza. Per cui, spiega l’avvocato Belluccio, «se io sto dall’altra parte del pianeta, ho un problema e voglio arrivare in Italia, devo per forza affidarmi a un trafficante. Non è rendendo più rigida la gestione dei confini che combatto il traffico di esseri umani, che altro non è che la conseguenza del fatto che non ci sono meccanismi legali di ingresso. Se io devo muovermi e l’unico modo che ho per farlo è illegale, mi muovo. Qualsiasi politica proibizionista non ha eliminato la questione che voleva risolvere, l’ha solo resa illegale».

Per questo motivo, aggiunge, «sarebbe necessario rivedere le politiche sugli ingressi e rendere regolare ciò che comunque ci sarà, perché le migrazioni non possono essere fermate. Sono un fenomeno storico, millenario. Le persone si sono sempre mosse da una terra meno fertile a una più fertile. Se io blocco un certo tratto, non posso fare altro che stimolare l’apertura di una nuova rotta. Le migrazioni sono come l’acqua: sono dei meccanismi relativamente autonomi, in alcuni casi sono forzate, vanno al di là del desiderio di muoversi».

Le riforme legislative sulle politiche d’ingresso sono dunque necessarie per evitare la perdita di vite e anche per combattere l’irregolarità e garantire sicurezza. Secondo Belluccio, infatti, il meccanismo attuale «è folle», perché una persona che non è regolare in Italia «avrà problemi di natura sociale e individuale ed è probabile che ne produca per la collettività perché è invisibile. Cosa che non avviene se le persone hanno un permesso di soggiorno, che hanno tutto l’interesse di voler confermare, e per farlo mantenere una certa condotta».

Una cosa che si potrebbe fare sarebbe emanare un vero decreto flussi, e poi rilasciare visti per lavoro. Anche se, per l’avvocato Belluccio, l’ideale sarebbe abbandonare il «meccanismo desueto» delle quote e dei decreti flussi e permetterne altri di ingresso «che garantiscano l’integrazione delle persone, facendo in modo che possano arrivare indipendentemente da numeri di flussi e quote nel momento in cui vi è la garanzia di integrazione sociale e lavorativa».

Paggi, ad esempio, propone di tornare al sistema dell’ingresso per sponsorizzazione, previsto dalla legge Turco-Napolitano e poi abrogato con la Bossi-Fini: si tratta sostanzialmente di ottenere con una garanzia a favore dello Stato – offerta da un familiare o un altro garante – un visto di ingresso e la possibilità di cercare un lavoro in un determinato periodo di tempo. In questo modo, spiega Paggi, «lo Stato è garantito con un’ampia copertura sia per le spese sanitarie, che di mantenimento e questo motiva entrambe le parti: lo Stato a concedere fiducia e l’interessato a non tradirla. Costerebbe molto meno, perché queste persone in realtà spendono un sacco di soldi per pagare l’intera tratta in mare». Le possibilità, insomma, secondo l’avvocato, «ci sarebbero. Il problema è l’approccio all’immigrazione, considerata appunto come il male».

I corridoi umanitari

Una possibilità di apertura di canali legali per i richiedenti asilo è invece rappresentata dai corridoi umanitari, un programma di trasferimento e integrazione in Italia rivolto a persone in condizioni di particolare vulnerabilità, attraverso la concessione di un visto umanitario. Una pratica che, ricorda l’avvocato Paggi dell'Asgi, consente di «evitare morti in mare e sofferenze».

Il primo progetto pilota di corridoi umanitari in Europa è partito in Italia a febbraio del 2016, grazie a un protocollo d’intesa concordato dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), dalla Tavola valdese e dalla Comunità di Sant’Egidio con i Ministeri dell’Interno e degli Affari Esteri. L’iniziativa non ha oneri per lo Stato ed è autofinanziata dalle associazioni e organizzazioni che l’hanno promossa, con l’aiuto anche di alcuni partner.

L’obiettivo, come si legge in un documento congiunto, è “evitare i viaggi dei profughi con i barconi della morte nel Mediterraneo, contrastare il micidiale business degli scafisti e dei trafficanti di uomini, concedere a persone in condizioni di vulnerabilità (ad esempio vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, donne sole, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo, consentire di entrare in Italia in modo sicuro per tutti, perché il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità italiane”.

«Ad oggi i corridoi umanitari sono l’unica via di accesso legale in Italia per richiedenti asilo e protezione internazionale. Altrimenti ci sono i barconi», spiega a Valigia Blu Paolo Naso, responsabile del progetto dei corridoi umanitari per la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI).

Dal febbraio del 2016 allo scorso 3 luglio grazie al progetto dei corridoi umanitari sono giunti in aereo in Italia 1.236 richiedenti protezione internazionale, di cui 497 minori, arrivati dal Libano (in prevalenza rifugiati siriani) e dall’Etiopia (rifugiati provenienti da Eritrea, Somalia e Sudan). Stando ai dati raccolti da FCEI, di queste persone 17 attualmente frequentano l’università, 21 corsi professionali, 107 hanno un contratto di lavoro, 38 hanno svolto un tirocinio in un’azienda, 376 sono i bambini che frequentano la scuola materna. In 709 sono stati riconosciuti come rifugiati, 6 hanno ricevuto la protezione umanitaria e 3 quella sussidiaria; mentre 206 sono ancora quelli in attesa di esito da parte della commissione territoriale competente.

Le organizzazioni dietro al progetto hanno cominciato a lavorare a quest’idea nel 2013, dopo il naufragio del 3 ottobre a Lampedusa. «Abbiamo iniziato un processo – racconta Naso – chiedendoci che cosa potevamo fare per evitare stragi di quella brutalità e di quella violenza. E così abbiamo pian piano definito un modello operativo».

Le associazioni, attraverso contatti diretti nei paesi o segnalazioni fornite da Ong o altri organismi che operano sui territori, fanno una lista di potenziali beneficiari del corridoio e la sottopongono prima alle autorità italiane e poi alle autorità consolari degli Stati interessati. Si tratta, ad esempio, di donne sole, vittime di violenza o di tratta, persone con evidenti segni di torture o affette da gravi malattie, minori non accompagnati, profughi provenienti da teatri di guerra.

Le autorità consolari rilasciano quindi un “visto con validità territoriale limitata”, un documento in deroga alle condizioni previste in via ordinaria da Schengen. Si tratta di una possibilità prevista dall’articolo 25 del Codice comunitario dei visti, che consente a uno Stato membro di emettere questi visti “per motivi umanitari o di interesse nazionale o in virtù di obblighi internazionali”.

«Quella che abbiamo individuato è una norma che il legislatore europeo ha voluto consentendo ai singoli Stati membri di darsi una propria politica di gestione di casi umanitari in ragione dei loro bisogni, esigenze o sensibilità», afferma Naso.

«Abbiamo quindi chiesto l’applicazione di una norma che già esisteva – aggiunge – e non abbiamo accettato la risposta che ci è stata inizialmente offerta, cioè ‘non si è mai fatto’. Abbiamo dimostrato che si può fare ed è stato interessante il rapporto che abbiamo stabilito con i Ministeri italiani arrivando a profilare i soggetti potenzialmente destinatari del visto».

Naso precisa che il corridoio umanitario non è altro che «la carta alternativa al trafficante, nel senso che poi, una volta in Italia, il destino è uguale: sia chi ha preso l’aereo che chi è venuto con il barcone farà domanda d’asilo e si vedrà come va. La differenza è che uno è arrivato in dignità e sicurezza e l’altro invece pagando un prezzo umano ed economico inaccettabile. Cos’è meglio? Io credo che ci siano pochi dubbi».

Il modello è stato ripreso in Francia da alcune organizzazioni – Comunità di Sant'Egidio, Federazione protestante di Francia (FPF), Federazione dell'aiuto reciproco protestante (FEP), Conferenza episcopale francese e Secours Catholique – e sostenuto anche da gruppi autofinanziati di cittadini, chiese e autorità locali. Attraverso l’intesa è stato stabilito l’arrivo di 500 siriani e iracheni. Anche in Belgio è partito un progetto di corridoi umanitari e, afferma Naso, «se ne discute in termini molto concreti in Germania, soprattutto in alcuni Lander, e in Svizzera. Il tema è stato ripetutamente presentato al Parlamento Europeo e noi stessi saremo impegnati in una campagna a settembre per rendere l’Unione europea ancora più attenta all’efficacia di questo particolare strumento di gestione dei flussi di persone in condizioni di vulnerabilità».

In Italia un altro accordo analogo è stato siglato sempre dalla Comunità di Sant’Egidio, stavolta con la Conferenza episcopale italiana, il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale. L’iniziativa porterà in Italia 500 profughi provenienti dal Corno d’Africa.

In ragione di questa progressiva estensione, la FCEI si augura che possa diventare un modello strutturale per l’Europa, con numeri più consistenti di quelli dei progetti pilota. «L’Europa – dice Naso – può essere grande non perché ha un PIL elevato o perché concorre economicamente con altre superpotenze, sappiamo che non è così. L’Europa ha una sua grandezza proprio in ragione dei valori che l’hanno sorretta, e tra questi c’è quello della solidarietà e soprattutto della tutela dei rifugiati e dei richiedenti asilo. È in omaggio alla sua tradizione che noi operiamo».

Riformare il sistema europeo comune di asilo

Ulteriore questione sul tavolo è la riforma del regolamento di Dublino, in base al quale il paese competente per riconoscere lo status di protezione internazionale è quello d’ingresso. In questo modo, le persone che approdano in Europa sono costrette a vedere esaminata la propria richiesta di asilo nel primo paese europeo in cui arrivano. «È grazie a questo principio che gli altri Paesi hanno potuto rimandare migliaia di persone in Italia, per il solo fatto che sono entrate in Europa dall’Italia. Inoltre si tratta di un sistema estremamente coercitivo che non lascia alcun margine per valorizzare i legami significativi dei richiedenti asilo con i diversi Stati membri», spiega a Valigia Blu Elly Schlein, eurodeputata di Possibile che ha lavorato a un testo di riforma del regolamento di Dublino all’interno della Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE).

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I tentativi di modifica sono andati finora falliti. A marzo la Bulgaria, presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, aveva presentato un testo di compromesso per provare ad accelerare il processo di riforma che, per certi versi, era anche peggiorativo dell’attuale meccanismo. Anche il Consiglio europeo del 27 e 28 giugno non ha preso una decisione su quali strumenti adottare per la gestione dell’immigrazione e sulla riforma del sistema europeo comune di asilo. Il testo dell’accordo siglato dai capi di governo e di Stato europei, dopo aver sottolineato che “è necessario trovare un consenso sul regolamento Dublino per riformarlo sulla base di un equilibrio tra responsabilità e solidarietà”, ha rinviato “al Consiglio europeo di ottobre una relazione sui progressi compiuti”.

Nessun riferimento, né all’interno della proposta della presidenza di turno bulgara né nel testo approvato dal Consiglio europeo, alla proposta di riforma del regolamento di Dublino, redatta dalla Commissione LIBE e approvata dal Parlamento europeo (con 390 voti in favore – tra cui quelli del Partito democratico, Possibile e Forza Italia –, 175 voti contrari – tra cui quelli del M5S – e 44 astensioni – tra cui i parlamentari della Lega –) lo scorso novembre.

Come spiegavamo in quest’altro articolo, in base a questo mandato negoziale al Consiglio europeo, il paese in cui un richiedente asilo arriva per primo non sarebbe più automaticamente responsabile del trattamento della domanda di asilo, come accade ora. I richiedenti asilo verrebbero invece ripartiti tra tutti i Paesi dell'Unione europea e sarebbero ricollocati in un altro Stato membro rapidamente e in maniera automatica.

Il criterio del primo paese di accesso verrebbe sostituito, così, con un «meccanismo permanente ed automatico di ricollocamento al quale tutti gli Stati membri sono tenuti a partecipare pro quota (stabilite in base alla popolazione e al PIL)», spiega Schlein. «In sostanza, la persona chiederebbe asilo nel primo Paese di arrivo, dove in breve tempo si verificherebbe se abbia legami significativi con altri Stati membri (familiari, soggiorni precedenti, diplomi e qualifiche), in cui sarebbe immediatamente ricollocata. Ma qualora un richiedente non avesse legami significativi scatterebbe automaticamente il meccanismo di ricollocamento, dando anche un margine di scelta tra i quattro Stati membri che al momento della sua domanda sono i più lontani dal raggiungimento della loro quota di richieste da esaminare». I paesi membri che non avrebbero accolto la propria quota di richiedenti asilo rischierebbero di veder ridotto il loro accesso ai fondi dell’Unione europea. Inoltre, per i ricongiungimenti familiari, la proposta prevede un’estensione del concetto di famiglia, arrivando a comprendere anche i fratelli e i figli adulti ancora a carico.

Per come è strutturato attualmente, «il sistema Dublino è ingiusto sia verso i richiedenti asilo, che spesso cercano di raggiungere autonomamente altri paesi europei esponendosi a rischi, sia verso i paesi di frontiera, perché viola quei principi di solidarietà ed equa condivisione delle responsabilità sull’asilo che sono già scritti nei Trattati europei (ndr, artt. 78 e 80)», prosegue Schlein. «Negli ultimi anni 6 Stati membri su 28 hanno affrontato da soli quasi l’80% di tutte le richieste d’asilo presentate nell’Ue. Non possiamo far pagare a queste persone la sfiducia tra Stati europei, è fondamentale superare l’attuale Dublino per un sistema più giusto, certo ed efficiente, più rispettoso dei diritti delle persone e in cui ogni Stato europeo faccia la propria parte sull’accoglienza. Perché siamo di fronte ad una sfida europea e globale, che nessuno Stato membro può affrontare da solo e richiede risposte comuni».

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L’Europa, conclude l’eurodeputata, è chiamata a tre tipi di azioni diverse nel breve, medio e lungo periodo. Nel breve periodo «deve improntare vere e proprie missioni di ricerca e soccorso», nel medio deve pensare a un ribaltamento di Dublino, nel lungo, avviare politiche strutturali sulle cause delle migrazioni, «dai conflitti, al cambiamento climatico alla questione centrale dei nostri tempi che è quella delle disuguaglianze globali di cui è ammalato il nostro mondo. Su queste dobbiamo assolutamente agire sia tra gli Stati che dentro i nostri Stati perché anche all’interno del territorio italiano le disuguaglianze sono in aumento costante e drammatico».

