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Obiettivi climatici più ambiziosi, fondi per la ricostruzione, nuovi strumenti di finanziamento per i paesi più vulnerabili e più indebitati: la COP27 al via in Egitto

9 Novembre 2022 11 min lettura

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Obiettivi climatici più ambiziosi, fondi per la ricostruzione, nuovi strumenti di finanziamento per i paesi più vulnerabili e più indebitati: la COP27 al via in Egitto

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Il round-up settimanale sulla crisi climatica e i dati sui livelli di anidride carbonica nell'atmosfera.

Il mondo sta correndo “sull'autostrada che porta dritti all’inferno climatico con il piede schiacciato sull’acceleratore”. Non ha usato giri di parole il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, nella giornata inaugurale della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si sta tenendo quest’anno a Sharm El Sheikh, in Egitto, per definire la gravità della situazione in cui versa il pianeta e dare il senso dell’urgenza delle azioni da intraprendere. Sullo sfondo incombono la guerra in Ucraina, la crisi energetica, l’aumento del costo della vita e le crescenti tensioni globali. 

“Serve un patto di solidarietà per il clima tra le economie sviluppate e quelle emergenti: o lavorano insieme per stipulare un patto storico che ridurrà le emissioni di gas serra e porterà il mondo su un percorso a basse emissioni di carbonio, o avremo il fallimento, che significherà il collasso climatico e la catastrofe”, ha aggiunto Guterres. “Tocca soprattutto agli Stati Uniti e alla Cina rendere concreto questo patto. In questi quindici giorni possiamo firmare  un patto di solidarietà per il clima o un patto suicida collettivo”. Un’immagine, quella del suicidio collettivo, già utilizzata in passato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, per descrivere il bivio sul ciglio del baratro di fronte al quale ci troviamo come umanità.

Di pratico, scrive Ferdinando Cotugno su Twitter, “Guterres ha chiesto un sistema early warning universale per eventi estremi, da mettere a punto in cinque anni in tutto il mondo (idea ambiziosa e bellissima). Di politico, ha dato pieno appoggio alla causa “loss and damage”, “perdite e danni” (ne avevamo parlato qui)” che “Non possiamo più mettere sotto il tappeto”.

“Scegliete la vita invece della morte, non è tempo di codardia morale”, ha commentato l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore, riecheggiando per certi versi le parole di Guterres.

I primi due giorni hanno visto gli interventi di oltre 100 capi di Stato e di governo di tutto il mondo (tra cui la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni), che poi passeranno il testimone a funzionari e ministri per i restanti quindici giorni di colloqui. La conferenza si preannuncia difficile e irta di ostacoli, con scarse possibilità di una svolta.

Uno dei temi centrali è quello, come detto, delle “perdite e dei danni”, per la prima volta messo in agenda in una COP. Le devastanti inondazioni che hanno colpito il Pakistan e gli effetti delle ondate di calore e della siccità nel Mediterraneo sono ancora sotto gli occhi di tutti. I paesi in via di sviluppo chiedono maggiore responsabilità da parte delle nazioni più ricche e inquinanti e soprattutto nuovi schemi di finanziamento per poter uscire dalla spirale di indebitamento e ricostruzione dopo i danni a causa dei cambiamenti climatici.

Anche il presidente egiziano Abel Fattah al-Sisi, nel suo discorso di apertura del vertice, si è concentrato sui temi della giustizia e della finanza climatica: “L'intensità e la frequenza dei disastri climatici non sono mai state così alte, ai quattro angoli del mondo, portando ondate di sofferenza a miliardi di persone. Non è forse giunto il momento di porre fine a questa sofferenza?”.

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“L'Africa non dovrebbe pagare per crimini che non ha commesso”, ha detto il presidente della Repubblica Centrafricana Faustin Archange Touadera, aggiungendo che le nazioni ricche sono responsabili della crisi climatica. Il presidente keniota William K. Ruto ha dichiarato che “il cambiamento climatico minaccia direttamente la vita, la salute e il futuro della nostra gente”. Il Kenya sta scegliendo di non utilizzare molte delle sue risorse “energetiche sporche”, anche se ciò potrebbe aiutare le sue finanze, e ha invece optato per combustibili più puliti, ha aggiunto il presidente keniota. Le perdite e i danni “sono la nostra esperienza quotidiana e l'incubo di milioni di kenioti e di centinaia di milioni di africani”.

