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Coronavirus: la pressione sulla terapia intensiva. E come ci stiamo preparando a un forte impatto del contagio

12 Marzo 2020 17 min lettura

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Coronavirus: la pressione sulla terapia intensiva. E come ci stiamo preparando a un forte impatto del contagio

16 min lettura

(Ha collaborato Angelo Romano)

Pochi giorni fa, sabato 7 marzo, il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, ha ricevuto una lettera da parte del Coordinamento delle terapie intensive della Lombardia in cui veniva denunciata una “situazione al limite” per l’emergenza legata al nuovo coronavirus SARS-CoV-2. 

“Si tratta di un evento grave – avverte il documento – che mette in pericolo la sopravvivenza non solo dei malati di Covid (ndr, la malattia provocata dal virus), ma anche di quella parte di popolazione che in condizioni normali si rivolge al sistema sanitario per le cure di eventi acuti o cronici di qualsivoglia natura. Le strutture sanitarie sono sottoposte a una pressione superiore ad ogni possibilità di adeguata risposta. Nonostante l'enorme impegno di tutto il personale sanitario e il dispiegamento di tutti gli strumenti disponibili, una corretta gestione del fenomeno è ormai impossibile”. “L'intera rete delle terapie intensive è stata ristrutturata – si legge ancora –, creando strutture dedicate nelle quali, completamente bardati per difendersi dall'infezione, si lavora con grande fatica per assistere malati gravi e gravissimi, la cui vita dipende da apparecchiature tecnologicamente complesse disponibili purtroppo in numero limitato”. 

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Già pochi giorni dopo la notizia del primo caso di contagio locale in Italia – tra giovedì 20 febbraio e venerdì 21 –, le prime analisi dell’andamento della crescita della diffusione dell'infezione avevano segnalato la pressione che sarebbe arrivata sul sistema sanitario italiano e in particolare sulle terapie intensive (cioè quel reparto dell’ospedale “riservato a persone in condizioni di salute estremamente precarie, in cui una delle funzioni vitali è attualmente insufficiente al mantenimento della vita”). Ai primi di marzo, Enzo Marinari del dipartimento di Fisica della Sapienza di Roma ed Enrico M. Bucci della Temple University di Filadelfia (Usa), in un approfondimento pubblicato su Cattiviscienziati.com, scrivevano ad esempio che in base a indicatori statistici il numero di posti letto richiesti in terapia intensiva sarebbe cresciuto “rapidissimamente nella prima settimana di marzo, configurando una situazione di ovvia crisi per le strutture sanitarie del territorio”.

A riprova della forte criticità che stanno vivendo ad oggi i reparti di terapia intensiva nelle zone di massimo contagio nel Nord Italia, lo stesso giorno della pubblicazione della lettera del Coordinamento delle terapie intensive in Lombardia, la Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (Siaarti) ha diffuso un documento intitolato “Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili” con lo scopo di “fornire un supporto agli anestesisti-rianimatori attualmente impegnati a gestire in prima linea una maxi-emergenza che non ha precedenti per caratteristiche e proporzioni”. 

La Siaarti spiega che “in una situazione così complessa, ogni medico può trovarsi a dover prendere in breve tempo decisioni laceranti da un punto di vista etico oltre che clinico: quali pazienti sottoporre a trattamenti intensivi quando le risorse non sono sufficienti per tutti i pazienti che arrivano, non tutti con le stesse chance di ripresa (leggasi: posti con speciali caratteristiche, disponibili in aree che non possono essere ampliate in breve tempo, al netto che il loro numero possa essere al momento supportato da Sale Operatorie “convertite” bloccando l’attività chirurgica…)”. 

Per questo, nel report della  Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva è privilegiata la ‘maggior speranza di vita’: “Questo comporta di non dover necessariamente seguire un criterio di accesso alle cure intensive di tipo ‘first come, first served’. Abbiamo voluto nelle Raccomandazioni sottolineare che l’applicazione di criteri di razionamento è giustificabile soltanto dopo che da parte di tutti i soggetti coinvolti sono stati compiuti tutti gli sforzi possibili per aumentare la disponibilità di risorse erogabili (nella fattispecie, posti letto di Cure Intensive) e dopo che è stata valutata ogni possibilità di trasferimento dei pazienti verso centri di cura con maggiore disponibilità di risorse”.