Aggiornamento 18 luglio 2018: abbiamo aggiornato l'articolo con la correzione di Matteo Villa al suo primo tweet sul numero dei morti e dispersi in mare. 

Foto in anteprima Reuters via Repubblica

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Il caso dello stupro e la vittima ubriaca. Cosa ha stabilito la Cassazione

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Ieri pomeriggio agenzie di stampa e quotidiani hanno pubblicato la notizia di una sentenza della Corte di Cassazione (n.32462/18) su un caso di stupro commesso da due 50enni ai danni di una ragazza che aveva bevuto a cena con loro. “La vittima si ubriaca, stupro senza aggravante”, riportava il lancio dell’Ansa, seguito da titoli molto simili di altri giornali.

Nel corpo degli articoli veniva poi spiegato come i giudici, confermando la condanna per violenza sessuale di gruppo della Corte d’Appello di Torino, avessero escluso l’aggravante di “aver commesso il fatto con l’uso di sostanze alcoliche” — e così il relativo aumento di pena — dal momento che la donna aveva consumato alcolici volontariamente.

La notizia ha fatto molto discutere, scatenando polemiche e critiche sui social e nel mondo della politica.

“Stuprare una donna ubriaca è comunque e sempre gravissimo anche se ha bevuto volontariamente. Il sottotitolo della sentenza è ‘in fondo se l’è cercata’, ha scritto su Twitter Alessia Morani del Pd. La deputata di Forza Italia Annagrazia Calabria ha parlato di “decisione sconcertante. Far passare anche solo lontanamente l’idea che approfittare della mancanza di pieno autocontrollo da parte di una donna non sia un comportamento da punire in maniera ancora più dura è un passo indietro nella cultura del rispetto e nella punizione di un gesto ignobile e gravissimo quale è lo stupro”. “Stuprare una donna ubriaca è PIÙ grave, non meno grave, a prescindere se abbia bevuto di sua volontà. Siamo ancora al ‘se l’è cercata’? La Cassazione ci fa fare un brutto salto all’indietro”, il commento dell’ex candidato per il PD alla Regione Lombardia, Giorgio Gori. Alessia Rotta, vicepresidente vicaria dei deputati del Partito Democratico, ha criticato come si trovino “attenuanti, come l’aver bevuto volontariamente, a un reato tanto odioso quanto grave. È una sentenza che rischia di vanificare anni di battaglie”.

La maggior parte dei commenti, infatti, sottintendeva che l’ubriachezza volontaria della ragazza fosse stata considerata dai giudici come un’attenuante per i colpevoli.

In realtà, la sentenza della Cassazione dice che c’è stata “violenza sessuale di gruppo con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica”. Secondo i giudici, infatti, integra questo reato “la condotta di coloro che inducano la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcooliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose e subdole, anche se la parte offesa ha volontariamente assunto alcool e droghe, rilevando solo la sua condizione di inferiorità psichica o fisica seguente all’assunzione delle dette sostanze”.

Quello su cui secondo la Cassazione incide la volontarietà o meno dell’assunzione di alcol da parte della ragazza è semmai la sussistenza a carico dei colpevoli dell’aggravante specifica. L’articolo 609-octies del codice penale sulla violenza sessuale di gruppo, infatti, prevede la reclusione da sei a dodici anni che però può essere aumentata “se concorre taluna delle circostanze aggravanti previste dall’articolo 609-ter”. Tra queste c’è l’aver commesso la violenza “con l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa”.

Per i giudici, “l’assunzione volontaria dell’alcool esclude la sussistenza dell’aggravante, poiché la norma prevede l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti (o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa)”: l’uso delle sostanze alcoliche, “deve essere quindi necessariamente strumentale alla violenza sessuale, ovvero deve essere il soggetto attivo del reato che usa l’alcool per la violenza, somministrandolo alla vittima”. Invece, “l’uso volontario, incide sì, come visto, sulla valutazione del valido consenso, ma non anche sulla sussistenza dell’aggravante”.

Teresa Manente, responsabile dell’ufficio legale dell’associazione Differenza Donna che dal 1994 gestisce i centri anti violenza a Roma, ha spiegato a SkyTg24 che la sentenza della Cassazione “non lede i diritti della donna in quanto riconosce che si tratta di violenza sessuale perché il consenso non è valido, essendo la vittima in stato di ubriachezza: “La legge prevede l’applicazione delle circostanze aggravanti quando è lo stupratore a somministrare l’alcol, quindi in questo caso la Cassazione ha giustamente affermato che essendo stata la donna a fare uso di alcol volontariamente, la stessa è vittima di violenza sessuale ma non può essere applicata l’aggravante”. L’avvocata ha sottolineato che “presso i centri si rivolgono molte giovani stuprate approfittando dello stato di ubriachezza e pertanto questa sentenza è positiva anche se non riconosce le aggravanti che nel caso specifico non potevano essere applicate. Alle donne interessa che venga riconosciuta la violazione del loro corpo”.

Anche la penalista Francesca Longhi ha detto al Corriere della Sera che la sentenza “è giuridicamente corretta”. “Sarebbe stato scandaloso — ha aggiunto — se i supremi giudici avessero teorizzato che lo stupro non c’era perché la vittima si era ubriacata. Nessuno ha detto: è colpa tua perché hai bevuto. La violenza sessuale è stata ritenuta sussistente. Ma l’aggravante dell’alcol non è imputabile a chi ha commesso il reato, perché si applica nei casi in cui la vittima viene fatta ubriacare, per esempio, con la benzodiazepina, la polverina dello stupro”. Dello stesso parere anche l’avvocata Caterina Malavenda, secondo cui “l’assunzione di alcol incide sul consenso: se tu bevi non puoi più prestare il consenso a un rapporto sessuale; in quelle condizioni non c’è mai”. L’aggravante, invece, “c’è se lo stupratore ha creato la situazione facendo bere la vittima; si applica solo quando c’è una precisa intenzione di farla bere per approfittare di lei. Stando ai fatti accertati, invece, la donna ha bevuto di sua volontà”.

Insomma, i giudici hanno riconosciuto lo stupro di gruppo con abuso della condizione di inferiorità fisica: la ragazza era ubriaca, il che invalida il suo consenso al rapporto. La corte però non ha potuto aggiungere l’aggravante di averla fatta bere per poi abusare di lei.

Il caso adesso tornerà alla Corte d’Appello, ed è lì che — semmai — potranno essere rivalutati i fatti, considerato che quello della Cassazione è un giudizio di legittimità, sulle questioni di diritto. “Ora la Corte di Appello dovrà rivalutare tutto — ha spiegato Malavenda — in particolare, capire chi ha fatto bere la vittima e perché. Tu puoi bere senza rendertene conto se c’è qualcuno che ti riempie continuamente il bicchiere. Ma perché lo sta facendo?”.

Articolo pubblicato in origine su Medium

Foto in anteprima via Ansa.

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Blockchain: cosa è e come funziona la nuova ‘rivoluzione’ tecnologica

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

Il tormentone dell’estate 2018 sono le discussioni su Blockchain. Chi non ne vuol sapere troppo e godersi indisturbato le vacanze può passare direttamente al post scriptum.

Negli ultimi mesi sembra che Blockchain sia diventata la nuova lotteria tecnologica che spazzerà via tutti i problemi del mondo. La raccontano come l’antidoto alle notizie false, la cura per eliminare le lungaggini burocratiche, la soluzione per comprare i biglietti della metro o per creare nuove forme di confronto.

Peccato, perché alzare le aspettative e crearne di irrealistiche può avere un effetto negativo sulla fiducia verso questa tecnologia. Blockchain - inteso come tecnologia e insieme di regole che la governano - ha delle potenzialità notevoli, che però sono accompagnate, come sempre, da condizioni di applicabilità e limiti.

Blockchain in sintesi

Blockchain è un “registro distribuito e aperto che permette di annotare le transazioni tra due parti in maniera verificabile e permanente”. Insomma, è qualcosa di estremamente noioso per i più: un sistema per gestire dati distribuiti tra molti computer. Ma in alcuni ambiti applicativi può creare delle soluzioni non praticabili fino a poco fa (per alcuni rivoluzionarie), da qui tutta l’attenzione che sta ricevendo.

Semplificando (molto), Blockchain è un libro mastro, replicato su molteplici computer, dove registrare gli scambi conclusi tra utenti. Blockchain è disegnata per assicurare che ogni transazione avvenga regolarmente e che nessuno possa modificare quelle informazioni in futuro.

Blockchain consente di condividere informazioni relative alle transazioni in maniera distribuita (senza alcun attore centrale che faccia da intermediario unico), trasparente (ogni nodo della rete mantiene una copia del database comune a tutti) e tuttavia sicura da manomissioni (nessuno può modificare una transazione già registrata e validata sulla Blockchain).

Come è nata e alcuni concetti base

Blockchain originariamente è stata sviluppata come tecnologia alla base di Bitcoin e ha progressivamente conquistato interesse e spazi anche oltre le criptovalute.

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Nella Blockchain – tradotto letteralmente: "catena di blocchi" – un insieme di transazioni sono raggruppate in un blocco, che il sistema valida e aggiunge agli altri precedentemente creati. Ogni blocco è collegato tramite un codice di riferimento a quelli precedenti, in modo che la sequenza di tutti i blocchi formi una catena, da cui in inglese "Blockchain". Questa catena è trasmessa e conservata a tutti i computer che compongono il sistema.

I computer che decidono di far parte di una Blockchain sono chiamati “nodi” e contribuiscono a validare e trasmettere le singole transazioni all’interno del network. Quando un nuovo nodo si aggiunge alla rete riceve una copia completa della Blockchain (che va dalla prima transazione effettuata fino all’ultima).

È una rivoluzione?

Quando vendiamo o acquistiamo una casa, la transazione è registrata dal notaio nel Registro Immobiliare (il catasto). Chi volesse verificare la proprietà dell’immobile deve consultare quel registro. La stessa cosa succede per i conti correnti (i dati sono gestiti dalla singola banca), la residenza e altri dati anagrafici (gestiti dal Comune), la situazione pensionistica (gestita dall’ente di previdenza). Siamo immersi in un sistema in cui, per molti aspetti della nostra quotidianità, un soggetto terzo (catasto, banca, comune) tiene traccia di informazioni che ci riguardano e le garantisce. Questo soggetto terzo centralizza la raccolta e lo scambio delle informazioni assumendo il ruolo di intermediario e garantendone l’autenticità.

Uno dei motivi per cui ci si rivolge a degli intermediari è per aumentare la fiducia dei contraenti nell’affidabilità della transazione. Se il venditore fosse l’unico soggetto a mantenere traccia degli estremi della transazione, potrebbe essere tentato di alzare il prezzo di vendita concordato e chiedere più soldi; simmetricamente, se l’acquirente fosse l’unico depositario dei termini dell’accordo, potrebbe cercare di abbassarne il prezzo. Se invece i dati sono trascritti e mantenuti da un soggetto terzo, i contraenti confidano ragionevolmente che i termini dell’accordo vengano registrati e conservati senza alterazioni.

Su questo aspetto Blockchain è estremamente innovativo: rende possibile progettare sistemi aperti in grado di registrare, verificare e conservare transazioni senza l’intervento di alcun intermediario. Bastano le due parti della transazione. Il meccanismo è basato su un sistema non centralizzato ma distribuito: i dati sono conservati da molti nodi piuttosto che da uno solo. I contraenti spostano la loro fiducia dagli intermediari al sistema, perché confidano (a ragione) che Blockchain registrerà e conserverà inalterati i dati della loro transazione.

Allora è Blockchain stesso a fare da intermediario? La risposta breve è sì, ma con alcune precisazioni. La principale riguarda la natura stessa dell’intermediazione. Mentre con gli intermediari tradizionali ci si fida che una persona o un’organizzazione si comporterà secondo le nostre aspettative, con Blockchain ci si fida della bontà del sistema e non dell’operato di un singolo soggetto. Blockchain, infatti, non è una persona né un’organizzazione, ma un sistema codificato per gestire informazioni. Mi fido di come funziona il sistema e delle norme che lo regolano, sapendo che le azioni eseguite da Blockchain sono automatiche e non soggette a decisioni di individui o organizzazioni*.

Dove si usa Blockchain?

Blockchain si basa su un modello di gestione dei dati che rende possibile qualcosa che prima era difficile anche solo immaginare: rendere sicure transazioni tra soggetti distribuiti geograficamente senza l’uso di intermediari centrali. All’interno di questi confini, Blockchain è una tecnologia rivoluzionaria. Tuttavia quelle stesse caratteristiche la rendono adatta a un ristretto numero di scenari d’uso.

Molte delle applicazioni di Blockchain sono ancora in fase di sperimentazione, mentre già sono molti gli esempi di programmi falliti. R3 è un progetto lanciato nel 2014 con ambiziosi piani per sviluppare una piattaforma Blockchain per un consorzio delle più grandi banche mondiali. Nonostante enormi investimenti, ad oggi, quelle promesse non sono state soddisfatte: R3 ha più volte rimodellato le proprie ambizioni e voci sempre più insistenti descrivono l’azienda in forte crisi.

Non è un caso che ad oggi la larga maggioranza delle applicazioni Blockchain si concentri nel mondo della finanza o delle criptoavlute da cui trae origine (con il chiaro dominio di Bitcoin come ambito di applicazione). Stanno lentamente anche emergendo casi d’uso interessanti per distribuire voucher alimentari a popolazioni in difficoltà da parte del World Food Program o esempi di sistemi per sostituire le attività di registrazione e di attestazione della proprietà su dei beni o per garantire la tracciabilità di alcuni scambi (dai generi alimentari alla trasparenza sulle donazioni).

Caso d’uso nelle criptovalute: Bitcoin

Quando invii un bonifico bancario, stai dando mandato alla banca di prendere 10 Euro dal tuo conto corrente e di aggiungerli a quello del ricevente. La banca registrerà nel proprio database (sistema di raccolta e gestione dei dati) quella transazione. Se tutto funziona correttamente, dopo qualche giorno avrai un’operazione in uscita (segno -) e la controparte una in entrata (segno +). Tutti i dati di questa transazione sono conservati e garantiti dalla banca. Per questo ci sono molteplici sistemi di protezione dei dati bancari: occorre garantire che i dati delle transazioni rimangano intatti anche in caso di malfunzionamento, errore o attacco informatico.

