La Notte della Rete


[Tempo di lettura stimato: 1 minuto]

Martedì 5 luglio dalle 17.30 alle 21 alla Domus Talenti a Roma ( via delle Quattro Fontane, 113 ) partecipa anche tu a La Notte della Rete. Fai sentire la tua voce!

Fra i presenti già confermati:

Olivero Beha, Emma Bonino, Pippo Civati, Antonio Di Pietro, Dario Fo, Giovanbattista Frontera, Alessandro Gilioli, Peter Gomez, Beppe Giulietti, Flavio Granata, Giulia Innocenzi, Gianfranco Mascia, Roberto Natale, Luca Nicotra, Flavia Perina, Marco Pierani, il Piotta, Enzo Raisi, Franca Rame, Fulvio Sarzana, Marco Scialdone, Guido Scorza, Vincenzo Vita, Vittorio Zambardino.

Iscriviti alla nostra Newsletter

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Germania, l’omicidio del politico a favore dell’accoglienza dei migranti e lo spettro del terrorismo neonazista


[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]
Il sospettato dell'uccisione di Walter Lübcke ha confessato

Aggiornamento 26 giugno 2019: Stephan Ernst, il sospettato dell'uccisione di Walter Lübcke, politico della CDU, ha confessato l’omicidio. Nonostante l’uomo di 45 anni, con un retroterra in ambienti nazisti, abbia dichiarato di aver agito da solo, le indagini continuano.

Il procuratore federale Peter Frank ha dichiarato di voler capire se ci sono stati complici e se l’omicidio sia opera di un’organizzazione terroristica di estrema destra. Secondo quanto riportato da Der Spiegel, Stephan E. ha affermato che la motivazione dell’assassinio del politico riguarda le osservazioni che Lübcke aveva fatto durante una riunione del municipio nell'ottobre 2015, sull’apertura di un nuovo centro di accoglienza per i rifugiati. Quattro anni fa, il politico ucciso, aveva parlato pubblicamente in difesa di queste persone ed era diventato vittima di una campagna di odio, online e non solo, alimentata da gruppi di estrema di destra.

...

A terra, sulla terrazza di casa sua a Wolfhagen, con un proiettile in testa. Così nella notte di domenica 2 giugno è stato ritrovato il corpo di Walter Lübcke, politico tedesco di centro-destra di 65 anni, appartenente al partito Unione Cristiano-Democratica di Germania (CDU) della cancelliera Angela Merkel e presidente del governo regionale di Kassel, città della Germania centro-occidentale.

Racconta Der Spiegel che Lübcke – ex membro del parlamento dell'Assia, land governato dalla CDU insieme ai Verdi, in cui alle ultime elezioni il partito di ultra destra AFD (Alternative für Deutschlandha raggiunto il 13% – era considerato un politico esperto e di larghe vedute. In un comunicato di ricordo della CDU, Lübcke viene definito «un costruttore di ponti».

Nel 2015, al culmine degli arrivi dei migranti in Germania, aveva parlato pubblicamente in difesa di queste persone ed era diventato vittima di una campagna di odio, online e non solo, alimentata da gruppi di estrema di destra. Ora le indagini sulla sua morte sembrano andare verso l'omicidio politico, dopo l'arresto di un sospettato con retroterra in ambienti neonazisti. Deutsche Welle scrive che se dietro la morte di Lübcke fosse provata una motivazione politica, si tratterebbe in Germania del primo caso, da circa 50 anni, in cui è coinvolto un politico in carica.

Leggi anche >> Antisemitismo, odio e intolleranza sono in crescita in tutta Europa

Intanto, il ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, ha parlato di un "segnale di allarme", diversi editorialisti e politici hanno preso posizione contro il clima di odio fomentato da partiti di estrema destra e gli esperti hanno avvertito di tenere alta l'attenzione sul pericolo di un terrorismo neonazista nel paese.

La campagna d'odio contro Lübcke

Quattro anni fa, nel 2015, quando la Germania accolse circa 1 milione di migranti, da amministratore territoriale, Lübcke aveva dovuto gestire la loro dislocazione nei centri di accoglienza. In quell'occasione, si era scontrato con il movimento islamofobo e di estrema destra PEGIDA (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, in italiano "Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente"). "Una volta, in una riunione cittadina per discutere dei centri di prima accoglienza in Assia, era stato più volte interrotto da sostenitori di PEGIDA, e allora aveva dichiarato che i valori cristiani quali l'accoglienza e l'aiuto verso il prossimo nel momento del bisogno sono valori fondanti. «Chi non condivide questi valori – disse in quell'occasione – può lasciare questo paese in ogni momento, se non è d'accordo. Questa è la libertà di ogni tedesco»", si legge sull'Ansa.

Un video con solo il momento in cui il politico pronuncia questa frase, e quindi senza contesto, era poi stato caricato su Youtube, scatenando nei suoi confronti commenti di odio e minacce di morte anonime. Lübcke aveva poi chiarito in un'intervista che con quella dichiarazione si riferiva a chi l'aveva più volte interrotto insultandolo ed «esprimendo disprezzo per il nostro Stato», non all'intera popolazione tedesca e che anzi era importante comprendere le paure di chi aveva dubbi per la presenza degli alloggi dei rifugiati nella propria città e comunità. Per il clima che si era creato intorno a lui, è stato costretto a vivere sotto scorta per un periodo. Ma le minacce e gli insulti da parte di gruppi dell'area di estrema destra erano proseguite anche successivamente, facendo diventare Lübcke l'obiettivo di una campagna d'odio, scrive Matern Boeselager su Vice Germania.

Dopo la conferenza di ottobre 2015, il noto blog di destra tedesco PI News in fondo a un post di attacco al politico della CDU per la frase pronunciata in quell'occasione, riportò l'indirizzo e il numero di telefono dell'ufficio di Lübcke, che fu ricoperto da messaggi di insulti e mail di critiche. Ma le reazioni risultarono più estreme e violente, quando poco dopo PI-News pubblicò parte del video della conferenza, con il messaggio "Dovresti vergognarti, signor Lübcke!!!", spiega ancora Boeselager. Successivamente, il video con la frase del politico tedesco era stato commentato anche da ambienti di estremisti di destra al di fuori della Germania, diventando una delle prove della teoria cospirativa sulla sostituzione dei cittadini europei bianchi con popoli islamici. Tra i vari commenti, diversi definivano il politico della CDU un "traditore".

Messaggi di odio sui social nei confronti di Lübcke sono tornati poi alla ribalta quando l'ex CDU e poi sostenitrice di AFD, Erika Steinbach, lo scorso febbraio, ha rilanciato su Twitter l'episodio del 2015.

Hermann-Josef Klüber, vice di Lübcke, ha dichiarato inoltre che il politico ucciso aveva ricevuto lettere di minacce anche dai cosiddetti "Cittadini del Reich", un gruppo illegale eversivo con saldature nel sottobosco di formazioni neonaziste. Dopo la morte di Lübcke, inoltre, non sono mancati (anche all'interno di ambienti di estrema destra) commenti online di giubilo o di derisione per la notizia, riportano diversi media tedeschi.

Il governo tedesco, tramite il ministro dell'interno Horst Seehofer, ha criticato e condannato questi messaggi di odio.

Chi è il sospettato dell'omicidio

Il giorno dopo l'omicidio, la Polizia – che per il caso ha istituito una commissione speciale composta da 50 investigatori – aveva dichiarato di star indagando "in tutte le direzioni", non fornendo ulteriori indizi su chi potesse essere il colpevole o sui motivi dell'assassinio del politico. È stato stabilito che Lübcke è stato colpito con un'arma a canna corta a distanza ravvicinata. L'8 giugno viene fermato e interrogato un sospettato, poi rilasciato in mancanza di prove a suo carico.

Il 15 giugno, due giorni dopo il funerale di Lübcke a cui hanno partecipato centinaia di persone, viene arrestato un uomo di 45 anni, identificato dalle autorità come "Stephan E.". Gli investigatori hanno trovato tracce di DNA del sospettato sui vestiti della vittima. Durante la perquisizione della sua abitazione sono state rinvenute armi, ma non quella del delitto. I media nazionali pubblicano poi la notizia che l'uomo sospettato dell'omicidio di Lübcke ha avuto in passato precedenti penali e contatti con ambienti neonazisti. Si inizia così a parlare di movente politico.

L'inchiesta passa alla Procura federale di Karlsruhe, che si occupa di casi che hanno una possibile matrice politica ​​e rappresentano una minaccia nazionale, spiegano i corrispondenti in Germania del New York Times. Il portavoce della Procura generale, Markus Schmitt, dichiara infatti che l'indagine si concentra sull'ipotesi che l'omicidio abbia una matrice politica e che sia riconducibile ad ambienti di estrema destra.

Nei primi anni '90, Stephan E. è stato arrestato e condannato più volte: nel 1992 accoltella un uomo. L'anno successivo, alla vigilia di Natale del 1993, organizza un attacco dinamitardo, poi fallito, contro una casa per richiedenti asilo a Hohenstein-Steckenroth, nel sud dell'Assia.

In base alle informazioni raccolte dal sito di ricerca antifascista Exif-Recherche, inoltre, Stephan E. è noto agli ambienti antifascisti dall'inizio degli anni 2000, avendo fatto parte in quel periodo di circoli neonazisti. Zeit racconta che l'uomo nel 2004 aveva partecipato a un evento del gruppo neonazista Volkstreuen Komitees für gute Ratschläge e in quell'occasione era stato controllato, insieme ad altri manifestanti, dalla polizia e che fino al 2009 si può provare un suo coinvolgimento nella scena degli estremisti di destra, quando con altri 400 neo-nazisti aveva attaccato una manifestazione del sindacato durante la festa dei lavoratori del 1 maggio.

Inoltre, secondo gli investigatori, Stephan E. avrebbe avuto anche legami con un'unità a Dortmund di Combat 18  (il numero "18" rimanda alle lettere iniziali del nome e del cognome di Adolf Hitler, la prima ("A") e l'ottava ("H") dell'alfabeto), gruppo terroristico neonazista nato originariamente negli anni '90 nel Regno Unito, da cui poi è scaturita una rete di cellule neo-naziste autonome in tutta Europa.

Dal 2010, non ci sarebbero invece più episodi di cronaca o con risvolti penali con Stephan E. come protagonista. Nel 2016, tuttavia, il suo nome "compare nei lavori della commissione d'inchiesta sul gruppo terrorista NSU (Nationalsozialistischer Untergrund), dove veniva descritto come un estremista di destra pronto a far ricorso alla violenza'", ricorda Agi. Nel 2018, infine, secondo il giornale Süddeutsche Zeitung, Stephan E. avrebbe lasciato un commento minaccioso sotto un video di YouTube, con lo pseudonimo 'Game Over': "O questo governo abdica presto o ci saranno morti".

Il sospettato, inoltre, non avrebbe agito da solo ma ci sarebbero riscontri della presenza di complici, riportano diversi media tedeschi: un testimone avrebbe notato due auto sospette la notte dell'omicidio del politico della CDU. La procura federale, finora, ha precisato che al momento non risultano prove dell'esistenza di una rete terroristica di estrema destra dietro la morte di Lübcke. In una conferenza stampa, il ministro dell'Interno tedesco Seehofer ha affermato che gli investigatori stanno cercando di stabilire se il sospettato sia un "lupo solitario" o se faccia parte di un'organizzazione terroristica neonazista.

Il dibattito in Germania

Un attacco di un sospetto estremista di destra contro un rappresentante dello Stato costituisce un segnale d'allarme ed è rivolto contro la Germania, ha dichiarato sempre il ministro dell'Interno tedesco. Seehofer ha specificato inoltre: «L'estremismo di destra è un serio pericolo per la nostra società libera. Dobbiamo combatterlo con ogni mezzo. La lotta contro l'estremismo e il terrorismo di ogni tipo è una questione centrale per questo governo».

Riguardo proprio al fenomeno dell'estremismo di destra, Thomas Haldenwang, capo della Bundesamt für Verfassungsschutz (BfV), cioè l'intelligence tedesca, ha affermato che in Germania vivono quasi 13mila violenti estremisti di destra e che si tratta di un numero troppo grande numero per consentire ai servizi di sicurezza di controllarli tutti.

L'anno scorso il Bundeskriminalamt (BKA), cioè l'ufficio federale della polizia criminale, ha registrato 838 persone colpite dalla violenza di estremisti di destra (con 6 casi in cui l'aggressore ha tentato di uccidere la vittima), specifica il sociologo Daniel Köhler a T-online.de, alla guida della "Banca dati del terrorismo tedesco di destra". Köhler aggiunge anche che attualmente in Germania non esistono più grandi organizzazioni neonaziste, ma che questo non significa meno pericolo perché gli estremisti potrebbero colpire da soli: «Dal 2000, l'88% degli atti terroristici di destra sono stati commessi da cellule con due o tre membri».

Dopo l'omicidio di Walter Lübcke, minacce di morte sono giunte tramite mail ad alcuni politici tedeschi che hanno posizioni a favore dell'accoglienza di migranti e rifugiati. Tra i minacciati c'è anche la sindaca di Colonia, Henriette Reker, che nel 2015 fu accoltellata da un estremista di destra per motivi razziali. Il testo del messaggio parla di "future epurazioni" e termina con "Sieg Heil und Heil Hitler". Non è ancora chiaro se le minacce siano collegate all'uccisione del presidente regionale di Kassel. Secondo il ricercatore sull'estremismo di destra, Hendrik Puls, però, «si può certamente affermare che la propensione alla violenza è aumentata a seguito dei dibattiti arrivati da destra sull'immigrazione. Quanto ci vuole prima che una persona dica 'metto mano alla pistola?' In determinate circostanze, non molto».

Al riguardo, gli esponenti della CDU hanno criticato duramente il partito di estrema destra AFD perché avrebbe una sorta di responsabilità nell'uccisione di Lübcke, per via del linguaggio di odio utilizzato nei discorsi pubblici che ha abbassato le inibizioni tanto da sfociare in "violenza pura". I leader di AFD hanno però respinto le accuse, affermando che la CDU sta tentando di politicizzare l'accaduto.

Gideon Botsch, direttore del gruppo di ricerche su antisemitismo ed estremismo di destra del Centro Moses Mendelssohn presso l'Università di Potsdam, ha tuttavia affermato che gruppi politici come AFD e PEGIDA, che ufficialmente hanno preso le distanze dalla violenza, hanno comunque contribuito, con le loro prese di posizione e i loro discorsi, a creare un clima di odio. Inoltre, lo studioso ha invitato a tenere alta l'attenzione sulla crescente minaccia di attentati di estremisti di destra. Per l'esperto, uno dei motivi risiederebbe nel fatto che i voti per i partiti tedeschi di estrema destra alle ultime elezioni europee non hanno rispettato le attese e per questo ci sarebbe una certa area politica "frustrata": «Questi gruppi hanno sostenuto fino al 2018 il rovesciamento del governo. Volevano sostituire il 'regime di Merkel'. Ma non ha funzionato. Questa frustrazione potrebbe mobilitare nuovamente alcune cellule o radicalizzarle ulteriormente. Abbiamo osservato una dinamica simile negli anni Novanta». Per questo, conclude, Botsch «i prossimi 12-18 mesi potrebbero essere estremamente pericolosi».

Foto in anteprima via DW

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

I problemi di YouTube nella sua lotta contro l’odio: rimossi video antirazzisti e canali di storia


[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

All’inizio di giugno YouTube ha annunciato in un post sul suo blog ufficiale le nuove misure con cui il social network ha intenzione di combattere l’odio online e il razzismo. Nel corso dell’ultimo anno, infatti, la piattaforma video più famosa del mondo ha realizzato oltre 30 aggiornamenti alla propria policy, per mettersi al riparo dalle accuse di avere avuto un ruolo determinante nella diffusione di false credenze e nella radicalizzazione di convinzioni estreme come il suprematismo bianco, il negazionismo dell’Olocausto (per fare un esempio concreto) o il complottismo (in termini più generali).

“Oggi facciamo un nuovo passo avanti nella nostra policy contro l’odio in rete con la proibizione specifica di tutti quei video nei quali si asserisce che un gruppo è superiore ad altri con l’obiettivo di giustificare discriminazione, segregazione o esclusione basate su attributi come l’età, il sesso, la razza, la classe sociale, la religione, l’orientazione sessuale o stato di veterano [considerato negli Stati Uniti un gruppo sociale svantaggiato]. Questo potrebbe includere, per esempio, video che promuovono la glorificazione dell’ideologia nazista, che è intrinsecamente discriminatoria. Inoltre, rimuoveremo contenuti che negano che eventi violenti documentati, come l’Olocausto o la sparatoria della scuola Sandy Hook Elementary, siano realmente avvenuti.”