Una testimonianza di queste estreme difficoltà vissute negli ospedali è arrivata da Christian Salaroli, dirigente medico, anestesista rianimatore dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo che, intervistato dal Corriere della Sera, ha prima spiegato che quella indotta dal virus è «una polmonite interstiziale, una forma molto aggressiva che impatta tanto sull’ossigenazione del sangue. I pazienti più colpiti diventano ipossici, ovvero non hanno più quantità sufficienti di ossigeno nell’organismo» e poi affermato che subito dopo questo momento arriva il momento di decidere cosa fare: «Siamo obbligati a farlo. Nel giro di un paio di giorni, al massimo. La ventilazione non invasiva è solo una fase di passaggio. Siccome purtroppo c’è sproporzione tra le risorse ospedaliere, i posti letto in terapia intensiva, e gli ammalati critici, non tutti vengono intubati». Per Salaroli il diritto alla cura è così «minacciato dal fatto che il sistema non è in grado di farsi carico dell’ordinario e dello straordinario al tempo stesso. Così le cure standard possono avere ritardi anche gravi».

Sempre a Bergamo, nella cui provincia la diffusione del virus è molto acuta, Luca Lorini, il direttore dell'Unità di Anestesia e rianimazione dell’ospedale della città lombarda, ha dichiarato a RaiNews che i reparti di terapia intensiva sono sotto pressione perché i picchi di affluenza sono enormi: «Estremamente importante è sapere che il tipo di paziente rispetto all’inizio dell’epidemia è molto cambiato: stanno arrivando tanti pazienti, ma pazienti un po’ più giovani (anche di 40, 45 anni) e un po’ più complicati. Sono le persone che si sono ammalate sei, sette giorni fa, che hanno cercato di resistere con la loro giovane età ma poi si complicano e arrivano in condizioni sempre più critiche». 

La gravità della situazione è confermata anche dal professor Alberto Zangrillo, primario di terapia intensiva cardiovascolare e generale dell’ospedale San Raffaele di Milano: «Da 9 siamo arrivati a 20 e sono tutti occupati da malati di Covid-19 ventilati. In più abbiamo identificato aree per la ventilazione meccanica per altri 4 pazienti. Ci si è attrezzati per acquistare ventilatori e tutto il materiale necessario per postazioni di terapia intensiva. Tutto questo perché sono state sospese le attività chirurgiche convenzionali. Una pratica adottata da tutti gli ospedali. In più abbiamo liberato interi piani liberando spazio per i malati di Covid-19 che non hanno complicanze respiratorie o sono lievi: erano 12 i letti il primo giorno, raddoppiati in ventiquattr’ore e arriveranno a 150 a regime nel giro di uno o due giorni».

L’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, ha tenuto a precisare che tutto questo non significa che negli ospedali della Regione ci sia una una “selezione su chi debba essere salvato e chi no, magari su parametri anagrafici: abbiamo molti ospedali che vivono una grandissima pressione, dopodiché abbiamo un sistema che sta reggendo e li sta aiutando. Può essere che negli ospedali non ci siano posti a disposizione, ma lì interviene il sistema regionale".

Per contrastare queste forti criticità, la Regione Lombardia ha annunciato diverse contromisure: la creazione di 223 posti in più di terapia intensiva, superando la quota di 900 posti in totale, tra vari presidi ospedalieri pubblici e privati accreditati: «Posti letto che si aprono perché, come dicevo, si è bloccata l'attività delle sale operatorie, quindi recuperiamo spazi, ogni sala operatoria può contenere tre posti letto di terapia intensiva, perché riconvertiamo alcuni reparti, alcune parti degli ospedali, e attraverso la collocazione di un dispositivo mobile, che consente di aiutare e di assistere la respirazione, un respiratore mobile, riusciamo a trasformarlo in un letto di terapia intensiva, e quindi a dare una risposta ancora più concreta ed efficace». 

Ma ci sono anche altre esigenze da seguire: «Accanto a questo stiamo ampliando i posti, trasformando le medicine generali o anche le medicina d'urgenza in reparti di pneumologia proprio per gestire al meglio i pazienti critici, ma che non necessitano di una terapia intensiva, e stiamo aumentando anche i posti di sub-intensiva, cioè per quei pazienti che non hanno ancora bisogno dell'inserimento di un tubo per poter respirare, che gli getti nei polmoni l'ossigeno, ma che hanno invece bisogno comunque di una ventilazione, di una respirazione assistita». Si cercano anche nuove soluzioni per i pazienti meno gravi, racconta Milano Today come l’ipotesi di ospitarli negli spazi della Fiera con l’obiettivo di “alleggerire i presìdi ospedalieri e aprire spazi sulle terapie intensive”. Nel frattempo, all’11 marzo, sono stati trasferiti dalla Lombardia in altre Regioni d’Italia 30 pazienti, di cui solo uno positivo al virus.