Con Blockchain i dati delle transazioni non sono conservati su un unico computer. Sono invece mantenuti su un gran numero di computer distribuiti per il mondo (a Luglio 2018 si contano 9650 nodi che fanno parte della Blockchain di Bitcoin). Ogni computer ha la stessa importanza degli altri (sistemi peer-to-peer) e su ognuno sono registrati esattamente gli stessi dati e le stesse transazioni. Ogni nodo conserva un registro con tutti i trasferimenti di Bitcoin conclusi dal 2009 fino ad oggi. Questo vuol dire che chi volesse attaccare o manomettere le transazioni registrate non potrebbe limitarsi ad entrare in un solo computer per modificare i dati ma dovrebbe entrare quasi simultaneamente in tutti i 9650 nodi (in realtà basterebbe controllarne la maggior parte, ma in questo articolo adotteremo questa semplificazione*). Inoltre, poiché ogni blocco di transazioni è legato al blocco di transazioni precedenti (catena di blocchi), non è possibile modificare una transazione passata senza andare a manipolare tutti i blocchi aggiunti successivamente. Su tutti i 9650 computer.

Facciamo un esempio. Ipotizziamo che il 26 Aprile 2018 intorno alle 10 di mattina Giovanna abbia pagato a Carlo 229 bitcoin. Quella transazione è stata registrata nel blocco numero #520000 (un blocco è un contenitore che raccoglie un insieme di transazioni). Dopo quattro giorni Carlo vuole provare a manomettere quella transazione aggiungendo uno zero per essere più ricco. Il 30 Aprile, mentre cerca un modo per truffare il sistema, si accorge che nel frattempo sono stati aggiunti 550 blocchi (si è arrivati al #520550). Ogni blocco ha un legame con il precedente. Quindi se Carlo vuole modificare anche solo uno spazio o uno zero del blocco #520000, dovrà manomettere anche il blocco successivo (#520001) altrimenti il legame sarebbe spezzato e il sistema si accorgerebbe della manomissione. Ma ovviamente se manomette il #520001 dovrà modificare anche quello successivo (#520002) e tutti gli altri che sono stati creati nel frattempo. Quindi Carlo, per truffare il sistema dopo 4 giorni, deve manomettere 550 blocchi (e deve farlo in fretta prima che ne vangano aggiunti altri). Non solo, ma deve farlo in maniera pressoché simultanea per tutti i 9650 nodi distribuiti nel mondo. Conclusione: Carlo rimarrà felicemente con i suoi 229 bitcoin senza aggiungere alcuno zero.

Caso d’uso nella logistica di prodotti alimentari: Carrefour

Un esempio di Blockchain usato nella logistica è quello che sta portando avanti la catena della grande distribuzione Carrefour. A inizio 2018 Carrefour ha introdotto in Francia la Blockchain per tracciare la filiera di alcuni generi alimentari, iniziando dal pollo d’Auvergne e il pomodoro Marmande. In Italia da Settembre la Blockchain permetterà di tracciare digitalmente, in maniera trasparente e consultabile anche dal consumatore finale, il pollo allevato all’aperto e senza antibiotici da 29 allevamenti, 2 mangimifici e 1 macello. I clienti (tramite un QR code) potranno accedere a tutti i dati della filiera alimentare, dall’origine fino al punto vendita. Le caratteristiche delle Blockchain garantiranno l’immutabilità di quei dati.

Se da una parte queste iniziative sono rivolte ad aumentare la fiducia del consumatore, rimane una questione aperta. L’immutabilità dei dati risolve un problema (la possibilità di modificarli ex-post quando conviene) ma non garantisce sull’attendibilità e veridicità dei dati immessi in ogni passaggio della filiera. Ovvero se inserisco un dato non veritiero, Blockchain incorporerà nel sistema senza filtri quell'informazione non accurata o falsa: semplicemente non consentirà di modificarlo successivamente.

Le Blockchain sono tutte uguali?

Possiamo definire diversi tipi di Blockchain in base al loro grado di apertura. È definita “permissionless” (senza permesso) quella in cui chiunque può partecipare al processo di verifica dei blocchi senza dover avere un’autorizzazione ex-ante per poter aggiungere la propria capacità computazionale a quella del sistema. Bitcoin è una Blockchain permissionless: ogni computer può diventare parte del sistema (full node) senza ricevere alcuna autorizzazione preventiva purché rispetti le regole stabilite per ogni nodo della catena stessa. Al contrario, una Blockchain di tipo “permissioned” (con permesso) è quella in cui un’autorità centrale o un consorzio seleziona preventivamente i nodi che possono verificare le transazioni.

Spesso le Blockchain con o senza permesso preventivo vengono confuse con quelle di tipo pubblico o privato. In una Blockchain pubblica ognuno può avere accesso ai dati conservati nella catena, avendo quindi la possibilità sia di leggere sia di sottomettere le transazioni. In una Blockchain privata, invece, l’accesso ai dati (così come la sottomissione di nuove transazioni) sono ristrette solo agli attori scelti dall’autorità centrale (spesso quindi l’accesso alla Blockchain privata è ristretto ai membri di una singola organizzazione o di una associazione).

La differenza tra queste due categorizzazioni è sottile (e in realtà ancora in divenire): persmissionless/permissioned si riferisce a un problema di autorizzazione – COSA può fare un nodo e se per farlo ha bisogno o meno di un’autorizzazione preventiva; public/private si riferisce a un problema di autenticazione – CHI può accedere ai dati. Nei casi concreti quasi sempre una Blockchain pubblica è anche permissionless (come nel caso di Bitcoin) in modo da ridurre l’esigenza di un intervento di terze parti e autorità intermediatrici. Simmetricamente le Blockchain private sono quasi sempre permissioned perchè le organizzazioni che le gestiscono hanno interesse a restringere accesso e uso solo ai loro membri.

Alla fine è una rivoluzione o no?

Blockchain funziona al meglio in un sistema distribuito aperto (che quindi vuole o deve far a meno di nodi centrali) dove la priorità è garantire la non modificabilità delle transazioni concluse. In tutti gli altri scenari Blockchain presenta molte inefficienze rispetto alle tradizionali soluzioni centralizzate.

Quindi per capire se Blockchain può essere innovativa in un certo ambito ci dobbiamo chiedere: il sistema in questione deve essere distribuito e aperto? La priorità del sistema è la conservazione e la non modificabilità dei dati registrati? Se la risposta a una di queste domande è negativa, allora una combinazione di tradizionali sistemi di gestione di dati e crittografia può spesso bastare senza dover ricorrere a Blockchain, che per design è – a parità di condizioni - più costosa e lenta. Blockchain è inefficiente per sua stessa natura, ed è questa sua inefficienza a garantirne la robustezza in contesti distribuiti e aperti.

Un altro elemento spesso sottostimato in fase di disegno dei sistemi Blockchain riguarda i nodi: la struttura della catena è forte solo se può contare sulla partecipazione di numerosi nodi autonomi e indipendenti. Ma i nodi devono avere un interesse o una motivazione per investire parte delle loro risorse nella sicurezza del sistema. Nella Blockchain di Bitcoin questa motivazione deriva dalla possibilità di ricevere come ricompensa i nuovi bitcoin generati nel blocco. In molte altre sperimentazioni il problema del numero di nodi è sottostimato, finché ci si accorge che una Blockchain con 3 nodi è un inutile spreco di risorse.

Cosa c’è in un blocco?

Ogni blocco della Blockchain è caratterizzato da almeno quattro parti:

1. Dati sulle transazioni: le informazioni di tutte le transazioni raccolte nel blocco stesso.
2. Timestamp: data e ora in cui il blocco è stato generato.
3. Hash: un numero che identifica in maniera univoca il singolo blocco.
4. L’hash del blocco precedente: in questo modo ogni blocco è legato in maniera diretta al blocco precedente. Ipotizziamo per esempio che il blocco #99 abbia come valore dell’hash la stringa 6f49c2f. Il blocco successivo #100 che ipotizziamo con hash a09db6f, dovrà avere nel campo “hash del blocco precedente” lo stesso valore 6f49c2f.

Come fanno i diversi nodi a concordare quali blocchi aggiungere alla catena?

Nella Blockchain di Bitcoin i full node (in italiano “nodi completi”) sono nodi che hanno convalidato l’intera catena Blockchain in modo indipendente ed autonomo e applicano tutte le regole di Bitcoin (es. ogni blocco può creare solo un certo numero di nuovi bitcoin, attualmente 12.5; ogni transazione deve rispettare il formato di dati stabilito; ogni transazione deve contenere le firme corrette per poter spendere i bitcoin, etc.). Solo i full node possono aggiungere un nuovo blocco alla Blockchain. Per farlo devono raggiungere un “consenso” con gli altri nodi completi. Il consenso viene raggiunto quando un full node condivide con gli altri il così detto proof-of-work (POW) e gli altri lo verificano e lo accettano. Il POW consiste in una sorta di puzzle matematico difficile da risolvere, ma la cui soluzione è facile da verificare.

Quindi i full node devono impiegare consistenti risorse computazionali per risolvere il problema, ma una volta trovata la soluzione questa è facilmente verificabile dagli altri nodi. Ad oggi servono in media 10 minuti per creare nuovo blocco nella catena Bitcoin. Il primo full node che risolve il puzzle può aggiungere il nuovo blocco e ottenere come ricompensa i nuovi bitcoin creati nel blocco . Questa ricompensa funge da incentivo economico per motivare i full node a contribuire alla catena di Bitcoin. Sebbene il POW sia uno dei meccanismi più diffusi per raggiungere il consenso, ne esistono anche molti altri tra cui il proof-of-activity o il proof-of-stake.

Come funziona l’hash e la risoluzione dei problemi per generare i blocchi?

Un nodo può generare un blocco quando risolve un puzzle. Come dire che se voi riuscite a decodificare la seguente stringa (cioè trovare il messaggio al suo interno), avrete diritto ad una ricompensa:

9105888CFA30DE00D70E800BE55451413C4CCDA27FA4B198212247C3687DFB34

In questa stringa è stato crittografato un messaggio usando un algoritmo chiamato SHA-256 (Secure Hash Algorithm). Questo algoritmo genera degli hash (quasi-)unici a lunghezza fissa di 256-bit con la caratteristica di consentire una “facile” criptazione di un messaggio mentre la sua decodifica è (oggi) praticamente impossibile. Nella stringa criptata sopra, il messaggio è: “Visto come è facile verificare la correttezza di questo hash?”. Esistono molti generatori online di SHA-256 hash (qui un esempio) da provare per vedere quanto è facile criptare un messaggio che nessuno riuscirà decodificare (scrivete nello spazio di testo il messaggio che volete codificare, notando come ad ogni carattere che inserite l’hash cambi completamente). Allo stesso tempo con i generatori online è facile controllare che la soluzione che vi ho proposto al puzzle sia corretta. Basta inserire la risposta (“Visto come…” ecc) nel campo testo e controllare che l’hash del puzzle sia quello che avevo indicato sopra (9105…etc.). Nella Blockchain di Bitcoin i nodi cercano la soluzione al puzzle e, quando la trovano, la comunicano a tutti gli altri nodi che così possono controllare facilmente (come avete fatto voi con la stringa qui sopra) che la soluzione trovata sia effettivamente corretta.

P.S. Se siete in vacanza e volete tagliare corto la conversazione con l’ennesima persona che vi chiede se sapete cosa sia Blockchain, impostate una faccia annoiata e rispondete rapidi: “Blockchain è disegnato per garantire la sicurezza di un sistema distribuito aperto anche in presenza di un modello avversario con tolleranza bizantina ai guasti”. Poi allontanatevi tranquilli, non verrete più disturbati.

*Rimandiamo ad un altro momento la spiegazione di dettaglio ed esaustiva di altri aspetti di Blockchain (come vulnerabilità, attacco 51%, Sybil-resistance, meccanismi per far evolvere la catena, smart contract, problemi di governance, impatto e modelli organizzativi, etc.) che costringerebbe la gran parte dei lettori ad utilizzare immediatamente la formula consigliata nel post scriptum. Per chi volesse intanto approfondire, un buon punto di partenza non tecnico è Tapscott e Tapscott (2016).

Altra iniziativa da seguire è l’Osservatorio e Forum sulla Blockchain dell’Unione Europea che presenta anche una mappa (in crowdsourcing) delle iniziative basate su questa tecnologia.

Immagine in anteprima via pixabay.com

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Le polemiche sulle ONG, le critiche a Travaglio e cosa ci dicono i fatti finora emersi

[Tempo di lettura stimato: 19 minuti]

[ha collaborato Angelo Romano]

Un editoriale di Marco Travaglio sulle ONG (che attualmente non sono presenti nel Mediterraneo per le operazioni di salvataggio), sulle conseguenze delle loro attività in mare, sul presunto "legame acclarato" fra alcune di loro e gli scafisti libici e sulla situazione in Libia, ha provocato la reazione di giornalisti specializzati in questi temi e studiosi che hanno criticato e denunciato le semplificazioni, inesattezze ed errori di quanto scritto dal direttore del Fatto Quotidiano.

Abbiamo ricostruito il dibattito, analizzando i punti principali della discussione.

Cosa ha scritto Travaglio

Lo scorso 10 luglio, il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ha scritto un editoriale in cui, commentando ed esprimendo solidarietà all'iniziativa “Una maglietta rossa per fermare l'emorragia di umanità” (promossa da Libera e altre associazioni, come ANPI e Arci) che puntava a sensibilizzare le persone sul tema dei migranti e dei morti in mare, ha criticato chi, tra le "magliette rosse", ha collegato l'ultimo naufragio al largo delle coste libiche (di cui si è avuta notizia lo scorso 2 luglio) "alle politiche del governo italiano" con il rischio di trasformare "una bella iniziativa per non dimenticare una tragedia quotidiana che dura da anni" in "un'arma di distrazione di massa dai veri responsabili", cioè "i trafficanti di esseri umani".