Una decisione che sembra seguire i passi di Facebook che da qualche mese ha vietato il nazionalismo bianco e il separatismo bianco sulla propria piattaforma.

YouTube prova ad affrontare anche un'altra delle sue debolezze: l’algoritmo che consiglia quali video vedere agli utenti in base alla loro cronologia. I detrattori di questa funzionalità hanno accusato più volte YouTube di retroalimentare con le proprie raccomandazioni le convinzioni estreme di alcune persone, contribuendo alla radicalizzazione di credenze e valori iniqui per gli individui e per la società. Stiamo parlando di contenuti che possono rappresentare un pericolo per le persone, come per esempio video che promuovono rimedi “miracolosi” alternativi per la cura di malattie serie (disinformazione medico-scientifica, quindi), o video che sostengono che la terra sia piatta (cospirazionismo e affini). Questi contenuti non verranno rimossi, ma il social network smetterà di consigliarne la visione. Questa modifica all’algoritmo è già stata sperimentata (seppur a effetto limitato) negli Stati Uniti e YouTube si augura che entro la fine di quest’anno l’aggiornamento riguarderà anche il resto del mondo e avverte che la selezione dei video da consigliare migliorerà con il tempo grazie al machine learning.

Le conseguenze di una scelta irresponsabile

Poche ore dopo l’annuncio, però, la nuova policy ha iniziato a mostrare i primi risultati indesiderati. È emblematico il caso di Scott Allsop, un insegnante di storia della British School of Bucharest, che si è visto chiudere il proprio canale con oltre 120 video di carattere storico, che coprivano diversi avvenimenti degli ultimi 1000 anni. Il materiale riguardante il nazismo era circa il 10%. Il canale creato a scopo formativo e rivolto a insegnanti e studenti è stato chiuso per aver infranto la nuova policy sul linguaggio d’odio (“hate speech”), probabilmente per via dei video sulla Seconda guerra mondiale.

Paradossalmente è stato cancellato anche il canale ufficiale del Centro di Studi sull'Odio e sull'Estremismo della California State University (riabilitato in seguito alla pubblicazione di un articolo del Los Angeles Times). E queste non sono certo le uniche vittime collaterali della recente "purga" operata da YouTube. Sono tante le testimonianze di formatori, giornalisti, ricercatori ed esperti che si succedono in questi giorni su Twitter.

In alcuni casi il sistema si è dimostrato anche impreparato rispetto alle segnalazioni di massa da parte di estremisti di destra che, paradossalmente, hanno segnalato e ottenuto la cancellazione di contenuti antinazisti, appellandosi proprio alla policy contro il suprematismo bianco.

Non è la prima volta che la piattaforma video di Google si trova in questa situazione. Nell’estate del 2017, YouTube introdusse un sistema automatizzato di machine learning per rimuovere i video che infrangessero la nuova policy sul terrorismo. Con una conseguenza imprevista per la storia siriana. Automaticamente l’algoritmo rimosse un numero considerevole di contenuti che promuovevano la propaganda estremista dell’lsis in Siria, ma furono cancellati in maniera indiscriminata anche tantissimi video pubblicati da giornalisti e attivisti, molti dei quali testimoniavano le atroci violenze che venivano perpetrate nel paese. Oltre 900 canali (legittimi) sulla Siria scomparvero nel giro di pochi giorni. Anche in quel caso l’errore madornale  fu una conseguenza delle pressioni da parte legislatori (soprattutto in Europa) che chiedevano ai social network di identificare e rimuovere i contenuti di terrorismo entro poche ore dalla pubblicazione, una richiesta che obbliga di fatto le piattaforme a usare filtri automatizzati per trovare ed eliminare materiale potenzialmente sensibile.

Leggi anche >> Intelligenza artificiale, filtri e contenuti sui social: “L’odio resterà. A sparire saranno i diritti e le libertà degli individui”

“Meglio chiedere il perdono, che il permesso", recita il detto popolare. E YouTube sembra aver optato ancora una volta per la forza bruta, riservandosi di chiedere scusa a posteriori.

"Siamo ancora lontani da dove vogliamo arrivare", ha ammesso l'amministratore delegato di Google, Sundar Pichai, che si è detto però soddisfatto dei grandi progressi che sta facendo YouTube in questo frangente. "Le modifiche alla policy sono sempre complicate, specialmente all'inizio", ha dichiarato al Washington Post il portavoce di Youtube Farshad Shadlo.

I problemi da risolvere, però, non sono solo di natura tecnica, bensì concettuale. Questo modus operandi porta inevitabilmente a una cancellazione preventiva dei contenuti, molti dei quali non solamente rispettano la policy, ma sono di cruciale importanza per la società, per la storia e per i cittadini. Non si può pensare di affidarsi a un algoritmo per filtrare contenuti estremisti, siano essi di carattere terroristico, neo-nazista o suprematista bianco, senza considerare le disastrose conseguenze per la libertà d’espressione, per la memoria storica e per l’informazione.

Il sistema non è in grado di distinguere l’intenzione con cui certi contenuti sono stati diffusi. Non tiene conto del fatto che lo stesso video postato in contesti diversi può avere finalità diametralmente opposte: un filmato storico di un discorso di Hitler può essere pubblicato con l’intenzione di propagare quelle idee, certo, ma nella maggior parte dei casi la condivisione e diffusione dei filmati della Seconda guerra mondiale ha uno scopo formativo, informativo e di memoria storica, il cui valore è nettamente superiore a una ipotetica protezione dal linguaggio d’odio.

Il filtraggio dei contenuti è un lavoro che attualmente nessun algoritmo è in grado di svolgere autonomamente senza conseguenze indesiderate. E la soluzione non può essere quella di uccidere le mosche con il bazooka perché non si hanno altri strumenti. Come scrive il sito Technology Review del MIT di Boston: “Non ci sono scuse. Questa complessità non esonera YouTube, proprietà di Google, dalle sue responsabilità”.

Leggi anche >> La moderazione dei contenuti sui social funziona male e andrebbe completamente rivista

Il problema di YouTube deriva dal suo immenso potere di diffusione. Ogni decisione che prende ha conseguenze sulla libertà di espressione di milioni di persone. Ogni volta che chiediamo (attraverso la politica) ai social network di rimuovere i cosiddetti contenuti nocivi per la società, stiamo di fatto delegando un potere enorme a imprese private, stiamo chiedendo loro di diventare i censori ufficiali delle nostre democrazie.

E quando una piattaforma a cui accedono quasi 2 miliardi di persone mensilmente cancella la storia, non possiamo essere indulgenti.

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Come la compagnia petrolifera Mobil ha inquinato il dibattito pubblico su ambiente e clima


[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

Negli anni ‘90 la compagnia petrolifera Mobil ha pagato ricercatori accademici, dipartimenti universitari e gruppi di pressione per curare i propri interessi, per inquinare il dibattito pubblico sulle questioni di sicurezza ambientale e influenzare le decisioni politiche sui temi dell’energia e dell’ambiente.

È quanto emerge da un’inchiesta di Sharon Kelly sul Guardian che ha ottenuto dal gruppo ambientalista Climate Investigations Center alcuni documenti interni della compagnia petrolifera (fusasi nel 1999 con Exxon e diventata ExxonMobil) risalenti al 1993.

In particolare, stando a quanto si legge nei documenti a disposizione del Guardian, la compagnia petrolifera giustificava le 80 borse di studio che avrebbe finanziato nel 1994 tramite la Mobil Foundation (la fondazione che Mobil utilizzava per beneficenza e investimenti filantropici, successivamente sostituita dalla ExxonMobil Foundation) mostrando i benefici per la società derivanti da queste donazioni: dalle competenze esperte da utilizzare in occasione di cause per eventuali incidenti industriali e versamenti di petrolio nell’ambiente al contrasto a leggi di protezione ambientale al finanziamento di scienziati il cui lavoro era stato “accolto con favore dall’industria”.

Sharon Kelly cita il caso dello sversamento di 40mila barili di petrolio greggio dall’oledotto che collegava la piattaforma di Mobil Idoho al terminal offshore Qua Iboe, in Nigeria, finito direttamente nell’oceano Atlantico. Per Mobil più del 90% del petrolio andò disperso o evaporato naturalmente, nonostante 500 barili furono trascinati fino a riva.

In quell’occasione, il dottor David Page, all’epoca professore di Chimica al Bowdoin College nel Maine, negli Stati Uniti, e presentato dal New York Times come esperto di fuoriuscite di petrolio, confermò la versione di Mobil e raccontò al quotidiano statunitense che l’impatto dello sversamento era stato lieve. «Grazie alla pronta ed efficace risposta di Mobil, il litorale è stato risparmiato ed è stato evitato un possibile disastro ambientale. È arrivato così poco petrolio sul litorale che sarei molto stupito di sapere che ci sono stati danni rilevanti per i pescatori», fu il commento di Page.

Lo sversamento di Idoho viene oggi annoverato tra i principali disastri petroliferi e colpì un’area intorno alla quale gravitavano circa 1 milione di persone, commenta Kelly sul Guardian. Mobil raccolse e bruciò le reti dei pescatori completamente intrise di olio, offrendo loro in cambio somme che secondo gente del posto rappresentavano solo una piccola parte dei danni ricevuti. Le battaglie legali sono continuate per almeno 20 anni e nel 2016 una corte federale di Lagos ha condannato la compagnia petrolifera a pagare quasi 200 milioni di dollari alle comunità di pescatori.

Perché, dunque, Page aveva minimizzato l’impatto dello sversamento nell’intervista al New York Times? Dalle carte in mano al Guardian risulta che 5 anni prima del disastro ambientale la Mobil Foundation aveva proposto una sovvenzione di 10mila dollari al Bowdoin College di cui Page faceva parte perché il laboratorio era ritenuto utile “per assicurare una risposta immediata in caso di sversamenti da parte di strutture della Mobil”.

La fondazione aveva individuato nella Nigeria una delle quattro aree in tutto il mondo dove gli studi di Page sulla paludi di mangrovie poteva rivelarsi utile, soprattutto in caso di “contenziosi relativi ai danni ambientali”. I dottori Gilfillan e Page “sono i nostri più preziosi contatti sull'inquinamento marino al di fuori del settore", scriveva Mobil Foundation, aggiungendo che il laboratorio aveva già ricevuto 132mila dollari da Mobil dal 1986 al 1993 e che il laboratorio aveva mantenuto "un atteggiamento proficuo nei confronti delle esigenze dell'industria petrolifera per il trasporto e lo stoccaggio del petrolio".

Contattato dal Guardian, Page ha risposto che le borse erano destinate al finanziamento di tirocini di ricerca estiva per gli studenti e che Mobil aveva solo chiesto al Bowdoin College di affiancare “un gruppo di professionisti nigeriani accademici e non accademici per condividere la nostra esperienza e aiutarli a condurre uno studio di impatto post-dispersione nel rispetto degli standard internazionali".

La Nigeria non è stato l’unico paese dove Mobil ha beneficiato delle donazioni della sua fondazione, prosegue Kelly nel suo articolo. Tra i beneficiari compaiono università della Ivy League, dipartimenti delle National Academies, organizzazioni non-profit e ricercatori ambientali con oltre 120 proposte di sovvenzione del valore di 1,2 milioni di dollari per il solo 1994 (pari al 10% del bilancio totale della fondazione per quell’anno) e più di 700 borse di studio finanziate negli anni precedenti.

Tra il 1990 e il 1993 il Centro di analisi di rischio della School of Public Health dell’Università di Harvard ha ottenuto 100mila dollari di sussidi. Nei documenti, la Mobil Foundation si congratulava per l’operato del direttore del centro, John Graham, per la sua efficacia nel “sottolineare i rischi per la sicurezza associati a standard eccessivamente rigidi in materia di risparmio di carburante". Nel 1992 Graham aveva pubblicato un rapporto intitolato “The Safety Risks of Proposed Fuel Legislation” senza però dire che il suo centro aveva ricevuto sovvenzionamenti dalla Mobil Foundation.

Dalla lettura dei documenti si viene a sapere che anche l’ex amministratore delegato dell'Agenzia per la protezione dell'ambiente (EPA) degli Stati Uniti, John Moore, aveva chiesto sovvenzioni a Mobil per almeno sette grandi società operanti per l'Institute for Evaluating Health Risks, dove Moore era stato presidente e amministratore delegato, e che Mobil aveva donato 40mila dollari sottolineando che il lavoro di Moore offriva un modo "in definitiva per influenzare lo sviluppo di norme più [efficaci, economiche e di sicurezza]".

Altri finanziamenti erano rivolti all’Environmental Law Institute, un'organizzazione che da 50 anni offre ricerca e formazione in materia di diritto ambientale ad avvocati e giudici per espandere la propria influenza anche all'interno dei circoli ambientalisti, e al programma di studi ambientali dell'Accademia di Scienze Naturali di Filadelfia, guidato dalla dottoressa Ruth Patrick, che aveva contribuito a redigere la legge sull'acqua pulita, una importante legge federale che attribuisce all'Agenzia di protezione ambientale (EPA) il potere di redigere regole per proteggere le persone dai danni causati dall'inquinamento delle acque. "Sulla base dei contatti dell'Accademia", scriveva la Mobil Foundation, "il Programma per gli Associati Ambientali ha il potenziale per sfidare l'EPA dietro le quinte” nell’elaborazione di regolamenti sugli effetti ambientali delle attività industriali.

Tra gli obiettivi della strategia di finanziamenti da parte della Fondazione, c’era anche quello di influenzare il dibattito e le decisioni pubbliche relative agli effetti del cambiamento climatico. “Il riscaldamento globale – riportano i documenti interni della Mobil Foundation – è probabilmente il principale problema ambientale internazionale degli anni '90" e nuove leggi sul clima sono “una possibilità reale entro i prossimi cinque anni".

La Fondazione raccomandava una sovvenzione di 25mila dollari al Lamont-Doherty Earth Observatory presso la Columbia University per aiutare Mobil a "sviluppare relazioni personali con alcuni degli esperti chiave su questo tema" e consentire alla compagnia petrolifera di "partecipare al dibattito su questi regolamenti".

I finanziamenti, in definitiva, non erano disinteressati e, in quanto veicolati dalla Fondazione, erano anche esentasse. Esperti del fisco hanno spiegato al Guardian che questa procedura potrebbe aver violato alcune leggi federali degli Stati Uniti. Tuttavia, pur se riconosciuti, eventuali reati sarebbero oggi in prescrizione.

Un portavoce dell’azienda ha risposto all’articolo del Guardian sostenendo che l’operato della Fondazione si muove nell’alveo della legge: «Il nostro braccio filantropico segue tutte le leggi e divulga quanto richiesto dalla legge. La ExxonMobil Foundation ha un focus strategico sul sostegno all’istruzione, con un’enfasi particolare sulla matematica e sulla scienza e promuovendo le donne come catalizzatrici dello sviluppo economico e della prevenzione delle morti per malaria».

Va ricordato che alla fine del 2015 Inside Climate News ha pubblicato un’inchiesta divisa in 9 capitoli (che le è valsa una nomination al premio Pulitzer nella sezione “servizio pubblico” e diversi premi in quelle ambientali e investigative), dal titolo “Exxon: la strada non intrapresa”, che descrive nel dettaglio come la compagnia petrolifera, a conoscenza sin dal 1980 degli effetti nocivi sul clima delle emissioni di gas serra, avesse negato l’esistenza del cambiamento climatico.

Dopo quell’inchiesta giornalistica ExxonMobil è stata indagata in diversi Stati degli Stati Uniti con l’accusa di non aver dato conto dei rischi legati al cambiamento climatico.

Oltre ai tentativi della Mobil di curare i propri interessi, inquinare il dibattito pubblico e orientare le decisioni politiche finanziando dietro le quinte università, gruppi di ricerca e organizzazioni non-profit, questa storia pone al centro una questione di enorme importanza: l’oggettività, l’autonomia e l’indipendenza della ricerca accademica.

L’operato della Fondazione Mobil non è una casualità, ma è la norma, il risultato di una strategia di relazioni pubbliche che hanno l’obiettivo di neutralizzare la scienza, spiegano i ricercatori di Harvard e del MIT Benjamin Franta e Geoffry Supran al Guardian: “Il mondo accademico ha un problema grosso e irrisolto di conflitto di interessi in cui ha più da perdere che da guadagnare”.

“Dire che questi esperti e centri di ricerca hanno conflitti di interesse è un eufemismo”, proseguono i due ricercatori. “Molti di loro esistono solo grazie all'industria dei combustibili fossili. Sono progetti industriali con l'apparenza di neutralità e credibilità data dal mondo accademico”.