Il governatore Fontana ha sottolineato l'11 marzo comunque come per i posti in terapia intensiva «siamo vicini all'esaurimento delle nostre risorse. Speriamo che la Protezione Civile ci mandi il personale che ci manca e soprattutto i macchinari che ci mancano. Stiamo facendo miracoli per reggere alla domanda di sanità. Ma se non interveniamo, invertendo la crescita, non ce la faremo mai ad essere veloci quanto il virus». 

Il numero di casi positivi al virus però continua ad aumentare, come mostrano gli ultimi dati della Protezione Civile (aggiornati al 12 marzo), e così in tutta Italia il sistema sanitario e le Regioni si preparano al possibile impatto. 

via @pin0li

Come racconta Michela Finizio su 24+ , secondo i dati del Ministero della Salute aggiornati al 2018 (quindi non tenendo in considerazione quelli aggiunti negli ultimi giorni in diverse Regioni), in tutta Italia “i posti letto nei reparti di terapia intensiva sono complessivamente 5.293 (inclusi gli ospedali a gestione diretta, le aziende ospedaliere, i policlinici universitari, gli Ircss pubblici e privati e le case di cura accreditate)” e la maggior parte di questi si trova in Lombardia, in Emilia Romagna, in Veneto e in Piemonte. Ma, specifica la giornalista, le ‘risorse intensive’ potenziali sono molte di più: “Bisogna considerare che risorse di terapie intensive possono essere recuperate da altri servizi oppure, ad esempio, che possono essere allestiti reparti di pneumologia dedicati”. 

Attualmente nel nostro paese, con Covid-19, sono ricoverate 1153 persone nei reparti di terapia intensiva (cioè circa il 9% su casi positivi da nuovo Coronavirus SARS-CoV-2 e il 7,6% di quelli totali). Il 24 febbraio scorso erano in totale 23. La maggior parte sono in Lombardia (605), Emilia Romagna (112), Piemonte (97), Veneto (85) e Marche (76). 

via Fondazione Gimbe

Oltre la Lombardia, anche le altre Regioni più coinvolte attualmente (ma non solo) si sono attivate per far fronte a criticità legate a questa emergenza. 

In Emilia Romagna, il commissario ad acta per l’emergenza coronavirus, Sergio Venturi, ha annunciato che si sta lavorando a un piano in cui «si fa il quadro degli attuali posti letto negli ospedali e dell'aumento previsto per i reparti di terapia intensiva, malattie infettive e pneumologia in Emilia-Romagna, insieme a un più generale riassetto degli ospedali pubblici in regione. A questo si aggiungono anche i letti che saremo in grado di mettere a disposizione grazie all'accordo con le strutture private accreditate». Venturi ha continuato spiegando che, in caso di necessità, «al di fuori degli ospedali, con la Protezione civile stiamo definendo luoghi che oggi non sono ospedali, come ex ospedali oppure ospedali di comunità, che saremmo in grado di trasformare rapidamente in strutture per i pazienti positivi al coronavirus e non solo: nel documento della Regione ci sono anche gli scenari più estremi – sottolinea Venturi – come andare a recuperare posti letto negli alberghi». Il Piemonte che, secondo i dati regionali, dispone di 340 posti letto in terapia intensiva, ha in programma un’espansione per arrivare a 450 unità circa.

Per quanto riguarda il Veneto ci sono 480 posti in terapia intensiva negli ospedali della Regione (di cui 68 occupati da pazienti infetti dal nuovo coronavirus), con “un tasso di occupazione medio dell’80%”. A questi posti, ne sono stati aggiunti altri 48, arrivando a 498 in totale e sono anche “in allestimento altri 120 letti di terapia subintensiva aggiuntivi a quelli esistenti”. Nelle Marche, la Giunta regionale, per le “necessità impellenti causate dagli aumentati bisogni assistenziali ad elevata intensità (terapia intensiva/semi-intensiva)” ha approvato un piano regionale “che mette a disposizione oltre 400 posti letto, tra quelli già disponibili e quelli nuovi dedicati, divisi tra terapie intensive, semi intensive, degenze specialistiche e post critici”.