Esemplificative le parole del presidente delle Seychelles, Wavel John Charles Ramkalawan: “Come altre isole, il nostro contributo alla distruzione del pianeta è minimo. Eppure siamo quelli che soffrono di più”.

La prima ministra delle Barbados, Mia Mottley, ha chiesto una revisione massiccia dei prestiti internazionali per lo sviluppo e una tassa del 10% sulle compagnie di combustibili fossili, che hanno realizzato “200 miliardi di dollari di profitti negli ultimi tre mesi”. Mottley ha chiesto di sbloccare 5 miliardi di dollari di risparmi del settore privato per fermare le emissioni di gas che riscaldano il pianeta, ma ciò, ha aggiunto, richiede un cambiamento nell'atteggiamento dei paesi sviluppati: “Questo mondo somiglia ancora troppo a quando era composto di imperi e colonie. Dobbiamo aprire la nostra mente a possibilità diverse”.

“Non c'è bisogno di ripetere l'orrore e la devastazione che hanno colpito questa Terra negli ultimi 12 mesi, da quando ci siamo incontrati a Glasgow”, ha ammonito la prima ministra delle Barbados. “Sia che si tratti delle inondazioni apocalittiche in Pakistan o delle ondate di calore dall'Europa alla Cina, sia che si tratti degli ultimi giorni nella mia regione, della devastazione causata in Belize dalla tempesta tropicale Lisa o delle inondazioni torrenziali di pochi giorni fa a Santa Lucia”.

“Nella lotta per la vita sulla Terra, nessuno è uno spettatore”, ha detto il re di Giordania Abdullah. “Ogni contributo è importante. La COP27 ci ha riuniti per mettere insieme le forze e difendere la nostra posizione. Siamo all'inizio di una trasformazione lunga, impegnativa e urgente”.

Nicola Sturgeon, prima ministra della Scozia, lo scorso anno il primo paese a offrire fondi per le perdite e i danni, ha promesso altri 5,7 milioni di dollari, portando l'impegno totale del paese scozzese a 7,7 milioni di dollari. Anche l’Irlanda ha promesso 10 milioni di dollari per la causa mentre la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha appoggiato per la prima volta l'idea di finanziare le perdite e i danni. 

È chiaro che gli attuali finanziamenti per il clima non si avvicinano neanche lontanamente a quelli necessari, scrive Carbon Brief. Per eliminare gradualmente i combustibili fossili e proteggere i loro cittadini dall'aggravarsi dei disastri climatici, i paesi in via di sviluppo hanno bisogno di migliaia di miliardi di dollari. Tuttavia, è improbabile che questi colloqui porteranno a un accordo definitivo. Anzi, scrive Somini Sengupta sul New York Times, la frustrazione e la sfiducia tra i leader sono elevate. Se i capi di governo non capiranno che il riscaldamento globale è una crisi multipla e tutto è interconnesso, non avremo grandi speranze di cambiamento, ha dichiarato l'ex segretaria delle Nazioni Unite per il clima, Patricia Espinosa. “Non sarei così ottimista", ha detto Espinosa. Finora i paesi ricchi inquinatori, tra cui gli Stati Uniti e l'Unione Europea, hanno opposto resistenza all’istituzione di nuovi strumenti finanziari, temendo un aumento vertiginoso delle loro responsabilità. E, in ogni caso, aggiunge Lou Del Bello nella sua newsletter, se anche venisse approvato un nuovo strumento finanziario per le perdite e i danni, ci vorranno anni prima che il primo dollaro arrivi a destinazione. 

Secondo uno studio di Climate Action Tracker, un gruppo di ricerca indipendente, nessuno dei maggiori emettitori mondiali - Cina, Stati Uniti, Unione Europea e India - ha ridotto le proprie emissioni in misura sufficiente per raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi. Insieme, i tre paesi più il blocco europeo rappresentano più della metà delle emissioni storiche di gas che riscaldano il pianeta. Gli Stati Uniti sono il maggior emettitore storico, la Cina il maggior emettitore attuale. Le loro politiche hanno un impatto enorme sul futuro del clima terrestre.

