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La terza dose ai paesi ricchi non aiuterà a rallentare la pandemia

9 Settembre 2021 9 min lettura

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La terza dose ai paesi ricchi non aiuterà a rallentare la pandemia

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Ad oggi a livello globale sono state somministrate oltre 5,5 miliardi di dosi di vaccini contro la COVID-19. Ma oltre il 70% di queste dosi sono state effettuate in soli dieci paesi. Nei paesi ad alto reddito quasi il 50% degli adulti è completamente vaccinato, mentre in quelli a basso reddito, la maggior parte dei quali si trova in Africa, gli adulti completamente vaccinati sono meno del 2%, ha detto Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Inoltre, solo il 20% delle persone nei paesi a reddito medio-basso ha ricevuto una prima dose di vaccino rispetto all'80% nei paesi a reddito medio-alto.

Una situazione che a fine maggio lo stesso direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità aveva definito una «disuguaglianza scandalosa» che sta prolungando la pandemia. 

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In questo contesto, diversi paesi ad alto reddito hanno avviato o stanno programmando la somministrazione di una terza dose di vaccino dopo i primi parziali dati di un calo di efficacia dei vaccini anti COVID-19 dopo diversi mesi dalle prime somministrazioni (la campagna vaccinale nel mondo è iniziata a dicembre 2020) e la predominanza della variante delta più trasmissibile delle altre. Ad esempio, In Israele il nuovo richiamo è disponibile per tutte le persone a partire dai 12 anni in sù, in Francia da inizio settembre si è partiti dagli anziani e dalle persone vulnerabili, nel Regno Unito per ora la terza dose verrà data a tutte le persone vulnerabili, cosa che già accade negli Stati Uniti d’America e in Germania (se dalla seconda dose di vaccino sono passati sei mesi). Il ministro della Salute italiano, Roberto Speranza, lo scorso 6 settembre, ha annunciato che in Italia la terza dose di vaccino si farà «sicuramente già nel mese di settembre per le persone che hanno fragilità di natura immunitaria, come i pazienti oncologici, i trapiantati e coloro che hanno avuto una risposta immunitaria fragile rispetto alla somministrazione delle prime due dosi. Poi con tutta probabilità la campagna della terza dose continuerà: da un lato le persone più anziane, ultra80enni, dall'altro chi vive nelle Rsa e il personale sanitario».

Da tempo però l’Oms chiede di dare priorità alla ridistribuzione dei vaccini nei paesi dove mancano. «Al momento i dati non indicano il bisogno di una terza dose», ha dichiarato recentemente Soumya Swaminathan, chief scientist dell'OMS: «Ci opponiamo fermamente alla terza dose per tutti gli adulti nei paesi ricchi, perché non aiuterà a rallentare la pandemia. Togliendo dosi alle persone non vaccinate i booster (ndr, cioè la terza dose di vaccino) favoriranno l'emergere di nuove varianti». Un punto sottolineato anche dallo stesso direttore generale dell’agenzia delle Nazioni Unite specializzata per le questioni sanitarie: «Il virus avrà la possibilità di circolare in paesi con bassa copertura vaccinale e la variante Delta potrebbe evolversi per diventare più virulenta e allo stesso tempo potrebbero emergere varianti più potenti». Bruce Aylward, epidemiologo e senior Advisor del Direttore Generale dell'Oms, ha specificato inoltre che «ci sono abbastanza vaccini per tutti, ma non stanno andando nel posto giusto al momento giusto. Due dosi devono essere date ai più vulnerabili in tutto il mondo prima che i richiami vengano dati a chi ha completato il ciclo, e siamo ben lontani da questa situazione». A queste critiche, Thierry Breton, commissario europeo incaricato di coordinare la fornitura di vaccini contro la Covid-19 in Europa, ha ribattuto che le circa 300-350 milioni di dosi di vaccini necessarie per potenziali dosi extra in Europa ammonterebbero a un solo mese di produzione europea: «Significa un mese di produzione. Questo è ciò di cui stiamo parlando».

Ma la questione legata ai primi dati che mostrano un calo di efficacia dei vaccini risulta non così scontata. Su The Altantic, la giornalistica scientifica Katherine J. Wu spiega che i vaccini non durano per sempre, mentre a rimanere è la loro impronta immunologica: “Le cellule difensive studiano gli agenti patogeni esca anche mentre li eliminano; i ricordi che formano possono durare per anni o decenni dopo un'iniezione. La risposta appresa diventa un riflesso, radicato e automatico, una 'robusta memoria immunitaria' che sopravvive di gran lunga alla stessa somministrazione, ha detto Ali Ellebedy, immunologo della Washington University di St. Louis. È quello che succede con i vaccini COVID-19, ed Ellebedy e altri esperti hanno dichiarato che si aspettano che il ricordo rimanga con noi ancora per un po', prevenendo malattie gravi e morte causate dal virus. Tale previsione potrebbe sembrare incompatibile con i recenti rapporti sull'efficacia ‘in declino’ dei vaccini COVID-19 e sul ‘calo’ dell'immunità”. Non sono comunque chiari i tempi di durata di questa "memoria".