Anche le Regioni del Sud si preparano a possibili scenari di forti aumenti di contagio con la conseguente pressione sui propri ospedali, predisponendo piani di emergenza. Questo anche dopo il rientro di decine di migliaia di persone dal Nord, dove studiano o lavorano, nei territori del meridione di provenienza nei giorni scorsi. 

Un movimento di persone che Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani di Roma, ha definito un “potenziale rischio per il Paese”, chiedendo, per questo, a chi è sceso di «contattare la propria Asl e comunicare di essere tornato, dare il proprio numero e dichiarare di essere pronto all’eventuale isolamento». In migliaia, finora, lo hanno fatto in Puglia, Sicilia, Campania, Calabria, Basilicata e Molise


Nel Mezzogiorno i piani per possibili emergenze sanitarie sono stati così disposti. La Puglia, immaginando che entro le prossime settimane si possa arrivare a un bilancio di mille ammalati, “ha deciso di bloccare tutti i ricoveri, esami e visite programmate, cioè quelle non urgenti e rinviabili. Una scelta presa per conservare posti letto e concentrare l'attività di medici e laboratori sull'emergenza coronavirus”, scrive il Quotidiano di Puglia. La Regione pugliese, con il suo piano di emergenza, prevede di avere entro questa fine settimana “209 posti in terapia intensiva, dedicati  esclusivamente all'emergenza Covid. Con questa disponibilità di posti si potrà far fronte a uno scenario ipotetico, calcolato sulla base dell'esperienza fatta in Lombardia, con circa 2000 infetti, di cui 1000 ricoverati in ospedale, dei quali 200 potrebbero avere bisogno di cure in terapia intensiva-rianimazione. Questo numero potrà essere ulteriormente incrementato attraverso l'utilizzo di altri posti di rianimazione disponibili nella rete pubblica”. Viene anche prevista l'assistenza ai pazienti affetti da Covid-19 tramite “una dotazione di posti letto – al netto delle terapie intensive – esclusivamente dedicati alla patologia pari a 680 posti”, in tre diverse strutture sanitarie nella regione.

Anche la Campania si prepara. Il governatore Vincenzo De Luca, nei giorni scorsi, ha dichiarato: «Ci stiamo preparando ad un contagio di massa, raddoppiando i posti letto in terapia intensiva e vogliamo rendere ogni provincia autonoma. Ma il problema è avere attrezzature e personale». Per questo De Luca ha specificato la Campania passerà «dai 320 ai 500 posti letti aggiuntivi in terapia intensiva rispetto ai primi. È una riorganizzazione imponente che costerà trenta milioni di euro. C'è tuttavia un problema anche di personale e tecnologie. Stiamo lavorando con i direttori generali per avere dei tempi di attuazione dell'incremento di posti letto che sia reale. Abbiamo bisogno di 1600 tra medici infermieri e operatori socio-sanitari. Operazioni che vanno fatte ad horas e non con i tempi della burocrazia italiana».

In Calabria, “dove la diffusione del virus potrebbe più che altrove avere ripercussioni disastrose su un sistema già collassato – sul quale pesano dieci anni di tagli e commissariamenti e un decreto che di fatto ha aggravato ulteriormente la sanità – il distretto Esaro Pollino della Asp di Cosenza sta reclutando personale infermieristico disponibile a eseguire a domicilio il test per il Coronavirus”, racconta Donata Marrazzo su Il Sole 24 Ore. Lunedì 9 marzo, a inizio settimana, la governatrice Jole Santelli aveva denunciato la difficoltà del sistema sanitario territoriale ad affrontare l’arrivo di un epidemia: «Basti pensare che i posti in terapia intensiva sono circa 150 e sono quasi tutti già impegnati da pazienti “ordinari”». Tre giorni dopo è stato approvato un piano di emergenza che prevede l'attivazione di 400 posti letto di terapia intensiva e subintensiva per le aree nord, centro e sud della regione: “Per il piano relativo alle quarantene, oltre alle strutture di proprietà regionale sono stati individuati con l'Agenzia dei Beni Confiscati strutture idonee sull'intero territorio regionale, oltre che strutture dell'Esercito”. Il piano prevede anche il reclutamento di 300 medici specializzati e specializzandi e l’assunzione (a tempo determinato) di 270 infermieri e 200 operatori sociosanitari.