Gli altri temi della Conferenza in Egitto

Oltre alla questione delle perdite e i danni e della finanza climatica, altri temi saranno al centro della COP27. Uno dei maggiori problemi che le parti dovranno affrontare è il divario tra gli impegni assunti dai vari paesi e l'entità dei tagli alle emissioni necessari per rispettare gli obiettivi previsti dall’Accordo di Parigi del 2015. Durante la COP in Egitto ci si aspetta di prendere delle decisioni su quanto concordato un anno fa a Glasgow, dove le parti avevano raggiunto un accordo per istituire un nuovo "programma di lavoro" sulla mitigazione (ovvero la riduzione delle emissioni). Nel frattempo, alcune nazioni stanno sottolineando l'importanza di nuovi piani climatici più incisivi. Il patto di Glasgow “chiedeva” a tutti i paesi di “rivedere e rafforzare i propri obiettivi per il 2030”, ma in pochi l’hanno fatto nonostante la scadenza sia la fine del 2022.

Un processo importante da tenere d'occhio, che potrebbe non portare a grandi risultati in questa COP, spiega Carbon Brief, è l'inventario globale, un meccanismo di revisione periodica inserito nell'Accordo di Parig e concepito per esaminare lo stato di attuazione degli impegni assunti e i progressi collettivi compiuti. L'inventario sarà organizzato a grandi linee intorno ai temi della mitigazione, dell'adattamento e di quanto i finanziamenti per il clima siano stati effettivamente destinati a queste azioni. Tuttavia, la sua portata dettagliata è ancora flessibile e può essere determinata dai singoli paesi. Le parti sono interessate a garantire che l'inventario includa le misure di progresso che preferiscono, che si tratti del divario nei finanziamenti per l'adattamento, del budget rimanente per le emissioni di carbonio o del raggiungimento degli obiettivi climatici pre-2020 per i paesi sviluppati. L'inventario dovrebbe essere distribuito nei prossimi due anni ed è destinato a informare i nuovi ambiziosi NDC, anche se non è ancora chiaro come si procederà.

Le limitazioni per le manifestazioni degli attivisti per il clima

Nella maggior parte dei vertici delle Nazioni Unite sul clima, attivisti e manifestanti svolgono un ruolo fondamentale. Tuttavia, l'Egitto reprime il dissenso e le sue carceri sono piene di prigionieri politici. Il governo di al-Sisi ha promesso che le voci degli attivisti per il clima saranno ascoltate, ma le loro attività sono state limitate, con i manifestanti tenuti in un sito separato e obbligati a registrarsi in anticipo per ottenere il permesso anche per manifestazioni minori. Pochi giorni prima dell'inizio della Conferenza e forze di sicurezza egiziane hanno arrestato quasi 70 partecipanti alle mobilitazioni per il clima.

Nel frattempo, il prigioniero politico più noto del paese, Alaa Abd El Fattah, in carcere per la maggior parte degli ultimi nove anni per le sue critiche al governo autoritario del paese, ha intensificato il suo sciopero della fame a partire da domenica, all'inizio della conferenza, iniziando a rifiutare anche l'acqua. Quando sua sorella, Sanaa Seif, ha chiesto il suo rilascio durante un discorso alla conferenza, un politico del partito al potere, Amr Darwish, le ha urlato contro dal pubblico, per poi essere scortato fuori dagli agenti di sicurezza delle Nazioni Unite.

Come il Belize sta riducendo il suo debito combattendo il riscaldamento globale

Dopo la pandemia, il Belize si è trovato ad affrontare la peggiore recessione di sempre, portando il governo sull'orlo della bancarotta. Una soluzione per la risalita, però, è arrivata da una proposta innovativa presentata da una biologa marina locale al Primo Ministro Johnny Briceño: la sua organizzazione no-profit avrebbe prestato il denaro necessario per pagare i creditori se il suo governo avesse accettato di spendere parte dei risparmi che questo accordo avrebbe generato per preservare le risorse marine. Per il Belize, ciò significava preservare i suoi oceani, le mangrovie in pericolo e le barriere coralline vulnerabili. L'accordo che ne è scaturito, noto come blue bond, è un esempio di un approccio innovativo che può permettere a un numero crescente di paesi in via di sviluppo di ridurre il proprio debito investendo nella conservazione e dando loro un ruolo più ampio nella lotta al cambiamento climatico. [Continua a leggere qui]