E Mobil non è un caso isolato. In anni di ricerca al riguardo, Franta e Supran hanno scoperto un vero e proprio “modello sistemico”. “I finanziamenti di Shell, Chevron, BP e altre compagnie petrolifere e del gas dominano la ricerca sulla politica energetica e climatica di Harvard”.

Il MIT ha ottenuto 185 milioni di dollari dal petroliere miliardario e negazionista del cambiamento climatico, David Koch, membro a vita del consiglio dell'università. A Stanford, il progetto Global Climate ed Energy dell'università è finanziato da ExxonMobil e Schlumberger. Il direttore fondatore del progetto è un ingegnere petrolifero e il suo attuale direttore co-dirige anche il Precourt Institute for Energy, co-fondato dall'amministratore delegato di una società di gas naturale (ora di proprietà di Shell). L'Energy Biosciences Institute di UC Berkeley è il frutto di un accordo da 500 milioni di dollari con BP.

È come se la ricerca sulla salute pubblica fosse finanziata prevalentemente dall'industria del tabacco, commentano Franta e Supran.

Cosa fare?

“Non pretendiamo che le università taglino i loro legami con tutte le compagnie di combustibili fossili. La ricerca sull'energia è talmente inondata dal finanziamento dei combustibili fossili che una tale proposta implicherebbe grandi cambiamenti. Quello che chiediamo è una maggiore trasparenza, (...) che siano stabiliti regolamenti che obblighino i dipartimenti e i ricercatori a dichiarare legami finanziari e professionali con società di combustibili fossili, come accade per i medici, e che i conflitti di interesse siano ridotti dando la priorità a finanziamenti a gruppi di ricerca indipendenti”.

Foto via Guardian

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Il kit definitivo per contrastare il format pseudo-giornalistico “Il lavoro c’è, ma i giovani non vogliono lavorare”


[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

Dopo anni di stillicidio del genere (non) giornalistico "Il lavoro c'è ma i giovani non vogliono lavorare", da qualche giorno stiamo assistendo alla sua nuova declinazione: "Offriamo lavoro, ma non si trova personale per colpa del reddito di cittadinanza".

Inutile sottolineare quanto sia indecente una simile operazione, che vede complici testate compiacenti e imprenditori (e politici al seguito in veste di risoluti commentatori sui social) cinici e senza scrupoli nell'avvelenare e inquinare la discussione pubblica su un argomento di grande importanza per molte famiglie, che sicuramente meriterebbe di essere trattato in tutt'altro modo.

In questi anni come Valigia Blu abbiamo continuamente coperto il format in questione, di volta in volta verificando la notizia, cercando di comprendere le vere ragioni per cui molti giovani (ma non solo) non rispondono o rifiutano le offerte.

Puntualmente è emerso che o la "notizia" in realtà serviva a mascherare un annuncio di lavoro (solitamente all'articolo sull'imprenditore disperato che offriva lavoro ma nessuno rispondeva seguiva un secondo articolo sulla pioggia di curricula arrivati da Nord a Sud...) – svelando anche l'incapacità dei datori di lavoro nella ricerca del personale – o che l'offerta era discutibile e sostanzialmente significava bassi stipendi, orari di lavoro massacranti, zero diritti.

E dunque abdicando totalmente alla loro missione, i giornalisti invece di approfondire, verificare, provare a capire come stavano davvero le cose, si sono fatti di volta in volta strumenti, piattaforme di questo o quell'imprenditore.

Una delle prime volte in cui ci occupammo di questo genere pseudo-giornalistico risale al 2011. Un "Buongiorno" di Massimo Gramellini su La Stampa rilanciava il grido di allarme dell'Unione panificatori di Roma: "Non si trovano trecento ragazzi disposti a fare il pane per duemila euro al mese". Noi andammo a verificare e le cose stavano un po' diversamente da come erano state raccontate (non esistevano dati, in alcuni annunci che avevamo trovato non si parlava dello stipendio di 2mila euro mensili e in molti si chiedeva già esperienza, il commento si basava sostanzialmente sulla testimonianza di un suo amico pizzaiolo).

Nello stesso periodo anche la Confesercenti Abruzzo lanciò l'allarme sulla mancanza dei panettieri. In questo caso si affidarono al Corriere della Sera. Anche qui provammo a verificare e scoprimmo che non si trattava di posti di lavoro, ma di corsi di formazione a pagamento. Per carità, rateizzabili.

Siamo andati avanti così per anni: la notizia era più o meno sempre la stessa, e dopo alcune telefonate e controlli regolarmente emergeva un identico format. Fino al 2015 quando davvero esasperati ci siamo permessi un titolo abbastanza forte: "Expo, Manpower, Corriere: la retorica dei giovani che non vogliono lavorare ha rotto il cazzo".

Ma già allora sapevamo che non sarebbe finita lì. Qualcosa però a un certo punto è cambiato nelle dinamiche in Rete di reazione a questi articoli: i lettori sui social hanno iniziato a segnalarci i vari annunci mascherati da notizia, un trucchetto infido e carognesco, considerando che alla base di tutto c'è la colpevolizzazione di una intera generazione: "Siccome il lavoro è poco, non fate tanto gli schizzinosi, poi ai nostri tempi anche noi ci siamo fatti le ossa, oggi voi bamboccioni protetti da mamma e papà non volete spezzarvi la schiena". Magari la schiena se la sono già spezzata studiando e ora giustamente si rifiutano di accettare qualsiasi lavoro tra l'altro sottopagati per 12, 14 ore al giorno, ma aspirano legittimamente a lavori in linea con i loro studi e interessi (che svergognati). Sai com'è si chiamano diritti, in democrazia.

Matteo Pascoletti su Valigia Blu ha dedicato a questa triste e infame dinamica un'analisi che ingenuamente pensavamo definitiva: Il lavoro c’è ma i giovani non vogliono lavorare'. Articoli scorretti e disonesti. Dopo questo articolo, ci siamo detti, non dovremo occuparcene più.

Ovviamente ci sbagliavamo. E così dopo nemmeno un anno Angelo Romano è stato costretto ad approfondire nuovamente la dinamica, a partire dall'ennesimo fact-checking su una storia che non convinceva riguardante una azienda in provincia di Padova, che realizza trattori per l’agricoltura, che non riusciva ad assumere 70 dipendenti per assenza di candidature: Imprenditori eroici vs giovani fannulloni: un format disonesto contrastato grazie alla mobilitazione sui social.

Con gli anni i lettori sui social si sono attrezzati, hanno acquisito sempre più competenze nel fiutare la paccottiglia disinformativa, mobilitandosi nel cercare di contrastare di volta in volta questa tipologia di articoli.

In questi ultimi giorni, dicevamo, stiamo assistendo al rilancio del genere anche in una nuova declinazione: "Offro lavoro, ma nessuno lo accetta per colpa del reddito di cittadinanza".

A dare la volata al nuovo format ci ha pensato qualche giorno fa il sindaco di Gabicce, che si è detto certo che la causa sta appunto nella misura voluta dai 5Stelle. Grido di allarme prontamente rilanciato da Matteo Renzi che non si fa nessuno scrupolo ad attribuire al reddito di cittadinanza il motivo della difficoltà di trovare i cosiddetti stagionali.

Al caso abbiamo dedicato un post sulla nostra pagina Facebook che riporto per intero:

"La versione 'il lavoro c'è ma i giovani non vogliono lavorare' ha raggiunto nuove vette. Il lavoro c'è ma gli italiani (quelli più in difficoltà) non vogliono lavorare per colpa del reddito di cittadinanza.

In sintesi: a Gabicce non si trova personale stagionale, i camerieri e i cuochi del Sud (e ti pareva che poteva mancare la combo giovane - Sud - fannullone) preferiscono stare a casa con il sussidio invece di andare a lavorare.

E così senza uno straccio di evidenza, dati o analisi, si è dato credito "giornalisticamente" a una dichiarazione del sindaco di Gabicce. E non è mancato il commento di Renzi a sfregio di tanti cittadini in situazioni di indigenza: la definizione "misura diseducativa" è davvero uno schiaffo in faccia alle persone che con questa misura sperano di risollevarsi almeno un po' (il provvedimento presenta diverse criticità, cosa che abbiamo evidenziato in vari nostri articoli, ma di sicuro non è questa). Dimenticando che quella misura prevede l'obbligo di accettare una delle tre proposte di lavoro che dovranno arrivare dai Centri per l'impiego. In caso contrario, è prevista la decadenza del beneficio.

Ma veniamo alla dichiarazione del sindaco e a quello che ne rimane alla luce dei chiarimenti da parte del presidente degli albergatori di Gabicce Mare.

Sentito dal Fatto Quotidiano il presidente degli albergatori, Angelo Serra (possiede anche un albergo), ha precisato alcune cose, vale la pena andarle a vedere una per una:

1. «In realtà sono anni che lanciamo l'allarme dei lavoratori che mancano. Evidentemente negli anni passati nessuno ci ha fatto caso perché non essendoci appiglio per un attacco alla politica non è stato dato molto peso alle nostre dichiarazioni. La ricerca diventa sempre più problematica».

Sulla mancanza di stagionali, qui ad esempio un articolo di Repubblica Bologna del 2018 e qui un altro articolo del 2017.

2. La ricerca diventa problematica «perché l'estate si accorcia progressivamente e si lavora quindi sempre meno». Non più quattro o cinque mesi, ma poco più di tre. «Quindi il professionista preparato e qualificato - perché alle prime armi se ne trovano - ha magari già trovato una occupazione annuale».

3. «È possibile che abbia inciso il reddito di cittadinanza, ma in misura molto ridotta. Parliamo del 5, 10% del fabbisogno. Ma di sicuro non è questa la causa».

Contattato da noi, il presidente Serra ha confermato quanto dichiarato al Fatto Quotidiano e spiegato che il dato sulla possibile incidenza del reddito del 5% - 10% è una sua ipotesi basata sulla propria esperienza.

Sta diventando sempre più una fatica enorme riuscire ad informarsi in modo corretto. E no, non è colpa dei social, delle fake news, dei troll russi.

E ci risiamo: gli stessi giornali, che hanno diffuso la notizia distorta, hanno poi riportato una seconda versione che sconfessa la prima.

Il Sole 24 Ore, nello specifico, prima diffonde la notizia distorta con uno stile che ha decisamente poco a che fare con il giornalismo e più con una invettiva personale:

Salvate Gabicce dal reddito di cittadinanza o - meglio ancora - dagli effetti di quest’ultimo sulla gente. Perché l’homo italicus non ha certo bisogno di navigator per orientarsi nel mare dell’assistenzialismo: lui si mette bello fermo sulla riva e aspetta che il pesce gli caschi in mano. Vagli a spiegare l’antico proverbio cinese secondo il quale se dai un pesce a un uomo lo nutrirai per un giorno, se gli insegni a pescare lo nutrirai per tutta la vita. Forse toccherebbe spiegarlo prima ancora a Gigino Di Maio e a chi, con lui, nel Movimento 5 Stelle teorizzava la fine del lavoro. Ma forse a loro va bene così perché alle ultime elezioni Europee, in uno scenario di débacle generale per i pentastellati, in molte piazze del Sud hanno continuato a pescare.

Poi, a firma dello stesso autore pubblica un altro articolo parlando di sillogismo che ha affascinato anche Renzi e riportando il chiarimento del presidente degli albergatori. Per la precisione:
a) Non è un sillogismo, semmai è una correlazione di fatto basata sul nulla, se non sulla sensazione del sindaco di Gabicce;
b) Non ha affascinato Renzi, semmai Renzi l'ha strumentalizzata.

Il modello di business alla base di questa informazione quindi pare di capire che sia: pubblicare una notizia senza alcuna verifica > scatenare l'indignazione sui social > pubblicare una seconda versione che smentisce la prima facendo però finta di non aver avuto alcun ruolo nella diffusione della versione falsa o distorta".

Non abbiamo fatto in tempo a smontare l'allarme di Gabicce sul reddito di cittadinanza "ammazza-stagionali", che solo ieri un imprenditore del Nord e uno del Sud si sono nuovamente fiondati sul format, trovando anche questa volta la disponibilità di alcune testate a veicolare le loro lamentele come se fossero una notizia degna di avere spazio mediatico.

In tanti fra Twitter e Facebook ci hanno segnalato i due casi e per questo abbiamo deciso di occuparcene e di offrire questo post come se fosse una sorta di kit pronto all'uso per chiunque voglia contrastare anche in futuro (siamo certi che il genere continuerà ad ammorbare le nostre timeline) questa insopportabile deriva giornalistica.

Veniamo ai due casi in questione: Il Messaggero Veneto ci fa sapere che Bruno Della Maria, albergatore a Lignano, non ne può più. Il titolo è davvero una perla: Mancano i lavoratori stagionali, la strigliata dell'imprenditore: «Pochi hanno voglia di fare sacrifici».

Il Mattino di Napoli e Huffington Post Italia, tra gli altri, hanno deciso di dare spazio a un imprenditore del Sud che si lamenta di non riuscire a trovare personale: «AAA, cerco barista ma non lo trovo: tutta colpa del reddito di cittadinanza». Leggendo l'intervista viene fuori, in pratica, che l'offerta mensile è di 800 euro per un orario che va dalle 6.30 alle 14.30 o dalle 14.30 alle 20.30. Nel suo mestiere, tiene a precisare Danilo Volpe, contano anche le mance e con quelle beh si può arrivare anche a 1200 euro al mese (in un commento sulla nostra pagina Facebook, Fabio Avallone fa notare che il compenso offerto è molto minore rispetto a quanto previsto dal contratto nazionale). Che la colpa sia del reddito di cittadinanza è un suo forte presentimento, ma tanto basta per diventare notizia, no?

Io vi invito a leggere i commenti all'articolo pubblicato da Il Mattino su Facebook. Mi rivolgo alle testate che ancora testardamente perseverano con questa tipologia di articoli: vale davvero la pena abdicare in questo modo alla professione, sacrificare la propria reputazione (già messa a dura prova) e quel che resta della fiducia da parte del lettore per una manciata di click?

Come Valigia Blu abbiamo provato ad andare oltre il fact-checking dei singoli casi e a dare un contributo più ampio su un tema decisivo per la società e delicato per tante famiglie e aziende – il lavoro, la mancanza di posti e la difficoltà di trovare personale – che coinvolge così tanti cittadini e soprattutto i più giovani, con un approfondimento che riuscisse in qualche modo a offrire anche possibili soluzioni: Giovani e lavoro: il futuro negato. Cosa possiamo fare.

Come abbiamo scritto: "La retorica dei giovani schizzinosi che rifiutano offerte congrue di lavoro e non vogliono sacrificarsi è diventata negli anni la chiave di lettura (pigra e irresponsabile) di un fenomeno più complesso, finendo così con l’oscurare le criticità che queste storie sollevano da tutti i punti di vista, quello degli imprenditori e quello dei lavoratori, e che abbracciano più piani, economico, sociale, culturale esistenziale: la questione della formazione, il mancato incontro tra domanda e offerta, le condizioni di lavoro, il bilanciamento tra vita e lavoro, i canali e i criteri di reclutamento utilizzati e le forme di ingresso nel mercato del lavoro e, più in generale, il ruolo che come paese attribuiamo ai giovani all’interno della nostra società".

Questo è l'ultimo post che dedichiamo a questo genere "giornalistico".

Di seguito tutti i nostri articoli sia sui singoli casi sia sulle criticità del mercato del lavoro:

Giovani e lavoro: il futuro negato. Cosa possiamo fare

Imprenditori eroici vs giovani fannulloni: un format disonesto contrastato grazie alla mobilitazione sui social

Ancora un annuncio mascherato da ‘notizia’? Tutti i dubbi sull’azienda che cerca 70 dipendenti e nessuno risponde

“Il lavoro c’è ma i giovani non vogliono lavorare”. Articoli scorretti e disonesti

Expo, Manpower, Corriere: la retorica dei giovani che non vogliono lavorare ha rotto il cazzo

Cercasi giovani laureati. Ma nessuno si presenta. Una storia che non convince

‘I giovani non vogliono fare i lavori manuali (poi però si lamentano)’

Il laureato precario, i panettieri a 2mila euro al mese e Gramellini

Io, Gramellini e quel pane quotidiano

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Brasile, i giudici avrebbero cospirato contro l’ex presidente Lula. Lo scoop del sito investigativo The Intercept


[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Secondo quanto emerso da uno scoop pubblicato dal sito The Intercept, sarebbero stati compiuti atti illeciti e comportamenti non etici da parte di alcuni giudici contro l’ex presidente del Brasile Lula de Silva, condannato per corruzione e riciclaggio a 8 anni e 10 mesi di carcere, per bloccare la possibilità di una vittoria del suo Partito dei lavoratori (PT) alle elezioni presidenziali dello scorso anno.