Tra le argomentazioni presentate, Travaglio, rifacendosi alle posizioni del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, afferma che le organizzazioni non governative (ONG), impegnate nel salvataggio in mare, hanno agevolato, senza dolo, gli affari dei trafficanti di persone, permettendogli di impiegare "natanti sempre più pericolanti, proprio perché sicuri di dover percorrere un tratto di mare molto limitato prima della "consegna" sincronizzata (il "salvataggio" è tutt'altra cosa) del carico umano alle imbarcazioni private" e ostacolato le indagini dei magistrati: "se nessuno li vede (ndr "gli scafisti"), li intercetta, li identifica, è impossibile incriminarli e arrestarli".

Sul punto, il direttore del Fatto Quotidiano aggiunge:

Il legame fra alcune Ong e gli scafisti, ormai acclarato e addirittura rivendicato dalle interessate, non è di tipo economico, ma fattuale: le Ong agiscono, anche con le migliori intenzioni, come "pull factor" che rende i viaggi meno costosi e rischiosi, dunque più appetibili e redditizi. E questa non è necessariamente materia penale, perché i reati presuppongono il dolo, cioè l'intenzione di sostenere i trafficanti, che non è il movente delle Ong. Ma, se un fatto non è reato, non vuol dire che non sia vero.

Il giornalista, spiegando poi ai propri lettori quale politica sta portando avanti il governo Conte, insieme all'Unione europea, per stabilizzare la situazione in Libia – aiutare cioè il governo di Tripoli "ad affermare e perimetrare la sua sovranità, unica premessa per operazioni efficaci di controllo del mare e dei flussi" –, avverte che "ora in Libia premono per partire chi dice 700 mila, chi dice 1 milione di persone" e che "l'Italia non può accogliere" quel numero di migranti.

Travaglio specifica infine che "quando le navi delle ONG scorrazzavano nel "Mar West" Mediterraneo e i porti italiani (e solo quelli) erano sempre aperti (....), si registrò il triste record di 35mila affogati in 15 anni" mentre "i morti cominciarono a calare, e di parecchio, quando Minniti smise di ululare all'egoismo dell'Europa e si rimboccò le maniche: impose quelle regole alle ONG e provò a stabilizzare la Libia, aiutando Tripoli a riaffermare uno straccio di sovranità sul suo territorio e le sue acque". E "il governo Conte prosegue su quella strada" contribuendo a evitare che ci siano più sbarchi sulle nostre coste: "l'equazione 'più ONG, meno morti' è falsa: è vera invece quella 'meno sbarchi, meno morti'".

Le risposte a Travaglio

Su quanto scritto da Travaglio sono arrivate sui social diverse risposte da altri giornalisti e studiosi che da tempo si occupano del fenomeno migratorio con articoli, inchieste, studi e reportage sul campo.

Innanzitutto a Marco Travaglio viene chiesto da più parti, tra cui da Diego Bianchi (conosciuto con il nome di "Zoro"), conduttore del programma televisivo "Propaganda Live" su La7,  da chi sarebbe stato "acclarato" il legame fra alcune ONG e gli scafisti e da quale organizzazione non governativa sarebbe stato "rivendicato".

  • Il "pull factor" (un fattore di attrazione)

Matteo Villa, ricercatore dell'ISPI (cioè l'Istituto per gli studi di politica internazionale), ha mostrato che la presenza delle imbarcazioni delle ONG nel Mediterraneo non "ha avuto alcun effetto significativo sulla variazione delle partenze dalla Libia".

Alla stessa conclusione il ricercatore era arrivato nel maggio scorso all'interno di un fact-checking su diverse questioni legate ai flussi migratori, in cui si legge che "a determinare il numero di partenze tra il 2015 e oggi sembrano essere stati dunque altri fattori, tra cui per esempio le attività dei trafficanti sulla costa e la 'domanda' di servizi di trasporto da parte dei migranti nelle diverse località libiche".

La tesi di un "pull factor" delle ricerche e soccorso era stata sollevata lo scorso anno nel rapporto Risk Analysis 2017 di Frontex (cioè l'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) in cui si leggeva che tra le “conseguenze involontarie” delle operazioni in prossimità delle coste della Libia c'è quella di “agire da pull factor, aggravando le difficoltà legate al controllo delle frontiere e al salvataggio in mare”.

Su questa possibilità, diverse autorità internazionali e nazionali avevano espresso un parere negativo, come avevamo ricostruito in questo approfondimento:

"Per Federico Soda, Direttore dell’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell'OIM, non solo «la presenza di navi nel Mediterraneo non rappresenta un fattore di attrazione», ma «parlare di pull factor è fuorviante», perché i migranti sono spinti da tanti altri fattori «tra cui il principale è il deterioramento delle condizioni di vita in Libia, e sono sempre di più le persone che scappano in quanto vittime di violenze e abusi».

In audizione al Comitato Schengen della Camera dei deputati (...), il contrammiraglio Nicola Carlone, capo del reparto Operazioni della Guardia Costiera, ha espressamente precisato che la presenza delle ONG «non comporta quello che viene detto fattore di attrazione» e «non dà impulso alle partenze», poiché si tratta di un fenomeno «governato esclusivamente a terra, secondo modalità decise dalle organizzazioni criminali». Ugualmente, in Commissione Difesa al Senato il comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto, Vincenzo Melone, ha spiegato che l'area di ricerca e soccorso «non è la causa di questo evento epocale, né può essere la soluzione, che deve essere politica. La gestione dei soccorsi in mare è sintomo di una malattia che nasce e si sviluppa altrove, sulla terraferma, ed è li che bisogna intervenire».

Sempre a Palazzo Madama, (...) l'ammiraglio Enrico Credendino, comandante di EunavforMed – operazione Sophiaha precisato che più che di pull factor bisognerebbe parlare di push factor, cioè di quei fattori che spingono i migranti a partire: «Ho incontrato cinque ambasciatori del Sahel a New York, ai quali ho detto che noi probabilmente come Unione europea non spieghiamo ai loro cittadini i rischi dei viaggi nel Mediterraneo. Tutti e cinque mi hanno risposto che mi sbagliavo, e che chi parte sa esattamente quello a cui va incontro: sa che molti moriranno nel deserto, che le donne verranno abusate durante il viaggio, che le famiglie saranno distrutte. Ciononostante scelgono di partire e accettano i rischi piuttosto che restare a casa loro». Credendino ha poi ricordato che anche Mare Nostrum era stata accusata di essere fattore d'attrazione, ma «quando è terminata e quattro mesi dopo è iniziata Mare Sicuro non c'è stato un decremento delle partenze, anzi. Il che vuol dire che questo collegamento tra fattore attrazione e navi in mare non è così immediato»".

Sul fatto poi che, come scrive il direttore del Fatto Quotidiano, la presenza delle ONG a ridosso delle acque territoriali libiche avrebbe permesso ai trafficanti di impiegare natanti sempre più pericolanti "proprio perché sicuri di dover percorrere un tratto di mare molto limitato", Lorenzo Bagnoli, giornalista freelance, in un post su Facebook, scrive che ad esempio "i gommoni sono solo una delle tipologie possibile delle imbarcazioni utilizzate dai migranti e si usano da ben prima che le Ong entrassero in azione (ironia della sorte, ne avevo scritto per Il Fatto quotidiano)".

Sempre lo scorso anno sull'utilizzo di imbarcazioni sempre più instabili e pericolose da parte dei trafficanti e le cause delle morti in mare avevamo riportato quanto scriveva la Guardia Costiera italiana e sosteneva chi se ne era occupato: "Stando al rapporto 2016 sulle attività SAR della Guardia Costiera, i trafficanti hanno sensibilmente peggiorato le condizioni dei viaggi in mare: sono aumentate le partenze notturne o in condizioni non favorevoli, i gommoni vengono preferiti ai barconi e riempiti di persone fino all'inverosimile. Questo fa sì che le imbarcazioni abbiano un'autonomia molto minore. Intervistato da OpenMigration Lorenzo Pezzani, uno dei ricercatori autori dello studio Death by rescue che ha indagato sui naufragi di aprile 2015, ha affermato che il cambiamento di strategia dei trafficanti «c’era già stato nel 2015, quando le ONG erano ancora poche, ed è quindi assurdo imputare a loro questa situazione»".

Ad esempio, nel settembre di tre anni fa Repubblica scriveva che "il lavoro svolto fino ad oggi dalle Procure siciliane ha (...) permesso di sottrarre ai trafficanti di uomini molte imbarcazioni, in linea anche con la nuova missione EuNavFor Med voluta dall'Unione Europea. I trafficanti preferiscono così ultimamente acquistare i gommoni, spesso realizzati artigianalmente: 'Abbiamo accertato che non si tratta di gommoni provenienti da enti di marineria specializzati, ma mezzi di scarsa fattura, con poca sicurezza di galleggiabilità. Sono gommoni che hanno un'autonomia dalle dieci alle dodici ore'.".

  • 700mila - 1 milione di persone pronte a partire dalla Libia

Sul numero delle persone che in Libia premerebbero per partire per l'Italia e che secondo quanto riportato da Travaglio sarebbero tra le 700mila e 1 milione, Francesca Mannocchi, giornalista che ha pubblicato diversi reportage dalla Libia, ha chiesto al direttore del Fatto Quotidiano la fonte di questi dati, perché, come precisa la giornalista, la stima dei migranti presenti in Libia non equivale al numero delle persone che sarebbero intenzionate a partire.

  • Il rapporto tra sbarchi e morti in mare

Sui morti in mare, gli sbarchi e la presenza delle ONG, la giornalista di Internazionale, Annalisa Camilli, spiega che non è corretta l’equazione ‘meno sbarchi, meno morti’ perché “la mortalità deve essere calcolata in relazione alle persone partite e non a quelle arrivate”. Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), i morti in mare nei primi sei mesi dell’anno, hanno già raggiunto quota mille, rendendo di fatto quella del Mediterraneo centrale la rotta più pericolosa del mondo.

Se è vero che dall’estate del 2017 il numero degli sbarchi sulle nostre coste è sensibilmente diminuito (al 30 giugno di quest’anno gli arrivi sulle nostre coste risultano calati dell’80,22% rispetto al 2017 e del 76,41% rispetto al 2016), è anche vero che è aumentato in proporzione il numero delle persone che perdono la vita durante la traversata. Carlotta Sami, direttore comunicazioni con incarico di portavoce per il Sud Europa dell'UNHCR, nel corso della trasmissione Agorà su Rai Tre,  ha affermato che se fino allo scorso anno nel Mediterraneo moriva 1 persona su 39, nei primi sei mesi del 2018 il dato è pressoché raddoppiato (1 morto ogni 19 persone partite) e, nel solo mese di giugno, è morta una persona su 6.

Un dato che, scrive il ricercatore di Ispi, Matteo Villa, sta riportando il numero assoluto di morti e dispersi in mare ai livelli precedenti al luglio 2017, quando si era cominciata a registrare una drastica riduzione delle partenze dalla Libia.

Villa ha poi corretto (per un errore nel conteggio) il suo primo tweet

L’aumento dei morti e dispersi in mare, prosegue il ricercatore, si è verificato nel momento in cui la cosiddetta "Guardia Costiera libica" ha incrementato il numero di interventi: nei primi sei mesi sono diminuiti i migranti che sono riusciti a raggiungere l’Italia (circa la metà rispetto all’86% del 2017), è aumentato il numero delle persone intercettate dalle motovedette libiche (il 44% rispetto al 12% dell’anno scorso) e riportate in Libia e quello dei morti durante la traversata (il 4,5%, praticamente il doppio dell’anno prima).

https://twitter.com/emmevilla/status/1014068496584597504

Tutto questo, scrive in un altro tweet Villa, è dovuto essenzialmente a tre fattori: “Le ong sono coinvolte sempre di meno nei salvataggi, i mercantili non intervengono perché temono di essere bloccati per giorni in attesa di avere indicazioni sul porto di sbarco e la guardia costiera libica non ha né i mezzi né la competenza per occuparsi dei salvataggi”. 

La replica di Travaglio

Marco Travaglio ha replicato a quanto scritto da Bianchi ("Zoro") e Mannocchi con un secondo articolo.

Il giornalista inizia ribattendo alla richiesta di Diego Bianchi. Riguardo il chiarimento da chi sarebbe stato "acclarato" il legame fra alcune ONG e gli scafisti, Travaglio cita il caso di una ONG, la Jugend Rettet:

"Gentile Zoro, sul web può trovare i filmati, le fotografie e l'audio delle intercettazioni dei responsabili di un'Ong, la tedesca Jugend Rettet, e della sua nave Iuventa sequestrata un anno fa a Trapani perché - spiegò il procuratore Ambrogio Cartosio - «è accertato che i migranti vengono scortati dai trafficanti libici e consegnati non lontano dalle coste all'equipaggio che li prende a bordo della Iuventa. Non si tratta dunque di migranti 'salvati', ma recuperati, consegnati. E poiché la nave della Ong ha ridotte dimensioni, questa poi provvede a trasbordarli presso altre unità di Ong e militari».

Travaglio scrive così di "consegne sincronizzate grazie a comunicazioni dirette o indirette (tramite mediatori e favoreggiatori) con gli scafisti, ai quali veniva poi consentito di smontare e riprendersi i motori dai gommoni (che per legge andrebbero distrutti) e infine venivano graziosamente restituiti tre barconi, subito riutilizzati nei giorni seguenti per altri traffici di esseri umani".

Per il giornalista si tratta dello "stesso scenario descritto mesi prima dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro nelle audizioni in Parlamento, a proposito di altre Ong, e poi immortalato da altre indagini di varie Procure siciliane". Se poi, continua Travaglio, "alcune indagini (diversamente da quella di Trapani, che s'è vista confermare il sequestro della Iuventa fino in Cassazione) non hanno finora accertato reati, non significa che non abbiano acclarato fatti oggettivi".

Riguardo poi la seconda parte della richiesta, cioè da quale ONG sarebbe stato "rivendicato" il legame con i trafficanti, il direttore del Fatto Quotidiano prima descrive quello che accadrebbe in mare, rivelato "spesso dai satelliti militari puntati sul Mediterraneo":

"Navi di Ong salpavano all'improvviso dai porti europei (soprattutto italiani) e facevano rotta verso un punto X del mare, in simultanea o addirittura in anticipo sulla partenza di un barcone carico di migranti dalla costa libica che, guardacaso, puntava dritto verso X. Il che, salvo immaginare sistematici casi di telepatia o continue apparizioni dell' arcangelo Gabriele, dimostra un coordinamento fra scafisti (o loro complici) e Ong, sempre nel posto giusto al momento giusto per rilevare il carico umano, spesso al confine delle acque territoriali libiche, o financo oltre".