I paesi in via di sviluppo “avranno bisogno di 2mila miliardi di dollari all'anno di finanziamenti per il clima entro il 2030"

Secondo un rapporto commissionato commissionato congiuntamente dai governi britannico ed egiziano e presentato alla COP27, i paesi in via di sviluppo avranno bisogno di più di 2mila miliardi di dollari all'anno entro il 2030 per finanziare le loro azioni per il clima, quasi la metà dei quali dovrà provenire da investitori esterni. Questi investimenti dovrebbero essere utilizzati per “ridurre le emissioni, costruire resilienza, affrontare le perdite e i danni causati dai cambiamenti climatici e ripristinare la terra e la natura”. [Continua a leggere qui]

Tuvalu è il primo paese a chiedere un trattato di non proliferazione dei combustibili fossili alla COP27

La piccola nazione insulare di Tuvalu, fortemente esposta all'innalzamento del livello del mare causato dal riscaldamento globale, ha chiesto un trattato internazionale di non proliferazione dei combustibili fossili, che eliminerebbe gradualmente l'uso di carbone, petrolio e gas. È il primo Stato a presentare una proposta di questo tipo durante una conferenza sul clima delle Nazioni Unite e il secondo in assoluto a chiedere un accordo per porre fine all'era della combustione dei combustibili fossili, dopo Vanuatu. [Continua a leggere qui]

Un gruppo di paesi si è impegnato per fermare e invertire l’andamento della deforestazione nel mondo

Una ventina di paesi ha dato vita alla Forest and Climate Leaders' Partnership per fermare e invertire la deforestazione entro questo decennio, scrive The Independent. Il gruppo, guidato da Stati Uniti e Ghana, include paesi che rappresentano il 60% del PIL globale e il 33% delle foreste mondiali. Si prevede che nuovi finanziamenti dal settore pubblico e privato porteranno la spesa per la conservazione delle foreste oltre i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, riporta il Guardian. [Continua a leggere qui]

Le emissioni di CO2 dell'UE sono scese del 5% negli ultimi tre mesi dopo l'impennata post-Covid

Secondo uno studio del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), ripreso da Carbon Brief, negli ultimi tre mesi le emissioni di anidride carbonica dell'Unione Europea derivanti dall'uso di energia sono diminuite del 5% rispetto allo stesso periodo del 2021. Ad agosto le emissioni sono calate per la prima volta dopo un aumento costante ogni mese da marzo 2021 a luglio 2022 in seguito alle riaperture post-lockdown per la pandemia. Un segnale che contraddice le previsioni di un aumento delle emissioni dopo che molti paesi hanno guardato al carbone e a nuovi fornitori di gas per affrontare la crisi energetica. Anzi, nel mese di ottobre, è stato registrato un calo dell’8%. [Continua a leggere qui]

Organizzazione Meteorologica Mondiale: L'Europa è il continente che si sta riscaldando più velocemente al mondo

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) ha pubblicato il rapporto State of Climate in Europe 2022. E le conclusioni ci dicono che nessun continente si sta riscaldando quanto l’Europa. Le temperature sono aumentate più del doppio della media globale e nel periodo che va dal 1991 al 2021 abbiamo acquisito mezzo grado a decennio. [Continua a leggere qui]

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UNESCO: “I principali ghiacciai, tra cui le Dolomiti e il Monte Kilimanjaro, sono destinati a scomparire entro il 2050”

Secondo un rapporto dell'UNESCO, alcuni dei ghiacciai più famosi del mondo, tra cui le Dolomiti in Italia, i parchi Yosemite e Yellowstone negli Stati Uniti e il Monte Kilimanjaro in Tanzania, sono destinati a scomparire entro il 2050 a causa del riscaldamento globale, qualunque sia lo scenario di aumento della temperatura. [Continua a leggere qui]

Regno Unito, il primo ministro Rishi Sunak pronto a una grande tassa sui profitti extra delle compagnie energetiche

Il primo ministro del Regno Unito, Rishi Sunak, e il cancelliere Jeremy Hunt starebbero pensando a un aumento delle tasse sui profitti extra delle compagnie petrolifere e del gas per raccogliere circa 40 miliardi di sterline in cinque anni. [Continua a leggere qui]

Immagine in anteprima: COP27 via Twitter

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