La condanna di Lula è una delle conseguenze dell’indagine nota come “Operação Lava Jato”, iniziata nel 2014, che ha scoperchiato tangenti legate alla compagnia petrolifera nazionale Petrobras e che ha portato in carcere centinaia di dirigenti, politici e intermediari. Nell’aprile 2018, l’ex presidente, allora favorito nei sondaggi, è stato arrestato e per questo non ha potuto partecipare alle elezioni, vinte poi da Jair Bolsonaro, candidato di estrema destra del Partito Social-Liberale.

Il lavoro del sito investigativo, guidato dal premio Pulitzer Glenn Greenwald, si basa su un enorme archivio mai divulgato prima – composto da chat private, registrazioni audio, video, foto e altri documenti – fornito da una fonte anonima.

I giornalisti di The Intercept raccontano così, in base al contenuto di alcune chat su Telegram, di come diversi procuratori federali, che hanno lavorato al caso giudiziario dell’ex presidente brasiliane, abbiano tramato contro il PT, pensando a diverse strategie per bloccare, minimizzare o ritardare un’intervista che Lula avrebbe dovuto dare dal carcere, dopo aver ricevuto l’autorizzazione della Corte Suprema, all’importante quotidiano Folha de São Paulo, dieci giorni prima il primo turno di votazioni presidenziali. I pubblici ministeri avevano il timore che le parole di Lula avrebbero aiutato il partito dei lavoratori a vincere le elezioni, spiegano i giornalisti.

Secondo l’inchiesta, inoltre, il giudice Sergio Moro, che ha emesso una sentenza di condanna nei confronti di Lula, ha ripetutamente consigliato tramite chat su Telegram il procuratore Deltan Dallagnol, che stava portando avanti da più di due anni l“Operação Lava Jato”. In altre parole, il giudice – che per legge deve essere neutrale nel valutare le prove e arrivare a formulare una sentenza, senza collaborare segretamente con una delle parti – avrebbe consigliato il team di procuratori su come portare avanti le indagini, oltrepassando i confini etici che definiscono il suo ruolo.

Le conversazioni in chat tra Moro e Dallagnol rivelano che, nel corso di oltre due anni, il giudice ha suggerito al procuratore capo di modificare la sequenza delle persone da indagare, ha insistito nel ridurre i tempi dei mandati di perquisizione e degli interrogatori, ha dato consigli strategici e suggerimenti informali, ha informato in anticipo i pubblici ministeri delle sue decisioni, ha dato consulenza per migliorare alcuni passaggi giudiziari e ha rimproverato Dallagnol, come se il procuratore fosse un suo dipendente.

Altri documenti, inoltre, dimostrano che le prove per formulare l’impianto accusatorio a carico di Lula sarebbero state ritenute carenti. L’ex presidente del Brasile era accusato di aver ricevuto un appartamento triplex sulla spiaggia di Guaruja per aver facilitato contratti multimilionari alla compagnia petrolifera statale Petrobras. Nelle chat, Dallagnol scrive ai suoi colleghi di avere dubbi su due elementi chiave sul caso: se il triplex fosse in realtà di Lula e se avesse qualcosa a che fare con Petrobras. In pratica, gli elementi su cui si basava l’accusa che, se non provati, avrebbero fatto crollare tutto.

Quando rivelò l’impianto accusatorio durante una conferenza stampa, Dallagnol presentò un power point (che mostrava Lula al centro di un sistema corruttivo) che fu molto criticato per la debolezza degli elementi in mano ai pubblici ministeri. Due giorni dopo la conferenza, Dallagnol scrisse a Moro di aver fatto di tutto per definire Lula il centro del sistema di corruzione, ma ammise di non avere prove materiali. Moro rispose pochi giorni dopo rassicurandolo: "Sicuramente, le critiche alla tua presentazione sono sproporzionate”. Meno di un anno dopo, il giudice ha condannato l'ex presidente. Nel novembre 2018, Moro è stato poi nominato, tra le polemiche, ministro della Giustizia del governo Bolsonero.

Nel corso degli anni, i procuratori federali hanno sempre respinto le accuse di essere mossi nella loro azione giudiziaria da intenti politici di qualsiasi tipo. L’ex presidente, invece, ha più volte sostenuto che le accuse nei suoi confronti sono false e che il processo che l’ha visto imputato è stato segnato da irregolarità, chiedendone per questo l’annullamento.

In risposta ai contenuti pubblicati da The Intercept, Moro ha dichiarato che i messaggi non mostrano che abbia agito in modo inappropriato. L’attuale ministro della giustizia brasiliano e i procuratori federali hanno inoltre difeso l'integrità del loro lavoro e criticato il sito investigativo per aver pubblicato gli articoli senza chiedere loro il commento in anticipo. The Intercept ha risposto di non aver chiesto commenti ai funzionari menzionati negli articoli prima di pubblicarli per il timore che il governo potesse cercare di impedire la pubblicazione dell’inchiesta, riporta il New York Times. Lunedì, l'Associazione degli avvocati brasiliani ha chiesto la sospensione del ministro della Giustizia e di tutti coloro coinvolti, nell’attesa di un'indagine. Martedì Bolsonaro ha incontrato Moro riguardo a quanto pubblicato da The Intercept.

La Corte Suprema brasiliana ha inoltre comunicato che sarà riesaminato un appello di Lula, in seguito agli sviluppi dell'inchiesta giornalistica.

Immagine in anteprima via The Intercept 

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Antisemitismo, odio e intolleranza sono in crescita in tutta Europa


[Tempo di lettura stimato: 10 minuti]

«Sconsiglio agli ebrei tedeschi di indossare sempre e ovunque la kippah in Germania». Con questo avvertimento, Felix Klein, l’incaricato del governo federale tedesco per la lotta all’antisemitismo, ha voluto sottolineare, lo scorso 25 maggio, come per gli ebrei la Germania stia diventando un paese sempre meno ospitale, denunciando «l’imbarbarimento della società e la caduta delle inibizioni sociali».

Secondo i dati diffusi a metà maggio dal ministro degli Interni tedesco, Horst Seehofer, e dal capo dell’ufficio federale di polizia criminale, i reati antisemiti sono aumentati del 20% nell’ultimo anno. Si va dalle aggressioni alle minacce, dall’uso di simboli nazisti ad atti vandalici su monumenti e lapidi fino a discorsi di incitamento all’odio nei confronti degli ebrei su Internet.

A destare preoccupazione, ha spiegato il ministro degli Interni, è che l’incremento degli attacchi contro gli ebrei si è registrato in un contesto in cui i reati di matrice politica sono in calo dopo il picco del 2016. Particolare ancora più inquietante, spiega il rapporto, è la matrice di estrema destra di circa il 90% degli attacchi.

Lo scorso agosto, ad esempio, durante la manifestazione di estrema destra a Chemnitz, nella Germania centro-orientale, molti degli slogan – e gran parte delle violenze e delle intimidazioni che ne seguironofurono rivolti contro gli immigrati, provenienti dal Medio Oriente, e gli ebrei. Durante il corteo, circa 10 uomini col volto coperto scagliarono bottiglie, pietre e barre di metallo contro l’unico ristorante kosher della città. «Quello che più mi fa arrabbiare di quella notte è che per la prima volta ho avuto paura», racconta al New York Times Uwe Dziuballa, 53enne proprietario del ristorante. «Non mi ero mai preoccupato di uscire con questa», dice indicando la kippah.

antisemitismo, nazismo, ebrei, Germania
La marcia di destra a Chemnitz – via New York Times

Sempre l’anno scorso, un arabo-israeliano era stato attaccato da un adolescente siriano nel quartiere Prenzlauer Berg di Berlino perché indossava la kippah. Pochi giorni dopo, in segno di solidarietà fu organizzata una campagna dal titolo “Berlino indossa la kippah”, alla quale partecipò anche il sindaco di Berlino, Michael Müller, che definì il copricapo un simbolo di tolleranza, anche se molti ebrei, residenti in città, affermarono all’epoca di nascondere da anni i loro zucchetti sotto berretti da baseball.

Secondo il rapporto i reati antisemiti sono passati dai 1504 nel 2017 a 1799 nel 2018, mentre quelli contro gli stranieri in generale sono passati da 6434 a 7701. “Nessuno dovrebbe chiudere gli occhi su questo ulteriore incremento di atti antisemiti", ha detto in una nota Josef Schuster, a capo del Consiglio centrale degli ebrei della Germania. "I cittadini di questo paese, ma soprattutto i leader politici, non devono accettare che gli ebrei siano nuovamente esposti a una minaccia 74 anni dopo la Shoah" in un momento in cui la comunità ebraica tedesca è in costante aumento, con circa 200mila ebrei che si stima si siano trasferiti dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e oltre 100mila persone che frequentano centri, istituti e luoghi di culto ebraici.

«Abbiamo sempre avuto un certo numero di antisemiti», ha commentato la cancelliera tedesca Angela Merkel, in un’intervista alla CNN. «Sfortunatamente, a tutt'oggi, non esiste in Germania una sola sinagoga o scuola materna per bambini ebrei che possa fare a meno della sorveglianza della polizia. Purtroppo non siamo riusciti a estirpare questi mali».

Merkel ha poi aggiunto, ricordando che l'antisemitismo è un problema in Germania e il paese ha una responsabilità storica per far fronte alla crescente minaccia del populismo di estrema destra sia in patria che all'estero: «Dobbiamo far fronte agli spettri del passato: dire ai giovani quali sono stati gli orrori della guerra per noi e gli altri, spiegare perché siamo a favore della democrazia, perché combattere l'intolleranza e non tollerare le violazioni dei diritti umani, e perché l'articolo uno delle nostre leggi - l'inviolabilità della dignità umana - è fondamentale per noi. Occorre insegnare queste cose a ogni nuova generazione. È diventato più difficile, ma proprio per questo dobbiamo rinnovare il nostro impegno».

Negli stessi giorni, a Vienna, le foto dei sopravvissuti alla Shoah esposte nella mostra "Gegen das Vergesser" ("Contro la dimenticanza") del fotografo italo-tedesco Luigi Toscano sono state oltraggiate più volte, con strappi e svastiche. "I sopravvissuti si sono fidati di me quando ho scattato le foto e ora le loro immagini sono state deturpate", ha commentato il fotografo.

Il 28 maggio l’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Marta Hurtado, ha condannato gli atti vandalici alla mostra ed espresso preoccupazione per "l'aumento dei casi di antisemitismo che si sono verificati in diversi paesi europei e negli Stati Uniti". Per questo motivo l’Alto Commissario ha invitato “tutti i governi a raddoppiare gli sforzi per combattere il razzismo e l'intolleranza correlata in tutte le sue forme”.

L'antisemitismo è in crescita in tutta Europa

L’antisemitismo non è un problema solo di Germania e Austria. Nell’ultimo anno diverse indagini e ricerche hanno mostrato come il fenomeno sia in crescita in tutti i paesi occidentali, come sottolineato anche dal duro comunicato dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite.

A febbraio 2019, il ministro degli Interni francese, Christophe Castaner ha dichiarato che «l’antisemitismo si sta diffondendo come il veleno» commentando l’incremento di casi, saliti del 74% in un anno, dai 311 del 2017 ai 541 del 2018.

Simone Veil, antisemitismo, parigi, ebrei, svastiche, nazismo
via Guardian

In pochi giorni erano state disegnate delle svastiche su alcune caselle postali di Parigi sulle quali era ritratto il volto della sopravvissuta all’olocausto e prima presidente del Parlamento europeo, Simone Veil, e scritta la parola “giudeo” sulla vetrina di un ristorante della catena Bagelstein nel cuore della capitale francese. Il delegato interministeriale alla lotta al razzismo, l’antisemitismo e l’odio anti-LGBT, Frédéric Potier, aveva definito nauseanti le scritte contro gli ebrei.

Per il presidente francese, Emmanuel Macron, l’escalation di atti vandalici contro gli ebrei è "inaccettabile" e, rivolto ai ministri, ha detto che l'antisemitismo in Francia era "un ripudio della Repubblica e dei suoi valori". Ma il fenomeno non si è arrestato. A fine marzo era stata uccisa Mireille Knoll, 85 anni, superstite ai rastrellamenti della Shoah nel luglio 1942, ritrovata morta semicarbonizzata nel suo appartamento a Parigi e con 12 ferite da coltello sul suo corpo. Più di recente, il 24 maggio a Bordeaux, tre studenti in stato di ebbrezza hanno profanato un cimitero ebraico. E per quanto, secondo gli inquirenti, non è detto che si tratti di un attacco antisemita, la comunità ebraica si è detta "scioccata" e ha invitato a definire l'atto una "vandalizzazione" e non una "profanazione".

antisemitismo, Francia, Parigi, MIreille Knoll
Omaggio funebre per Mireille Knoll in Francia

Ma gli attacchi antisemiti non si fermano alla Francia e alla Germania. Nel Regno Unito, secondo i dati raccolti dall'ONG Community Security Trust ci sono stati 1652 episodi di antisemitismo nel 2018 (tra cui 123 casi di violenza), il 16% in più rispetto al 2017, il dato più alto mai registrato dal 1984. Tra gli episodi citati nel rapporto: "un uomo colpito da del cibo lanciato da un'automobile mentre stava andando verso una sinagoga, una donna sputata in faccia su un autobus, una panetteria ebraica vandalizzata con graffiti antisemiti, la porta di vetro di una sinagoga frantumata da un mattone".

Secondo uno studio del Kantor Center for the Study of Contemporary European Jewry dell’Università di Tel Aviv, gli attacchi antisemiti in tutto il mondo sono aumentati del 13% nel 2018 rispetto al 2017, con il più alto numero di episodi in Occidente. Nell’ultimo anno ci sono stati 387 attacchi antisemiti, in particolare in Europa occidentale e negli Stati Uniti, dove ci sono stati gli atti più sanguinosi, come alla sinagoga “Tree of Life” di Pittsburgh, lo scorso ottobre, quando sono state uccise 11 persone, o nel sud della California, lo scorso aprile, quando è stata uccisa una donna e altre 3 fedeli sono rimasti feriti.

L'aumento dei reati antisemiti porta alla percezione di maggiore insicurezza. Secondo un’indagine dell’agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali condotta nei 12 paesi che ospitano il 96% degli ebrei europei (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Spagna, Svezia e Regno Unito), 9 ebrei su 10 ritengono che i fenomeni di antisemitismo sono aumentati negli ultimi 5 anni.

antisemitismo, europa, odio, nazismo
via BBC

Per l’89% degli 16300 intervistati Internet e i social network costituiscono lo spazio dove sono più frequenti e violenti gli attacchi antisemiti. L'80% ha dichiarato che gran parte dei commenti offensivi viene fatta sui social, il 56% ha indicato i media in generale, oltre Internet, e poi a seguire ci sono gli eventi politici, gli incontri nei luoghi pubblici, eventi culturali e accademici. 

antisemitismo, europa, ebrei
via BBC

Il 28% degli intervistati ha affermato di aver subito qualche forma di insulto o minaccia in quanto ebreo negli ultimi 12 mesi, il 2% di essere stato attaccato fisicamente, il 38% ha pensato di emigrare negli ultimi cinque anni per timori sulla sicurezza personale. La Francia è il paese dove il fenomeno è percepito in modo più problematico: per il 93% delle persone contattate l'antisemitismo è un problema "grande o abbastanza grande". In Germania, Belgio, Polonia e Svezia (il paese dove c'è stato l'incremento maggiore della percezione di insicurezza per gli ebrei), 8 intervistati su 10 hanno definito gli attacchi antisemiti una questione seria da prendere in considerazione.

unione europea, antisemitismo, insicurezza, odio
via BBC

In particolare, il rapporto segnala che:

1. I discorsi, gli stereotipi e le narrazioni antisemite sono sempre più pervasivi nella sfera pubblica. Alcuni Stati membri hanno nominato figure per contrastare l'antisemitismo, altri hanno adottato una definizione non legalmente vincolante di antisemitismo – concordata a maggio 2016 dall'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) e accolta favorevolmente dalla Commissione europea – volta a prevenire e combattere l'antisemitismo.

2. Molti ebrei in tutta l'Unione europea sono costretti a temere per la propria incolumità, dei propri familiari e delle persone care perché rischiano di diventare bersagli di molestie e attacchi.

3. Gli attacchi antisemiti sono diventati così frequenti da essere stati normalizzati. La normalizzazione dell'antisemitismo è evidenziata anche dall'ampia gamma di perpetratori che abbraccia l'intero spettro sociale e politico.