Poi afferma che questo modus operandi "è stato più volte rivendicato dalle ONG coinvolte (sorvolando ovviamente sui contatti telefonici: ammetterli sarebbe confessare il favoreggiamento). L'argomento è: 'Così si salvano più vite'" che, afferma Travaglio, non risulta essere vero perché "le consegne sincronizzate avvengono senza pericoli di vita, dunque non sono salvataggi, ma incentivi al traffico di migranti".

Travaglio passa poi alla domanda di Mannocchi sul numero di migranti pronti a partire in Libia: tra i 700mila e un milione. Il giornalista specifica innanzitutto che  quel dato "è frutto delle stime di numerosi osservatori della realtà libica, fra cui Lorenzo Cremonesi del Corriere, uno degli inviati più seri e informati sul Medio Oriente e il Nordafrica". Poi, aggiunge, che quei migranti vogliano partire per l'Europa lo desume "dal fatto che difficilmente i disperati del Mali, o del Niger, o della Nigeria lasciano le loro case e attraversano il deserto accompagnati da trafficanti senza scrupoli che li pestano e li depredano, per trascorrere le vacanze estive in un campo-lager della Libia".

Le risposte a Travaglio e cosa dicono finora le indagini


Diego Bianchi ringrazia Travaglio per la risposta scrivendo che "la conferma da parte sua del fatto che di 'acclarato' e 'addirittura rivendicato' circa il legame tra 'alcune Ong e gli scafisti' non ci sia nulla è molto importante". Zoro fa riferimento al fatto che Travaglio ha risposto citando un'indagine ancora in corso su diversi membri dell'equipaggio di una ONG e quindi senza ancora una richiesta di rinvio a giudizio e di conseguenza anche di un processo e di relative sentenze.

  • Cosa è emerso finora dall'inchiesta a Trapani

Lo scorso 2 agosto la nave "Iuventa" della ONG Jugend Rettet è stata sequestrata (qui il decreto del sequestro preventivo del Tribunale di Trapani) dai magistrati. La Procura di Trapani sta indagando per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Gli episodi contestati dagli inquirenti, come riportato in un precedente articolo, sono tre: il 10 settembre 2016, il 18 giugno 2017 e il 26 giugno 2017, anche se ve ne sono altri che ai pm fanno ritenere "abituale" una certa condotta dell'equipaggio. Durante la conferenza stampa, avvenuta dopo il sequestro della nave, l'allora procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio (poi passato alla Procura di Termini Imerese), aveva detto: «Si è accertato che questa imbarcazione abbia effettuato interventi non per salvare dei soggetti in pericolo di vita, ma per trasbordare sull'imbarcazione delle persone scortate dai trafficanti libici».

Il procuratore aveva detto di aver documentato (con foto e video) degli incontri in mare tra membri dell’equipaggio e scafisti, ma escludeva collegamenti (anche per scopi economici) tra l’ONG e trafficanti libici: «Un collegamento stabile tra la ONG e i trafficanti libici è pura fantascienza». Proprio per questo motivo, la Procura non sta indagando anche per il reato di associazione a delinquere. Per Cartosio infatti «le finalità dei trafficanti erano ben diverse rispetto a quelle dell’equipaggio Iuventa» che avrebbe commesso quanto imputato «per motivi umanitari».

Nelle carte dell’inchiesta emerge anche che, in uno degli episodi contestati, uomini dell’equipaggio della Iuventa avrebbero consentito a persone che operavano al confine delle acque territoriali libiche di recuperare tre imbarcazioni utilizzate dai migranti per la partenza dalle coste nordafricane, una delle quali riutilizzata il 26 giugno per un'altra partenza, spiegava RaiNews. Nelle riunioni operative sui salvataggi, scrivevano gli inquirenti, viene invece sempre raccomandato a chi interviene di rendere inutilizzabili i natanti utilizzati per trasportare i migranti (questa attività – prescritta anche nel cosiddetto "codice di condotta" stipulato dall'allora ministro Minniti – non è quindi prevista "per legge", come scrive Travaglio, ma raccomandata).

L'avvocato della ONG ha presentato ricorso contro il sequestro della nave, ma la Cassazione, lo scorso 24 aprile, lo ha confermato: “Il ricorso ovviamente non entrava nel merito dei fatti contestati dalla procura di Trapani, contestavamo la legittimità della giurisdizione italiana”, aveva commentato l'avvocato.

Mercoledì 11 luglio poi, la procura di Trapani ha notificato 20 avvisi di garanzia (tra soggetti identificati a bordo della Iuventa, personale di Medici senza frontiere e Save The Children e Padre Mussie Zerai) di natura strettamente procedurale, scrive Tgr Sicilia, "poiché è necessario effettuare verifiche e accertamenti su personal computer e cellulari. Proprio la natura di questo tipo di accertamento – definito irripetibile – prevede la presenza dei difensori, a garanzia degli indagati". Riguardo la notifica ricevuta, Save The Children ha comunicato che "si tratta di un atto dovuto per consentire di partecipare all’ispezione dei dispositivi elettronici sequestrati alcuni mesi orsono, permettendo di esercitare il diritto alla difesa".

Fonti della Procura citate da Repubblica Palermo avrebbero inoltre precisato "che dagli atti di indagine non emerge in alcun modo che l'operato delle navi umanitarie, che in più occasioni avrebbero soccorso i migranti in acque libiche e con modalità ancora da accertare, possa nascondere fini illeciti di qualsiasi natura. Se le Ong hanno violato le norme lo hanno fatto solo per fini umanitari dando precedenza assoluta alla salvezza delle vite umane".

  • Lo scenario evocato da Zuccaro e quello della procura di Trapani

Nel suo secondo editoriale, Travaglio ha scritto che lo scenario emerso dall'indagine della Procura di Trapani sarebbe uguale a quello descritto lo scorso anno dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro.

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Il procuratore siciliano, in base a un’indagine conoscitiva sul “fenomeno” delle organizzazioni non governative e su indicazioni ricevute da Frontex e dalla Marina Militare, aveva parlato di contatti e chiamate con soggetti sulla terraferma libica, di possibili finanziamenti ricevuti dalle organizzazioni criminali che organizzano i viaggi in mare e sugli scopi delle ONG aveva detto: «Potrebbe anche essere che da parte di alcuni di queste organizzazioni non governative si perseguono finalità di destabilizzazione, ad esempio, dell’economia italiana». Parole che avevano provocato forti polemiche. Motivo per cui Zuccaro aveva poi precisato che sul ruolo di «alcune ONG sulle operazioni di salvataggio di migranti e sui loro finanziamenti» aveva delle «ipotesi di lavoro, che non sono al momento prove» e di aver voluto denunciare «un fenomeno e non singole persone».

Uno scenario quindi diverso rispetto a quanto emerso finora dall’indagine di Trapani, in cui si parla di incontri/contatti in mare tra uomini dell’equipaggio di Jugend Rettet e trafficanti, di fantascienza se si ipotizza un collegamento (anche economico) stabile tra la ONG e i trafficanti libici e di finalità della Iuventa comunque “umanitaria”.

  • Le inchieste di Palermo e Catania

Dell'operato di alcune ONG si sono occupate anche la Procura di Palermo e quella di Catania.

Lo scorso 20 giugno, dopo la richiesta della Procura di Palermosono state archiviate dal Gip (cioè il giudice delle indagini preliminari) le accuse contro le ONG Pro Activa Open Arms e Sea Watch. Alla luce delle indagini svolte, come scrive la Procura nel chiedere l'archiviazione, non sono stati ravvisati "elementi concreti che portano a ritenere alcuna connessione tra i soggetti intervenuti nel corso delle operazioni di salvataggio a bordo delle navi delle Ong e i trafficanti operanti sul territorio libico".

Nel marzo 2018 la Procura di Catania, guidata dal procuratore Carmelo Zuccaro, pone sotto sequestro la nave della ONG Proactiva Open Arms, ormeggiata al porto di Pozzallo, in provincia di Ragusa. I magistrati ipotizzano il reato di associazione a delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina: per i pm ci sarebbe una volontà da parte degli indagati di portare i migranti in Italia anche violando legge e accordi internazionali, non consegnandoli alle navi della Guardia Costiera libica, scrive Agi.

Pochi giorni dopo il Gip di Catania, nel confermare il sequestro, fa cadere però l'accusa di associazione a delinquere, mentre resta in piedi quella di aver favorito l'immigrazione clandestina. Il Gip si era dichiarato non competente a livello territoriale per i reati contestati e aveva passato il fascicolo al Gip di Ragusa. Venendo meno l’accusa di associazione a delinquere, infatti, la competenza territoriale del tribunale di Catania – che ha una specifica autorità per i reati associativi – era decaduta, spiega Annalisa Camilli su Internazionale.

A metà aprile, poi, il Gip di Ragusa dispone il dissequestro della nave perché sostiene che l'ONG abbia agito in uno "stato di necessità", regolato dall’articolo 54 del codice penale che stabilisce l’impunità per chi ha commesso un reato “costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave”. Un mese dopo, il tribunale del Riesame di Ragusa conferma il dissequestro della nave, rigettando il ricorso della Procura contro la decisone del Gip.

I magistrati infine rinunciano a ricorrere in Cassazione contro questa decisione. La procura di Catania ha continuato comunque l'indagine sul soccorso nel marzo scorso di 218 migranti operato dalla Open Arms. Lo scorso 5 aprile gli indagati sono stati convocati dai magistrati catanesi, ma non si sono presentati perché, spiegavano i loro avvocati, l'invito a comparire era stato "recapitato nonostante il provvedimento del Gip di Catania che, ritenendo non seria l'imputazione associativa, ha ordinato la trasmissione degli atti alla Procura di Ragusa per competenza". A metà giugno, poi, "il perito nominato dalla procura di Catania per analizzare i cellulari sequestrati ai due indagati ha preso in mano per la prima volta i due apparecchi. I controlli, però, sono stati posticipati perché i telefoni avevano inseriti i rispettivi codici Pin. «I nostri assistiti hanno già fatto sapere che li forniranno. Non hanno nulla da temere», hanno comunicato gli avvocati", scrive MeridoNews. Il 10 luglio, poi, è stata pubblicata la notizia della disposizione della consulenza tecnico legale da parte dei magistrati per recuperare i file dei telefonini sequestrati agli indagati.

  • I movimenti delle ONG e l'uso di satelliti militari

Travaglio ha inoltre raccontato di quanto rivelato da satelliti militari riguardo a movimenti di navi di ONG salpate "all'improvviso" dai porti europei (soprattutto italiani) per far rotta verso un punto X del mare, "in simultanea o addirittura in anticipo sulla partenza di un barcone carico di migranti dalla costa libica che, guardacaso, puntava dritto verso X".

La fonte di questa ricostruzione è un articolo uscito il 22 marzo scorso sul Fatto Quotidiano a firma di Antonio Massari in cui si parlava di ipotesi investigative sull'operato delle ONG e non di fatti assodati. Il giornalista, in base a proprie fonti, scriveva che "grazie a un satellite nella disponibilità del ministero della Difesa – e delle nostre agenzie – i poliziotti del Servizio centrale operativo e gli investigatori della Guardia di Finanza, stanno raccogliendo informazioni essenziali" sull'operato delle Organizzazioni non governative. Gli elementi raccolti "hanno convinto gli inquirenti che tra ONG e scafisti si siano realizzati nel tempo contatti" (che avrebbero "in qualche modo agevolato il business dei trafficanti") e in base a filmati satellitari gli investigatori "avrebbero riscontrato che, agli assembramenti dei migranti sulla costa, pronti a imbarcarsi, corrispondevano precisi movimenti delle navi di alcune ONG". Massari scrive anche che "in soccorso" è giunta anche "una sofisticata tecnologia israeliana" che ha permesso di far emergere "altre coincidenze sospette che rafforzano l’ipotesi dei contatti tra scafisti e volontari". Nessuno però, concludeva il giornalista de Il Fatto, "ha messo in discussione che l’intento delle ONG sia esclusivamente umanitario".

  • La situazione in Libia

Anche Francesca Mannocchi ha replicato a Marco Travaglio, a cui, tra le altre cose, aveva chiesto da dove provenisse il dato delle 700mile – 1 milione di persone pronte a partire dalla Libia verso l'Italia. Mannocchi scrive che in Libia lo IOM (cioè l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) "stima la presenza di 700mila migranti, presenza non significa pronti-a-partire, dato che semplicemente non esiste":

E il direttore Travaglio, mentre ironizza sulle vacanze nei lager (ah, ma non erano centri di accoglienza per voi?) dovrebbe sapere che per lunghi anni la Libia è stato paese di destinazione e non di transito. Paese cioè in cui decine di persone si recavano per lavorare e garantire un'entrata alle loro famiglie. Secondo IOM prima della caduta del regime di Gheddafi i migranti in Libia erano tra due milioni e due milioni e mezzo, molti dei quali andati via - non in Europa, per capirci, scappati e anche evacuati dalle organizzazioni internazionali verso i propri paesi di origine.

La giornalista continua spiegando che "la linea ufficiale dell'IOM (...) è che 'non si può assolutamente fare una stima delle persone che vogliono partire, la maggior parte delle persone che si trovano in Libia è acclarato che non vogliono partire, molte non hanno un piano migratorio' e quindi, conclude Mannocchi, "quello che dice Travaglio dimostra una conoscenza superficiale del tema Libia e del tema migratorio".

La parole di Mannocchi trovano corrispondenza nelle dichiarazioni sulla situazione in Libia del portavoce dell'IOM, Flavio di Giacomo, intervistato  sul Fatto Quotidiano nel giugno scorso. Di Giacomo è intervenuto anche sui social, dopo quanto scritto da Travaglio, per ribadire il concetto.