Non è possibile ancora quantificare con precisione questa riduzione, né comprendere se sia tale da rendere necessario l’impiego di ulteriori dosi, scrive Emanuele Menietti del Post: "Per rilevarla si fa un calcolo degli anticorpi, partendo da un campione di sangue prelevato a distanza di tempo dalla vaccinazione. Il problema è che il livello di protezione offerto dagli anticorpi è altamente soggettivo: varia da individuo a individuo ed è difficile stabilire una soglia al di sotto della quale si possa dire di non essere protetti". Inoltre, si legge ancora, "una riduzione non implica necessariamente una minore protezione. Per avere qualche riferimento fermo, i ricercatori sono alla ricerca di un 'correlato di protezione', cioè di un punto chiaro per fissare una soglia, in modo da poter determinare al di sotto di quali valori dei livelli di anticorpi neutralizzanti sia opportuno procedere con una nuova somministrazione". È utile ricordare però che gli studi mostrano che i vaccini continuano a ridurre drasticamente il ​​rischio di morte, indipendentemente dalla variante. Ma hanno anche un'altissima efficacia nel prevenire le forme di malattia grave causate dalla COVID-19.

In un comunicato congiunto, diffuso la scorsa settimana, dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) si legge che “sulla base delle prove fattuali (...) non è urgente la somministrazione di dosi di richiamo di vaccini a individui completamente vaccinati nella popolazione generale”, mentre “dovrebbero già essere prese in considerazione dosi aggiuntive per le persone con un sistema immunitario gravemente indebolito come parte della loro vaccinazione primaria”. Le due massime agenzie europee sanitarie spiegano che “prove sull'efficacia del vaccino e sulla durata della protezione mostrano che tutti i vaccini autorizzati nell'UE sono attualmente altamente protettivi contro l'ospedalizzazione, le malattie gravi e la morte legate al COVID-19, mentre circa un adulto su tre nell'UE che ha più di 18 anni è ancora non completamente vaccinato”. Per questo motivo, si legge ancora, “in questa situazione, la priorità ora dovrebbe essere quella di vaccinare tutti gli individui idonei che non hanno ancora completato il ciclo di vaccinazione raccomandato”. 

Sul fatto che alcuni paesi ricchi abbiano deciso di partire con la somministrazione della terza dose, mentre nei paesi a basso reddito le dosi di vaccino mancano o sono scarse, il ministro italiano della Salute, durante la Ministeriale Salute del G20 (l’incontro dei ministri della Salute dei paesi del G20) svoltasi a Roma il 5 e il 6 settembre, ha dichiarato che «le due cose si devono tenere insieme. Non possiamo disperdere il livello di protezione che abbiamo raggiunto nei Paesi dove la campagna è già avanti, perché significherebbe tornare indietro, ma contemporaneamente bisogna fare una grande operazione in tutti gli altri paesi del mondo. Le cose non devono essere una alternativa all'altra». Al termine di questa due giorni, i ministri della Salute hanno annunciato così un “patto” che prevede di “migliorare l'accesso tempestivo, equo e globale a vaccini, terapie anti-COVID-19 sicure, convenienti ed efficaci” e di “sostenere l'obiettivo di vaccinare almeno il 40% della popolazione mondiale entro la fine del 2021”: “Dobbiamo anche condividere più dosi per soddisfare l'esigenza immediata dei vaccini”. I ministri si sono impegnati anche a rendere altre aree del mondo capaci di produrre i vaccini, condividendo metodologie e procedure. 

Commentando questo “patto di Roma”, Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, ha dichiarato che è «assolutamente in linea con l’azione che l’Unicef sta conducendo ogni giorno a livello globale attraverso il programma COVAX (ndr, della GAVI Alliance che comprende Organizzazione mondiale della sanità (OMS), Banca Mondiale, UNICEF e la Bill & Melinda Gates Foundation), che sostiene 92 Paesi a medio e basso reddito che non possono permettersi di pagare da soli i vaccini contro il Covid-19, per cercare di garantire lo stesso accesso e le stesse tempistiche dei paesi a più alto reddito e che abbiamo illustrato pochi mesi fa in un incontro bilaterale proprio al ministro Speranza». «Siamo da subito disponibili – ha aggiunto Iacomini – a fornire tutto il nostro contributo per dare sostegno al Governo sugli impegni contenuti nel Patto di Roma nella consapevolezza che non c’è e non ci sarà sicurezza per nessun paese al mondo nella lotta contro la Covid se non ci sarà equità nella diffusione dei vaccini». 