4. Le discriminazioni antisemite spesso restano invisibili e il bassissimo tasso di segnalazione di casi di antisemitismo, insieme alla normalizzazione degli attacchi, fa sì che le autorità competenti non riescano ad avere la percezione esatta della reale portata del fenomeno.

I quattro punti evidenziati dall’agenzia dell’Ue per i diritti fondamentali sono ancora più significativi se raffrontati con quanto emerso da un sondaggio della CNN, secondo il quale più del 20% delle 7mila persone intervistate in 7 paesi ritiene che gli ebrei abbiano troppa influenza in finanza e politica e quasi un terzo pensa che sfruttino l’Olocausto per giustificare le politiche di Israele e che la commemorazione della Shoah sia un modo per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dalle atrocità odierne. Inoltre, un quinto degli intervistati ha risposto di non aver mai sentito parlare della persecuzione, delle deportazioni e dello sterminio degli ebrei.

Le cause del "nuovo" antisemitismo

Secondo il rapporto del Centro Kantor dell’Università di Tel Aviv, l’incremento degli attacchi contro gli ebrei sono le prove che l’antisemitismo sta diventando sempre più mainstream. E questo perché le retoriche antisemite trovano terreno fertile in diversi settori della politica: tra gli attivisti di estrema destra, tra gli islamisti, tra i gruppi antisionisti di estrema sinistra. Gli ebrei finirebbero per fare da catalizzatori delle paure legate all’immigrazione di massa e alle difficoltà economiche, e del dissenso verso le politiche di Israele nei confronti dei palestinesi.

“Questioni che, a prima vista, non hanno nulla a che fare con gli ebrei – la crisi migratoria o un movimento di protesta scatenato dai prezzi dei carburanti – improvvisamente diventano qualcosa di cui sono ritenuti responsabili”, commenta su Politico William Echikson, direttore dello European Union of Progressive Judaism Brussels office e professore associato al Centro per gli Studi di Politica Europea.

Come ha affermato la rabbina francese Delphine Horvilleur, che ha recentemente pubblicato un libro sulla questione, «l'antisemitismo non è mai un odio isolato ma il primo sintomo di un collasso in arrivo. L'antisemitismo è la feritoia di una falla in realtà più ampia, ma è raramente interpretato come un precursore quando colpisce. Questa piaga non riguarda solo gli ebrei, riguarda l'intera società».

Dietro l’aumento degli attacchi contro gli ebrei sembra esserci una combinazione di fattori, spiega Jon Henley sul Guardian: la crescente influenza dei gruppi e dei governi di estrema destra; la pervasività delle teorie cospirazioniste su un presunto complotto sionista globale; un discorso pubblico sempre più violento e polarizzante.

Se negli ultimi venti anni, gli attacchi antisemiti in Europa seguivano l’andamento delle tensioni in Medio Oriente e del conflitto israelo-palestinese, per cui «piuttosto che attaccare gli israeliani, la gente attaccava gli ebrei», dice al Guardian Marc Knobel, storico del Consiglio rappresentativo degli ebrei in Francia, (CRIF), dall’inizio del 2017 sono riemerse le forme più tradizionali e stereotipate di antisemitismo, che si pensavano «quasi scomparse», come il rapporto tra gli ebrei e il denaro, il connivente ebreo finanziatore, il subdolo cospiratore ebreo accusato di aver acquistato influenza politica o di essere un “globalista”, che muove le fila del potere in cerca di arricchimento.

Il concetto di fondo è che gli ebrei sono “altri” che non appartengono alla società europea, aggiunge Echikson. E da questo punto di vista a favorire la diffusione di questi stereotipi sarebbero sia la destra che la sinistra.

Nell'ex blocco comunista, i partiti nazionalisti di destra – come ad esempio Fidesz, guidato dal primo ministro ungherese Viktor Orbán – hanno condotto campagne contro i migranti e il magnate George Soros, finanziere ebreo nato in Ungheria, ai quali “il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto persino da eco, giustificando la sua vicinanza ai leader in Polonia e Ungheria come un modo per controbilanciare gli Stati occidentali più favorevoli alla Palestina”.

Nell’Europa occidentale, prosegue Echikson, la sponda all’antisemitismo arriverebbe anche dai partiti di sinistra oltre che dai gruppi di estrema destra come AFD in Germania. È questo il caso, nel Regno Unito, della guida del Partito Laburista da parte di Jeremy Corbyn, le cui posizioni sono state definite dal rapporto del Centro Kantor “fortemente antisemite, mascherate da antisionismo”:

Di recente, i Laburisti sono stati sottoposti a un’indagine formale da parte della Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani per appurare se“il partito abbia discriminato illegalmente o perseguitato dei cittadini perché ebrei”. La Commissione cercherà di determinare se gli iscritti al partito “hanno commesso atti di discriminazione illeciti o non hanno risposto alle denunce di atti illeciti in modo efficiente ed efficace”.

Solo un’altra volta la Commissione aveva preso provvedimenti contro un partito politico quando, nel 2010, ordinò al British National Party di riscrivere il proprio statuto perché il partito aveva vietato l’iscrizione ai neri e alle minoranze etniche.

Una portavoce dei Laburisti ha respinto le accuse affermando che il partito «è pienamente impegnato nel sostegno, nella difesa e nella celebrazione della comunità ebraica ed è contrario a qualsiasi forma di antisemitismo». Ma, secondo Gideon Falter, direttore generale della Campaign Against Antisemitism (CAA), la Commissione ha deciso di avviare l’indagine perché il Partito Laburista ha più volte evitato di affrontare le accuse di antisemitismo e il il leader, Jeremy Corbyn, il segretario generale, Jennie Formby, e il comitato esecutivo nazionale dei Laburisti hanno rifiutato di ascoltare ebrei britannici, parlamentari laburisti, eurodeputati, consiglieri e attivisti che avevano lasciato il partito dopo che era "diventato una casa per la disseminazione dell’odio nella politica britannica".

L’unica via d’uscita – commenta sul Guardian il sociologo Keith Khan-Harris – è separare antisionismo e antisemitismo, solidarietà politica e solidarietà antirazzista. “L'antirazzismo deve essere incondizionato, assoluto, (...) esplicitamente inteso come lotta per il diritto delle minoranze a perseguire i propri programmi politici, anche se non sono condivisi. L'antirazzismo richiede di essere scrupolosi nel modo in cui si parla o si agisce attorno a chi si può detestare politicamente”.

Questa, conclude Khan-Harris, “è la forma più potente di solidarietà che esista: sostenere il diritto per gli ebrei sionisti di vivere liberi da abusi e attacchi e, allo stesso tempo, battersi per il diritto dei Palestinesi di vivere liberi dall'oppressione. Questa è la soluzione alla crisi dell'antisemitismo del Partito Laburista e vale per tutte le minoranze anche se non ne condividiamo le posizioni politiche”.

Foto in anteprima via Guardian

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

La 17enne olandese e la falsa notizia dell’eutanasia autorizzata: una storia di disinformazione mainstream


[Tempo di lettura stimato: 14 minuti]

di Angelo Romano, Andrea Zitelli (Hanno collaborato Tommaso Tani e Arianna Ciccone)

...

In caso di emergenza, chiama il 118. Se ci sono amici o conoscenti con pensieri suicidi si può chiamare il Telefono amico allo 199 284 284, tutti i giorni dalle 10 alle 24.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato inoltre uno studio, "Preventing suicide: a resource for media professional", in cui si richiama il mondo dell'informazione a un “giornalismo responsabile”.

...

Per come è stata raccontata, la storia di Noa Pothoven, l’adolescente diciassettenne olandese che si è lasciata morire rinunciando a nutrirsi e idratarsi dopo anni di sofferenze e patimenti fisici e psichici in seguito a violenze sessuali subite da bambina, rappresenta un caso clamoroso di disinformazione su una vicenda umana personale e familiare di una tragicità unica.

Una vicenda che, nel suo complesso, se non fosse per la drammaticità della sua storia, sarebbe un caso da studiare per pressapochismo, superficialità, sciatteria e assenza di umano compatimento. Pressapochismo, per come i dettagli non verificati di una storia sono stati utilizzati per costruire una notizia che non era: "la minorenne olandese che è riuscita a ottenere l’eutanasia legale"; superficialità, per come è stata riportata da più testate giornalistiche di diversi paesi sempre la stessa versione nella medesima sequenza narrativa, funzionale a scatenare un dibattito politico, etico e morale a tratti avvilente sull’opportunità dell’autorizzazione dell’eutanasia a una minorenne; sciatteria nei confronti della povera ragazza, della sua famiglia, dei lettori e della decenza da parte di quelle stesse testate giornalistiche che prima hanno diffuso la versione distorta della storia e poi o hanno cancellato i loro primi articoli, o li hanno modificati in silenzio o non lasciando almeno traccia delle modifiche apportate, o addirittura hanno pubblicato in un secondo momento la versione corretta di tutta la vicenda come se non fossero stati loro stessi ad aver contribuito alla diffusione della falsa versione iniziale; assenza di umano compatimento per come è stato trattato un evento così tragico e delicato, “sparato come un qualsiasi pezzo acchiappa-click, senza prestare la benché minima attenzione a come parlare giornalisticamente di questi temi (depressione, disturbi mentali, suicidio) specialmente se riguardano minori”.

La catena di disinformazione è partita dal Regno Unito per poi diffondersi in altri paesi, dall’Australia all’India, fino ad arrivare in Italia dove la notizia che non c’era è diventata trend topic su Twitter e si è parlato – facendo riferimento a generici e non meglio specificati media olandesi – addirittura del “caso che scuoteva l’Olanda” senza alcuna base fattuale. In Olanda, non c’era alcun caso che stava scuotendo l’opinione pubblica perché, come verificato anche da nostre ricerche, la storia di Noa Pothoven non aveva praticamente fatto notizia. Ne avevano parlato solo due giornali, Algemeen Dagblad e De Gelderlander, che da diverso tempo stavano seguendo la storia dell’adolescente olandese (le due testate fanno parte dello stesso gruppo editoriale, una è testata nazionale, l’altra regionale, gli articoli che hanno pubblicato erano identici - quindi di fatto si tratta di una stessa e unica fonte). E nessuno dei due aveva mai raccontato la morte di Noa Pothoven come un caso di eutanasia.

Non c’è stata nessuna verifica della notizia prima di diffonderla e nessuna cautela nel darla. Eppure non si trattava di una breaking news e c’era tutto il tempo di verificare una notizia così importante visto che in Olanda la legge prevede l’autorizzazione all’eutanasia senza il consenso dei genitori (che però devono essere coinvolti nel processo decisionale) per i minorenni tra i 16 e i 17 anni ma solo in casi specifici e stringenti previsti dalla legge. Il dovere di verifica è alla base del lavoro giornalistico, in questo caso, vista la delicatezza della vicenda, era anche un dovere morale e non solo professionale. E invece parte dei media mainstream ha partecipato attivamente e su scala internazionale alla diffusione di una notizia non verificata.

In questo articolo abbiamo provato a ricostruire tutta la catena di disinformazione che ha portato alle paradossali e dolorose note della clinica di fine vita alla quale Noa Pothoven si era rivolta e dei suoi genitori che, per porre fine alla diffusione in altri paesi di informazioni errate sulla sua morte, hanno dovuto specificare che “Noa non è morta per eutanasia” e chiedere "gentilmente" a tutti di rispettare la loro privacy "per piangere il nostro lutto come famiglia".

L'origine del cortocircuito disinformativo

Il primo sito non olandese a dare la notizia è il Daily Mail il 4 giugno, poco dopo le 13 italiane: “Una ragazza olandese di 17 anni, abusata sessualmente a 11 e stuprata a 14, ha ottenuto l’eutanasia legale ed è morta in casa con l’assistenza medica fornita da una clinica specialistica del ‘fine vita’ perché sentiva che la sua vita era insopportabile a causa della depressione”.

All’interno del pezzo, il tabloid inglese specificava che “Noa Pothoven è morta in un letto d'ospedale nel suo salotto dopo aver ottenuto il diritto all'eutanasia nei Paesi Bassi”, ricavando questo dettaglio da alcune frasi riportate in un post su Instagram che la 17enne olandese aveva pubblicato alcuni giorni prima di morire.  

Nel post Noa aveva scritto:

"Vado dritta al punto: entro massimo 10 giorni morirò. Dopo anni di lotte, la lotta è finita. Ho smesso di mangiare e di bere e dopo difficili confronti è stato deciso che potrò morire perché la mia sofferenza è insopportabile"

per poi aggiungere:

"Sono seguita, non ho dolore e trascorro tutto il giorno con la mia famiglia (sono nel salotto di casa mia in un letto di ospedale). Sto salutando le persone più importanti della mia vita"

L’articolo poi prosegue ripercorrendo la storia di Noa, delle molestie e le violenze sessuali subite quando era bambina, dei disturbi post-traumatici sofferti e della sua grave forma di depressione, dei suoi diversi ricoveri in ospedali e centri specializzati e, riprendendo un pezzo del sito olandese De Gelderlander, racconta che la giovane olandese aveva parlato del suo dolore in un’autobiografia intitolata “Vincere o imparare” e che i genitori avevano scoperto solo nell’ultimo anno e mezzo la sofferenza che la loro figlia stava provando e il suo desiderio di porre fine alla propria vita. Nonostante il parere contrario dei genitori – prosegue il Daily Mail – una volta giunta a 17 anni, Noa aveva potuto chiedere l’eutanasia senza il loro consenso.

Secondo fonti raccolte dal Guardian, a diffondere questa versione della notizia nel Regno Unito è stata l'agenzia Central European News (CEN), nota per pubblicare informazioni non verificate e di dubbia veridicità.  All'inizio dell'anno, CEN ha perso una causa per diffamazione contro BuzzFeed News per un articolo che definiva Michael Leidig, il titolare dell'agenzia, come "il re delle cazzate".

Poche ore dopo, Newsweek pubblica un pezzo che riprende a grandi linee quanto già scritto dal Daily Mail aggiungendo però un nuovo dettaglio, non verificato, e cioè che Noa Pothoven avrebbe ottenuto il diritto all’eutanasia a L’Aja. L’articolo poi riporta le stesse frasi tradotte dal tabloid britannico prese dal post che Noa aveva pubblicato su Instagram e aggiunge che l’eutanasia è stata legalizzata nei Paesi Bassi nel 2001, regolamentata da una legge approvata nel 2002 e che, stando a quanto scritto in un documento del ministero degli Esteri olandese al riguardo, il trattamento di fine vita è adottato dal medico su richiesta del paziente non semplicemente in casi di malattie terminali. Era stata questa la procedura che Noa Pothoven, secondo Newsweek, aveva chiesto e ottenuto.

Nella serata del 4 giugno, Euronews rilancia la notizia dell’adolescente olandese che era morta a casa sua dopo aver ottenuto l’eutanasia legale su decisione della corte dell’Aja.

Successivamente poi sono usciti The Times e The Independent nel Regno Unito, Fox News e Washington Post negli Stati Uniti, ABC in Spagna e Le Journal de Montréal in Canada, che nei loro pezzi hanno replicato la stessa struttura degli articoli di Daily Mail e Newsweek per raccontare la storia dell’adolescente olandese aiutata a morire legalmente. 

Ma, come segnalato dalla giornalista di Politico Naomi O’Leary su Twitter, le cose non stavano esattamente così. La notizia data non era stata verificata. “È stato sufficiente contattare il giornalista Paul Bolwerk di De Gelderlander, proprio il sito citato dal Daily Mail, che per primo aveva raccontato la storia di Noa Pothoven – scrive O’Leary su Twitter – per appurare che la diciassettenne olandese soffriva di anoressia e di altri disturbi post-traumatici in seguito allo stupro subito da bambina e che non aveva ottenuto l’autorizzazione per l’eutanasia, come riportato da queste testate.

Ma ormai era troppo tardi: la notizia della 17enne che aveva chiesto e ottenuto l’eutanasia legale dopo lo stupro si era già diffusa, dall’Australia agli Stati Uniti fino all’India, diventando trend topic e caso di discussione politico, etico e morale in Italia.

I media olandesi, prosegue O’Leary, non hanno mai riportato la morte di Noa Pothoven come caso di eutanasia. Questa versione è apparsa solo negli articoli in lingua inglese che hanno ripreso i pochi pezzi olandesi sulla vicenda, a loro volta poi rilanciati dalle testate giornalistiche di altri paesi. Come è stato possibile, si chiede la giornalista di Politico? Perché quanto riportato non è stato verificato prima di pubblicare?