Il direttore del Fatto, nel suo secondo editoriale cita come una delle fonti del dato sui migranti in Libia pronti a partire verso le coste italiane, Lorenzo Cremonesi, giornalista del Corriere della Sera. Cremonesi nell'agosto del 2017 ha scritto un articolo in cui raccontava che per i migranti in arrivo dall’Africa la Libia stava diventando un gigantesco imbuto. Il giornalista spiegava che i migranti in attesa di partire a ridosso delle spiagge libiche verso l'Europa sarebbero stati "decine di migliaia", mentre quelli presenti nel paese africano sarebbero stati «circa un milione»: "Adesso pare che la cifra sia scesa a 6-700 mila. Alcuni cercano di tornare ai luoghi di origine. Ma sono pochissimi. La grande maggioranza è bloccata".  Cremonesi, quindi, non parla di 700mila-1milione di persone pronte a partire dalla Libia verso l'Italia, come scritto da Travaglio nel primo editoriale. Si tratta dunque, come specificato nel secondo editoriale, di una sua deduzione non basata su dati ufficiali.

La replica del Fatto Quotidiano

Il direttore del Fatto Quotidiano e il vice direttore Stefano Feltri hanno pubblicato un terzo commento, sabato 14 luglio, in risposta all'articolo di Annalisa Camilli su Internazionale.

I due giornalisti ribadiscono che c'è un "legame" "acclarato" e "rivendicato" tra alcune ONG e i trafficanti di esseri umani e riguardo le indagini in corso scrivono che "un conto sono i fatti, acclarati fin da subito, un altro le valutazioni giudiziarie sulla loro rilevanza penale e sull'attribuzione degli eventuali reati a tizio o caio. Gli equipaggi delle navi delle ONG indagate potranno essere anche tutti assolti, ma se – come nel caso della Iuventa (...), e non solo – le indagini evidenziano contatti (per usare un eufemismo) con scafisti, quei contatti restano. Saranno magari rapporti in buona fede, a fin di bene, ma sempre rapporti con scafisti (...)".

Travaglio e Feltri ritornano poi sulla questione del "pull factor" e citano il lavoro di Villa dell'ISPI: "Matteo Villa, ricercatore dell'Ispi, citato dalla Camilli e da altri fact checking che contestano il Fatto, nega che sulla base dei dati si possa sostenere che le ONG incentivino i migranti a partire". Secondo i due giornalisti però "il limite di queste analisi è che tendono a considerare la presenza o l' assenza di ONG come l'unico fattore rilevante, a parità di contesto. Mentre il contesto cambia parecchio e i morti in mare dipendono molto, per esempio, anche dalle condizioni atmosferiche alla partenza o da che tipo di barcone usano i trafficanti".

"Lo stesso Villa – proseguono il direttore e il vice direttore del Fatto – ha chiarito che il modo più efficace per salvare vite in mare è ridurre le partenze. Cosa che è avvenuta nell'estate 2017 per effetto della strategia italiana gestita dall'allora ministro dell'Interno Marco Minniti. In quei mesi difficili Minniti ha stretto accordi con le tribù della Libia a Sud che controllano i territori da cui transita il redditizio flusso di migranti, poi ha sostenuto la Guardia costiera libica e ha cercato di convertire i trafficanti delle coste in guardiani che fermassero le partenze. Dietro congruo compenso".

Leggi anche >> AP: “L’Italia ha stretto accordi con le milizie libiche per fermare i flussi di migranti”

La risposta di Villa dell'ISPI

Villa risponde al Fatto quotidiano con un thread su Twitter.

Il ricercatore spiega così che è falso quanto sostenuto da Travaglio e Feltri riguardo il presunto limite della sua analisi. Villa poi continua scrivendo che "si dice che io sostenga che 'il modo più efficace per salvare vite in mare è ridurre le partenze'. Questo è VERO, ma a patto che si sostituisca 'salvare vite in mare' con 'prevenire morti in mare'. Non è la stessa cosa", argomentando, in una serie di tweet, il motivo:

Leggi anche >> Report e i servizi su migranti e ONG: un mare di critiche

Aggiornamento 18 luglio 2018: abbiamo aggiornato l'articolo con la correzione di Matteo Villa al suo primo tweet sul numero dei morti e dispersi in mare. 

Foto in anteprima via Darrin Zammit Lupi / Reuters.

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Dopo lo stop ai signori del copyright, il Parlamento europeo ferma le tech company americane: no al trasferimento dei dati dei cittadini

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Due buone notizie per i diritti dei cittadini nello stesso giorno. Dopo il rinvio della riforma della direttiva copyright a settembre (si tratta di questione complessa, si consiglia di leggere l’articolo di Fabio Chiusi e quello di Valigia Blu, altri link sono all’interno degli articoli), il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che prevede la possibile sospensione del Privacy Shield. Un colpo verso l’industria del copyright e uno verso l’industria tecnologica, a tutela dei diritti dei cittadini.

Il Privacy Shield è una decisione (1250/2016, operativa dal primo agosto 2016) che ha sostituito il precedente Safe Harbour, invalidato dalla Corte di Giustizia europea a seguito di un ricorso di Max Schrems, e che autorizza il trasferimento dei dati dei cittadini europei da parte delle aziende americane negli Usa. Il problema è dato dal fatto che la legislazione Usa è meno tutelante rispetto a quella europea. Ad esempio, consente alle agenzie di sicurezza (come l’Nsa) di accedere a tutti i dati indiscriminatamente, e quindi ben oltre i poteri delle agenzie europee.

L’Europa ha sempre temuto (e lo scandalo NSA ha provato tali timori) che le aziende americane potessero trasferire i dati dei cittadini europei negli Usa, permettendo un uso dei suddetti dati anche in contrasto con le normative europee. Per questo l’Unione europea pretese un accordo per garantire la tutela dei dati degli europei, cosa che non si realizzò mai. Quindi la Commissione europea se ne uscì nel 2001 col Safe Harbour (che non è un accordo ma una decisione della Commissione), una versione annacquata della normativa europea, per il quale bastava una semplice adesione per ritenere che l’azienda fosse rispettosa delle regole europee, spesso senza nemmeno alcun controllo, ma in base ad una mera autocertificazione.

La decisione del 2001 ha, però, impedito ai Garanti europei di valutare ed eventualmente intervenire a tutela dei cittadini europei. E questo in violazione dell’art. 28 della direttiva 95/46. Con il trasferimento negli Usa dei suoi dati, infatti, un cittadino europeo non ha alcuna possibilità di ricorso o impugnazione contro l’Nsa o un’agenzia di sicurezza americana, poiché l’FTC ha competenza solo sulle questioni commerciali e quindi sulle aziende. Insomma, il cittadino europeo non aveva alcun giudice a cui rivolgersi, e la colpa era proprio del Safe Harbour che bloccava eventuali interventi dei Garanti europei. Da cui l'invalidazione.

Si trattò di un pesante “schiaffo” alla politica della Commissione europea che per oltre un anno aveva ignorato le richieste del Parlamento in merito alla sospensione del Safe Harbour per motivi di sicurezza nazionale (ricordiamo le notizie di intercettazioni addirittura di capi di Stato europei).

In the eyes of our citizens, the US is guilty of espionage and data theft. There is no confidence in these negotiators. As long as the Americans do not want to commit to protecting EU citizens' data and to respect us, there is no basis for a trade agreement (Helmut Scholz, membro del Parlamento europeo, durante le negoziazioni sul TTIP)

A seguito dell’invalidazione del Safe Harbour, i Garanti nazionali riacquistarono il potere di sindacare il trattamento dei dati da parte delle aziende americane (e quindi il trasferimento negli Usa). Ma il 2 febbraio 2016 la Commissione Europea e il Segretario al Commercio per il governo americano presentano il Privacy Shield che sostituisce il Safe Harbour. Un accordo che quasi nessuno più si aspettava perché, nonostante varie promesse, gli Usa non avevano fatto alcuno sforzo per modificare la loro legislazione. A tempo scaduto, invece, arriva l’annuncio.

Nella realtà il Privacy Shield non è un accordo giuridico bensì politico, cioè un modo per prendere tempo autorizzando i trasferimenti dei dati negli Usa. Una sconfitta negoziale per l’Europa. L’unica effettiva novità è la possibilità per l’FTC americana di imporre alle aziende Usa le decisioni dei Garanti europei. Considerato che la Federal Trade Commission ha giurisdizione sulle questioni commerciali e non sui diritti umani, ci si chiede fin dove potrà, o vorrà, spingersi.

La proposta della Commissione europea è un affronto alla Corte di giustizia europea, che ha ritenuto illegale il Safe Harbour, così come per i cittadini di tutta Europa. La proposta si basa solo su una dichiarazione da parte delle autorità statunitensi e sulla loro interpretazione della situazione giuridica relativa alla sorveglianza da parte dei servizi segreti degli Stati Uniti. Si tratta della svendita del diritto fondamentale alla protezione dei dati da parte della UE (Jan Philipp Albrecht, membro del Parlamento europeo, relatore del GDPR)

La tutela degli europei negli Usa si basa principalmente sul Judicial Redress Act, approvato nel febbraio del 2016 proprio tra le “promesse” degli Usa, ad estendere i diritti degli americani anche agli europei. Prima la privacy era a tutela solo dei cittadini Usa. In realtà presenta tali e tante limitazioni da essere praticamente inutile (es. non si applica al materiale investigativo compilato “a fini di contrasto”, una categoria generica nella quale i tribunali americani ci infilano di tutto, compreso i controlli preventivi; e alcune agenzie governative sono esentate dall'applicazione della legge, come l’NSA).

Stesso discorso per l’accordo Umbrella, la cui unica novità è di considerare “trattamento” anche la raccolta dei dati mentre in precedenza per gli americani il trattamento era solo l’accesso, per cui potevano (vedi Nsa) raccogliere quantità enormi di dati senza problemi, salvo poi accedere con specifiche query (ricerche) ai dati (in tal modo per loro l’accesso era “mirato”).

Le problematiche legate alla decisione della Commissione quindi sono parecchie, come anche la circostanza che le misure di sorveglianza negli Usa sono ammesse per scopi del tutto generici e non identificati (es. conduzione di affari esteri), e gli Usa ammettono una raccolta indiscriminata non solo dei metadati ma anche dei contenuti (es. testo delle mail).

Inoltre, già nella fase dei negoziati pesanti critiche si sono addensate sul Privacy Shield. Nel maggio del 2016 il Parlamento europeo esprime le proprie preoccupazioni sui negoziati con gli Usa. Ma la risoluzione non legislativa viene ignorata dalla Commissione.

Dopo l’approvazione, il 6 aprile 2017, in sessione plenaria il Parlamento torna sulla questione, chiedendo alla Commissione europea di condurre una valutazione approfondita sul Privacy Shield, anche in relazione ai provvedimenti restrittivi sulla privacy adottati dalla nuova amministrazione americana. Anche questa ignorata.

Inoltre pende già un ricorso contro il Privacy Shield dinanzi alla Corte di Giustizia europea (causa T-738/16, La Quadrature du Net c/Commissione ) e un rinvio dell'Alta Corte irlandese nel caso Schrems c/ Facebook (Schrems 2), in considerazione del fatto che la sorveglianza di massa degli Usa risulta ancora in essere.

Rimangono, quindi, intatte tutte le preoccupazioni sul Privacy Shield:

  • Accesso delle autorità pubbliche Usa ai dati trasferiti.
  • Possibilità di raccolta indiscriminata dei dati non conforme ai criteri di necessità e proporzionalità.
  • Ruolo del mediatore ritenuto non sufficientemente indipendente.
  • Complessità dei meccanismi di ricorso ritenuti né efficaci né semplici.

Ed ecco che il 5 luglio 2018 il Parlamento europeo vota e adotta una risoluzione in base alla quale il Privacy Shield non fornisce la necessaria protezione dei dati prevista (cioè sostanzialmente equivalente a quella europea) per i cittadini dell’UE. Il Parlamento chiede impegni vincolanti e prove per garantire che la raccolta dei dati non sia indiscriminata e che l’accesso non sia condotto su base generalizzata, cioè in contrasto con le norme UE.

Il Parlamento si mostra particolarmente contrario alla recente legge degli Usa (CLOUD Act) che espande i poteri delle forze di polizia americane di accedere ai dati delle persone attraverso i confini internazionali senza passare per gli strumenti di assistenza giudiziaria reciproca (MLAT) che prevedono adeguate garanzie e ripartizioni delle competenze.

Critica, infine, l’operato della Commissione, in quanto non ha riavviato i dialoghi sull’accordo e non ha predisposto alcun piano di azione per ovviare alle problematiche emerse, invitandola a sospendere il Privacy Shield alla data del primo settembre se gli Usa non si conformano alle norme europee.

Il Privacy Shield è attualmente lo strumento utilizzato per il trasferimento dei dati negli Usa di circa 4.000 aziende, compreso i grandi del web, come Google, Facebook, Microsoft, Amazon e Twitter. Alcune di queste aziende prevedono altri strumenti (clausole contrattuali) per il trasferimento, ma in generale la sospensione del Privacy Shield potrebbe significare l’impossibilità di utilizzare molti servizi forniti da aziende con sede negli Usa.

In realtà solo la Commissione europea può sospendere il Privacy Shield, e al momento non pare intenzionata a farlo. L’idea, piuttosto, è di lavorare con all'amministrazione Usa per risolvere i problemi evidenziati.

Questo è un problema molto serio per l'industria tecnologica degli Stati Uniti e Unione europea. Finché si applicano le norme Usa ai flussi di dati, la CGUE non potrà mai dire che un contratto sia valido, dopo aver invalidato il Safe Harbor in conseguenza delle leggi sulla sorveglianza degli Usa. Fin quando gli Usa non modificano le proprie norme non vedo nessun soluzione possibile (Maximiliam Schrems).

Foto in anteprima via Eldia.es

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La “bufala Xylella” è una bufala

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Nei giorni scorsi si sono riaccesi i riflettori sull’epidemia che da alcuni anni sta decimando gli ulivi della Puglia meridionale, distruggendo non solo l’economia agricola di quel territorio ma anche il suo paesaggio rurale, di cui le piantagioni di ulivo sono tra gli elementi caratteristici. E mentre il contagio avanza, minacciando di investire anche la parte settentrionale della Regione, il “caso Xylella” torna a far discutere in seguito a un intervento di Pietro Perrino, pubblicato su Il Fatto Quotidiano, e a un post apparso su blog di Beppe Grillo, firmato dalla giornalista tedesca Petra Reski. Perrino, un ricercatore oggi in pensione, un tempo direttore dell’allora Istituto del Germoplasma del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), nell’articolo sul Fatto nega che il batterio Xylella fastidiosa sia la causa del Complesso del Disseccamento Rapido, la malattia che sta uccidendo gli ulivi in Puglia. L’origine della patologia andrebbe invece ricercata nella desertificazione e nell’inquinamento ambientale. Scrive Perrino:

La fisica quantistica insegna che l’inquinamento causa malattie perché interferisce negativamente con le frequenze vibrazionali degli organismi viventi.