Aumenti di posti in terapia intensiva (circa 110) e posti letto, assunzioni di medici e personale sanitario è quanto prevede anche il piano della Regione Sicilia. “Noi avremo bisogno di almeno altri 200 posti di terapia intensiva – ha dichiarato il governatore siciliano Nello Musumeci –. Oggi a pieno regime ne disponiamo di 411. Abbiamo già individuato gli spazi fisici dove allestire i posti letto, abbiamo richiesto i macchinari necessari”.

Misure di emergenza sono state predisposte anche in Sardegna – dove è prevista l’organizzazione di tre Unità Covid-19 negli ospedali Santissima Trinità di Cagliari, San Francesco di Nuoro e Aou di Sassari e l’aumento dei posti in terapia intensiva dagli attuali 120 a 180, ma anche di infettivologia e pneumologia – e si stanno studiando e preparando in Abruzzo e in Molise. Richieste di aumentare posti letto di terapia intensiva e il numero di operatori e dispositivi protettivi individuali per affrontare l'emergenza, sono state avanzate in Basilicata. A questo scopo sono partite anche diverse raccolte fondi.  

Ad oggi, così, l’obiettivo comune è quello di intervenire contro la diffusione del contagio, con misure di distanziamento sociale, per ridurre anche l'aumento di persone che hanno bisogno di essere ricoverate in terapia intensiva e il conseguente impatto estremamente negativo sul sistema sanitario italiano. D’altronde, come ha ricordato il professor Massimo Galli, primario infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, «nessun sistema sanitario avanzato può essere predisposto per ricoverare tanti pazienti critici tutti assieme e per di più in regime di isolamento».

via Davide Mancino.

Proprio su questo aspetto, il giornalista ed esperto di analisi di dati Davide Mancino ha spiegato che “dal 24 febbraio al 5 marzo la crescita dei pazienti ricoverati in terapia intensiva è stata, in media, poco superiore al 30% al giorno. Si tratta al momento di un andamento esponenziale che non sappiamo per quanto ancora proseguirà, anche se speriamo rallenti dopo le misure di contenimento prese negli ultimi tempi”. Se però questo numero non diminuirà si potrà avere a breve termine un’esplosione di malati che in poco tempo “potrebbe superare la capacità teorica dei posti letto di accoglierli, persino nell’ipotesi (...) di dedicare ai malati di Coronavirus tutti i posti esistenti”. 

Ma, continua Mancino, “scenari meno negativi potrebbero esserci anche con curve di crescita meno ripide. Per esempio con un tasso di aumento medio dei ricoverati in terapia intensiva al 20% in due settimane arriveremo un filo sotto la capacità massima di tutti i posti oggi disponibili, il che comunque creerebbe grossi problemi nella difficoltà di curare contemporaneamente sia i casi “nuovi” che quelli di altro tipo”. Infine, “una pressione significativa sulla capacità del sistema sanitario di trattare i malati potrebbe esserci persino nel caso in cui il tasso di crescita medio cali al 10% nelle prossime due settimane, anche se naturalmente in questo caso il numero di persone da curare sarebbe ben minore”. 

Quali sono le misure prese dal governo finora

Lo scorso 9 marzo è stato pubblicato un decreto legge (DL. n. 14 del 9 marzo 2020) con il quale si prevede il potenziamento del Servizio sanitario nazionale mediante nuove assunzioni nel comparto sanitario “per far fronte alle esigenze straordinarie e urgenti per la diffusione di COVID-19, garantire livelli essenziali di assistenza e assicurare l’incremento dei posti letto per la terapia intensiva e sub-intensiva”. 

In particolare, il decreto legge prevede 4 tipologie di intervento: 1) Misure straordinarie per l’assunzione di specializzandi e il conferimento di incarichi di lavoro autonomo al personale per 6 mesi, prorogabili fino alla durante dell’emergenza entro la fine del 2020 (oltre agli specializzandi, la misura riguarda anche laureati in Medicina e Chirurgia abilitati all’esercizio della professione medica e iscritti agli ordini professionali e il personale medico e infermieristico in pensione); 2) Conferimento di incarichi individuali a tempo determinato al personale sanitario e ai medici, nel caso in cui non sia possibile ricorrere al personale in servizio o agli idonei collocati nelle graduatorie concorsuali; 3) Reclutamento di medici di Medicina Generale e pediatri; 4) Incremento delle ore di specialistica ambulatoriale.