Sulla questione è intervenuta anche Lisa Westerveld, parlamentare della Sinistra Verde, che aveva incontrato Noa Pothoven pochi giorni prima della sua morte e le cui parole (“È stato bello rivederla ma anche molto irreale, era molto forte. Non la dimenticherò mai e continuerò la sua lotta") erano state raccolte da Newsweek (che, a sua volta, aveva ripreso il quotidiano olandese De Gelderlander) e poi rilanciate da altre testate. Westerveld si è detta infastidita per come la notizia è stata raccontata dai media internazionali, ha sottolineato che c'è stata tanta disinformazione e ha chiesto a tutte le testate giornalistiche di rispettare la privacy della famiglia di Noa e lasciare piangere il loro lutto in pace.

Nel frattempo, Euronews ha cancellato il pezzo dal proprio sito, mentre altre testate come il Washington Post hanno provveduto a modificare titolo e lancio dell’articolo sui social network, mettendo in chiaro le modifiche all’interno del pezzo e spiegando che non c’erano informazioni a sufficienza per poter dire che Noa Pothoven era morta tramite eutanasia legale.

Il 6 giugno, un portavoce di Euronews ha confermato a BuzzFeed News che l’articolo è stato pubblicato senza aver fatto una verifica prima e che ora è stata avviata un’indagine interna per capire per quale motivo le linee guida che di solito il sito segue non sono state seguite in questo caso: «La notizia è stata rimossa dal nostro sito web mercoledì mattina, non appena abbiamo cominciato ad avere dei dubbi sulla veridicità della notizia», ha detto il portavoce che ha aggiunto che «verranno intraprese azioni appropriate per evitare che ciò accada di nuovo».

Come si è diffusa la notizia in Italia

Tre ore dopo l'articolo del Daily Mail, alle 16:34, il Corriere della Sera pubblica sulla sua pagina Fb questo pezzo:

Al suo interno si legge che in Olanda, Noa Pothoven, una ragazza di 17 anni, è morta, con il supporto dei medici di una clinica specializzata, e con sua madre Lisette accanto, dopo aver chiesto e ottenuto di essere sottoposta all’eutanasia. “Noa ha scelto di morire, e l’ha annunciato su Instagram – si legge – . Era stata violentata, quando era una bambina. E da allora anoressia, depressione, disturbo da stress post-traumatico, l’avevano accompagnata ogni giorno tanto da rendere la sua «una non vita» come lei stessa ha scritto. In una autobiografia «Vincere o imparare», aveva provato a raccontare la battaglia contro il disagio mentale, un modo, aveva scritto «per provare ad aiutare altre giovani come lei visto che in Olanda non esistono istituzioni o cliniche specializzate per ragazzi con questo tipo di problemi»”.

Il Corriere pubblica anche un secondo articolo in cui spiega come funziona l’eutanasia in Olanda.

Poco meno di un’ora dopo, tra le 17:23 e le 17:43, escono due lanci dell’agenzia Ansa in rete – cioè dove i media possono accedere tramite abbonamento – che rilanciano questa notizia:

++ Olanda: stuprata da piccola a 17 anni ottiene eutanasia ++

Anche l'Ansa rilancia quanto riportato in precedenza dal Daily Mail e dal Corriere della Sera: “La giovane è morta domenica (ndr 2 giugno) in casa con l'assistenza medica fornita da una clinica specializzata. La ragazza aveva dichiarato di non sopportare più di vivere a causa della sua depressione. A seguito della violenza subita, soffriva anche di stress post traumatico e di anoressia". L'agenzia fornisce come fonte non specificati "media olandesi”.

Dopo l’Ansa, in rete, iniziano a uscire anche altre agenzie: Agi, La Presse, Askanews.

La notizia che Noa Pothoven è morta dopo aver ottenuto l’autorizzazione all’eutanasia viene ripresa anche da altri media italiani:

Repubblica, in un secondo tweet, aggiunge anche che la notizia “scuote l’Olanda”.

La sera del 4 giugno arriva anche il commento della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: “Dall'Olanda arriva una notizia sconvolgente che mi lascia senza fiato: Noa Pothoven ha chiesto e ottenuto l'eutanasia. Noa aveva 17 anni. Era stata stuprata, e non si era mai ripresa. La sua morte è una sconfitta per tutti: è la sconfitta di un’intera civiltà che ha smesso di difendere la vita, è la sconfitta di un'Europa che non riesce a stare a fianco alle donne vittime di violenza (...)”.

Il giorno dopo, il 5 giugno, sui diversi giornali, oltre ad articoli che riportano la notizia della morte della ragazza olandese per eutanasia, vengono pubblicati anche vari editoriali che aprono un dibattito sull'eutanasia e l'Olanda. La storia viene anche rilanciata dal Tg1 nell’edizione delle 13:30 del 5 giugno.

In mattinata, però, Marco Cappato, esponente dei Radicali e da anni impegnato nella campagna “Eutanasia legale”, denuncia che la notizia secondo cui Noa Pothoven sarebbe morta dopo aver chiesto e ottenuto l’eutanasia in Olanda non corrisponde al vero. Al contrario, spiega Cappato, alla giovane, come dichiarato da lei stessa in un’intervista del 2018, era stata rifiutata l'eutanasia: “Lei ha smesso di bere e mangiare e si è lasciata morire a casa, coi familiari consenzienti”.

Inoltre, +31Mag, un sito online in italiano con sede ad Amsterdam che si occupa dei Paesi Bassi e del Belgio, scrive che la stampa olandese in realtà non ha parlato di questa storia, al contrario di quella internazionale e italiana. Un fatto che smentisce quanto scritto da Repubblica il giorno prima, secondo cui la storia di Noa avrebbe “scosso” l’Olanda.

Dopo la dichiarazione di Cappato iniziano a circolare i primi dubbi e smentite sulla veridicità della versione riportata il giorno prima da diversi media italiani e non solo.

TgCom24, ad esempio, scrive che “la notizia è rimbalzata sui media italiani e internazionali. Inizialmente si è parlato di eutanasia, ma il caso di Noa si è rivelato essere altro. La 17enne aveva infatti chiesto di poter accedere alla 'dolce morte', ma in realtà non era mai arrivato il consenso. Da qui la decisione, presa assieme alla sua famiglia, di ‘fare da sé', lasciandosi di fatto morire di fame e di sete”.

Anche diversi media che avevano dato la prima versione della notizia, rivedono e correggono quanto scritto in precedenza.

Repubblica, ad esempio, inserisce una nota in fondo al proprio pezzo

via Repubblica

e pubblica un secondo articolo in cui ricostruisce l’intera storia della ragazza, specificando che “Noa è morta senza autorizzazione medica, l'Olanda non l'ha addormentata” e riportando la dichiarazione di un’amica che avrebbe dichiarato: «Per quanto ne sappiamo, è morta perché ha smesso di mangiare».

Il Corriere della Sera, invece, toglie il riferimento all’eutanasia nel primo articolo pubblicato il 4 giugno sulla vicenda, aggiornando il pezzo senza una nota di chiarimento (qui la copia cache della prima versione. Qui la nuova versione). Anche il quotidiano di via Solferino pubblica il 5 giugno un secondo articolo in cui vengono riportati “nuovi elementi”: “La ragazza (...) soffriva di depressione e anoressia e due anni fa aveva chiesto a una clinica specializza di essere sottoposta a eutanasia, che in Olanda è legale. La clinica aveva rifiutato la sua richiesta. La 17enne da tempo non ce la faceva più e «sentendo di non avere nessun'altra opzione» ha deciso di «rifiutare acqua e cibo» racconta al Corriere Paul Bolwerk, giornalista olandese di Der Gerderlander che ha seguito la sua vicenda”.  

La storia di Noa Pothoven

In Olanda la vicenda di Noa Pothoven non ha praticamente fatto notizia. A parlarne sono stati – come specificato anche dalla giornalista di Vice Olanda Lisette Van Eijk – solo Algemeen Dagblad e De Gelderlander, che da diverso tempo stava coprendo la storia dell’adolescente olandese. E, come detto in precedenza, nessuno dei due giornali ha parlato della morte di Noa come un caso di eutanasia.

Nell’articolo pubblicato il 3 giugno, Henk Van Gelder ha raccontato gli ultimi giorni di Noa Pothoven – che aveva smesso di mangiare e di bere – dedicati a salutare la famiglia e le persone a lei care, aveva riportato le parole della parlamentare della Sinistra Verde Lisa Westerveld e ricordato brevemente la storia di anoressia, ricoveri forzati e tentativi ripetuti di suicidio dopo le violenze subite che la giovane olandese aveva raccontato nella sua autobiografia. Un libro, sottolinea Van Gelder, che Noa aveva scritto per dare un sostegno ai giovani psicologicamente vulnerabili in lotta per le loro vite e la cui lettura, secondo la madre Lisette, avrebbe dovuto essere obbligatoria per assistenti sociali, giudici e tutti quelli che si occupano della formazione e dell’assistenza dei ragazzi.

Lo scorso dicembre, sempre su De Gelderlander, un altro giornalista, Paul Bolwerk, ha raccontato le terribili sofferenze vissute da Noa, gli abusi sessuali nascosti per molto tempo, l’anoressia, la sua richiesta di eutanasia (senza dire nulla ai genitori) a Levenseindekliniek, un centro specializzato a L’Aja, che però era stata respinta: «Pensano che io sia troppo giovane per morire. Pensano che dovrei portare a termine il percorso di recupero dal trauma e aspettare che il mio cervello si sviluppi completamente. Non accadrà fino a quando non avrò 21 anni. Sono devastata, perché non posso più aspettare così tanto», aveva raccontato Noa.

In Olanda, riporta il sito del governo, si può chiedere l’eutanasia o il suicidio assistito. Nel caso dell’eutanasia, è il medico a somministrare al paziente il farmaco letale. In caso di suicidio assistito, invece, il medico procura il farmaco al paziente che se lo auto-somministra. In entrambi i casi, la legge prevede che le istanze di fine vita siano valutate da 1 a 5 comitati regionali di revisione che dovranno giudicare se il medico ha prestato la dovuta cura. In caso contrario, si rischiano pene fino a 12 anni di carcere per l’eutanasia e fino a 3 anni per il suicidio assistito. Nel caso in cui siano minorenni a richiedere il trattamento di fine vita, dai 12 ai 16 anni è obbligatorio il consenso dei genitori, dai 16 ai 17 anni il loro parere non è obbligatorio in linea di principio, ma devono essere comunque coinvolti nel processo decisionale.

Ma, come ha spiegato Bolwerk a Politico, nel caso di Noa Pothoven non si può parlare in alcun modo di eutanasia legale. Pochi giorni prima di morire, Noa ha preso la decisione di rifiutare cibo e liquidi. In queste fasi la ragazza era seguita da un'équipe medica, riporta De Gelderlander. Una decisione che, come si legge sul sito dell’Associazione Medica Olandese, “può essere paragonata al rifiuto di trattamenti medici che può portare alla morte”, ma “non è considerato suicidio”. Seguendo “il principio di autodeterminazione del paziente è piuttosto espressione del diritto di rifiutare le cure”. 

Dopo il caso sollevato dai media di diversi paesi, la clinica olandese di fine vita Levenseindekliniek a cui la ragazza si era rivolta, ha pubblicato una nota in cui chiarisce che, per porre fine alle informazioni errate sulla sua morte, "Noa Pothoven non è morta per eutanasia. Per fermare la sua sofferenza, ha smesso di mangiare e bere". Anche l'Associazione Medica Olandese si è sentita in dovere di specificare ulteriormente, in un comunicato ufficiale pubblicato il 5 giugno, che nel caso di Noa non si può parlare né di eutanasia né di suicidio assistito. Sempre nel pomeriggio, secondo quanto riportato dall'Ansa che ha sentito un portavoce del dicastero olandese, il ministero della Salute ha avviato un'ispezione sanitaria che non riguarda l'eutanasia ma che intende accertare "il tipo di cure ricevute da Noa e se ci sia stato qualche errore".

Infine, nella tarda serata di mercoledì 5 giugno, in un momento di grande dolore, il padre e la madre di Noa Pothoven, in questo cortocircuito di disinformazione e strumentalizzazione, si sono visti costretti a pubblicare una nota in cui affermano che la figlia è morta, in loro presenza, perché ha scelto di smettere di mangiare e bere. I genitori hanno chiesto inoltre "gentilmente" a tutti di rispettare la loro privacy "per piangere il nostro lutto come famiglia".

Foto in anteprima via ad.nl

...

In caso di emergenza, chiama il 118. Se ci sono amici o conoscenti con pensieri suicidi si può chiamare il Telefono amico allo 199 284 284, tutti i giorni dalle 10 alle 24.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato inoltre uno studio, "Preventing suicide: a resource for media professional", in cui si richiama il mondo dell'informazione a un “giornalismo responsabile”.

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

I codici identificativi per la polizia sono fondamentali in una democrazia


[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

«Non smettevano più di picchiarmi. Su tutto il mio corpo, che cercavo di proteggere, rannicchiato in posizione fetale, scaricavano una rabbia che non ho mai incontrato prima, che non avevo mai sentito così efferata in trent'anni di professione, sempre sulla strada».

Durante le proteste e gli scontri del 23 maggio scorso a Genova contro il comizio conclusivo della campagna elettorale del partito neofascista Casapound, il giornalista di Repubblica, Stefano Origone, è stato colpito ripetutamente da diversi agenti di Polizia, mentre stava svolgendo il suo lavoro. Solo l’intervento di un altro poliziotto, che conosceva il giornalista, ha fermato il gruppo di agenti: «Fermatevi, fermatevi, è un giornalista». Cinque giorni dopo l’apertura di due fascicoli della Procura di Genova su quanto accaduto in piazza Corvetto, quattro poliziotti del reparto mobile si sono presentati spontaneamente in Procura e, per il pestaggio di Origone, sono sono stati iscritti nel registro degli indagati per il reato di lesioni aggravate.

Dopo i fatti di Genova, Amnesty International Italia ha ribadito la necessità dell’introduzione di numeri identificativi per gli operatori delle forze di polizia in servizio di ordine pubblico. In questo caso gli agenti coinvolti si sono presentati spontaneamente in Procura, ma se questo non fosse successo, sarebbe stato possibile poterli individuare in maniera rapida e indagare su possibili abusi?

Per questo motivo, Amnesty Italia a novembre ha lanciato la campagna “Forza Polizia, mettici la faccia” e una petizione online – che ad oggi ha raggiunto oltre 70mila firme – per chiedere “che siano introdotti, con una specifica integrazione della normativa vigente su armamento e divise delle forze di pubblica sicurezza, i codici identificativi numerici o alfanumerici per gli agenti e i funzionari di polizia (senza distinzione di ordine e grado) impegnati in operazioni di ordine pubblico”.

Questo codice identificativo dovrà essere individuale, ben visibile, non modificabile e rimovibile, formato da numeri brevi o lettere e numeri facilmente memorizzabili. Inoltre, potrà risalire all’identità dell’agente solo il magistrato (insieme al Corpo di polizia coinvolto), una volta segnalato all’autorità giudiziaria un caso di abuso.

Un misura che permetterebbe di risalire in maniera diretta a chi, tra le forze di polizia, in particolare in attività di “servizio d’ordine” durante manifestazioni, proteste o assemblee, utilizzi in modo illegale la forza. Al contrario di quello che successe a Genova durante il G8 del 2001, dove fu impossibile identificare tutti gli agenti che commisero violenza nei confronti dei manifestanti, come si può leggere nella sentenza della Corte europea dei diritti umani, che nel 2015 condannò l’Italia per il blitz alla scuola Diaz, qualificato dai giudici come “tortura”. Questa norma, specifica Amnesty, non sarebbe contro gli uomini in divisa, ma conseguente al fatto che le forze dell’ordine sono attori chiave nella protezione dei diritti umani in un paese e che per questo “sono essenziali il rispetto dei diritti umani, la prevenzione delle violazioni, il riconoscimento delle eventuali responsabilità ed una complessiva trasparenza sul loro operato”.   

Già nel 2011, per il 10° anniversario del G8 di Genova, Amnesty, tramite la campagna la campagna “Operazione trasparenza. Diritti umani e polizia in Italia”, aveva chiesto misure di identificazione per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico. I principi su cui si basa la richiesta dell’organizzazione non governativa si rispecchiano nella “Raccomandazione Rec (2001)10 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa agli Stati membri” da cui poi è nato il “Codice etico europeo per la polizia” e trovano conferma in una risoluzione del Parlamento europeo del 12 dicembre 2012. 