Fisica quantistica, frequenze, vibrazioni. Si tratta di un vocabolario ricorrente nel mondo “alternativo” e in molte pubblicazioni del settore, che utilizzano questo linguaggio e il richiamo alla fisica quantistica per dare autorevolezza e sostegno a tesi pseudoscientifiche o comunque prive di evidenze. Parole come “quantistico” e “frequenza” hanno naturalmente un loro significato e valore scientifico. Ma in quel contesto questo significato viene completamente perso. Perrino inoltre non fornisce alcuna evidenza a sostegno di quanto denuncia e di un possibile ruolo della desertificazione e dell’inquinamento ambientale, che sono problemi seri e reali. Ma per stabilire se siano responsabili di un determinato fenomeno (in questo caso, una patologia vegetale che colpisce una certa specie), è necessario fornire delle prove.

Peraltro chiamare in causa l’inquinamento definendolo, come fa Perrino, qualcosa che «interferisce sulle frequenze vibrazionali degli organismi viventi», vuol dire deformare e banalizzare il problema stesso che si intende denunciare. Invece di parlare delle possibili, reali, conseguenze che in certe circostanze l’inquinamento può avere per l’ambiente e gli organismi viventi, Perrino ne fa oggetto di una tesi fantasiosa, risibile e priva di riscontri. Non solo. Perrino, nel suo intervento, arriva perfino a fare pubblicità a prodotti che dovrebbero essere capaci proprio di «influenzare positivamente le frequenze delle piante».

Molti si potrebbero chiedere come sia possibile che uno scienziato, ex dirigente del CNR, si faccia sostenitore, in pubblico, di tesi che l’opinione comune associa di solito al mondo della Rete, ai social media o, genericamente, alla “ignoranza”. Ma non ci si deve stupire. La biografia e il curriculum di un ricercatore non sono garanzia di autorevolezza né di infallibilità (soprattutto quando si esprime su temi che non sono di sua stretta competenza). Ci sono diversi, celebri, esempi di scienziati affermati (perfino Nobel) che, come può accadere anche a persone comuni non esperte, si innamorano o diventano megafono di pseudoscienze (Perrino è noto tra l’altro anche per alcune tesi “alternative” sui vaccini).

Il post sul blog di Beppe Grillo parla di “bufalite Xylella”,“truffa della Xylella”, “fabbricatori della bufala della Xylella”, “bufalite Xylella”. Il messaggio è abbastanza chiaro: non siamo di fronte a un’epidemia, ma a una bufala. Cioè, un falso elaborato ad arte da coloro che «non sono mai stati in grado di fornire una verità – una briciola di prova scientifica per le loro affermazioni». Una gigantesca bufala, scrive Grillo.

L’autrice, riferendosi a Xylella, scrive “il batterio”. Proprio così, tra virgolette. Come a voler ribadire che di Xylella non si può affermare neanche che sia un batterio, che davvero esiste, ma solo un’invenzione. Il post rimanda quindi il lettore all’articolo di Perrino sul Fatto (pezzo che peraltro è intitolato “la bufala Xylella”).

Tesi negazioniste, “alternative” o complottistiche sulla malattia degli ulivi pugliesi circolavano già nel 2015, quando della vicenda si parlava ormai anche al di fuori del territorio interessato e della cerchia degli addetti ai lavori. L’attrice Sabina Guzzanti se ne era fatta “portavoce” arrivando a parlare di “batterio finto”. In quel caso, la tesi era che Xylella fosse il risultato di una manipolazione di laboratorio realizzata allo scopo di eliminare gli ulivi del Salento e sostituirli con altri, geneticamente modificati, prodotti dalla multinazionale Monsanto (che attualmente non sono ancora stati coltivati né prodotti. E anche se esistessero, non sarebbe possibile coltivarli in Italia).

La Procura di Lecce, nell’indagine giudiziaria che ha poi coinvolto alcuni ricercatori dell’Università di Bari e del CNR, aveva dato credito all’ipotesi che il contagio degli ulivi potesse essere stato innescato da una “fuga” del batterio da un laboratorio. Quindi, ci si troverebbe di fronte a un reato di diffusione colposa di malattia. L’ipotesi aveva già in partenza pochi elementi fattuali dalla propria parte. Il rilascio nel batterio nell’ambiente sarebbe avvenuto in una zona della Puglia molto lontana da quella (vicino a Gallipoli, in provincia di Lecce) dove si sono registrati i primi focolai di disseccamento degli ulivi. Soprattutto, i batteri Xylella usati in quell’occasione erano di una sottospecie diversa da quella che era già stata isolata negli ulivi malati. La stessa procura però avanzava altre ipotesi. Xylella sarebbe presente da almeno vent’anni nella Regione e potrebbe non essere la causa della malattia, che andrebbe ricercata in altri fattori. Le due ipotesi, come si può notare, difficilmente possono sostenersi l’un l’altra.

Le evidenze sul ruolo di Xylella nella malattia degli ulivi

Dal 2016 ad oggi si sono aggiunti dati ed evidenze che non solo hanno reso ancora meno credibili le diverse narrazioni “alternative”, ma hanno permesso di escludere anche ipotesi scientificamente più plausibili sulle cause della malattia che sta colpendo gli ulivi. Nel 2013, infatti, le analisi svolte sulle piante malate indicavano diversi organismi biologici possibilmente coinvolti: alcune specie di funghi, le larve di un lepidottero chiamato rodilegno giallo e il batterio Xylella fastidiosa (con la sputacchina come insetto vettore che trasporta il batterio da una pianta all’altra). Molti indizi, come la stessa modalità di diffusione della malattia, facevano pensare a Xylella come sospettato principale per la morte degli ulivi, anche se non era ancora chiaro in che misura la sua azione fosse, da sola, determinante. Con il tempo però il ruolo preponderante del batterio e la stretta correlazione tra la sua presenza e la malattia emergevano sempre più chiaramente.

Leggi anche >> Emergenza Xylella in Puglia: tra scienza, indagini e complotti

A marzo del 2016 l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare ha reso noti i risultati di uno studio che aveva l’obiettivo di verificare la suscettibilità all’infezione da parte di Xylella di alcune varietà di olivo e di altre specie vegetali e di fornire un’accurata descrizione dei sintomi che l’infezione causa sugli ulivi e altre piante ospiti. Lo studio, condotto da ricercatori dell’Università di Bari e del CNR, è servito anche ad ottenere ulteriori evidenze riguardo al ruolo di Xylella. Gli scienziati hanno isolato il batterio da una pianta di ulivo che aveva i tipici sintomi della malattia e con quello stesso microorganismo hanno infettato altre piante. Alcune di queste sono state fatte crescere in laboratorio, in un ambiente separato dall’esterno e in condizioni controllate. Altre sono state invece collocate in campo aperto, vicino ad altri esemplari di ulivo all’interno della zona infetta.

Dopo un anno le piante cresciute in laboratorio mostravano tutti i segni della malattia. In particolare la varietà Cellina di Nardò, una delle più diffuse in Salento, si è dimostrata molto suscettibile all’infezione. Mentre, come era già stato notato, il Leccino e alcune altre varietà sono apparse più resistenti. Sugli ulivi fatti crescere in campo i sintomi erano invece meno evidenti. Queste piante, a differenza di quelle che si trovavano in laboratorio, hanno sperimentato le variazioni climatiche stagionali durante il periodo in cui si è svolto l’esperimento, tra il 2014 e il 2015. In inverno le basse temperature hanno probabilmente rallentato la crescita dei batteri e quindi anche la progressione della malattia. Sul campo i ricercatori hanno potuto anche verificare che la sputacchina è capace di trasmettere la malattia a piante non ancora infette. Dopo sei mesi di esposizione alle popolazioni di insetto, la presenza di Xylella è stata riscontrata in piante ancora apparentemente sane.

In laboratorio gli scienziati hanno portato a termine con successo anche un altro esperimento: sono riusciti a re-isolare il batterio dalle piante infettate artificialmente. Riassumendo: Xylella è stato isolato da un ulivo che aveva contratto la malattia, è stato inoculato in piante sane, dove si è moltiplicato e ha prodotto i sintomi del disseccamento, e infine stato ritrovato al loro interno. Questi passaggi costituiscono quello che viene chiamato un “test di patogenicità”, cioè un esame che ha lo scopo di verificare se un microorganismo è davvero l’agente eziologico (cioè la causa) di una malattia infettiva. Se prima a carico di Xylella c’erano solo pesanti indizi, ora abbiamo anche una prova della sua colpevolezza. Il gruppo del CNR e dell’Università di Bari ha riportato i risultati dei test di patogenicità di Xylella anche in una pubblicazione su Scientific Reports del dicembre dell’anno scorso.

Altri dati contribuiscono a rendere il quadro più completo. È stato osservato, in condizioni sperimentali, che le specie di funghi, che si pensava potessero essere coinvolte nella malattia, una volta inoculate negli ulivi causano solo lievi sintomi di disseccamento, a differenza di quanto fa Xylella. Diventa quindi meno credibile il coinvolgimento di altri organismi, almeno come cause capaci da sole di scatenare la malattia.

Un altro studio, pubblicato nel 2016 su European Journal of Plant Pathology, ha aggiunto un altro importante tassello. Il campionamento effettuato su ulivi malati nelle province di Lecce e Brindisi ha confermato che c’è un solo ceppo di Xylella che sta causando la malattia. Cioè quel ceppo ST53, isolato in Costa Rica, che era già risultato geneticamente identico ai batteri rinvenuti in precedenza nelle piante malate. In sintesi: possiamo affermare che c’è un solo ceppo di Xylella attualmente responsabile di ciò che sta succedendo agli ulivi in Puglia. E ciò smentisce quanto affermato dalla Procura di Lecce, che aveva parlato di “nove ceppi” di batterio.

I dati dei monitoraggi nella zona infetta

Se Xylella è davvero il patogeno responsabile della malattia degli ulivi, dovremmo anche riscontrare sul territorio una significa associazione tra il batterio e la malattia. I sostenitori delle tesi “alternative”, o comunque chi afferma che riguardo a Xylella non esistono ancora sufficienti certezze per dire alcunché, citano spesso i dati dei monitoraggi effettuati sul campo per dimostrare che non è vero che la malattia è associata alla presenza del batterio. Viene affermato per esempio che le analisi avrebbero mostrato che solo una piccola percentuale di piante malate, attorno al 2%, risulterebbe infetta da Xylella. Ma i dati del monitoraggio vanno correttamente interpretati e non possono essere richiamati per determinare l’incidenza di Xylella tra gli ulivi malati. Il monitoraggio non viene effettuato a questo scopo, ma per tracciare il confine tra la zona infetta e la cosiddetta “zona cuscinetto”, un’area a nord di quella infetta dove il microorganismo non dovrebbe esserci.

Il monitoraggio serve quindi a confermare che questa zona sia davvero libera dal batterio. Per questa ragione, come spiegano i ricercatori, molti campioni provengono proprio da questa zona, dove non ci si attende la presenza del patogeno. Al confine con la zona cuscinetto è stata individuata una “zona di contenimento”, che si trova all’interno della zona infetta. Nella “zona di contenimento” il batterio c’è ma la sua presenza è ancora sporadica, perciò ci si può aspettare di non trovare un'elevata percentuale di piante infettate. Inoltre i sintomi della malattia compaiono dopo alcuni mesi e il suo decorso, in alcune varietà di ulivo, può essere più lento. L’analisi di piante infettate di recente, notano sempre i ricercatori, può dare falsi negativi perché il microorganismo è presente ma a concentrazioni ancora basse.

Per dimostrare che nella zona infetta, dove l’epidemia è ormai diffusa, l’incidenza di Xylella è elevata (e che esiste quindi una stretta associazione tra batterio e malattia) sono state analizzati ulivi malati nel territorio di 11 comuni della provincia di Lecce, che è tutta zona infetta. I ricercatori hanno scelto solo esemplari che avessero almeno il 70% della chioma compromessa e che fossero quindi a uno stadio avanzato della malattia. 500 piante di ulivo (350 di varietà Ogliarola e 150 di Cellina di Nardò, le varietà più suscettibili alla malattia). Hanno quindi svolto due diversi test diagnostici per verificare la presenza di Xylella in queste piante. Di questi 500 ulivi è risultato positivo il 97,2% e il 99,4% a seconda del test impiegato. I due test hanno una diversa sensibilità e non sono infallibili. Ma le due elevate percentuali dimostrano che quando le analisi vengono svolte in aree dove l’epidemia è diffusa e la malattia conclamata, l’associazione tra Xylella e disseccamento dell’ulivo è chiara. E non si tratta solo di una correlazione. Ma anche di un rapporto causa (Xylella) - effetto (malattia). Non è perciò più nemmeno realistico pensare che il batterio sia solo un opportunista, cioè un organismo che colonizza piante già malate e debilitate.

Nel frattempo, proprio il monitoraggio dimostra che l’epidemia continua a spostarsi verso nord. La zona infetta comprende ormai le intere province di Lecce e Brindisi e buona parte di quella di Taranto. E ora anche un comune di quella di Bari, Locorotondo. La pagina Facebook del sito Infoxylella riporta la mappa con i nuovi confini della zona infetta.

PUBBLICATA LA DECISIONE DI ESECUZIONE (UE) 2018/927 CON LA NUOVA DEMARCAZIONE DELLA ZONA INFETTA

Facendo seguito all'...

Pubblicato da infoxylella.it su Sabato 30 giugno 2018

Cosa può insegnarci la vicenda Xylella

Sulla malattia degli ulivi pugliesi sono stati fatti circolare insinuazioni, sospetti, teoremi che contrastavano tra di loro e che perciò si smentivano a vicenda. Ma contrastavano anche con le evidenze che, nel frattempo, gli scienziati iniziavano a raccogliere. Tutto ciò ha contribuito a generare nell’opinione pubblica confusione e disinformazione. La prospettiva di dover abbattere piante che, oltre al valore economico, hanno anche un indubbio valore culturale, paesaggistico e identitario, ha spinto una parte dell’opinione pubblica locale ad abbracciare atteggiamenti negazionisti o “scettici” nei confronti della realtà e gravità di un’epidemia, che purtroppo avanza e continuerà ad avanzare se le misure di contenimento non saranno applicate in modo efficace. Oppure, a trovare colpevoli diversi da quello nei cui confronti abbiamo, invece, le prove più schiaccianti.