Il decreto legge prevede anche l’istituzione di un’unità speciale ogni 50.000 abitanti che segue gli ammalati di COVID-19 che non necessitano di ricovero ospedaliero; l’assistenza a persone e alunni disabili; misure di semplificazione per l’acquisto di dispositivi medici e incentivi per la loro produzione.

L’11 marzo, con una gara d’appalto lampo, la società del ministero del Tesoro per l’acquisto centralizzato di beni e servizi, Consip (in coordinamento con il Dipartimento della Protezione Civile), ha determinato la dotazione di 1.100 nuovi posti letto entro i prossimi 15 giorni nei reparti di terapia intensiva e sub-intensiva degli ospedali italiani. 

Inoltre, sono stati aggiudicati gli appalti per la produzione di 2.264 ventilatori polmonari per la terapia intensiva e di altri 1.654 per la terapia sub-intensiva, di 6.793 monitor multiparametrici e di altri 7.101 da trasporto, di 11.670 pompe per l’infusione di farmaci e di 1.940 pompe peristaltiche per la nutrizione enterale (che prevede la somministrazione di alimenti attraverso il posizionamento di una sonda nell'apparato digerente del paziente che è impossibilitato a nutrirsi per via orale) e di 448.265 accessori per la ventilazione polmonare.

I primi 119 ventilatori saranno consegnati nel giro di 3 giorni. Altri 200 tra 4 e 7 giorni, 886 tra gli 8 e i 15 giorni. Gli altri 2.713 ventilatori, che consentiranno l’allestimento di altrettanti posti letto, saranno distribuiti tra 16 e 45 giorni. 

Una seconda procedura negoziata d’urgenza, riporta Ansa, ha riguardato la gara per la produzione di oltre 170 milioni di dispositivi di protezione individuale (guanti, mascherine, tute, camici) e più di 1.100 apparecchiature elettromedicali (aspiratori, ecografi, elettrocardiografi) per un valore totale di circa 258 milioni di euro.

Sempre l’11 marzo, nel corso della conferenza stampa in cui il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha annunciato lo stanziamento di 25 miliardi di euro per far fronte agli impatti su economia e lavoro della drastica strategia di contenimento del nuovo Coronavirus da parte del governo, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha affermato che il governo sta lavorando a un nuovo decreto che prevederà “uno stanziamento di 12 miliardi che serviranno per dare pieno sostegno al sistema nazionale sanitario, alla protezione civile e al lavoro”. L'obiettivo prioritario, ha spiegato Gualtieri, è quello di "potenziare la risposta del servizio sanitario". 

I provvedimenti di questi giorni seguono altre misure adottate dal governo. Il primo marzo, il ministero della Salute, con la Circolare n.2627, ha fornito indicazioni per l’incremento delle disponibilità di posti letto per i reparti di terapia intensiva (+50%), malattie infettive e tropicali (+100%), e pneumologia (+100%). La Circolare stabiliva inoltre: i criteri di redistribuzione del personale sanitario all’interno delle strutture ospedaliere attraverso attività di formazione qualificata a cura dell’Istituto Superiore di Sanità rivolta a medici e infermieri da destinare ai reparti di terapia intensiva e sub-intensiva; la ridefinizione dei percorsi di triage dei Pronto Soccorso attraverso l’individuazione di aree dedicate alla degenza o sosta temporanee esterne agli ospedali; l’identificazione delle strutture ospedaliere da utilizzare per i pazienti affetti da COVID-19; la definizione del protocollo di utilizzo dei tamponi.

In precedenza, il 25 gennaio 2020, era stata adottata un'ordinanza sulle misure profilattiche contro il nuovo Coronavirus (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 21 del 27 gennaio 2020) con la quale si disponeva, tra l'altro, il potenziamento, per un periodo di 90 giorni, del personale da impiegare nelle attività di risposta rapida al numero di pubblica utilità 1500, nei controlli sanitari attivati presso gli Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera (USMAF) e i Servizi territoriali per l'assistenza sanitaria al personale navigante, marittimo e dell'Aviazione civile (SASN), e nei servizi di competenza degli uffici centrali di sanità marittima, aerea e di frontiera. In totale, l’ordinanza prevedeva il reclutamento di 76 medici, 4 psicologi, 30 infermieri e 4 mediatori culturali.

Immagine in anteprima via TgVercelli

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