La risoluzione esorta gli Stati membri a “garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”, invitandoli “a provvedere affinché il controllo giuridico e democratico delle autorità incaricate dell'applicazione della legge e del loro personale sia rafforzato, l'assunzione di responsabilità sia garantita e l'immunità non venga concessa in Europa, in particolare per i casi di uso sproporzionato della forza e di torture o trattamenti inumani o degradanti”. Richiesta ribadita in un’altra risoluzione del Parlamento Ue nel 2014.

I numeri identificativi per le forze dell’ordine, pur con le rispettive differenze da legislazione a legislazione, sono realtà in diversi paesi, come spiegava in un approfondimento sul tema Micromega: Francia, Grecia, Regno Unito, Germania, Spagna, Belgio, Olanda, Turchia, ad esempio. In Italia, dal 2001 fino ai giorni nostri, sono stati presentati vari disegni di legge che puntavano a introdurre questa norma. Ma finora, non è mai stata approvata in via definitiva sotto nessun governo, né di centro-sinistra né di centro-destra. La maggior parte dei sindacati e associazioni di polizia sono contrari – solo il sindacato SILP CGIL aveva aperto a una possibile riflessione – a questa misura, perché definita non utile e per il timore che possa essere utilizzata alla fine “per denunciare in modo strumentale ogni atto proprio dell’uso legittimo della forza da parte dei tutori dell’ordine”.

Eppure, Franco Gabrielli, capo della Polizia, in un’intervista a Repubblica nel 2017, nella quale aveva dichiarato che la gestione dell’ordine pubblico durante il G8 di Genova del 2001 fu “un disastro”, aveva detto di immaginarsi di guidare una polizia «che non ha e non deve avere paura degli identificativi nei servizi di ordine pubblico». Ma nonostante questa apertura del capo della polizia, commentava l’ex presidente della Commissione parlamentare per la tutela e la promozione dei diritti umani, Luigi Manconi, “chiunque abbia seguito con un po’ di attenzione tale questione, sa bene come non uno spiraglio per accoglierli e introdurli si sia aperto in questi anni”.

Dopo il pestaggio del giornalista a Genova, un consigliere del M5s di Torino in Consiglio comunale ha depositato un ordine del giorno in cui si chiede al Comune "di firmare la petizione di Amnesty International per l'introduzione dell'identificativo alfanumerico individuale dei singoli agenti delle Forze di Pubblica Sicurezza durante le operazioni di ordine pubblico". Già nel 2013, nella scorsa legislatura, il M5s aveva chiesto l'introduzione di questo provvedimento. Sempre in relazione ai fatti accaduti al giornalista di Repubblica, il senatore cinque stelle Mattia Crucioli ha annunciato che chiederà al governo cosa intenda fare per identificare i poliziotti schierati in difesa dell’ordine pubblico in modo da renderli riconoscibili in caso di abuso. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha già comunque espresso in più occasioni la sua contrarietà alla misura.

Nel contratto di governo firmato da Lega e Movimento 5 Stelle, invece, al capitolo 23, si legge che tutti gli agenti che svolgono compiti di polizia su strada si dovranno dotare “di una videocamera sulla divisa, nell’autovettura e nelle celle di sicurezza, sotto il controllo e la direzione del Garante della privacy, con adozione di un rigido regolamento, per filmare quanto accade durante il servizio, nelle manifestazioni, in piazza e negli stadi”. Amnesty spiega però che quest’altra misura, in caso venisse approvata e utilizzata in maniera corretta (ad esempio senza spegnimenti o “interruzioni” nella registrazione), anche con le sue problematiche di privacy connesse, potrebbe “costituire un mezzo idoneo ad agevolare il riconoscimento di eventuali responsabilità”, ma che “l’uso di bodycam non contribuirà a migliorare il rispetto dei diritti umani senza il sostegno di un quadro giuridico e operativo che migliori complessivamente l’accountability delle forze di polizia”. Come appunto l’introduzione dei numeri identificativi.

Una misura, riassume l'avvocato Nicola Canestrini, che rappresenta una condizione essenziale per uno Stato di diritto: "La presenza dei codici di identificazione, si potrebbe dire, non impedisce un uso sproporzionato della forza, ed è vero, ma è facile rispondere che la documentazione degli abusi può essere più accurata, agevolando il lavoro della magistratura. (...) D’altro canto timore d’essere identificati è un deterrente per gli agenti mal intenzionati e in generale un freno per gli eccessi preordinati nell’uso della forza. (...) L’identificabilità dei singoli operatori di polizia sarebbe infine anche una forma di tutela per gli stessi appartenenti alle forze di polizia, che hanno diritto – proprio per il difficile e meritorio lavoro che svolgono – di non essere confusi con chi invece infanga la divisa nascondendosi nell’anonimato".

Per questo motivo, come Valigia Blu, convinti che i codici identificativi siano fondamentali in una società democratica, aderiamo alla campagna di Amnesty International Italia e invitiamo i cittadini a firmare la petizione.

Foto in anteprima via Amnesty International Italia

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

L’attivismo per i diritti umani nella Cina post-Tienanmen: storia di una brutale repressione e di una resilienza straordinaria


[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

La foto simbolo è quella di uno studente che da solo, disarmato, cerca di fermare l’incedere di una colonna di carri armati. Trent’anni fa, nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, i carri armati dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese uccisero a piazza Tienanmen, in Cina, centinaia di persone, mettendo fine alle proteste degli studenti iniziate un mese e mezzo prima, il 15 aprile. A maggio più di un milione di persone riempì la piazza dove nel 1949 Mao Zedong aveva dichiarato la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Per disperdere i manifestanti furono inviate truppe corazzate ma, di fronte alla folla immensa, le forze governative si ritirarono. Poi Deng Xiaoping, capo della Commissione militare, diede ordine di fare fuoco.

"Nella notte tra il 3 e il 4 giugno avvenne 'il massacro di Pechino'", scrive Simone Pieranni su Il Manifesto."Da quel giorno per le strade della Cina si attuò una vera e propria caccia all’uomo, mentre nelle stanze del Partito comunista andava formandosi un’idea ben chiara: quanto accaduto non sarebbe dovuto succedere mai più".

Fu un massacro: 319 vittime secondo il “bilancio ufficiale”, molte di più per la Croce Rossa, le organizzazioni internazionali, i media stranieri, i testimoni di quei giorni. Migliaia di studenti, lavoratori e residenti che avevano protestato in oltre 300 città furono arrestati dalla polizia.

Trent'anni dopo, il ministro della Difesa, il generale Wei Fenghe, definisce quanto accadde in quei giorni "disordini politici", non "repressione". "Si trattò di una turbolenza politica, il governo centrale prese le misure decisive e i militari presero le misure per fermarla e calmare il tumulto", ha precisato Wei Fenghe. "Non sono d'accordo con l'uso del termine 'repressione'. Negli ultimi 30 anni, le riforme, lo sviluppo e la stabilità, e i successi raggiunti in Cina rispondono da sé", ha aggiunto il portavoce del ministero, Wu Qian.

In assenza di una commemorazione ufficiale, un gruppo di attivisti cinesi ha chiesto, in una petizione online lanciata dal gruppo per i diritti umani China Change, di digiunare per ricordare Tiananmen: “Il digiuno non può essere represso, si può fare anche se vieni privato della tua libertà", si legge nella petizione. “Solo quando 1,3 miliardi di persone potranno riunirsi per commemorare questa data, la nostra nazione si sarà rinnovata". Un momento che come mostra un video della BBC non sembra trovare traccia nella memoria condivisa cinese:

Un gruppo di 60 giornalisti di Hong Kong ha deciso di commemorare l'anniversario del massacro con un progetto multimediale dal titolo "I am a Journalist, My June 4 Story".

A distanza di 30 anni, la situazione per gli attivisti dei diritti umani in Cina non è migliorata, scrive Human Rights Watch che in questi anni ha continuato a documentare la repressione esercitata dal governo cinese. Se c’è una lezione che il Partito Comunista Cinese ha imparato da piazza Tienanmen è che ogni forma di attivismo indipendente e critica pacifica va stroncata sul nascere. E così è stato dal 1989 a oggi.

In tanti hanno sacrificato la propria vita per un paese più giusto e libero. Molti sono stati detenuti arbitrariamente, imprigionati o costretti a sparire. Alcuni sono morti mentre erano sotto la custodia dello Stato. Altri vivono con disturbi fisici permanenti e traumi mentali a seguito di torture da parte delle autorità. E poi c’è chi, dopo aver sofferto per anni, è fuggito dalla Cina.

Tra gli anni ‘90 e i primi anni 2000, per entrare nei circuiti internazionali, ottenere l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio e aggiudicarsi le Olimpiadi estive del 2008, Pechino ha cercato di dare l’idea di una società più aperta e libera anche per l’espressione del dissenso. Tra i 1997 e il 1998 furono liberati i dissidenti politici Wei Jingsheng e Wang Dan e fu firmata – ma mai ratificata, nota Human Rights Watch – la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici.

piazza Tienanmen, Cina, repressione, studenti
Lo studente Wang Dan a piazza Tienanmen il 27 maggio 1989

Eppure il Partito Comunista Cinese ha continuato a stroncare i tentativi di organizzazione di una opposizione politica. Quando alcuni veterani delle manifestazioni del 1989 tentarono di formare partiti politici, i loro sforzi furono puniti con lunghe pene detentive. Nel 1993, l'attivista Liu Wensheng fu condannato a 10 anni di carcere per aver organizzato il Partito socialdemocratico cinese. Nel 1994, all'attivista democratico Hu Shigen sono stati inflitti 20 anni di detenzione per aver tentato di fondare il Partito per la Libertà e la Democrazia della Cina. Tra il 1998 e il 2002, alcuni degli attivisti che hanno cercato di formare il Partito Democratico Cinese furono condannati a molti anni di carcere. Nel 2002 l'organizzatore del partito, Wang Bingzhang, fu catturato in Vietnam, riportato in Cina e condannato all’ergastolo per spionaggio e terrorismo.

Tuttavia, nonostante la repressione politica, con la crescita dell’economia, una maggiore apertura della società e il numero sempre crescente di cinesi che studiavano all’estero, gli attivisti sono più preparati ad affrontare le autorità.

Nel marzo 2003, dopo l’uccisione di un giovane lavoratore migrante di nome Sun Zhigang, picchiato a morte in un “centro di custodia e rimpatrio”, il governo ha fatto chiudere questi centri grazie all’azione di tre giuristi, Xu Zhiyong, Teng Biao e Yu Jiang. In quegli anni nasceva il movimento "weiquan" (o "difesa dei diritti"), costituito da una fitta rete nazionale di avvocati, attivisti e giornalisti che, operando entro i limiti legali e politici, hanno spinto sempre più in là i confini della censura, monitorato e documentato i casi di violazione dei diritti umani, difeso le vittime di abusi in tribunale, denunciato illeciti ufficiali e chiesto riforme politiche.

Ma, con l’avvicinarsi delle Olimpiadi del 2008, il governo ha ampliato l’apparato di sicurezza e messo a tacere diversi attivisti di spicco: nell'autunno del 2006 Chen Guangcheng, un avvocato cieco e autodidatta che aveva documentato abusi legati alla legge sulla pianificazione familiare fu condannato a 4 anni e 3 mesi di carcere; l'avvocato per i diritti umani Gao Zhisheng, che aveva difeso i praticanti del Falun Gong, fu punito con 3 anni di carcere per "incitamento alla sovversione del potere statale"; nel 2008 lo scrittore Liu Xiaobo fu condannato a 11 anni di carcere con l’accusa di “istigazione alla sovversione” dopo aver redatto la Carta 08 (firmata da più di 300 persone), una petizione online che chiedeva alle autorità di mettere i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto al centro del sistema politico cinese.  Nel 2010, Liu Xiaobo ha ricevuto il Nobel per la pace "per la sua lotta lunga e non violenta per i diritti umani in Cina". Una sedia vuota ha testimoniato la sua assenza alla cerimonia di premiazione a Oslo.

Nel 2011 circa 100 persone, che avevano lanciato un appello online per chiedere ai cinesi di emulare le insurrezioni della Primavera araba, furono detenute per settimane. Al momento del loro rilascio, alcuni di loro hanno riferito di essere stati sottoposti a privazioni forzate del sonno, interrogatori e minacce durante la detenzione. Tra di loro c’erano l'artista Ai Weiwei e gli avvocati per i diritti umani Teng Biao e Jiang Tianyong.

Un plastico che ricrea l'esperienza detentiva dell'artista Ai Weiwei, mostrato a Venezia il 28 maggio 2013

Con l’avvento al potere di Xi Jinping nel 2012 la situazione è peggiorata. La stretta sui diritti umani è stata estesa alle minoranze religiose e etniche e ai siti web di notizie indipendenti. Dal 2016, il governo cinese ha infatti cercato di eliminare le poche piattaforme online indipendenti di informazione sui diritti umani del Paese imprigionando i loro fondatori e membri chiave.

piazza Tienanmen, Cina, studenti, proteste, repressione
Hu Jia, attivista e vincitore del Premio Sakharov per la libertà di pensiero.

Tuttavia, nonostante il contesto politico soffocante, la lotta degli attivisti continua. Come ha affermato l’attivista Hu Jia: "Non credo che il Partito Comunista Cinese sia fatto di ferro. Non ho mai perso la speranza. Non penso che il potere del male possa durare per sempre. Non lo farà”. Ogni anno prima dell'anniversario di Tiananmen, Hu viene inviato in una "vacanza forzata” fuori Pechino, durante la quale viene monitorato da vicino. È uno dei modi in cui le autorità mettono a tacere il dissenso ma, conclude Hu Jia, “i dissidenti non saranno messi a tacere”.

Foto in anteprima David Turnley – Getty Images via Human Rights Watch

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

La strage di Christchurch e gli accordi con i social contro terrorismo ed estremisti violenti. Luci e ombre


[Tempo di lettura stimato: 11 minuti]

Due settimane fa un gruppo di Stati, tra cui l’Italia, guidati dalla Nuova Zelanda e dalla Francia, la Commissione europea e le più importanti aziende tecnologiche, come Facebook, Microsoft e Google, hanno sottoscritto la Christchurch call, una sorta di impegno volontario per agire contro i contenuti terroristici ed estremisti violenti online. La call, non vincolante, non è stata firmata ad esempio dagli Stati Uniti.

L’iniziativa nasce in risposta alla strage di Christchurch, in Nuova Zelanda, dello scorso marzo e ad altri attacchi in cui gli attentatori hanno utilizzato le piattaforme online per diffondere contenuti violenti e rientra tra i tentativi da parte dei governi di tutto il mondo di reprimere discorsi di incitamento online all’odio attraverso leggi o politiche di ampia portata.

Nella call si legge infatti che quanto accaduto a Christchurch evidenzia l’urgente necessità di un’azione e cooperazione rafforzata tra governi, società civile e società che gestiscono i social media per eliminare i contenuti online terroristici ed estremisti.

«Il nostro obiettivo era semplice: quello che è successo... non dovrà accadere mai più», ha dichiarato il Presidente francese Emmanuel Macron in una conferenza stampa all’Eliseo, a Parigi, al fianco della Presidente della Nuova Zelanda Jacinda Ardern. «La dimensione social di questo attacco è stata senza precedenti e la nostra risposta oggi... è senza precedenti. Mai prima d'ora paesi e aziende tecnologiche si sono unite e si sono impegnate in un piano d'azione per sviluppare nuove tecnologie per rendere più sicure le nostre comunità», ha aggiunto Ardern.

Come parte degli impegni presi, i governi hanno promesso di applicare le norme già esistenti che limitano la diffusione di materiale terroristico e di prendere in considerazione l’adozione di nuove regolamentazioni per ridurre la diffusione di questo tipo di contenuti, purché non rendano Internet un luogo meno libero. Le aziende hanno concordato che continueranno ad applicare le loro policy della community per rimuovere materiale d’incitamento all’odio e a sviluppare i loro algoritmi in modo tale che non aiutino la diffusione di contenuti violenti. I governi e le società tecnologiche collaboreranno con le forze dell'ordine locali per indagare sui comportamenti illegali e per rispondere ai futuri attacchi terroristici, in particolare quando i contenuti estremisti sono condivisi online.

Tuttavia, resta da chiedersi se questa iniziativa vada nella direzione giusta e dia gli strumenti per prevenire futuri attacchi o possa essere una volta di più un modo per rendere Internet uno spazio sempre più controllato mettendo così a rischio la libertà di espressione.

«È in gioco il futuro di come decidiamo quali sono i discorsi legittimi e quali sono quelli non legittimi», ha affermato David Kaye, relatore speciale delle Nazioni Unite per la libertà di espressione e le comunicazioni digitali. «Sono questioni di dibattito pubblico ed è legittimo che i governi assumano delle iniziative. La mia preoccupazione riguarda l'approccio che decidono di adottare».