Anche l’OMS ha espresso soddisfazione per l’accordo raggiunto a Roma, chiedendo successivamente una moratoria globale fino alla fine dell’anno sull’avvio generalizzato della somministrazione della terza dose «per consentire a ogni paese di vaccinare almeno il 40% della sua popolazione». Come fa notare Reuters, però, queste promesse annunciate a Roma alla Ministeriale Salute non sono state accompagnate da nuovi impegni finanziari concreti. Secondo il ministro Speranza nuovi impegni di bilancio sarebbero potuti diventare una «camicia di forza»: «È la quantità di diritto alla salute che dobbiamo tutelare a decidere le cifre e i numeri dei nostri bilanci. Non siamo vincolati ad una cifra, si parte da un obiettivo e faremo gli investimenti necessari». Il ministro della salute italiano ha comunque precisato che questi impegni finanziari potrebbero essere decisi in una riunione congiunta dei ministri della salute e delle finanze del G20 prevista il prossimo ottobre.

L’ex prima ministra neozelandese Helen Clark ha affermato il 6 settembre che il mondo ha «disperatamente» bisogno che i paesi ricchi mantengano i loro impegni: «Le promesse sono una cosa, ma abbiamo un disperato bisogno che siano rispettate. A partire dalla scorsa settimana, solo 89 milioni di dosi sono state ridistribuite dai paesi ad alto reddito ai paesi a basso e medio reddito».  Ad oggi, in base ai dati forniti da GAVI (​​l'alleanza mondiale per vaccini e immunizzazione), poco più di 240 milioni di dosi di vaccini contro il nuovo coronavirus Sars-CoV-2 sono state consegnate in 139 paesi tramite COVAX. L’obiettivo è quello di garantire 2 miliardi di dosi di vaccino per i paesi a basso reddito entro il 2021. Secondo gli ultimi aggiornamenti ufficiali, “la capacità di COVAX di proteggere le persone più vulnerabili nel mondo continua a essere ostacolata dai divieti di esportazione, dalla prioritizzazione degli accordi bilaterali da parte di produttori e paesi, dalle continue sfide nell'aumento della produzione da parte di alcuni produttori chiave e dai ritardi nella richiesta di approvazione normativa”. Per questo motivo il traguardo delle due miliardi di dosi dovrebbe essere raggiunto non prima del primo trimestre del 2022.

Allo scorso G7, svoltosi nel Regno Unito a metà giugno, i leader dei paesi coinvolti si sono impegnati a condividere 870 milioni di dosi di vaccini contro la COVID-19, con l'obiettivo di consegnarne almeno la metà entro la fine del 2021. Ma secondo un'analisi di Airfinityuna società di informazioni e analisi scientifiche, di queste dosi promesse, meno del 15% è stato consegnato. Inoltre, per Airfinity i paesi ricchi, entro la fine del 2021, potrebbero potenzialmente avere un surplus di oltre un miliardo di dosi di vaccini disponibili in eccesso non designate come donazioni alle nazioni più povere. Se le dosi in eccesso non venissero ridistribuite, si potrebbero perdere tra 1 e 2,8 milioni di vite, sempre secondo questa analisi. 

via The Economist

Il divario vaccinale in atto nel mondo rischia anche di provocare un importante danno all'economia globale con 2,3 trilioni di dollari di produzione persa, secondo un rapporto dell'Economist Intelligence Unit. L’impatto negativo dovrebbe finire sulle nazioni più povere, dove le vaccinazioni sono in grave ritardo, scrive l’AFP: “Lo studio ha calcolato che i paesi che non riusciranno a vaccinare il 60% della loro popolazione entro la metà del 2022 subiranno perdite, equivalenti a due trilioni di euro, nel periodo 2022-2025. I paesi emergenti sosterranno circa i due terzi di queste perdite, ritardando ulteriormente la loro convergenza economica con i paesi più sviluppati. La regione Asia-Pacifico sarà la più colpita in termini assoluti, rappresentando quasi i tre quarti delle perdite. Ma in percentuale del PIL, l'Africa subsahariana subirà le perdite peggiori".

Foto in anteprima via Pixabay.com

 

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