Anche la vicenda Xylella rappresenta un esempio interessante e significativo del complesso rapporto tra scienza e società. Rodrigo P. P. Almeida, ricercatore americano esperto di Xylella, scriveva nel 2016 su Science:

Un'importante lezione che ci dà l'epidemia di Xylella fastidiosa è che le strategie per gestire malattie di piante che hanno una importanza sociale devono andare oltre le soluzioni tecniche e includere le componenti sociali, economiche, politiche e culturali.

Almeida osservava che, mentre reagire in tempi rapidi è la chiave per gestire con successo le epidemie, costruire fiducia tra i diversi soggetti interessati è un'operazione che può richiedere anni. Nel caso di Xylella in Italia nell'applicazione delle misure per impedire la diffusione della malattia è mancata la cooperazione tra le parti interessate.

Gestire un’epidemia di questo tipo richiede perciò che si intervenga, tempestivamente, non solo per contenere l'agente patogeno ma anche per prevenire contrapposizioni e scontri poi difficilmente ricomponibili e sanabili. Come nota la comunicatrice della scienza Beatrice Mautino:

In pratica, per Almeida, se le strategie di contenimento non fossero state percepite come decisioni calate dall’alto e si fosse impostata una strategia di comunicazione corretta, forse oggi non saremmo a questo punto.

Questa è una delle lezioni che ci può dare la vicenda Xylella. L'auspicio è che possa essere una lezione già per il presente, non solo per il futuro. Prima che sia troppo tardi.

Foto in anteprima via La Gazzetta del Mezzogiorno

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L’ossessione per Soros e la bufala della sostituzione etnica

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In questi giorni il Ministro dell'Interno Matteo Salvini ha accusato ripetutamente il filantropo miliardario George Soros, fondatore della ONG Open Society Foundations, di avere un piano segreto per riempire l'Europa di migranti.

Una settimana fa, Repubblica riportava queste dichiarazioni pronunciate dal ministro al Circo Massimo:

"Porti chiusi per tutta l'estate alle navi delle ONG. Vedranno l'Italia solo in cartolina, e l'Italia non sarà sola a comportarsi così. Continueremo a salvare tutti quelli che sono da salvare, ma con gli Stati che faranno gli Stati. E non saremo più soli. Come mi dicono i militari italiani e persino quelli libici - spiega il ministro - le navi delle ONG aiutano gli scafisti, consapevolmente o meno: la loro presenza è un pericolo per chi parte e un invito a nozze per gli scafisti. Chi finanzia le ONG? C'è l'Open Society Foundations di Soros che ha un chiaro disegno, quello di un'immigrazione di massa per cancellare quella che è un'identità che può piacere o meno ma che mi dispiacerebbe venisse distrutta".

Anche nelle sue recenti apparizioni televisive, Salvini non ha perso occasione per rilanciare la sua battaglia personale contro il filantropo ungherese, che nella propaganda leghista è rappresentato come una sorta di eminenza grigia che sta dietro ai flussi migratori del Mediterraneo.

In un comunicato diffuso questa settimana, la Open Society Foundations nega le accuse del ministro e, citando le dichiarazioni fatte durante il programma In Onda su La 7, chiede a Matteo Salvini di "smetterla di ripetere false affermazioni" in questo senso. "George Soros ritiene che l'Europa abbia bisogno di una soluzione ampia e pan europea per affrontare le migrazioni, compresa la riforma del Regolamento di Dublino III e un aumento degli aiuti per promuovere la democrazia e la prosperità nei Paesi che sono fonte della maggior parte dell'immigrazione verso l'Europa". La Open Society Foundations, conclude il comunicato, "non fornisce sostegno finanziario alle operazioni di ricerca e soccorso condotte nel Mediterraneo dalle varie ONG, anche se lodiamo questi sforzi umanitari".

Le teorie del complotto su Soros non sono nate oggi in Italia, ma affondano le proprie radici nella tradizione complottistica dell'estrema destra. Chi fa riferimento alla cosiddetta teoria della "sostituzione etnica" è convinto che la crisi dei migranti sarebbe in realtà parte di un piano segreto dei potenti del pianeta (di volta in volta vengono tirati in ballo politici, banche, imprenditori o, in questo caso, miliardari come Soros) per sostituire le "razze europee" attraverso l'accoglienza di milioni di migranti, contribuendo in questo modo a smantellare la cultura europea e a creare un popolo debole e facilmente manipolabile. Questa tesi è conosciuta anche con il nome "Piano Kalergi".

Molte persone che usano queste teorie, quando si trovano davanti alla richiesta di prove ed evidenze, non sanno come sostenere e argomentare le loro affermazioni.

E Matteo Salvini non è l'unico politico a essersi appropriato di queste teorie per il suo discorso propagandistico. Leonardo Bianchi, in un capitolo del suo libro La Gente, ricostruisce la genealogia dell'ossessione per Soros e la sua penetrazione nel dibattito pubblico in Italia.

Chi è Soros?

George Soros, miliardario 87enne, filantropo e fondatore della ONG Open Society Foundations incarna da anni nell’immaginario dell’estrema destra, ma anche della sinistra radicale, una sorta di burattinaio supremo che muove i fili e decide le sorti della geopolitica mondiale.

Le teorie del complotto che lo vedono protagonista sono molto popolari negli ambienti della cosiddetta “informazione alternativa” americana ed europea. La loro genesi, oltre a essere continua, sembra sottostare alle regole di un generatore automatico di bufale.

Come spiega Al Jazeera, infatti, il nome di Soros è ricorrente nella propaganda informativa e nella retorica politica populista, costantemente associato ad accuse che lo ritraggono come un’eminenza grigia che controlla le sorti di qualsiasi organizzazione, manifestazione, istanza o rivendicazione di stampo progressista: dal femminismo, all’integrazione, passando per l’antifascismo. Ma c’è anche chi è arrivato ad accusarlo in tv (su Fox News) di essere stato complice dell’Olocausto (un’affermazione per lo meno curiosa, trattandosi di un ebreo sopravvissuto alla persecuzione nazista).

George Soros è nato a Budapest nel 1930 in una famiglia di religione ebraica sopravvissuta all’occupazione nazista in Ungheria, che ha causato la morte di oltre un milione di ebrei. Nel 1947 si trasferisce in Inghilterra, dove si laurea alla London School of Economics e inizia a lavorare nel settore bancario. A partire dagli anni Settanta si arricchisce grazie a dei fondi di investimento. La biografia del magnate non è priva di controversie: la sua attività economica lo ha visto infatti coinvolto in diverse speculazioni che negli anni Novanta hanno causato la svalutazione della sterlina e della lira. È stato inoltre condannato per insider trading in una vicenda legata all’acquisizione di azioni di una banca francese.

Luca Serafini in un articolo pubblicato su Rivista Studio descrive efficacemente Soros come un multimilionario dal passato controverso che promuove un modello di società aperta e liberale che è visto negativamente da anti-capitalisti e anti-globalisti di qualsiasi estrazione. La grottesca psicosi complottistica che fa di lui “l’oscuro burattinaio di una rivoluzione mondiale” si deve essenzialmente a un salto logico che collega in maniera deterministica e univoca le sue idee e la sua attività politica a notizie false su fatti di attualità.

La Open Society Foundations, da lui fondata nel 1979, è un’organizzazione non governativa presente, anche attraverso organizzazioni indipendenti, in diversi paesi del pianeta che tra i suoi obiettivi ha anche quello di esercitare pressioni sulla politica degli Stati allo scopo di promuovere riforme e ideali liberali di tipo progressista.

“Tuttavia, una cosa è dire che Soros finanzia, ad esempio, organizzazioni per la difesa dei diritti civili in Russia, altra cosa è dire che le proteste per i diritti civili in Russia siano orchestrate da Soros o che egli paghi i manifestanti per scendere in piazza. È proprio questo tipo di salto logico che ha reso Soros una presunta eminenza grigia che, fomentando scientemente l’opposizione ai governi anti-democratici, starebbe in realtà tentando di rimuovere gli ostacoli per il dominio della finanza mondiale e dunque di se stesso (versione di sinistra), o che starebbe cercando di costruire un ordine globale in cui vengano distrutti valori tradizionali come quelli di nazione, famiglia naturale, identità culturale (versione di destra)”, scrive Serafini.

Per cui, nonostante la Open Society Foundations non fornisca alcun sostegno finanziario alle operazioni di ricerca e soccorso condotte nel Mediterraneo dalle varie ONG, il fatto stesso che abbia una relazione con certe organizzazioni e con determinate cause viene utilizzato come "prova definitiva" di una strampalata teoria che non trova alcun riscontro nella realtà, come quella della "sostituzione etnica".

Come nascono e come si diffondono le bufale su Soros

Le teorie del complotto, al pari delle fiabe o dei racconti popolari di tradizione orale, non hanno una struttura rigida e immutabile, ma durante il loro percorso di diffusione si arricchiscono di sfumature e varianti. Detto in altro modo, queste storie hanno la capacità di adottare la forma di qualsiasi contenitore narrativo. Ecco perché, una volta creata e idealizzata la figura del personaggio antagonista (in questo caso Soros), è possibile ispirarsi a un fatto di attualità per cucire attorno a lui un ruolo oscuro e diabolico che attinge a piene mani da narrazioni già consolidate nell’immaginario culturale degli ambienti cospirazionisti: come il complotto giudaico massonico, il nuovo ordine mondiale, la sostituzione etnica (o Piano Kalergi), etc.

Così Soros diventa il burattinaio che muove i fili dei movimenti di protesta afroamericani, il finanziatore occulto della marcia della donne negli Stati Uniti, il pianificatore di una sostituzione etnica su scala globale, o addirittura il promotore di “falsi attentati” terroristici come nel caso di Charlottesville. Tutte queste bufale, che non si appoggiano a nessuna evidenza o prova concreta, ma che si basano sul salto logico che abbiamo descritto nei paragrafi precedenti, sono puntualmente sbugiardate da anni.

Sempre Serafini, nella sua analisi, riassume così questa dinamica: “L’unione dei complottisti di tutto il mondo contro il nemico comune George Soros è quindi dovuta a una serie di fattori che fanno del suo personaggio un unicum: Soros è impegnato a finanziare proprio ciò che spaventa a tutte le latitudini autocrazie e populisti”.

Il ciclo delle bufale su Soros segue un itinerario ormai consolidato: la notizia falsa nasce e si diffonde inizialmente online in quell’universo culturale che gira attorno ai fabbricatori e divulgatori di notizie false ma poi, come spesso accade in America e in Europa, alcuni politici utilizzano la bufala nelle loro dichiarazioni pubbliche (come ha fatto Salvini) e queste vengono riprese dai media mainstream che si limitano a riportare il virgolettato del politico (come sta succedendo in Italia). Ed è così che una bufala senza nessuna prova a sostegno assume una parvenza di autorevolezza agli occhi dell’opinione pubblica.

"Il mito di George Soros - scrive Leonardo Bianchi nel suo libro - torna molto utile all’immaginario politico dell’estrema destra occidentale. La figura del burattinaio supremo, per giunta ebreo, serve a screditare sia le cause che le persone che le fanno proprie. A chi protesta, si rivolta, manifesta o compie azioni umanitarie è negata ogni spontaneità e dignità politica; se lo fa è perché prende soldi da Soros. I veri rivoluzionari, di contro, sono quelli che scorgono dappertutto la sua ingerenza maligna."

Alexander Reid Ross, autore del libro Against the Fascist Creep, intervistato da Al Jazeera, spiega che le teorie del complotto su Soros seguono una larga tradizione antisemita dell’estrema destra e che molto probabilmente si tramanderanno nel tempo anche quando Soros non ci sarà più. Al miliardario ungherese viene attribuito lo stesso ruolo che prima di lui era stato cucito attorno ai Rothschild, la famiglia di banchieri di religione ebraica. Quando morirà Soros, probabilmente, un altro miliardario incarnerà le fantasie dell’antisemitismo mondiale e diverrà il nuovo protagonista del complotto giudaico-massonico.

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Il reddito di cittadinanza è una cosa seria: l’ebook gratuito di Valigia Blu

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Da qualche anno il tema del “reddito di cittadinanza” è entrato nel dibattito nazionale politico in Italia. Tra i più grandi sostenitori della misura c’è il Movimento 5 Stelle, che l’ha lanciata prima nella campagna politica del 2013 e poi ha presentato un progetto di legge nel corso della scorsa legislatura. Recentemente la proposta è stata inserita anche nell'accordo di governo stretto tra Movimento 5 Stelle e Lega.

In realtà, come avevamo già specificato a suo tempo, quello proposto dal M5S non è un “reddito di cittadinanza” – erogato in modo incondizionato a tutti cittadini di un paese, su base individuale, senza alcuna verifica della condizione economica o richiesta di disponibilità a lavorare –, ma un “reddito minimo garantito”, cioè limitato nel tempo, a cui si accede solo in base a specifici criteri.

Per capire e chiarire quelle che sembrano solo piccole differenze di termini, mentre invece segnano un approccio totalmente differente al welfare e alla società, lo scorso anno abbiamo pubblicato un approfondimento sul “reddito di cittadinanza”. Un tema al centro del dibattito internazionale che pone questioni e sfide importanti per le nostre società – disuguaglianze economiche e sociale, povertà, automazione del lavoro e innovazione tecnologica – e impone una riflessione collettiva anche al di là di posizioni ideologiche.

Da questo approfondimento abbiamo realizzato un ebook (scaricabile gratuitamente in versione pdf e epub e mobi). Il lavoro, suddiviso in 6 capitoli, ripercorre la storia dell’idea, spiega perché è ritornata attuale, ricostruisce il dibattito mostrando le posizioni a favore e quelle contrarie e presenta i casi pilota nel mondo.

All'interno dell'ebook si trova anche un link all'intervento (con sottotitoli in italiano) di Guy Standing, tra i massimi esperti di "basic income", tenuto al Festival Internazionale del Giornalismo 2018 di Perugia.

Scarica l'ebook:

 

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