Definita da studiosi ed esperti di Internet un’iniziativa lodevole, la call ha sollevato molte critiche da un punto di vista procedurale e sostanziale. Ancora una volta ci si è concentrati sulla rimozione dei contenuti online e non sull’importanza della loro moderazione da parte di team umani. Non è stato fatto alcun riferimento ai modelli di business delle piattaforme, alle quali invece è stata delegata ogni forma di controllo dei contenuti condivisi al loro interno. 

Leggi anche >> La moderazione dei contenuti sui social funziona male e andrebbe completamente rivista

Infine non sembrano essere stati presi in considerazione le conseguenze dell’adozione di policy esclusivamente ispirate alla rimozione dei contenuti affidate alle aziende private che gestiscono le piattaforme che, in alcuni paesi, favorisce la repressione delle forme di dissenso e la limitazione dell’accesso a Internet, spazio invece di pluralismo delle fonti di informazione e motore di maggiore inclusione sociale. Ma, come sostenuto dalla Presidente della Nuova Zelanda, la strada è lunga e la “Christchurch Call” è solo la prima tappa. «A settembre elencheremo le azioni concrete intraprese e quali tipologie di contenuti saranno rimossi sulla base di questa call e cercheremo di coinvolgere ancora più aziende e paesi», ha aggiunto Macron.

Un processo imperfetto sin dall'inizio

Il percorso che ha portato alla stesura della Christchurch call rappresenta un altro esempio in cui in un’azione collettiva che vuole portare a mantenere Internet uno spazio aperto e sicuro è stata trascurata la voce di quegli esperti che studiano e lavorano sulla Rete, scrive Access Now, organizzazione non-profit di difesa dei diritti umani e che si batte per un Internet libero e aperto.

Per quanto legittimi e nobili gli intenti politici dell’iniziativa, il documento finale è il risultato di consultazioni avvenute a porte chiuse tra pochi soggetti. Solo il giorno prima della diffusione del testo, il governo della Nuova Zelanda ha organizzato una riunione con gruppi della società civile a Parigi alla quale hanno partecipato le organizzazioni per i diritti digitali e le libertà civili e quelle che lavorano per contrastare l'estremismo violento e il suprematismo bianco.

La Presidente della Nuova Zelanda Jacinda Ardern ha partecipato all’incontro e si è impegnata in prima persona con i rappresentanti dei gruppi convocati per ascoltare le loro voci per quella che, nel raccontare l’iniziativa, l’Electronic Frontier Foundation (EFF) ha definito “una mossa senza precedenti” ma tardiva.

La Voices for Action – questo il titolo dato all’incontro –  è arrivata infatti troppo tardi. I partecipanti hanno ricevuto l’invito ufficiale appena due giorni lavorativi prima e non c’è stato un momento di confronto diretto con le altri parti coinvolte nel “mantenere Internet un luogo aperto e sicuro” (obiettivo dichiarato della Christchurch call), ovvero le grandi compagnie tecnologiche e i governi. Alla società civile è stato chiesto di implementare un testo già elaborato e non c’è stato spazio per formulare commenti critici sulla sua struttura e sui suoi contenuti. Per questo motivo, prosegue Access Now, nonostante i gruppi della società civile siano citati più volte nel documento e sia previsto un loro contributo alla sua attuazione, l’incontro non ha consentito un vero e proprio confronto. La loro esclusione – ha scritto Global Network Initiative in una lettera inviata alla Presidente della Nuova Zelanda Ardern e al Presidente della Francia Macron – rischia di compromettere ulteriormente la fiducia nel processo innescato dalla call. Una partecipazione allargata a governi, società tecnologiche e società civile consentirebbe invece il confronto di più soggetti diversi tra di loro e di adottare politiche e strategie più solide e informate.

Per quanto vi fosse un consenso generale sul fatto che la rimozione dei contenuti non possa essere la risposta all’estremismo e che i governi debbano innanzitutto concentrarsi sulle sue cause profonde, non c’è stata convergenza tra le questioni sollevate dalle organizzazioni convocate a Parigi e quelle individuate da governi e aziende. La Presidente Ardern ha riconosciuto che in tempi di crisi i governi vogliono agire immediatamente e che spesso ricorrono a strumenti di censura e controllo. Tuttavia, commentano Access Now ed EFF, la Christchurch call è un miscuglio che di alcune idee importanti e di quegli stessi strumenti (censura e controllo) verso i quali Ardern ha sostenuto di guardare con preoccupazione.

Cosa c'è di buono

Rispetto ad altre iniziative passate come la proposta di regolamento dei contenuti terroristici dell’Unione europea o la legge dell’Australia che punisce i manager dei social media, la Christchurch call riconosce l’esigenza di interventi “coerenti con i principi di un Internet libero, aperto e sicuro” e che non compromettano “i diritti umani e le libertà fondamentali, compresa la libertà di stampa”.

Inoltre, il documento invita i governi a impegnarsi a "rafforzare l'inclusività delle nostre società" attraverso l'educazione, l'alfabetizzazione ai media e la lotta alle disuguaglianze e sottolinea gli obblighi di trasparenza per le aziende e i governi quali pilastri fondamentali di qualsiasi tentativo pubblico o privato di regolamentare la Rete, e l’invito a governi e aziende che gestiscono grandi piattaforme di consultarsi con la società civile.

Nello specifico, le aziende sono chiamate a evidenziare quali sono le conseguenze della condivisione di contenuti terroristici e estremisti violenti, descrivere le policy che portano all’individuazione e alla rimozione di questi contenuti e fornire agli utenti procedure di reclamo e ricorso efficaci.

È curioso, sottolinea ancora Access Now, che nella prassi che ha portato alla stesura del testo finale, questo invito alla trasparenza sia stato di fatto disatteso.

Cosa c'è da migliorare

In una dichiarazione congiunta i gruppi convocati seppur tardivamente a Parigi hanno individuato una serie di criticità presenti nel testo finale.

  1. Definizione di terrorismo ed estremismo troppo generica.

Innanzitutto, la call resta generica quando parla di “contenuti terroristici ed estremisti violenti”, una categoria che può variare da paese a paese e in alcuni casi, come in Giordania, è stata utilizzata per perseguire, in base alle leggi sul terrorismo, chi è critico nei confronti del governo. Invece, si legge nella dichiarazione congiunta, “i governi che partecipano alla “Christchurch call” devono impegnarsi a garantire che le leggi e le altre iniziative intraprese per combattere il terrorismo online non si traducano in violazione dei diritti umani di chi ha posizioni politiche diverse, attivisti, giornalisti, minoranze etniche o religiose, rifugiati, richiedenti asilo e migranti”.

Inoltre, ogni iniziativa legislativa deve prendere atto che come la tecnologia è solo una parte del problema, allo stesso modo è solo una parte della soluzione. Oltre a cercare soluzioni che riguardano Internet bisogna “contrastare le cause strutturali e i fattori trainanti del terrorismo e dell’estremismo violento”.

  1. La definizione di “fornitori di servizi online” è troppo ampia e va limitata.

Nella call si tende a confondere i social media con l’intera infrastruttura di Internet. I “fornitori di servizi online” possono includere una vasta gamma di servizi, tra cui i provider di accesso a Internet, i database dei nomi dei domini, gli hosting dei siti web, i Content Delivery Network e le piattaforme social.

Pensare di chiedere l’intervento di generici “fornitori di servizi online”, non limitandosi ai soli social, può mettere in pericolo la natura globale e aperta di Internet.

  1. L’utilizzo di filtri può essere controproducente.

Ancora una volta, inoltre, si fa riferimento all’utilizzo di filtri per impedire la diffusione di contenuti violenti. Tuttavia, come scritto anche da Valigia Blu in più occasioni, la moderazione richiede un coinvolgimento umano significativo in modo tale da poter valutare i contenuti a seconda del contesto. L'uso di sistemi automatizzati nella moderazione dei contenuti deve essere attentamente esaminata prima di essere implementata e dovrebbe riguardare un numero limitato di casi proprio per le sue implicazioni sulla libertà di espressione e sui diritti fondamentali, come la privacy.

  1. I governi non dovrebbero delegare alle società tecnologiche la regolamentazione dei contenuti online.

Infine, si delega alle aziende che gestiscono le piattaforme la responsabilità di identificare e rimuovere i contenuti violenti di estremisti. Queste società – spiega Access Now – devono fare in modo che Internet resti uno spazio in cui siano rispettati i diritti umani e sotto questo aspetto svolgono un ruolo chiave nei confronti della società. Tuttavia, “i governi non dovrebbero mai esternalizzare la regolamentazione dei contenuti online a società private. Gli utenti meritano un quadro chiaro e compatibile con i diritti umani per la protezione della loro libertà di espressione online”. È compito dei governi rendere Internet un luogo inclusivo, aperto e in cui siano garantiti i diritti umani e le libertà fondamentali.

In questa cornice, Microsoft, Twitter, Facebook, Google e Amazon si sono impegnati in un piano d'azione in nove punti per contrastare la diffusione di contenuti terroristici online. Alcune delle azioni riprendono quanto contenuto nella Christchurch Call, come l’aggiornamento degli standard delle rispettive community per vietare i contenuti estremisti, la pubblicazione di relazioni periodiche sulla trasparenza e l’avvio di una cooperazione tra società tecnologiche, governi, istituzioni educative e ONG per sviluppare una comprensione condivisa dei contesti in cui vengono pubblicati contenuti violenti e migliorare la tecnologia per rilevare e rimuovere i contenuti terroristici e estremisti violenti in modo più efficace ed efficiente.

Il giorno prima della pubblicazione della Christchurch Call, Facebook ha annunciato modifiche alle sue policy rispetto ai Facebook live sulla sua piattaforma: gli utenti che violano gli standard della community e i termini di servizio della società potrebbero essere espulsi per un periodo massimo di 30 giorni.

Facebook, però, non ha specificato quali violazioni potrebbero portare al ban – nonostante il documento firmato da governi e aziende che operano su Internet richieda trasparenza e chiarezza – né si capisce quale possa essere la connessione con la strage di Christchurch che, come spiegato dallo stesso social network, fu resa virale non tanto dalla diretta Facebook (alla quale erano collegate appena 200 persone) ma dalla condivisione in sole 24 ore di ben 1,5 milioni di versioni modificate del video che continuavano a essere caricate sulla piattaforma quando l’attacco si era concluso e che il social network non era stato in grado di arginare.

Infine, Facebook non affronta la questione che davvero potrebbe fare la differenza, spiega Javier Pallero su Access Now, e cioè di come le piattaforme prendono le loro decisioni sui contenuti e sulle sponsorizzazioni ai fini della monetizzazione e in che misura questo impatta poi sulla moderazione dei contenuti.

Consigli per una moderazione a misura di diritti umani

Access Now ha pubblicato un documento che dà suggerimenti alle principali piattaforme social come Facebook, ad esempio, su come sviluppare pratiche di moderazione dei contenuti online che proteggano la libertà di espressione.

I regolamenti che disciplinano la moderazione dei contenuti hanno effetti molto importanti sui diritti umani sia a livello individuale che collettivo. Le decisioni, che le aziende prendono su come parlare e cosa condividere sulle loro piattaforme, modellano gli spazi di discussione, influenzano la capacità di ciascuna persona di poter esprimere liberamente le proprie idee e possono arrivare a silenziare (o amplificare) le voci di gruppi o intere comunità. E, man mano che le aziende che gestiscono le piattaforme crescono di dimensioni, scala geografica e influenza, fungendo da intermediari del discorso pubblico, l’impatto sui diritti umani è ancora maggiore.

Per questo motivo, il ricorso da parte di Facebook o YouTube all’intelligenza artificiale o a tecnologie di apprendimento automatico per operare su vasta scala rischia di censurare ulteriormente o escludere comunità vulnerabili, marginalizzate, figure come attivisti, giornalisti o difensori dei diritti umani, togliere strumenti a chi cerca di documentare crimini di guerra, come accaduto con YouTube che aveva rimosso migliaia di video che documentavano le atrocità in Siria nel tentativo di eliminare la propaganda estremista dalla sua piattaforma, rischiando così di mettere a repentaglio futuri procedimenti giudiziari di crimini di guerra.

Una questione complessa e delicata, spiega Access Now, che non può risolversi delegando alle aziende tecnologiche e agli standard di community di volta in volta adottati la decisione su cosa è possibile o no pubblicare, a quali contenuti dare la priorità o minore visibilità, e che non può risolversi nella eliminazione di un post o nella chiusura di un profilo. Queste decisioni, prese seguendo criteri e metodi diversi, possono aumentare o ridurre la portata e la visibilità di alcuni post, e determinano quanti e quali gruppi di utenti sono esposti a determinati contenuti.

La rimozione dei contenuti – prosegue il sito non-profit a difesa dei diritti umani e per un Internet aperto e libero – dovrebbe essere obbligatoria per Facebook o altre piattaforme solo su ordine di un'autorità giudiziaria indipendente e imparziale. E le leggi che regolamentano questo particolare aspetto devono i principi di legalità, necessità e proporzionalità, e garantire che le persone colpite ricevano un giusto processo.

E anche se le società non sono obbligate per legge a fornire un giusto processo quando moderano i contenuti, nell'ambito del quadro internazionale dei diritti umani, le piattaforme hanno il dovere di rispettare i diritti umani nell'elaborazione e nell'applicazione delle loro regole sui termini di servizio, e dare la possibilità – cooperando con le indagini legali e i processi e risarcendo anche le spese non giudiziarie nei casi in cui risultano violati i diritti umani – di poter verificare se la moderazione dei contenuti ha provocato una violazione dei diritti umani.

È una questione politica, dunque, che richiede un approccio globale.

Nel frattempo, EFF ha lanciato TOSsed Out, un progetto che raccoglie casi di persone messe a tacere dalle piattaforme di social media a causa dell’applicazione incoerente ed erronea dei propri termini di servizio.

Si tratta, spesso, di persone marginalizzate che mettono in discussione l'autorità, criticano i potenti, educano e richiamano l'attenzione sulla discriminazione. Cinque anni fa EFF aveva lanciato il progetto onlinecensorship.org che traccia i contenuti rimossi su Facebook, Twitter e altri social media.

censura, online, diritti umani, social media
via onlinecensorship.org

«Le prassi di moderazione dei contenuti sulle piattaforme social colpiscono persone di ogni tipo di opinione politica. Le donne nere sono state segnalate per aver pubblicato messaggi di incitamento all'odio quando invece stavano condividendo esperienze di razzismo. I contenuto linkati da chi fa educazione sessuale sono stati rimossi perché ritenuti eccessivi. TOSsed Out mostrerà quanto spesso vengono rimossi contenuti che invece dovrebbero essere consentiti», ha spiegato Jillian York, direttrice dell’International Freedom of Expression presso EFF.

Recentemente Facebook ha deciso di oscurare un articolo di Valigia Blu – rendendolo visibile solo a chi lo aveva condiviso – perché aveva come anteprima un’immagine che contravveniva gli standard della community in materia di nudo o atti sessuali. L’articolo metteva in discussione i criteri controversi e incoerenti di moderazione da parte della piattaforma raccontando la storia di un utente che aveva visto la sua pagina oscurata perché aveva condiviso quella stessa immagine per la quale è stato oscurato il nostro pezzo, la copertina di album dei Led Zeppelin. La decisione di Facebook è arrivata a 6 giorni dalla pubblicazione, facendo pensare a una scelta adottata da un team umano incapace di distinguere tra un artwork e pornografia e contravvenendo alle stesse policy del social network che permette “la pubblicazione di fotografie di dipinti, sculture o altre forme d'arte che ritraggono figure nude”. Grave che a noi non sia arrivata nessuna notifica che ci mettesse al corrente di questa decisione di Facebook ma che a essere avvisati dal social network siano stati solo gli utenti che avevano condiviso post. Abbiamo chiesto più volte spiegazione di questo comportamento a Facebook anche rispetto alla scelta di bloccare quella immagine. Dal social network ci hanno fatto sapere dopo 10 giorni che confermavano la decisione di bloccare l'immagine e per questo motivo hanno deciso di bloccarla e rimuoverla anche sulla pagina ufficiale dei Led Zeppelin.

TOSsed Out punta a raccogliere casi controversi di rimozione e ban. «Con TOSsed Out, cercheremo di mettere pressione sulle piattaforme osservando più da vicino chi è stato effettivamente colpito dalle regole di moderazione», ha dichiarato Katharine Trendacosta, analista politica di EFF.

Foto in anteprima via Gizmodo

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI